Poesizioni 5

Poesia e storie

E’ la montagna che fredda e dura anima

protegge

E insieme le sue sorelle austere suore bianche

Alpi del Rodano

E cieli tersi spaccati nella roccia

avvolgono

in un a sé universo altissimo.

Del bianco eterno che uccide ogni colore

battendosi contro il blu della notte stellata e luminosa

e la luce riflessa dei lampioni che loro si bevono come birra

nel bianco della neve

scivolano gli stagionali oltre i trottoirs

A rinchiudersi in celle di legno che scottano come saune

nascosti da tende di zingari e carton gessi parigini

chiusi gli occhi

in sogni lancinanti e ossessivi e rapidi e convulsi e incubi

e sonni

e sudore madido accanto agli chauffages elettrici dell’atomico francese

e fuori la vicina della porta accanto, lei che profuma come Arbre-magique

E corse al lavoro nei meno venti ghiacciati gradi

e affanno nel respiro che ti soffia nelle orecchie come il fiato di un mostro

e spalaneve che imbrattano turisti di neve

e pale e pale e pale di ferro

che si sollevano forti come bastoni primitivi

per ricadere insieme alle braccia esauste

fra neve che non è mai la stessa.

E guance che si ghiacciano come pollame congelato

sotto la nube immensa della fresa

e ciglia bianche incollate chiuse di Cristo

che il vento del nord non ti accarezza

e vassoi bianchi di Coca-cola e piatti bianchi

e ketchup come sangue sulle mani che si incollano alle ceramiche dei posa ceneri Ricard

e vesciche nei piedi freddi addormentati dentro gli scarponi del corpo speciale

Voci che urlano nelle teste che loro sono stanchi

e motivi radiofonici che impazzano schizofrenici nelle menti

insalata birra e patatine congelate ferme in uno zero della materia

e corvi neri che se ne nutrono

e poi si poggiano ai taxi ABC e chauffeurs che glissano temerari sui van bianchi

a Tigne e Courchevel e Albertville e prima del borgo del santo Maurizio

che li uccide

E coppie di giovani diciottenni stagionali

che bruciano in macchina e muoiono abbracciati

così ad ardere avvolti da una superficie ghiacciata

per padroni che non danno alloggio

E Jimmy che trova fica senza nemmeno guardarla

e Paul che beve litri di Redbull

e Duncan che sorride come il fratello

sono al biliardo a strofinarsi sul solo prato verde di Val d’Isère

E buttafuori serbi e bulgari che pestano a sangue italiani maestri di sci

E Sophie femme de chambre che nuota come la rana

mi resta immobile nel centro acqua sportivo

e l’altro senza io stabile si scioglie nell’hammam e fustiga sé al secchio finlandese.

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Poesizioni 3

Poesia e storie

Guardano al caso umano

gli eventi che ti si portano

come un giovane corre nel vuoto

nel non di là

della recessione

E spasimi di piacere intro che si legano alla desolazione

quando riposi infiniti non colmano il non giorno

un appartamento vuoto ha uguale applicazione, casa

letto della cella

il deposito delle memorie è altrove

e vive come la persona nel corridoio delle scale

solo, avvolto di luce al neon

e vive dovunque non luoghi

la vittima, del prossimo come una pianta in vaso

debutta, ancora e sempre principiante nella vita

e si nutre ad essa

come un transessuale che graffia i capezzoli all’uomo che ama

come l’amante di un suicida che si fa suora

come colui che sa: nulla è poi così grave

come il monaco che rompe nasi

come le tips di New York

come la condizione umana di Malraux

come il trionfo della morte di D’annunzio

come Grillo Forrest Gump

come un pixel che non si ricompone in streaming

come la felicità.

Poesizioni.2

Poesia e storie

 

buttando vitreo futuro vuoto differenziato

Giocondo a canto al martino

occhi bianchi oltre i quadri della maglia

le rosa tenui mani

anni cinquanta di terra

torto fiato

e vista non più.

 

brandisce coltello cui sfiora unghie ornature del ferro

luccica fra la plastica grigia

l’altra arma che porge, o altra mano

nell’orto suo intinto ad estranei.

 

non vede il Taglia erba

suo gioco di vecchio bambino

ma la memoria del corpo soprassiede il corpo

e ti taglia la mano la macchina, quella.

 

-torni buon uomo nella sua casa

 

la moglie non c’è più in un sorriso

ho fatto tutto quello che potevo fare.

 

 

Poesizioni. 1

Poesia e storie

Oggi il vento si è portato via anche me

che sono terra sua.

 

A canto angolo vuoto del freddo nord, inclinato come un pianeta

centurione stellato eri avvolto

nel manto nero.

Ora lo sguardo si terge, celeste.

A cuccia di corde altalena balinese,

feto adulto dentro l’ulivo

ode il proprio respiro.

Verde.

Dondolo e dolgo incosciente.

bestia Tobia.

e cara erba capovolta

questi occhi color terra, ti vedono.

To Serbia. Altri giorni di Nis, prima parte.

Balcani, Poesia e storie

Incrocio a Nis

Di Andrea G. Cammarata

Rientro al buio sollevante da Sarajevo, 7 ore passando per Valijevo, mentre i passeggeri del minibus ti prendono forma intorno trasformandosi in una carovana di viaggiatori silenziosi. Al fianco del sedile reclinabile su cui siedi c’è questo iron-boy che gioca ossessivamente con il telefonino e sembra una donna. E dietro due studentesse si offrono patatine e dolciumi, l’una le rifiuta. In mezzo fra i cinque sedili in fondo un contadino riposa beato e sembra stanco da almeno cento anni, russa forte, mentre l’altra labbra rosse sorride ingenuamente. Pausa, smoke, il gelo che blocca le ossa e mente ormai vuota, e occhi che scrutano una coppia innamorata di vecchietti pensionati che esce mano nella mano dal mini-van, e lei che poggiando le gambe fragili sul suolo ghiacciato e lunare dei balcani stringe il polso del compagno, e copricapi slavi che si uniscono sfiorandosi in baci antichi. La radio suona forte e incessante trasmette canzoni turche, stordenti che impediscono di dormire. Ultima destinazione del bus sarà Skopje, Macedonia. Scendi a Nis in Serbia meridionale. I due autisti si sono scambiati solidali il posto di guida, e durante le pause in kafana bevevano soltanto té, hanno una forza disumana, non temono ghiaccio, montagne declivi, e viaggiano, come per loro come per noi.

“I quattrocento colpi” di Truffaut, proiettato sul portatile, che gelosamente custodisci, e che é essenziale in viaggio, e che ora fa la gioia degli sguardi curiosi degli altri passeggeri. Vecchia pellicola in bianco e nero sei la giusta storia di un ragazzino sconcertato che si libera nella Parigi del dopoguerra.

A Nis sono quasi le quattro del mattino, la stazione dei bus riposa puzzolente ancora avvolta di smog, e pezzi di carne abbandonati  congelati sulle griglie dei corner ti guardano, l’aria è ferma. Costeggi la fortezza turca, bianca immota, volti le spalle e traversi il ponte sulla Nissava. Si apre la città dinanzi mentre scorgi un barbone che bussa alle porte del betting center e il cavallo di bronzo che troneggia nella piazza centrale sotto il grattacielo grand hotel Ambassador. A testimoniare le guerre serbe il ronzino unto e sudicio è ancora lì. Monumenti che fissano il tempo amaro. Uno dei panifici 0-24 sembra invitarti ma scegli che no, meglio non mangiare, se “il digiuno rinvigorisce lo spirito”. C’è uno strano rapporto con il cibo qui, sarà causa della guerra. Punti il bi-locale che ti aspetta, bussi, bussi all’infinito finché non aprono. C’è spazio in terra, letti pieni, “dormo lì nell’angolo fra il mobile e la stufa elettrica colma di pietre di quarzo”. Pavimenti dei balcani, pavimento di legno morbido e scuro, e a terra si sta freschi. Sono le 4 e tutto è calmo, nonostante tutto, “nonostante me”. Nonostante tutto il bilocale profuma. Ritieni che da domani servirà generosità se viaggiare rifocilla l’animo annientando quel nichilismo miserabile cui si sottopone l’intero occidente.

A giorno Nis si proietta come le foto anni ottanta sui teloni per le diapositive: è sporca, annebbiata dai fumi delle vecchie auto, e dalle stufe, e dalle sigarette. Nis che puzza anche nelle giornate più terse come lo sono queste di gennaio. C’è una libertà priva di etichette salutari miserabili ed europeiste, con cui nei bar si fumano anche 4 sigarette, o forse più, per un solo caffè. E aspetti il freelancer che ti parla della strage di Srebrenica in Bosnia. E più tardi di nuovo fuori sulla strada fra musicanti e ottoni argentati, rom bassi che padroneggiano le loro famiglie riverse sui marciapiedi, fra la gente di Nis, e qualche d’uno degli ottocento nuovi arrivati per lo stabilimento di Benetton che aprirà in sordina compensando la perdita di lavoro in Italia per la finta-gioia di altri operai serbi. Serietà, sguardi che significano niente e più, trucchi pesanti, strati di fondotinta che nascondono pelli avvizzite e si colorano fra i viola schocking sulle palpebre e le unghie squadrate e rifatte. E zeppe come carrarmati, e gambe lunghe involte da shorts o minigonne come salamine che si protendono verso il cielo nel vano tentativo di equiparare le altezze inarrivabili degli amanti serbi. E’ sera mentre si scrive e il tramonto affoga fuori nei balcani, e i ragazzi mangiano pasta al ragù e bevono rakija, e scrivi di Sarajevo “quel poco che va fatto”, e “c’è la connessione lasciatemi scrivere”. “Andrea staccati di lì”. Ciò che avviene guardando oscene comiche clip in dialetto toscano su You Tube. In tutto questo tal volta la vita sceglie di orientarsi. E non c’è tempo, vale bene correre snobbando il gelo nelle mani per essere al Tesla café. Dove la musica è forte, il segnale Wi-fi sempre disponibile, e la tappezzeria di banconote da cento dinari fotocopiati ti guarda calorosamente. Uno studente serbo di base a Thessaloniki trascina le tue braccia ancora verso una bevuta improbabile, non prima di un dovuto: “who are you? Are you a spy?”.

La Grecia è per il sud della Serbia un punto di riferimento. E da Nis i cartelli stradali invitano verso Thessaloniki, Atene, o Skopije, o Pristina, o Sofia, e tutto ciò è davvero meraviglioso. Senti di poter essere ovunque, duecento, trecento chilometri massimo e ogni grande città è li ad aspettarti. Oltre c’è la fine amara della Jugoslavia che con la balcanizzazione è diventata una foresta in cui le nazioni sono riapparse prepotentemente come funghi, è un medioevo geopolitico fatto di dipendenze e prevaricazioni reciproche.

Si scappa dallo studente di Thessaloniki adducendo vane scuse, “sono stanco”. Se sottrarsi nei Balcani da qualcuno che ti offre da bere è quanto meno offensivo.

Nella notte alcune chiese ortodosse affiorano timide semi-interrate nelle strade risalenti alla dominazione turca che ne consentiva solo così la costruzione. “Di modo non appariscente” doveva essere l’espressione del sultanato. E la Serbia è ancora turca, per la musica, per il caffè, e stupidamente per quanto si fuma. E’ parlare, lingua serba, serenità dello stare insieme, e di apparire in pubblico in una vanità sana e post socialista.

Fine prima parte.

To Serbia. Natale a Sarajevo.

Balcani, Poesia e storie
Moschea a Sarajevo

Moschea a Sarajevo

Di Andrea G. Cammarata

Bus vuoto verso Sarajevo, riscaldamento rotto. Freddo terribile la Bosnia Erzegovina è bianca di neve. Un sonno fastidioso attanaglia la testa. Piccoli villaggi si susseguono lungo le strade. Pause brevi nelle kafane. Non hai Marchi bosniaci. C’è un ragazzo che punta la testa contro il sedile difronte. Studia teologia a Belgrado, diverrà pope, è nato a Sarajevo in quella parte della città che ancora non era la Repubblica srpska. Domanda una sigaretta, è alto impaurito avvolto nel suo cappotto di panno nero. Ombra lunga e scura sulla neve tutta intorno. Fuma, pone qualche domanda, conosce Ravenna e l’arte bizantina.

Alla frontiera in Bosnia il doganiere butta solo uno sguardo sulla carta di identità che gli hai appoggiato timidamente nelle mani. Il poliziotto serbo in uscita ti aveva invece detto: “italiano”. Le strade di Bosnia si avvolgono in un nulla mistico e silenzioso.

Arrivo a Sarajevo tutto è spento. Il ragazzo ortodosso viene accolto dal padre ancora più alto di lui. Chiedi loro di cambiarti valuta, mille Dinari perché “tu tornerai a Belgrado”. Non vuole. Dice Sarajevo è divisa in due, ma bosniaci, croati e serbi: “are not bad people”. Non credi a quello che ti raccontano i media. Lui cercherà di accordarsi con il tassista serbo per farti lasciare nella parte vecchia della città, 15 marchi. Pagherai in euro, “thank you man” hai detto al tassista. L’ortodosso è andato via con una pacca sulla spalla, indifferente. Scendi dal taxi hai una moschea enorme che ti sovrasta, il fiume sotto. E’ vigilia di Natale a casa. E qui donne con il velo e uomini camminano per la strada, lenti e calmi non incrociano sguardi.

Gli intonaci dei palazzi mostrano i fori dei proiettili della guerra. Ce n’è ovunque. Le moschee si ripetono nuove e insulse.

Dormirai da Divan, ostello i cui proprietari sono musulmani. 30 Marchi il costo della stanza, 14 gradi la temperatura interna. Il fratello del locandiere beve vino bianco, “do you drink alcohl?” mi chiede. Dici: “yes, yes. Are you Serbian?”. Risponde che no: “I’am muslim”. Gli piace la techno music e la vita notturna di Belgrado. E conosce a mala pena la composizione della Bosnia Erzegovina, a stento ti parla dell’esistenza della Repubblica Srpska. “Ci sono problemi come ovunque” . Aggiungerà che “stasera è Natale e di fronte alla cattedrale cattolica offrono il vino”. Triste bosniaco affermerà che “We’ve no country” spiegando che: c’è di “tutto”, “cattolici, musulmani, ortodossi, ebrei, cinesi, giapponesi”. Il locandiere compare più tardi con una stufetta elettrica: “attento a non bruciare”, dice offrendo anche una stanza più calda. Sul comodino c’è un libro in inglese “La causa bosniaca”, non lo aprirai nemmeno.

Per le strade di Sarajevo leggi nomi musulmani che si ripetono nelle insegne, “Omar” oppure “Samir”. L’indomani, giorno di Natale, riesci a cambiare moneta alle poste. L’impiegata negherà i Dinari serbi, esigendo invece il passaporto per gli Euro. E l’impiegata dell’ufficio turistico , odiosa, rilascia con fastidio e sacrificio qualche informazione  parlando in uno slang americano difficile.

Sarajevo è bella, scivola dalle montagne con le sue casette verso un fiume che la costeggia. La piantina dell’ufficio turistico è costellata di crocette cattoliche e mezze lune islamiche, non si capisce esattamente cosa vogliano indicare. Ci sono stampate anche le miniature di ogni moschea e della cattedrale cattolica. Per la cattedrale ortodossa non c’è nessuna miniatura, solo un numero che rimanda alla legenda.

Nevica forte, i piedi ghiacciati, cammini unicamente per perderti e vedere. C’è un bus per Monstar, sei incerto sul da farsi, da lì potresti non tornare a Nis, in Serbia.

Nella piccola kafana “Zmaj”, poco distante dalla stazione dei bus, si consuma solo birra analcolica. Mangerai salsicce di non sai quale carne e cipolla cruda. La cameriera ti ha servito con sospetto, profumava di Dior “Miss cherie”, è sembrato. E’ rimasta interdetta nel sentirsi domandare una birra: “Pivo”. Nel bagno hai cambiato i calzini fradici con quelli asciutti.

La Bosnia è essenzialmente triste, le persone sono schive con una gentilezza non esposta. Ci sono addobbi di Natale e qualche luminaria. Molti ambienti sono riscaldati in maniera approssimativa. Anche i rom sono più tristi. Qui la guerra c’è stata, in Serbia fu nulla al confronto. Prima di partire leggevi il rapporto dell’Onu sulla strage di Srebrenica. Sarà quello. La domanda si ripete: “cosa si sono fatti in Bosnia”.

Torna in mente Rumiz che raccontava dei cecchini che sparavano sui passanti di Sarajevo dalle montagne con i fucili di precisione.

Resta una felicità di turbamento. Aspetti con ansia il prossimo libro di Michel Houellebeq. Hai con te il Meridiano di Keruac, perché è spesso e fa da sostegno ideale per il lap-top impedendo che si surriscaldi. Però, dopo 15 anni, li rileggi “I vagabondi del Dharma”.

E’ l’ultima pagina del taccuino rosso dei Balcani, ne hai un altro nero e ancora la penna gialla non è finita. Il pacchetto di Gauloises Blondes è ormai vuoto, sopra ci leggi “Liberté toujours”. Un gatto bosniaco fra le gambe ricorda i film di Emir Kusturica e i rom.

I rom non hanno fatto nessuna guerra. Sono i territori le cause della guerra. E’ successo poco in questo Natale, ma qualcosa è successo. Stringi la mano a Felice, povero tassista cattolico dell’Erzegovina che ha studiato alla Bocconi grazie alle borse di studio di Tito, e che ti ha accompagnato in Repubblica srpska nell’altra stazione dei bus di Sarajevo. Infine una teatrante croata dell’Erzegovina ti presterà due marchi, da aggiungere al biglietto per Nis.

To Serbia. Un giorno a Belgrado

Balcani, Poesia e storie

Ponte a Belgrado

Di Andrea G. Cammarata

Un rom di mezza età vende Armani Code e Acqua di Giò, altre scatole di profumo di marca gli rotolano fra le mani. Certamente dei falsi. Armani può significare molto, per altri motivi, se di lì a un giorno riuscirai a connetterti e scaricare e-mail sulla strada verso Sarajevo. Fermo a una pompa di benzina per il rifornimento del minibus che ti accompagnerà in Bosnia.

Oggi è Serbia, Belgrado, anti vigilia di Natale, freddissima, ore sette. Ospite in un appartamento sembra Parigi. Stessi legni negli infissi, stessi corrimani lungo le scale e stesse serrature che glissano insicure a fermare porte sottili. E buchette delle lettere che nell’androne aspettano buie le sacre pensioni di Tito. Ciò per cui in Serbia ancora i figli vivono.

E’ un arrivo brusco: inglese, toscano, italiano, serbo, fra lingue straniere che s’incrociano prive di logica. Se tutto è dovuto al caso. E oscillazioni strane come i vecchi ammortizzatori della berlina bianca che vibrano ancora nelle gambe. Non sei stanco.

Stanza calda e stufa di ceramica che si allunga verso il soffitto parlaci del socialismo con il tuo scarno arredamento jugoslavo, e di quella foto sbiadita di un vecchio padre appesa sopra due letti che si guardano.

Tu dormirai a terra nella lato più stretto lungo il corridoio. Sonno di piombo, finalmente, dopo settimane.

Ora è tempo di capire, cosa è successo.

Carabiniere veneto, posto di blocco prima della frontiera slovena, chi fermerai dei tre? Un’utilitaria targata Germania, la berlina bianca serba con il distintivo Corpo Diplomatico nel paraurti, o l’articolato che per poco non si mangia tutto. Così è la strada. Emile ha chiesto: “mi devo fermare?”. Vai, vai.

“Quella Germania che ha supportato l’indipendenza slovena” pensi superando il confine europeo, libero grazie a Schengen. Neve sulle alpi di Carinzia. Croazia cattolica, rettilinei infiniti e sicuri. Non c’è pausa è un incessante andare. Qualche dattero riempirà gli intestini dei viaggiatori fino alla Serbia. Serbia non più turca da cento anni e più.

Difficile perdersi a Belgrado: è un orientamento fatto di macerie, subdolo, lo senti sotto pelle. Due palazzi bombardati durante la guerra del Kosovo ricordano orribili che non è finita. Non puoi distrarti. E’ un memoriale inverso dei governi serbi per non dimenticare che tutto può ricominciare. Belgrado era la Jugoslavia: l’ex-Jugoslavia è una polveriera ti ripeti.

E’ Natale ma non per il calendario gregoriano. Città viva brulicante. Nelle librerie i volumi del bosniaco Ivo Andric abbondano negli scaffali quindi tutto non è così diviso. Rom che frugano nei cassonetti. Belgrado dove i parcheggi si pagano con un Sms. Belgrado dove c’è chi non si prende il dolore di privarsi di una birra anche il giorno dopo. Tutto qua. E serbi che indossano giacche di tute mimetiche di colori non militari. Le sanzioni della Nato, l’embargo degli anni ’90. “Mortadella e Nutella, gnam, gnam, gnam” cantano i S.A.R.S. a ritmi Ska ai giovani slavi. Uno di loro ti chiede di intrecciare le mani per lui e offrigli uno scalino umano, scavalcherà così una sbarra per raggiungere gli amici.

Tornano in mente le barricate al Gate 31 in Kosovo settentrionale. Ci andrai. E cantano i Dubiosa “I’m Bosnian but I belong to myself”, e i bosniaci alzano le braccia. E cantano i Dubiosa “I’m Serbian but i belong to myself”, e i serbi alzano le braccia. Lattine di Jelen sono disseminate ovunque.

E Rakija: insegnanti francesi dirette verso Parigi: ci vedremo a gare Saint-Lazare, un giorno. E Bojana, giovane serba studentessa a Rotterdam inviterà due sloveni al tavolo, uno è un giornalista sportivo. “I serbi sono inferiori, noi siamo entrati in Europa”, le dirà.

Pacchetto di Gauloises blu, il secondo di una notte a Belgrado. Tassista anziano che hai conosciuto il socialismo: “take the street on the left beetween the two destroyed building”, e insisti per indicargli tu la strada verso l’appartamento delle due serbe di Valjevo.

E’ un risveglio aggressivo. La colazione è una caramella donata da un Babbo Natale croato promoter in una pompa di benzina. Niente caffè, niente brioche. Andrai a Sarajevo. Un ragazzo gay indica la stazione dei bus al fianco di un edificio giallo: “In Serbia is better to travel by bus”, dice. E Felicità quando Nina Simone cantava forte nelle orecchie mentre la berlina bianca correva lungo il corridoio 10.

Ain’t got no, ain’t got no class. Ain’t got no skirts, ain’t got no. Ain’t got no, ain’t got no. Ain’t got no . Ain’t got no, ain’t got no culture. Ain’t got no, ain’t got no schooling. Ain’t got no love, ain’t got no. Ain’t got no, ain’t got no token. Ain’t got no God. And what have I got? Why am I alive anyway? Yeah, what have I got. Nobody can take away? Got my hair, Got my…Got my brains, Got my…Got my eyes, Got my…Got my, I got my smile. I got my, Got my chin. Got my neck, Got my…Got my heart, Got my soul Got my back, I got my sex. I got my, Got my hands. Got my fingers, Got my…Got my feet, Got my….Got my liver, Got my blood. I’ve got life , I’ve got my freedom . I’ve got the life. I’ve got the life. And I’m gonna keep it. I’ve got the life. And nobody’s gonna take it away. I’ve got the life.

Di lì a poco Nina Simone chiese ai fan di comprare il suo album. Quarantaquattro anni dopo Andrea consumava caffé turco nel bar della stazione dei bus di Belgrado. Utilizzava la toilette per 30 dinari. E scriveva questo. Poco prima alcuni serbi restavano muti per alcuni momenti in fila in un panificio, pacati, con la stessa attitudine che era in una mensa socialista.

Miodrag Miljkovic spiega Kosovo del Nord e Serbia Meridionale

Balcani

A sinistra Miodrag Miljkovic

Intervista a Miodrag Miljkovic, analista politico e giornalista, attualmente di base a Niš. Vanta 14 anni di esperienza professionale in Kosovo e nelle province limitrofe a Preševo, in Serbia meridionale. 

Intervista e traduzione dall’inglese a cura di Andrea G. Cammarata

C’è qualche voce di corridoio che indica l’aeroporto internazionale di Niš come il luogo scelto dai russi per la costruzione di una presunta base militare, quale è la situazione reale ?

Non è la prima volta che ne sento parlare. L’aeroporto di Niš è civile, e non viene utilizzato per scopi militari. Il ministero dell’Interno serbo ha firmato però un accordo con l’esercito russo per costruire un centro emergenze umanitarie, che avrà base a Niš. Il centro sarà operativo a livello regionale anche in Macedonia, Montenegro, Bosnia, Serbia, Croazia, Bulgaria e Grecia, e gestirà situazioni di emergenza come incendi, terremoti e inondazioni. Si è cominciato a parlare di una base militare perché la protezione civile russa durante l’estate invia a Niš due aerei e due elicotteri antincendio. Niš è in una posizione geografica strategica da cui si può intervenire facilmente in situazioni di emergenza anche nelle nazioni confinanti: questo è il punto. Il centro emergenza è solo un progetto sulla carta che potrebbe essere realizzato l’anno prossimo. Per quale motivo, poi, costruire una base militare russa? Andrebbe contro l’interesse della Serbia che si sta affacciando all’Unione Europea. Senza calcolare che i rappresentanti della Kosovo-force e le autorità serbe s’incontrano spesso a Nis.

Qual’è la situazione socio-politica nelle provincie di Bujanovac, Medveđa e Preševo, le zone della Serbia meridionale a maggioranza albanese e confinanti con il Kosovo. E’ plausibile, come paventato da alcuni analisti, uno scenario di scambio territoriale, fra i governi di Serbia e Kosovo, della zona settentrionale kosovara con quella meridionale serba?

La situazione nel sud della Serbia è calma, e non c’è alcun pericolo come d’altronde nel resto del Paese. Gli albanesi hanno ora il loro rappresentante all’interno dell’Assemblea nazionale, e non hanno più particolari attriti con i serbi, ma resta un po’ di tensione. Gli albanesi chiedono maggiori diritti anche se in realtà ne hanno già: il presidente della provincia del Preševo è un albanese, come lo è quello di Bujanovac. Gli albanesi sono assolutamente integrati nella vita politica e sociale della Serbia, hanno le loro scuole e un Consiglio nazionale che garantisce loro i diritti umani. Piuttosto questa zona è vicinissima al Kosovo, che ha dichiarato l’indipendenza lasciando a suo tempo le tre provincie di Preševo, Medveđa e Bujanovac, alla Serbia…Uno scambio di territori fra i due Stati è tuttavia a mio parere impossibile. Il problema principale è che il sud è sottosviluppato rispetto al resto della Serbia. Serbi e albanesi hanno infatti gli stessi problemi: disoccupazione e condizioni di vita precarie. Perciò la maggioranza dei serbi di Preševo e Bujanovac migra verso la Serbia centrale per trovare un lavoro. Gli albanesi invece vanno verso l’Europa centrale, perché spesso vengono invitati, o supportati, dagli stessi albanesi delle migrazioni degli anni ’90 che già risiedono in quei luoghi.

Gli albanesi-serbi del Sud però hanno manifestato recentemente  a Preševo sventolando bandiere albanesi e chiedendo maggiori diritti.

Protestano per ottenere il riconoscimento delle lauree kosovare in Serbia. Belgrado tuttavia non riconoscendo il Kosovo non può nemmeno riconoscerne gli attestati di studio, quindi lo fa esclusivamente nel momento in cui la laurea viene riconosciuta da un altro Stato, come ad esempio la Macedonia o l’Albania. Il problema si presenta quando gli studenti albanesi del Preševo e di Bujanovac, che solitamente frequentano le università di Pristina, cercano lavoro in Serbia.

Stando ai dati del censimento di quest’anno, e rapportandoli a quelli del censimento del 2002, i serbi delle provincie di Preševo, Medveđa e Bujanovac, stanno gradualmente abbandonando la zona. La regione sembra essere destinata a diventare a completa maggioranza albanese. Ciò non porterà la popolazione di cultura albanese a richiedere maggiore autonomia, o eventualmente ad avanzare la pretesa di uno stato autonomo?

Preševo su 34mila abitanti ha già l’89% di popolazione albanese e solo l’8,5% di serbi. Non succederà niente, se fosse dovuto succedere qualcosa sarebbe già successo. A Bujanovac, circa 55% di albanesi e  34% serbi, e a Medveđa 73% di serbi e 26% di albanesi, la situazione con il tempo potrebbe rivelarsi simile. La fuga da queste provincie non è causa di dissidi etnici ma della povertà che c’è in questi posti. E non sappiamo, ad esempio, quanti albanesi sono migrati in Kosovo, visto che hanno boicottato il censimento. A parte ciò, alcuni albanesi di Preševo creano problemi alla Serbia chiedendo asilo politico in certi stati europei. L’asilo automaticamente gli viene negato perché le autorità straniere rispondono che Preševo ha un sindaco albanese, come lo è d’altronde il comandante della polizia. Su che base quindi gli albanesi-serbi richiedono asilo politico?

Quali legami potrebbero nascere fra le rappresentanze politiche albanesi della Serbia meridionale e quelle kosovare. 

 I leader politici del sud della Serbia cercano di supportare l’indipendenza del Kosovo. Sono fortemente connessi sia per la vicinanza geografica con il confine, sia perché gli albanesi serbi frequentano le scuole o cercano lavoro in Kosovo. Cooperare è comunque normale. Spesso il sud della Serbia però diventa oggetto di leva e gioco politico nel dialogo e nelle negoziazioni fra Pristina e Belgrado. Ciò non aiuta i serbi nel Kosovo del nord e nemmeno gli albanesi in Serbia meridionale.

A cosa è destinata la questione serbo-kosovara?

Il problema principale è come risolvere le tensioni fra albanesi e serbi, soprattutto nel Kosovo settentrionale, dove Pristina, dopo aver dichiarato l’indipendenza, sta ottenendo il controllo. La Serbia non riconoscerà mai il Kosovo come un paese indipendente, ma tutti sanno che la Serbia non avrà mai più alcuna sovranità sul Kosovo. Perché dovrebbe allora riconoscergli l’indipendenza? Per l’Unione Europea? La Nato è a Cipro da ormai 40 anni, ma ciò non ha impedito alla Grecia di entrare in Europa. Il Kosovo rappresentava il 34% del territorio serbo e ospita gran parte del patrimonio culturale serbo. La nazione serba è nata in Kosovo. Le autorità dovranno sedersi al tavolo di nuovo, si sta solo perdendo tempo. Il Kosovo ha bisogno di commerciare con la Serbia. Lo scambio commerciale fra i due paesi raggiunge cifre di circa un miliardo di euro l’anno, senza contare i profitti generati dal mercato nero che sono ancora più elevati. La Nato e le forze internazionali dovranno restare ancora a lungo per mantenere la pace in Kosovo e in Bosnia.

Come reagisce Belgrado nei confronti dei serbi che hanno eretto le barricate nel Kosovo settentrionale dalle parti di Bornjak, nella zona di frontiera denominata “Gate 31”.

Nel nord del Kosovo la popolazione è a maggioranza serba, gli albanesi non ci hanno mai vissuto, è questo è un motivo per considerare la zona parte della Serbia. Adesso è una sorta di paradiso fiscale perché i commercianti serbi di quella zona non riconoscono il Kosovo quale Stato sovrano, ma allo stesso tempo non pagano tasse a Belgrado poiché la Serbia non ha più alcuna autorità in quella zona, e comunque, dal punto di vista serbo, il Kosovo tecnicamente non è un territorio estero quindi non sono nemmeno sottoposti ai dazi doganali. Ecco la ragione per cui i serbi del nord del Kosovo importano dalla Serbia senza alcuna imposizione fiscale e rivendono ai kosovari a prezzi più vantaggiosi. Possiamo dire che è una situazione di comodo per entrambe le parti. Da tre mesi ci sono le barricate perché i serbi non vogliono la polizia doganale albanese nei valichi Gate 1 e Gate 31. Queste frontiere prima erano controllate esclusivamente da Eulex e da Unmik solo sotto il profilo della sicurezza. L’autorità albanese priverebbe l’anarchia fiscale dei serbi che si è generata nel nord del Kosovo. Oltre ciò, i serbi di queste zone sono fortemente nazionalisti e non possono comunque accettare il fatto di vivere in Kosovo.

Quanto conta la questione serbo-kosovara per l’entrata nell’ Unione Europea della Serbia?

Guardando a fondo, Pristina cerca di frenare l’entrata della Serbia nella UE perché sa che ciò la potrebbe privare del supporto internazionale di cui sta godendo in questo momento. Lo status di candidata all’Unione Europea sarà deciso in dicembre, e, una volta entrata, la voce della Serbia a Bruxelles diventerebbe più forte che mai. Pristina si troverebbe in una situazione scomoda. Perciò si cerca di fomentare lo scontro nel nord del Kosovo, ma il governo di Belgrado non ha più nessun potere da quelle parti. E’ facile anche pensare che alcune frange deviate di Pristina abbiano supportato le rivolte e le barricate al Gate 1 e 31.

To Serbia. Io è un altro

Balcani, Poesia e storie

Strade di Nis

Io è un altro. (Rimbaud)

Di Andrea G. Cammarata

Candele accese in un angolo onorano San Nicola patrono di Bari, e attorno alcuni bicchieri mezzi vuoti di birra risplendono sulle cicche di sigarette spente. Posaceneri sporchi, briciole e dolci di noce infilzati da stuzzicadenti rotti. Quadro ortodosso non praticante. “Non hai fatto il segno della croce, lo dovevi fare prima di mangiarlo”, è Dragan che ti ha parlato di un’usanza religiosa.

Fine 2011, Serbia meridionale. Le mani si stringono in segno di amicizia mentre sguardi reciproci scambiano pensieri passanti. Sensibilità serba e serbi come innocui cuccioli randagi che riposano per le strade. Pensano con il cuore i serbi, mentre si fronteggiano rispettosi e i boccali si alzano colmi nelle loro mani.

Con serenità anestetizzata pensi, e sembri quello straccio ormai asciutto, stretto e abbandonato sotto il radiatore rovente.

Al Tesla cafè tutto è giustamente elettrico. Espresso: “Lavazza” o “Molinari”, non hai altra scelta se non quel caffè turco che deborda dalle tazze in ceramica, schiumoso e colorato come un sapone industriale. Balkan life, atti dovuti che si susseguono alla solitudine. E scontrini che arrivano sui tavoli dentro bicchieri da short, uno per ogni consumazione, e al saldo sarai tu a doverne fare una incauta somma. Poi la sera le Rakia si susseguono stonanti e superalcoliche durante conversazioni in italiano, francese, inglese, americano, serbo. Serbia tal volta Babele dell’intrattenimento, della cooperazione e dell’insegnamento.

“Da quasi 40 anni l’ONU occupa Cipro e non se ne andrà mai, con il Kosovo sarà uguale”, ti hanno detto. E cosa toglierà l’Europa alla Serbia? Certamente il fumo delle sigarette nei suoi bar e l’odore forte del tabacco nei vestiti. “Locali dove circola ancora il sangue delle sigarette, ecco cosa c’è ancora in Serbia”, te lo ha detto un italiano a un tavolino instabile appoggiato sul porfido rotto della strada. Hai poi voltato lo sguardo mentre tacchi di scarpe nere di cuoio italo-cinese battevano la via. Il destino è troppo lontano.

Ricarica telefonica Telenor, che partecipa a un limitato continuo dare. Incerto e soffocante capitale. Jazzisti, imprenditori, blogger, giornalisti, agenti commerciali: io è un altro. “Sei quello che vuoi”, ti ha detto Micheal dell’Alabama. “Tutto è fiaba”, e lo ricordi ancora che leggevi Novalis.

“Make a focus”, ma sfumato è il ricordo di alcuni pensieri della memoria. Fondi di caffè, superstizione locale, e fondi di portacenere. “Molim” significa per favore, hai imparato una nuova parola. E tutti i bilocali di questo mondo sono tombe di vita collegate a Internet. “Inter-niente”, come scherzano qui i ragazzi. Nella scuola hai insegnato e le ore si ammucchiavano durante lezioni di italiano ai serbi. Io è nessuno, ma il tempo dona lui la sua forma. Negozi e vetrine dove giacche di tuta e maglie americane indossano i loro manichini. Donne che si presentano offrendoti la mano come un trofeo.

Breve Nirvana, e giusta distanza dall’io. Ferlinghetti, Keruac, Ginsberg, l’urlo della scrittura automatica che seppellisce media mainstream e agenzie di stampa corrotte e filogovernative.

“Vedi questo boccale? Lo puoi prendere e scagliare per terra, romperlo in un attimo”. Vetro, vita fragile, o immensa certezza attiva del costruire. “Questo boccale può essere anche il marchio che vedi impresso sopra, la qualità della birra che c’è dentro. La quantità e il consumo che riesci a farne fare”, così raccontava il padre al figlio Mladen. “Jelen”: cervo. “Pivo”: birra.

L’allegra Kafana, osteria dal sapore post socialista con i suoi camerieri rigorosamente uomini, ora è se stessa e la banda suona musica balcanica nella minore uguaglianza che permea sempre la vita serba. “Cena” che significa “costo”, e che dice stranamente qualcosa sulla semplicità culinaria di questi posti e che dirompe l’ingordigia alimentare dell’Occidente. Insalata di pomodoro, formaggio, carne e poco pane. Povertà. “Questo e quanto”, ti spiega Bojan.

La finestra del tiepido pomeriggio è un treno che scorre con i suoi riflessi umani che se ne vanno. Irina macedone martoriata dall’acne ha dormito al fianco di un cane. Pelo ispido che graffia il lenzuolo di cotone grosso e colorato di fantasie zigane. Fiocco rosa sbiadito sui capelli che si schiaccia fra un cuscino sporco. Povera donna, l’unica ricchezza di cui dispone è se stessa.

Vecchio televisore catodico ti sei spento abbandonato sulla tappezzeria impolverata del divano. Attorno l’odore nauseante di patate fritte stanca l’aria come etere per gay. Di stretta osservanza ortodossa il lampadario dondola al centro della stanza simile alla pendola di Edgar Allan Poe. Irina necrofila e vana appariscenza della morte che porta vita. Intanto, come sabbia in una clessidra, la schiuma della birra discende dai bordi del bicchiere. E il calco di feci, brutale, colora perennemente la bianca ceramica dei cessi.

Ricordi della Croazia che scorrono su quel mare morto che voleva ucciderti, ma io è un altro e un altro quel mare voleva uccidere.

Spingi sempre più forte il gomito contro il cuore e dubiti seriamente della normale certa continuità della vita. L’anziana signora sul boulevard di Nis stava per essere uccisa, l’hai guardata durante, ma si è salvata in un balzo giovanile. Penna pugno di sudore nella mano. Noia e spleen di paranoie che imperversano in un dolore pornografico, schizofrenico e ossessivo. Editori che non rispondono cui si attacca malvagia speranza. Già, hai insegnato l’italiano ai serbi. Vladimir, uno di loro, ha scritto una lettera: “Caro Berlusconi gioco a calcio, corro molto rapido, e vado nei centri commerciali a guardare le ragazze”.

To Serbia. Andy va in Kosovo.

Balcani, Poesia e storie

Pompa di benzina in Serbia meridionale

Di Andrea G. Cammarata

HostelNis. C’è Vladimir, sei appena sceso dalla berlina bianca. Accoglienza sorridente, biondo, bianchissimo, ti stringe la mano: “benvenuto, ma avevi prenotato per novembre, non te ne sei accorto?”. Nell’androne, chinato su una bicicletta, Andy invece controlla le ruote del suo mezzo mentre ne carezza piano il telaio giallo appoggiato su una parete. Domani andrà in Kosovo, ci andrà da solo, senza storie, e passerà lontano dal Gate 31. Lontano dal valico doganale di Brnjak dove i serbi vogliono la loro autonomia.

A Vladimir hai poi risposto che “sì, pensavi fosse novembre”, e ti sei detto il tempo corre, anche il tempo è altro. Bancone della reception e sei ancora ancora appeso di borse e giacche come un attaccapanni viaggiatore. Generalità, documento e registrazione per la polizia, obbligatoria entro 24 ore dall’entrata in Serbia. “Andrea it’s forbidden to smoke everywhere in the hostel”, ti ha detto Vladimir guardandoti serio un po’ fisso negli occhi. “Ok, ok”.

Il dormitorio è vuoto. Quattro letti a castelli giacciono composti e perpendicolari nello stanzone freddo. Poggi i bagagli, passerai la notte solo, ormai è tardi. In cucina c’è Andy. E’ attaccato a Google Earth che controlla il confine kosovaro. Ma tu ancora non lo sai. Bevi la tua Jelen in lattina da mezzo litro, mangi pane e carne all’uso dei Balcani. Scruti da vicino Andy, pensi: se non gli parlo non saprò mai chi è. Stai per desistere. “Where are you from?”, Nuova Zelanda. “Vado in Kosovo in bici, parto domani mattina, voglio ripassare da Pristina”. Ecco che nel mondo ci sono persone che vivono  ti sei detto: “cazzo”. Mostri lui il sito della Kosovo Force, la forza militare di etnia albanese a guida Nato. Leggete insieme i press release. “C’è stato un morto alcuni giorni fa, un serbo. Sei sicuro di voler passare la dogana proprio ora?”. Andy non lo sa: “stay away from the border, fuck men”, risponde in un neozelandese incomprensibile. E glielo dici che non lo capisci quando parla. Risponderà “è così per molti”. Andy non si interessa. L’indomani sarà Kosovo, in bici.

To Serbia. La festa dei rom

Balcani, Poesia e storie

Bambini rom

Di Andrea G. Cammarata

Estate interminabile e il tramonto sui Balcani, post-bellico, lunare, privo di umanità alcuna. Colori elettrici che riflettono la terra fra riflessi spaziali e strane forme geometriche. I bambini incrociano i loro bastoni in una guerra medioevale, picchiano il legno, non loro stessi. Così è la guerra per i territori.

La città respira calma anche oggi, le strade si susseguono piatte, e le persone camminano, leggermente inclinate, con il passo incerto e le caviglie che si spezzano. Abiti fine anni ’80, bianco dei cotoni ingialliti nelle maglie lavorate a merletto e strette al collo per le donne, le giacche delle tute in acrilico per gli uomini. Vecchie automobili, un silenzio puzzolente e sociale. “Boring life”, ti ripetono i serbi.

Si frappone però un senso di pace fra l’aria secca di giorno e le serate appena più umide e fredde. Respiri sempre, te ne sei accorto disteso nel letto ascoltando il soffio affannato dell’ansia. Non ti radi più, penseranno all’Islam quelli che ti guardano?

Piccoli pezzi di pollo, o forse altra cacciagione, sono ammassati in un tegame, li scegli, uno poi l’altro, tutti senza sapore ma teneri. E le birre annacquate si susseguono come i giorni del calendario. Le lattine nuove restano integre e vuote sul tavolo, dove attorno la stanza è vuota. Bottiglie di vetro più in là poggiano sul pavimento in attesa di essere riciclate da qualche d’uno.

Il pomeriggio finisce con una gentile famiglia del posto in mezzo ai rom di Bela PalanKa sui rilievi che dominano Nis. Trovi una comunità, ti sembra sana. Ognuno di questi nomadi nasconde un mestiere, un desiderio, il suo strumento. La fisarmonica nera poggiata sola per terra è del bambino che ti guarda timido. Stringe a sé l’amico grande il piccolo musicista. Accetta di farsi fotografare, forse accetterebbe di più. Forse vorrebbe altro: una parola, un sorriso, una carezza. Non concederai lui nulla di tutto ciò. Sei coperto da un timoroso rispetto reverenziale per persone ancora sane.

Volgi poi lo sguardo verso i monti scansando i riflessi delle luci forti e l’ombra proiettata dell’antico monumento che si staglia sulla piazzetta. Alla base alcuni cannoni fanno da giostra per i bambini, in due ci giocano parlando l’italiano e il serbo. Uno di loro si chiama Dobro, buono, significa nel modo neutro della lingua serba. Salite insieme in cima al monumento, vi attende una lunga scala di legno scuro. Andrea, 11 anni, avrà le vertigini, ti dirà “Torno giù, torno giù”, rassicurandoti con intelligenza dopo aver scrutato un attimo oltre il portoncino affacciato sul vuoto. Attorno altro non c’è che i Balcani.

Il recinto di protezione è basso, pensi cadere sospinto dal vento da Ovest. Scatti due foto, venute male. Guardi la festa rom dall’alto, loro quasi non si vedono. L’Europa da lassù, su quella torretta, è lontana e il tempo non è necessariamente legato allo spazio. Bossi ha chiesto un referendum per la secessione, “non sa quel che dice”.

Cammini a piccoli passi lungo il perimetro della torretta del monumento, è uno spazio angusto che si fa largo solo agli angoli. Lì, dove le forze dei segmenti di cemento si uniscono come due esseri umani legati per sempre, hai un maggior respiro. Percorri il quadrato, nei quattro angoli la sensazione si ripete appagante. Lungo i lati stretti invece a mala pena riesci a mettere i piedi in fila l’uno all’altro. Cammini in mezzo al cielo azzurro in questa zattera di cemento. Ritrovi il portoncino per ridiscendere lungo una così familiare scala a chiocciola. Bandiera serba riposta stropicciata in un angolo buio, e altri antichi arnesi che giacciono inutilizzati. Sfiori saggiandolo l’ultimo tratto di corrimano della scala, “ottimo materiale, ben fatto” ti sei sussurrato con piglio da imprenditore. La custode ferma davanti a te ha chiuso la porta d’ingresso in un solo gesto, “hvala” le hai detto ringraziando.

Dobro gioca sui cannoni della guerra, è quasi muto, ma ha accettato di farsi fotografare. Il suo volto appariva chiaro nel display della tua Lumix con obiettivo Leica, e sei stato severamente soddisfatto di quel tuo acquisto affrettato in un centro commerciale di Sao Miguel. Il flash era scattato puntuale illuminando a dovere l’altra estremità della bocca del cannone, dove il viso di Dobro si riusciva a delineare chiaro e tagliente appena coperto dalle due dita composte nel sengo della V. Come indicare il “vinceremo” di Churchill, hai pensato ricordando un articolo di Repubblica.

Ti allontani zoppicando, anche il tuo di passo è diventato incerto. Non vorresti più muoverti, l’immobilità è ormai una religione. E il ventre è sempre più gonfio.

I rom ballano, li guarda un contadino con il pollice annerito, forse ha il cancro. Fuma. Inclina la schiena verso il taglio dello scalino, vi si poggia sopra con l’avambraccio, il polso gli si scopre, è quindi seduto fra la sua gente. I nomadi ora stanno recitando, un altro ha cantato Michael Jackson, ma è un festival tuttavia troppo istituzionale. “Avranno anche loro una vita noiosa”, ti sei chiesto.

Sei ora nel centro commerciale, il Mercator. Un’anziana signora ti ha salutato un po’ impressionata, “parli tedesco” chiede. “No”, le hai risposto con il mento basso mostrando il profilo in quel sorriso ruffiano privato di un dente. Hai quindi riunito le mani dispiaciuto. La signora era contenta nel vederti scrivere. Avrebbe voluto parlare, ma ha rinunciato con sensata oggettività visto il limite della lingua. E’ stato comunque un attimo febbrile, e la comunicazione c’era. Quelle mani che sventagliavano in diversi modi. Le mani che stringevano più forte il manico della borsa in un pugno serrato in cui scintillavano gioielli di bigiotteria. Il rossetto un po’ sbavato, i colori accesi della sua roba. Il caffé Largo.

Dove hai incontrato anche un’altra signora serba, Danijela, ti ha raccontato che il cyber love esiste nella vita reale. Che lei si è innamorata del vecchio italiano per cui era badante, parlandogli nella stessa stanza in chat, perché utilizzava Google Translate, che era l’unico modo che avevano per comunicare. Si sorridevano spuntando i loro sguardi attraverso i monitor che si fronteggiavano un po’ lontani nel salotto, poi continuavano a leggere la traduzione domotica e incerta che Google affidava loro.

Il fondo del caffè ti riporta ai nomadi sulla collina, non parlerai con nessuno di loro. Come i testimoni di un incidente stradale tal volta noi non conosciamo i coinvolti.

Teoria dell’inclusione.”Drink a beer, go to hell precious life”, ti ha detto il barista con la faccia scavata nella pietra. Rientri in appartamento, c’è una brochure sul divano, “Leadership and organizational change, tha many faces of leadership in change management”, si legge in copertina. Tralasci e pensi che hai fatto male, quella volta, a leggere così frettolosamente la Bhaghavad Gita.

To Serbia. I giorni di Nis

Balcani, Poesia e storie

Edifici a Nis

Di Andrea G. Cammarata

Guardali questi commensali serbi, le mani unite impugnano coltelli di fragile plastica, mangiano a bocconi. Come corvi neri si fronteggiano, con voce bassa sussurrano qualcosa. Non capirai certamente il loro linguaggio ma i loro occhi, puoi guardarli, ricordano ancora la vicina guerra. Una colpa non del tutto espiata, recente, come i peccati che si sono compiuti il giorno prima; che si riproporranno, quasi di certo, a Sud.

“Il Kosovo è nostro”. Te lo ha detto una serba, bibliotecaria che parla americano e per gli americani ci lavora. Con i capelli ramati, lisci, pettinati in un caschetto corto sugli zigomi taglienti che le circondano gli occhi vispi, è comunque seria. Non chiedi lei il nome, sarebbe indiscreto quanto porgerle la mano per una stretta. Ma parlate a lungo, per una volta soltanto. “In Kosovo c’è la storia della Serbia, tu italiano rinunceresti a Roma?”, insiste schiettamente. “La battaglia contro gli invasori turchi è stata in Kosovo. Le nostre chiese, i nostri monumenti sono in Kosovo”. Non le rispondi, stavolta non sembra un tuo diritto. Cerchi però parole in un inglese neutro, che non basta per parlare della guerra passata e della necessaria rinuncia serba alla sovranità di una nazione già riconosciuta come il Kosovo per avere in cambio il biglietto d’ingresso in Europa.

Via dalla biblioteca americana di Nis, velocemente, quasi chiedendo scusa per il disturbo. Passeggi, controlli il telefono. Nis ti scorre accanto come un ruscello: persone, pietre bagnate dall’aspetto mutabile cui si appiglia la vitalità, come muschio infestante uguale e indiferrente.

Il volto è chino verso terra, seduto su una panchina pensi che hai fatto bene a disattivare il roaming: costa troppo, ma non hai più alcuna connessione internet. Mentre “Bocca di rosa” di De André ti carezza per un attimo le orecchie prima che il collo rigido, chino sulla spalla, lasci rotolare sul fianco un auricolare Nokia: la vittoria del profano. Dormi.

Qualche immagine del viaggio verso Nis si fa viva, caleidoscopio dei pensieri. La berlina bianca che correva in autostrada silenziosa spostando un non luogo immobile come lo è l’abitacolo. Le cover song croate alla radio, i motivi pop. Il diesel. Belgrado che gratta la prateria con i suoi palazzoni. Banlieue serbe, orrore urbanistico. Piazzole di sosta, pattume e cani randagi appollaiati che se ne fanno una culla. L’aria sporca, che li coccola impalpabile. Hanno il pelo grigio impolverato, dormono pacifici. Sono soli, come i Serbi e le loro famiglie.

Ancora. Aiuole e mucchi di alberi simili a mazzi di fiori secchi sui tavoli delle mense serbe che si fanno rispettosa muta compagnia. Non cambia in nessun luogo questo mondo diviso. Ma i confini esistono.

Sbarramenti dei Balcani ai caselli dell’autostrada con i loro tetti rossi spioventi, come matrioske svelano forme uguali a se stesse. E la frontiera serba quando arrivi si staglia enorme, timidamente ti indica l’immenso spazio che la circonda.

Fila tutto liscio, i doganieri non si curano di te, dei tuoi affari, del sonno profondo che ti accompagna e che ha privato loro la vista del tuo sguardo. Andrai a Nis, la città conosciuta per la sua torre di teschi serbi, eretta dai turchi durante le battaglie per la dominazione.

Serbia è essere serbo, è credere nell’Europa. Teste rasate: nazionalismo, vigore, pochi sorrisi. Uomini forti e nuovi, in cerca di conferma della rinascente patria. “We’ve the most beautiful girl in the world, we’ve the most good water in the world”, ti ha ripetuto il barista di Nis, con il suo volto fermo scavato nella roccia, gli occhi piccoli azzurri, padre di tre figli, una vita da easy rider per l’europa degli anni ’70, poi la sua “second life” dopo la guerra che ti racconta con strana saggezza.

La connessione internet è ancora assente e stai perdendo del tutto la tua tossicità della vita online. Ospite, dormirai nella casa di “Mac Donald”, dormitorio fast food, inaspettato surreale luogo, dove l’infanzia la fa da padrone. Fontane, elefanti e tigri di plastica a grandezza naturale disseminati nel cortile per la sola gioia dei bambini, diventano invece terribili allucinazioni per gli sbronzi condomini della notte. “Il gioco custodisce i bambini, il gioco uccide gli adulti”, ti sei detto.

E li guardi entrambi affacciato dal settimo piano di questi palazzoni rosati scuro, pensi che fa molto Google Earth, e che potresti zoomare schiacciandoti al suolo.

Ti rivolgi però all’interno dell’appartamento scansando gli strani pensieri. Ora fumerai dentro: è più sicuro. Calzi le scarpe prima di uscire, al ritorno le poserai all’ingresso: “la polvere serba non entra in queste stanze”, lo pensi spesso, ingenuamente. Sono non-luoghi pagati da ONG, le mediatrici e prostitute dell’assistenza sociale.

Incontri solo cristiani ortodossi, giovani e seri che cercano famiglia. Ma la Serbia è donna, e qui non si parla d’altro. Cammini lungo la riva del Nišava, lungo dritto fiume privo di vita,  che nella sua desolante e terribile ovvietà nasconde qualche pescatore agli occhi dei poveri cittadini serbi, chiusi indolenti nei palazzoni che si affacciano sui suoi argini.

Non c’è altro a Nis, i marciapiedi dei boulevard impongono vie programmate sui tragitti segnati per ciechi il cui attrito frena il cammino. Quartieri tratteggiati in maniera netta, scuri come una graticola ardente poggiata su un immenso barbecue. Nissa, come la chiamavano gli italiani: tiepida e avvolta in una conca dai suoi monti.

Ferma il passo, sei stranito, perché alcuni botteghini vendono “Grazia”, scritto in slavo, e anche altri giornali. E’ il modo serbo di venderli: un mercato di giornali, come se fosse merce commestibile. Attorno l’aria si è fatta insopportabile: il fumo della legna arsa nelle case si unisce allo smog delle vecchie automobili. I ceppi spezzati rotolano lungo le strade di periferia. Ed è duro il rumore dell’accetta serba che intercede sul legno ancora vivo.

Lasci intorno quartieri silenziosi. Gli alberi da frutto nei cortili, i cui rami penzolano lungo le strade come arti di corpi senza vita appesi ai cancelli delle case. Sono scuri, colorati del verde militare della Serbia. I frutti, gemme preziose, ti viene voglia di coglierli: mele, prugne, pere, cachi quasi ancora in fiore.

“Scrivi, scrivi, perché lo fai?”, hai risposto a chi te lo chiedeva: “it’s a long story”, liquidando un dubbio legittimo. E Nis resta pavidamente nascosta alla luce tenue riflessa dal suo fiume. Nis o il centro commerciale Mercator, dove si spegne la sera sui grandi pannelli di plastica rossa, confondendosi il sole in un tramonto commerciale.

<<To Serbia. Pola e Croazia (Prima parte)

<< To Serbia. La strada per Nis (Seconda parte)

<<To Serbia. I giorni di Nis (Terza Parte)

<<To Serbia. La festa dei rom (Quarta parte)

To Serbia. La strada per Niš

Balcani, Poesia e storie

Autostrada per Nis

Un anno passerà di lutto prima del nostro matrimonio. 

(Modo serbo)

Di Andrea G. Cammarata

Un sonno allucinatorio mal consola il risveglio presto, forzato. La mattina ora avvolge Pola in un cromo scintillante, l’aria è fresca. E sei già lontano, dentro la berlina bianca che oscilla sulle gomme sgonfie costeggiando le strade a ridosso del confine bosniaco. Oltre c’è una digestione affannata, che offusca la mente dal giorno prima. Chili di sardoncini, marinati non sai dove, e duri a dimenticarsi.

Cominci, è un nuovo “On the road”, tutto quasi europeo, insipido e nichilista. Conti le aquile appollaiate in sequenza sui pali dell’autostrada. Non sono, come credevi, avvoltoi.  Ma oscuri blasoni che impongono follemente, e ancor di più, l’alterigia dell’Est.

Un viaggio verso Belgrado e poi Nis, non termina mai. Oltre il migliaio di chilometri che separano dalla meta, il territorio è identico a se stesso in ogni suo centimetro, un loop continuo ossessionante. Rari campi coltivati, prateria, gruppi di alberi che crescono giovani appena lontano gli uni dagli altri. Simboli identici, simboli naturali, in dono alle nazioni della Penisola, le cui popolazioni, pur parlando la stessa lingua, sono così divise.

Foresta slava soffusa che permea il territorio nei vasti orizzonti, mentre il verde militare delle chiome degli alberi contrasta fra un cielo eterno il giallo della pianura secca di erbacce. Incontrerai solo un animale morto, la cui carcassa giace lungo la strada. E giacerà orribile nella mente. Sterzante e incubata mente. Quindi: sei solo e i pensieri ti lasceranno, i pensieri ti abbandonano normalmente, e tu infine lasci te stesso: solo. Perché i pensieri finiscono in un autogrill Marché, francese. E assaggi un pain au chocolat  per qualche dinaro, mentre il fumo delle sigarette serbe, bianche e affusolate, come quelle dei bambini che si mangiano, ti soffoca. Fumo e aria, ovunque.

<< To Serbia, racconti dai Balcani. Prima parte.

To Serbia. Pola e Croazia

Balcani, Poesia e storie

Mercato di Pola

I Balcani terra dimenticata

Di Andrea G. Cammarata

Lo hai trovato nella tua via, quella che percorri tutti i giorni rinvenendo ogni minimo particolare del cemento che la compone. “Vado in Serbia alle quattro di oggi pomeriggio”, ti ha detto. La berlina bianca è parcheggiata in divieto, la scorgi un attimo, è targata Serbia. Ma lo saluti: “a presto”. Continui per la tua di strada, poi ti volti: “Sarebbe molto beat andarci insieme”, “super beat” risponde lui. “OK ti chiamo alle tre, poi ti dico”. “Sì OK partiamo, ma non farà freddo?”, hai confermato.

Lasci Rimini Nord per l’ennesima volta, e una sigaretta consumata in fretta rimbalza incendiaria lungo la strada prima del casello. La berlina è potente. “Vai a Belgrado vagabondo”, ti sei detto. Chilometri e qualche parola, prima della frontiera Slovena è già notte. Gincane e strade buie, non c’è nessuno per strada. Via verso il confine croato, sarà la volta di Pola. E’ Est. Rifornimento di carburante, pompe di benzina: assolutamente europee. L’aria sa di smog, ascolti chi ti parla della storia dei Balcani. “Tito è morto nel ’80” , “In Slovenia c’è Schengen”. In Croazia invece alla frontiera è uno stop obbligato. Il doganiere alto, imponente, ti parla italiano, severo. Prende i documenti dalle mani come fossero suoi, e li passa allo scanner, li vedi al monitor, mentre digita su Google il nome della ONG per cui lavora Emile. E’ tutto vero: “go”.  Poi c’è n’è un altro: “controllore dei confini”, ti piace chiamarlo così. “Cosa dichiari?”, chiede. “Niente”.

Pola è buia, gli incroci sono facili. Automobili pulite riluccicano veloci. “I trenta: anni indifferenti, come Moravia, come Zeno”, lo hai scritto sul Moleskine, ma è solo un graffio insignificante su una pietra. A Pola c’è un anfiteatro enorme, “è enorme cazzo”, hai ripetuto.  Mac Donald. Parcheggio. Attenzione con la targa serba non è prudente, “i croati li odiano”. Tito è scritto a spray in rosso su alcuni muri. Cammini: c’è un centro antifa’. Suona il rock croato vibrante nell’aria, alcune salite, alcune discese. “Scatto foto, cerco immagini post-sovietiche”, ti sei detto, cercando un perché su questo viaggio.

Hai trovato una ragazza, rossa amica di Emile, che sa il fatto suo. La salutate nel mezzo di un incrocio, quattro piccole vie, poco più in là c’è lo Scandal café. Dove aspetta Borat, uomo della rossa. Si dormirà in casa della nonna, anziana senza un braccio, grande tagliatrice di legna, la più abile nell’arte d’intrecciare capelli.

Sacco a pelo, dorato sacco a pelo. Notte che passa in attesa della luce non filtrata dalle finestre slave. Rocky nero gigante molosso, è tenero non abbaia, si avvicina leccandoti i genitali. La rossa comanda, con la paura negli occhi della guerra.

Allo Scandal la notte è passata nel punto più stretto fra il bancone e l’entrata dei bagni. Persone visibilmente ubriache ti circondano, con ospitalità tratteggiata dalla diffidenza, e orgoglio di essere sopravvissuti a una guerra, e altrettanto per essere in una “polveriera” che può scoppiare di nuovo da un momento l’altro. Origini italiane in ognuno di loro. “Borat”, urla, ma il tono è basso. “E’ stata un’orgia, bambini morti”, e colpisce più forte il bancone con il boccale di birra. Chino sulla schiena esile, porta alle labbra una sigaretta brandendola in punta con le dita sottili, è un pittore, i capelli schiacciano la fronte rabbuiandogli il ghigno traverso e oscuro. La guerra. C’è un suo amico, vuole un contatto fisico con te, insiste, “è la mia puttana, devi scusarlo”, ha detto Borat. Slovenia, Macedonia, Montenegro, Croazia, Serbia, Kosovo, Bosnia: il pittore cerca una nazionalità, “sono apolide, he said”, ciò che hai ripetuto tu a qualcuno, mentre lo chiedevi a te stesso. Borat conosce la vita: “meglio morire senza lavoro, che morire lavorando”, un proverbio della Dalmazia in bocca sua, che la riempie.

Grappa croata, alcol puro, hai i brividi lungo la schiena, arrotoli qualche sigaretta. “I bambini morti. Sono stato nei cimiteri, ho visto le date sulle lapidi 1975, come può morire così giovane”. Borat non ha pace, solo lui parla della guerra. Figlio di un militare ne racconta il controspionaggio, quando non è chiaro il confine fra vero e falso. Le bottiglie ambrate da cinquanta, continuano a susseguirsi in una danza frenetica. Non hanno proprietà, incuranti i bevitori le scelgono riempiendo lucidi bicchieri a metà: in una eterna sbornia post-socialista. La rossa si è addormentata, Borat accompagna il suo sonno rabbioso ascoltandone le ultime parole: “oggi ho guardato il sole per la prima volta, si può vivere di sola luce”.

>>To serbia. La strada per Nis. 

San Marino. Risposte per la crisi, intervista al fondatore di Ecso.

Lavanderia San Marino, Recensioni e Interviste, San Marino

Lorenzo Busignani

Di Andrea G. Cammarata

Per capire dove andrà a finire San Marino, Repubblica vessata dalle infiltrazioni della criminalità organizzata e dal pugno duro di Giulio Tremonti, abbiamo intervistato Lorenzo Busignani, imprenditore e co-fondatore di Ecso (Economia, crescita, sviluppo, opportunità), sorta di piccola Confindustria sammarinese. Sei punti chiave possono riassumere le sue proposte per un futuro migliore a San Marino: apertura delle residenze; apporto capitali dall’estero; abbassamento della Monofase (equivalente dell’Iva in Italia) su alcuni prodotti di nicchia; incremento del Capital Gain grazie alla completa assenza di imposte sui dividendi delle azioni; leva sull’imprenditoria dato il costo del lavoro inferiore; apertura di un Casinò.  Intanto l’operazione di pulizia all’interno del sistema bancario sammarinese continua, grazie al crescente beneplacito da parte delle autorità della Repubblica alle rogatorie italiane. Sulla strada giusta per una maggiore trasparenza in materia finanziaria e lotta alle mafie. 

Ma San Marino può farcela senza segreto bancario?

In Repubblica c’è un potenziale enorme per effetto della pressione fiscale italiana, consideri che qui da noi una società paga il 17% d’imposte nette, contro l’oltre 50% italiano. E’ tutto più a misura d’uomo. 

Non rinuncereste però al rischio che comporta la raccolta di capitali off-shore.

Potremmo sviluppare un mercato di gestione capitali, soprattutto una raccolta interna di capitali ’in-shore’ legati a persone che potrebbero venire a vivere in Repubblica. L’esempio di Dubai, dove sono arrivate 10mila persone negli ultimi sei anni, che hanno fatto investimenti medi di circa 50 milioni di dollari l’uno. Se similmente San Marino, uscendo dalla Black list, diventasse appetibile di nuovo per gli investitori, aumenterebbe anche la raccolta bancaria dei fondi.

E’ la questione delle Residenze…renderle più facili…

Attualmente la legge dice che la residenza è data solo a un soggetto che crea occupazione. Noi diciamo: diamo la residenza a chi crea la ricchezza. Perché chi porta capitali magari non crea occupazione, ma contribuisce al sistema bancario, ciò che fa ’sangue’ per l’organismo economico di San Marino. 

Quindi restiamo su un discorso bancario, ma alternativamente, visto che sappiamo tutti cosa comporta il fatto di far arrivare capitali dall’estero, perché, certo, le persone che si presentano possono avere la faccia pulita ma poi in realtà la criminalità organizzata che si nasconde dietro è tutt’altra cosa, ci sono delle alternative che proponete?

In questo caso bisognerebbe istituire una commissione ad hoc, italo-sammarinese, che riesca a guardare il ‘pelo nell’uovo’ del soggetto che vuole la residenza. Altre proposte sono la liberalizzazione di determinati settori merceologici tramite la ’Smart-card’, uno strumento che consente sconti extra da riutilizzare esclusivamente per gli acquisti a San Marino. In certi prodotti come i profumi si potrebbe portare l’aliquota al 5%. Cioè creare settori ’civetta’ che possano attirare flussi di potenziali acquirenti da tutta Italia. 

Mi lascia un commento in merito alle istituzioni sammarinesi, sappiamo da poco che due vostri ambasciatori, e banchieri, indagati per riciclaggio, si sono dimessi [Espr3]. Non vi è venuto il sospetto che anche altre mele marce nascoste nelle istituzioni possano essere in conflitto con quello che è la criminalità organizzata? 

Conosco poco l’argomento, comunque i procedimenti sono in corso, ed è ancora tutto da capire.

Altre risposte alla crisi non in ambito bancario?

Noi potremmo rinegoziare gli accordi sul Casinò, che darebbero un impulso allo Stato. Consideri che il Casinò di Venezia dà al Comune di Venezia circa 500 milioni all’anno diretti più l’indotto. Poi c’è tutto un discorso industriale, a San Marino il costo del lavoro è diventato più basso che in Italia. E in questo momento con la disoccupazione, che non abbiamo mai avuto a San Marino, ci sono dei contratti speciali per il personale in mobilità, che permettono un costo della retribuzione all’azienda di 8-9mila euro l’anno nei primi nove mesi. Il costo del lavoro è nettamente competitivo, le imposte sono meno di un terzo di quelle italiane, e la burocrazia più snella. Anche il costo degli immobili per effetto della crisi è sceso. Si può portare il settore manifatturiero a grandi livelli. E San Marino può tornare a crescere sull’8-10% di Pil senza problemi.

Come la vede la manovra Tremonti-Berlusconi che vuole aumentare dal 12,5 al 20% l’imposta sulle rendite finanziarie?

Lei consideri che da noi a San Marino l’imposta sul Capital Gain è zero, solo con questo potremmo crescere a livelli spropositati. Con la trasparenza che si sta creando abbiamo acquisito la credibilità per iniziare a operare in modo serio e competere con le altre piazze affari. I trailer potrebbero venire a operare da qui, come privati o perché aprono una società SGR – società gestione risparmio -, con un aliquota sul Capital Gain nulla.

E Giulio Tremonti come lo vede?

Siamo contrari al ministro Tremonti perché ha agito con cattiveria nei confronti del nostro popolo, ma siamo contenti di questa crisi perché ha pulito San Marino dall’immagine che aveva di piazza finanziaria legata ai capitali sporchi. Adesso stiamo pulendo il Paese e, grazie alla trasparenza che si è venuta a creare, potremo ricominciare a crescere.

‘Le Monde’ spiato dai servizi segreti di Parigi: il ministro Guéant nell’occhio del mirino.

Oltralpe

Liliane Bettencourt

Di Andrea G. Cammarata

Il controspionaggio francese ha avuto accesso ai tabulati telefonici di un giornalista di ’Le Monde’ per cercare di confinare una fuga di notizie durante l’affaire Woerth-Bettencourt [Wiki]. A sostenerlo questa mattina dalle pagine del suo sito è proprio l’autorevole giornale francese. Agli atti della magistratura d’Oltralpe ci sono infatti due richieste della Direzione Centrale Informazione Interna (DCRI, controspionaggio) inviate all’operatore telefonico Orange con stampato il timbro “confidenziali”, e prontamente evase.

Il noto quotidiano francese aveva sporto denuncia alle autorità già nel mese di maggio, costituendosi parte civile per “violazione del segreto delle fonti”. La patata bollente è per ora in mano al giudice Sylvie Zimmermann, un caso d’ingerenza nella libertà di stampa, da parte dei servizi segreti di Parigi, che sembra destinato a divenire una questione di Stato. François Hollande, candidato socialista alle primarie, giovedì scorso ha commentato con preoccupazione che “questo comportamento deve essere denunciato. Nicolas Sarkozy voleva essere a capo di una Repubblica irreprensibile, -ma- è alla testa di uno Stato sospetto“. Intanto c’è chi si chiede se questo non sia il solito caso di giustizia, e stampa, ad ’orologeria’, scoppiato proprio non lontano dal primo turno delle primarie [Lettera 43], fissato il 9 ottobre prossimo.

L’affaire Bettencourt veniva invece allo scoperto il 16 giugno del 2010, al seguito della pubblicazione di alcune registrazioni illegali, divulgate dal giornale online ‘Mediapart’ e svolte dal maggiordomo di Liliane Bettencourt, azionaria di maggioranza del gruppo L’Oreal. Lo spionaggio ’domestico’, una volta autentificato, interessò la magistratura d’Oltralpe che aprì un’inchiesta. Oltre i sospetti di frode fiscale nei confronti di Liliane Bettencourt, nel mirino dei magistrati entrava anche Eric Woerth, ministro del lavoro e sposo di Florence, impiegata contabile nella società di gestione del patrimonio Bettencourt e dell’azionariato L’Oreal. Ne risultava all’opinione pubblica un conflitto di interessi non da poco, e Florence Woerth, interrogata, riferì ai giudici anche un possibile finanziamento illegale per la campagna presidenziale di Nicolas Sarkozy.

Nello stesso periodo, fra il 12 e il 16 luglio 2010, il controspionaggio francese ha avuto accesso ai tabulati telefonici di Gèrard Davet, collaboratore del quotidiano francese. Volevano scoprire con chi stesse parlando il giornalista. E Orange, operatore telefonico, fornisce in tutta risposta le bollette telefoniche dettagliate del giornalista: con geo-localizzazione, ora, numero e data, delle chiamate in entrata e uscita, passate sul suo telefono in quel periodo.

Gli 007 hanno agito all’indomani dell’edizione del 18-19 luglio 2010, quando ’Le Monde’ aveva pubblicato le dichiarazioni rilasciate alla polizia da parte di Patrice De Maistre, mentore di Liliane Bettencourt. L’informatore di ’Le Monde’ sembra essere David Sénat, consigliere dell’ex-ministro Affari esteri Michèle Alliot-Marie, che a fine 2010 era stato messo ’a disposizione’ dalla magistratura [L’express], proprio perché sospettato come autore delle fughe di notizie inerenti il caso Bettencourt.

Ieri il ministro dell’Interno Claude Guéant ha confermato alla stampa che il DCRI, al tempo, aveva effettuato dei “controlli su alcune comunicazioni telefoniche, cosa totalmente differente dalle intercettazioni”, aggiungendo che “si cercava chi stesse divulgando le notizie dall’interno dell’amministrazione delle procedure giudiziarie, che è un fatto assolutamente scandaloso”. Pilatesco, Guéant ha poi concluso spiegando che “c’è una denuncia da parte di ’Le Monde’ e la giustizia dirà cosa è successo”.

L’Eliseo è perciò sotto accusa [L’Express] da parte del quotidiano per aver sollecitato i servizi segreti a indagare su un proprio collaboratore. Uno dei consiglieri di Sarkozy si è astenuto da qualsiasi commento su quello che – ha detto – è da ritenersi solo un “affare giudiziario in corso”. Anche il resto dell’entourage del Capo di Stato francese non ci tiene ad alimentare il dibattito su quanto riferito dal ministro dell’Interno: riserbo assoluto.

Ma intanto voci vicine a Sarkozy, indicate da ’Le Monde’, pensano ad un eventuale allontanamento di Bernard Squarcini, capo del DCRI. E lo storico giornale aspetta le evoluzioni continuandosi a domandare se “l’affaire non arriverà fino a Claude Guéant, uomo vicino a Squarcini, nonché al tempo – della spiata – Segretario dell’Eliseo”.

‘Tette e calzoncini’: il marchio olandese di lingerie sexy per bambine è anche in Italia, paura pedofilia.

Notizie

Reggiseni bombati per bambine in vendita nei grandi magazzini, e catalogo con foto ammiccanti in Rete: pose sexy e futuro da veline. Il web in rivolta grida allo scandalo pedofilia. In Italia uno dei rivenditori del marchio olandese “Boobs and bloomers” è il fashion store Coin, che dalla sua pagina fan di Facebook spiega di non essere al corrente della campagna pubblicitaria osé sui reggiseni Push up e micro-slip. Partite le segnalazioni verso l’istituto di autodisciplina pubblicitaria (IAP), e aperta la campagna di protesta di Libera infanzia.

Di Andrea G. Cammarata

Mascara, rossetto, pose ammiccanti, e lingerie sexy per bambine. Sono gli ingredienti del catalogo di “Boobs and Bloomers”, marchio olandese che commercializza anche in Italia biancheria intima per i più piccoli. Fra i prodotti osé c’è anche il reggiseno Push-up, bombato, sopperirebbe alle mancanze delle innocenti creature. Argomento degno del più celebre dei romanzi di Vladimir Nabokov ‘Lolita’, ma non è un caso di letteratura. Piuttosto si potrebbe parlare di apologia di reato?

“E’ uno sfruttamento minorile” grida invece il popolo della Rete, in rivolta già da giorni contro un caso destinato a suscitare non poche polemiche. Sì perché qui la pedofilia c’entra, eccome. Le bambine fotografate nel catalogo “tette e calzoncini”, questa la traduzione dall’inglese del nome della linea di biancheria intima, non paiono in alcun modo intente a giocare a ‘Un due tre stella’, al contrario sono in posa sopra sontuosi letti, indossano baby-doll, e guardano l’obiettivo in modo provocante. Quale sia l’intento ricercato dal gruppo Body Cover per questa campagna pubblicitaria è difficile a dirsi. Di certo c’è che le foto del catalogo disponibile sul Web sembrano richiamare più facilmente quelle di un sito porno. Pubblicità che richiama l’osceno e, come nelle réclame per gli adulti, il corpo è sempre più in risalto del prodotto.

Il nome della linea “Boobs and Bloomers”, che spicca più volte nel catalogo contornato da una grafica tutta rosa, presenta una calligrafia peraltro piuttosto dubbiosa: come è scritto il corsivo si legge “Boabs Bloomers”, ma in realtà è, come detto, “Boobs”: tette.

Il blog ‘Un altro genere di comunicazione’, che si occupa di raccogliere segnalazioni di immagini lesive o gender-friendly, ed è stato fra i primi a lanciare l’allarme “Boobs” in Italia, ha parlato della tendenza a una “cultura che normalizza l’attrazione verso donne sempre più giovani”. E non sono mancati cenni allo scandalo Ruby. La memoria corre indietro ai giorni Pecorella, avvocato del presidente del Consiglio, che, intervistato dal ‘Mattino’, propose un escamotage legale per Berlusconi: l’abbassamento della maggiore età. Facili allusioni, ma meglio non abbassare la guardia. Proprio dove ha sede la linea di lingerie sexy per bambini, in Olanda, nel 2006 si era costituito il partito pro pedofilia che propugnava un programma scabroso fra cui spiccavano la liberalizzazione della pornografia infantile e dei rapporti sessuali fra bambini e adulti.

La pubblicità di Boobs and Bloomers è una “Campagna lesiva” che sta “rendendo gratuito anche lo sfruttamento del corpo infantile”, continua l’autrice del Blog ‘Un altro genere di comunicazione’, che ha lanciato anche una campagna di protesta ( comunicazionedigenere@email.it ).

Qualcuno, poi, dovrebbe aver visto la pseudo pedo-pubblicità anche su grandi cartelloni affissi per le strade italiane. E dovrebbero essere quindi arrivate le prime segnalazioni allo Iap (Istituto di autodisciplina pubblicitaria).

In Italia i prodotti “Boobs” sono commercializzati anche dal noto fashion store Coin. Sara, utente Facebook, si è spinta fino a scrivergli sulla bacheca della pagina fan: “Vergogna! La collezione Bloobs & Bloomers è un’incitazione alla pedofilia”. Ma il facebooker Coin le ha risposto che il magazzino si è limitato “alla scelta di alcuni prodotti del marchio, che visti fuori dal contesto della pubblicità non destano alcun possibile fraintendimento e non hanno componenti pruriginose”. Anche Eleonora non l’ha buttata giù: “…mi chiedevo la Coin dal punto di vista ‘buyer’ che compra un marchio dedicato a bambine non ragazzine bambine, che vende reggiseni imbottiti e mini slip a che target di clientela si riferisca …C’è anche la responsabilità di chi compra”.

San Marino dimissioni degli ambasciatori Amati e Pasquini, nuove prospettive accordi bilaterali

Lavanderia San Marino, San Marino

Uno dei castelli di San Marino

Di Andrea G. Cammarata

Dunque, scopriamo che un altro dei diplomatici-banchieri di San Marino viene dall’essere sollevato dal suo incarico politico, la seconda mansione gliela aveva tolta invece la magistratura italiana con le manette, il mese scorso. Lucio Amati: presidente del Credito sammarinese era stato indagato dalla Procura antimafia di Catanzaro, durante l’operazione ‘Decollo Money’ che ruotava attorno al riciclaggio dei fondi del narcotraffico della ‘ndrangheta nella Terra delle libertà.

Altro nome eccellente: il conte Enrico Maria Pasquini, che ha offerto a sua volta ieri le dimissioni dall’incarico di ambasciatore in Spagna e Malta. Pasquini controllava una della storiche fiduciarie della Repubblica: la San Marino Investimenti (Smi), era finito anche lui nel centro del mirino della magistratura per un’inchiesta di riciclaggio [Espr3], più di un anno fa.

Ambasciatori di San Marino sembrerebbe con il pallino della finanza lavandaia, mentre lo staterello dell’entroterra romagnolo salta per aria, e dal governo dei tre monti ci si aspetta di sapere anche quante altre mele marce al suo interno siano eventualmente in combutta con la criminalità organizzata, o comunque dedite a favorire gli esportatori italiani di nero.

Intanto lo Stato resta in Black list obbligando gli imprenditori del Belpaese a comunicare mensilmente tutte le operazioni di acquisto e vendita al fisco italiano. Cosa che non giova quell’evasione ‘tecnica’ all’italiana. Resta loro però qualche speranza. Il segretario Affari esteri, Antonella Mularoni, reduce da un’incontro con il ministro Romani, ha detto ieri in conferenza stampa che esiste “l’impressione che finalmente ci siano le condizioni per giungere in tempi brevi all’uscita di San Marino dalla Black List e alla firma del protocollo di modifica contro le doppie imposizioni fiscali”. Altri sentori di miglioramento: il 24 agosto è stato firmato un accordo bilaterale sul reciproco riconoscimento dei titoli universitari per il proseguimento degli studi. E Frattini, a Rimini in occasione del meeting di Cl, dove parte dell’establishment italiano è passato, ha detto al suo omologo sammarinese che “l’obiettivo è riprendere con San Marino un dialogo serrato per avere entro autunno, pronti per la firma, gli accordi sulla collaborazione tra forze di polizia e sulle doppie imposizioni”.

Restano parole, intanto il capo della Gendarmeria del Titano (Rsm) e colonnello italiano, Achille Zechini, sembra sia stato messo sotto inchiesta dalla magistratura locale – ricordando che anche i magistrati sono tutti italiani in ‘prestito’- per un caso di presunte intercettazioni irregolari, svolte da un suo subordinato nei confronti di alcuni segretari di Stato sammarinesi.

Altro. La svalutazione dell’euro non invoglia più a portare il denaro da quelle parti, da dove peraltro sono usciti già 4.5 miliardi solo con lo scudo fiscale del governo Berlusconi. La Banca centrale sammarinese ha divulgato l’ammontare della raccolta di fondi nelle casse degli istituti di credito del territorio: neanche otto milioni di euro da fine marzo al 30 giugno, perdita di 310 milioni di euro che comprende: diminuzione del 5% del flusso capitali e calo dell’occupazione. Ma, commentano gli analisti, i dati offerti dall’istituto Centrale non comprendono il flusso di contante, che, va da sé, comprende il nero. La raccolta del contante la svolgono, per conto, gli istituti di credito italiani, perché a San Marino non c’è un caveau. Fortuna: scrivono a Sammarino che “il sistematico ricorso al sistema bancario italiano è stato concausa dei vari interventi della guardia di Finanza e dell’autorità giudiziaria italiana”.

E quanto si aggiunge a buon pro della magistratura che negli ultimi anni, anche grazie al pugno duro del ministro del Tesoro Tremonti – che del potenziale ‘criminogeno’ di San Marino è un profondo conoscitore…[Ci lavorava] – , si è vista più facilmente rispondere sì alle rogatorie con le quali faceva domanda d’indagine.

La pulizia interna sammarinese è un susseguirsi continuo d’inchieste cui le parole ‘mafia’, ‘camorra’, ‘ndrangheta’, fanno capolino sulla stampa locale costantemente. Roberto Galullo, giornalista del Sole 24 ore, esperto di criminalità organizzata, ha descritto uno degli apici toccati in Repubblica con un inchiesta della Dda di Catanzaro che illustrava una presunta rete di narcotraffico internazionale, capitanata da camorra e ndrangheta in combutta con i narcos sudamericani, legata a San Marino sia per gli spostamenti di denaro ma anche per l’acquisto di armi da combattimento e giubbotti antiproiettile.

“Pubblicato in esclusiva su L’Indro www.lindro.it e qui ripubblicato per gentile concessione”

Cavie umane in Guatemala negli anni ’40, commissione Obama: “almeno 83 morti”.

Diritti umani, Salute
Casi d'infezione forzata

Casi d'infezione forzata

Migliaia di guatemaltechi furono infettati con il batterio della sifilide durante diversi studi di ricerca sugli effetti della penicillina 

Fra il ’46 e il ’48 la Sanità Usa in Guatemala inoculò intenzionalmente, e senza consenso dei soggetti trattati, la sifilide. Le cavie erano malati mentali e persone vulnerabili che furono poi incoraggiate dai medici americani a trasmettere la malattia infettiva. La commissione d’inchiesta voluta da Obama fornisce le prime conclusioni.

Di Andrea G. Cammarata

Uno studio di ricerca della Sanità americana in Guatemala provocò la morte di almeno 83 persone, lo confermano le prime conclusioni della commissione d’inchiesta voluta circa un anno fa da Barack Obama. Una vicenda che risale agli anni ’40, quando almeno 5500 guatemaltechi furono sottoposti a una macabra sperimentazione che avrebbe voluto dimostrare gli effetti della penicillina sulle malattie sessualmente trasmissibili.

Ne sono morti parecchi. “Pensiamo che 83 persone” sono morte, ‘Le Monde’ riporta oggi le laconiche dichiarazioni di Stephen Hauser, membro della commissione Obama. Ieri invece sul sito della Sanità Usa, sezione bioetica, è stata diffusa l’anticipazione del rapporto integrale che sarà rimesso nelle mani del Presidente Usa fra pochi giorni. “Lo studio di ricerca della Sanità U.S. – si legge nell’articolo –  coinvolse intenzionalmente persone vulnerabili senza il loro consenso infettandole con malattie sessualmente trasmissibili”. Amy Guttmann, capo della Commissione, ha detto che l’intento ricercato attraverso l’inchiesta è stato, fra l’altro, quello di onorare “le vittime”. Meglio tardi che mai.

Cavie umane – spiega la commissione bioetica – di cui almeno 1300 sottoposte alla sperimentazione a loro insaputa, e di cui solo “700 hanno beneficiato di una cura”. Il batterio della sifilide e della gonorrea veniva inoculato dai medici in alcune parti del volto, delle braccia, o sulle parti intime. Le vittime erano per lo più persone indigenti, malati mentali, bambini, carcerati, militari, che si offrivano volontari in cambio di cure generiche e soldi, per poi essere spinti dagli untori a “contagiare altre persone”. Ma lo dice la storia medica: non è mai stato provato che la penicillina potesse guarirli dalla sifilide, né prevenire il contagio. 

Eppure le sperimentazioni continuarono per anni con i finanziamenti per la ricerca elargiti dall‘Istituto nazionale della Sanità americano. Susan Reverby, una ricercatrice degli States, è stata la prima a scoprire il coperchio di una pentola chiusa da troppo tempo e a denunciare i fatti avvenuti in Centro-america alle autorità di Washinghton. Non fu l’unico caso segnalato. Il dottor Francis Collin, direttore dell’Istituto nazionale di Sanità Usa, riferiva un anno fa al ‘New York Times’ di una quarantina di simili sperimentazioni durante gli anni ’40, avvenute però tutte in territorio americano. Uno caso, fra gli altri, fu la sperimentazione di Tuskegee [Wiki.], in Alabama, che si protrasse per 40 anni dagli anni ’30 al settantadue. Gli scienziati non curarono appositamente 600 afro-americani affetti dalla sifilide, lo scopo era di verificare gli esiti della naturale progressione della malattia negli individui ammalati. Anche in questo caso le ‘cavie’ non erano messe al corrente di essere affette dalla sifilide.

Il rapporto della Commissione bioetica indica anche gli episodi del 1943 nel carcere di Terre Haute, nell’Indiana, dove i prigionieri furono infettati con il batterio della gonorrea. Di lì gli studi continuarono in Guatemala. Paradosso su paradosso: inizialmente i medici cercarono un effetto ‘a cascata’ infettando le prostitute con la sifilide e la gonorrea e aspettando gli effetti di una “esposizione naturale” della popolazione alla malattia, ma le contaminazioni non furono sufficienti, quindi i medici furono spinti al metodo d’infezione diretto.  Un “crimine contro l’umanità”, inveì – non a torto – quando lo venne a sapere un anno fa, il presidente del Guatemala, Alvaro Colom. E Obama, poi, lo chiamò al telefono trasmettendogli – non scherzate – il suo “profondo compianto”. Anche Hillary Clinton insieme al ministro della Sanità, Sebelius, per l’occasione si scusò pubblicamente.

Algeria, Al Qaeda rivendica attentato terrorista alla scuola militare

Africa

Attentato accademia Cherchell ( Afp)

Di Andrea G. Cammarata

L’attentato dei due kamikaze che si sono fatti esplodere venerdì scorso nell’Accademia militare di Cherchell in Algeria, è stato rivendicato dal gruppo terroristico ‘Al Qaeda nel Maghreb islamico’ (Aqmi). 18 morti e 26 feriti, che confermano le pericolose derive terroristiche nel Maghreb, e alimentano peraltro dubbi sulla reale identità degli insorti libici, almeno stando a un’approfondita analisi proposta ieri da ‘Le Parisien’ e ‘Afp’.

“Regalo dell’Id al-fitr (giorno di chiusura del ramadan)”, è intitolato macabramente il comunicato di rivendicazione da parte di Aqmi, diffuso domenica scorsa, nel quale il firmatario “Salah Abou Mohammed, responsabile dell’informazione dell’organizzazione Al Qaeda nel Maghreb islamico” indica l’Accademia di Cherchell come il “luogo simbolo del regime algerino”. L’attacco dei due kamikaze è avvenuto alcune decine di minuti dopo la fine del digiuno islamico, esattamente alle 19 e 50 del 26 agosto. L’intento dei terroristi è sembrato quello di volere decimare gli ufficiali che si stavano accingendo, insieme agli altri militari, alla cena nella mensa della scuola militare.

Istituita nel 1942 dai francesi, L’Accademia ‘interarmes’ di Cherchell forma l’élite militare del Paese, ed è situata a poche centinaia di chilometri da Algeri nella ex-Cesare, città dell’antica Roma imperiale. Il commento di un analista, apparso oggi su ‘Le Soir d’ Algerie’, indica Cherchell come un obiettivo sensibile che rappresenta sia il potere Algerino ma anche quello internazionale, perché ha storicamente una posizione geopolitica di rilevante interesse, e ad esempio nella seconda guerra mondiale “servì da base aerea per le forze del’US Army”.

Poi nel dibattito algerino inerente l’attentato, si stagliano anche i dubbi su una possibile collaborazione di Aqmi con il Consiglio nazionale di transizione (Cnt) libico. Perché già da diversi mesi i rapporti fra Algeria e Cnt sono severamente incrinati, e il governo di Algeri è accusato dagli insorti libici di sostenere Gheddafi poiché non ha ancora riconosciuto ufficialmente lo stesso Cnt, né ha mai domandato il ritiro del Colonnello. In più il Cnt accusa l’Algeria di avere messo al servizio di Gheddafi una truppa di mercenari, ciò nonostante Algeri abbia più volte in risposta “smentito” le accuse. Sulla questione dei contractors potrebbe esserci un’ipotesi di movente dell’attentato terroristico all’Accademia di Cherchell da parte di Aqmi, che avrebbe quindi colpito la scuola militare per fornire indirettamente aiuto agli insorti libici, ma è solo una nostra supposizione.

Ieri il porta parola del Cnt, Ahmed Omar Bani, a riguardo della questione algerina ha detto con tono di sfida che il Cnt fa una “distinzione fra il grande popolo algerino e il governo algerino. Gli algerini ci hanno riconosciuto come combattenti per la libertà e liberatori del nostro paese”, e ha aggiunto che “verrà il giorno in cui i dirigenti algerini dovranno prendere atto della loro attitudine nei confronti dei rivoluzionari libici.”

Di fatto la confinante Algeria nel corso del conflitto in Libia ha sempre mantenuto una posizione neutrale; come l’Italia ha fatto inizialmente con la politica estera Berlusconi/Frattini: del primo i  “non voglio disturbare Gheddafi” e dell’altro i noi “non esportiamo democrazia” [Espr3]. Lungi così da qualsiasi ingerenza nel regime libico entrambi i governi sono stati accusati dall’opinione internazionale di “pochezza” o “eccessiva prudenza”  – è più diplomatico – ma lo sappiamo, comunque, l’Italia quanto a incoerenza in belligeranza ha un record storico.

Tornando all’ex colonia francese, si stanno intanto accumulando sospetti sulla fuga di Gheddafi in Algeria, ciò nonostante le ripetute smentite di Algeri che ha negato il passaggio, venerdì scorso, in territorio algerino di un convoglio di sei Mercedes con a bordo il Colonnello e la sua famiglia.

“Pubblicato in esclusiva su L’Indro www.lindro.it e qui ripubblicato per gentile concessione”

Link consigliati:

Se il governo algerino condanna gli attentati terroristici all’estero ma non quelli sul proprio territorio.

http://www.lematindz.net

Rivoluzione in Algeria e occhi su quella libica, il Cnt verso un partito islamista sul modello turco:

http://www.lequotidienalgerie.org/

Nigeria, attentato sede Onu. Scontri civili e terrorismo.

Africa, Nigeria e petrolio

Di Andrea G. Cammarata

Un attentato è avvenuto oggi nella sede dell’ONU di Abuja, capoluogo centrale della Repubblica federale nigeriana. 18 morti e diversi feriti causati dall’esplosione di un’autobomba all’ingresso degli uffici del palazzo inter-governativo. Ancora nessuna rivendicazione ma i sospetti sembrano indicare la setta islamica Boko Haram, lo riferisce il sito ’Jeune Afrique’.

In concomitanza con l’attentato di Abuja in un’altra città del Nord del Paese, a Gombi, si sono verificati attacchi a banche e commissariati, scontri che hanno causato una decina di morti. “Hanno rubato le armi dai commissariati e svaligiato una banca, gridavano Allah Akbar e riteniamo che si possa trattare di membri di Boko Haram o semplicemente di insorti”, ha detto un residente di Gombi a ’Jeune Afrique’.

Boko Haram, che letteralmente significa “vietata l’educazione occidentale”, s’identifica con Al Qaeda ma non ha legami effettivi con essa. La setta rievoca un altro gruppo islamista attivo negli anni ’80 in Nigeria, chiamato Maitatsine. “Giovani determinati a morire per dio” che inneggiavano, come Boko Haram, ad un “ordine islamico totalitario”. Questi gruppi islamici sono soliti attaccare la comunità cristiana e lo Stato federale. Attivi nel Nord nigeriano a maggioranza musulmana, sono riusciti ad imporre la legge islamica in 12 dei 36 Stati della Federazione.

L’etnia maggiore Hausa Fulani, più povera, è in costante conflitto con la popolazione cristiana del Sud [Espr3] – dove c’è il petrolio – che “si caratterizza peraltro per una maggior produttività e una maggiore emancipazione culturale”. I musulmani rappresentano il 50 % della popolazione nigeriana, il restante è invece di fede cristiana. Spiegano gli analisti che il Federalismo di Abuja, attuale capitale, è causa delle ineguaglianze “nell’allocazione delle risorse a livello regionale che causano i conflitti civili”. A proposito, la guerra del Biafra nel 1967 espresse uno dei primi tentativi di secessione della Regione sud-orientale abitata dall’etnia Igbo.

La sede colpita dell’Onu di Abuja, ospita, fra l’altro, alcuni uffici dell’Unicef, del Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo, e del Organizzazione mondiale per la sanità (OMS). L’Oms fu messa sotto accusa dai capi religiosi musulmani al seguito di una campagna di vaccinazione contro la poliomielite, che nel 2003 stava decimando la popolazione nigeriana. L’organizzazione venne accusata dagli Imam di sterilizzare le donne nigeriane tramite il vaccino contro la polio.

Potrebbe essere un indizio che spiega l’attacco ad Abuja, in un accesissimo clima pre-elezioni presidenziali, e in parte governative, che nei giorni scorsi ha già causato diverse decine di morti cristiani durante scontri etnici in un villaggio vicino Abuja.

Simone Marzocchi, responsabile dell’Associazione Progetto Nigeria, non ha escluso come possibile causa dell’attentato la tesi ’complottista’ dei vaccini, ma – ha aggiunto – “da come è stato attuato sembra un attentato dovuto al clima pre-elettorale”. L’Associazione Progetto Nigeria si occupa di cooperazione allo sviluppo. Sostiene dei progetti locali autonomi, basati sull’acqua-cultura per la produzione di pesce alimentare in vasche artificiali, e svolge attività parallele che forniscono l’accesso al Web (tramite collegamento satellitare), e ristorazione a prezzi solidali. Opera nella zona del Sud-est del Paese, nella regione confinante con il Cameroun, dove imperversano i guerriglieri del movimento per l’emancipazione del Delta del Niger (Mend), attivi dal 2006. Allontanando ogni sospetto dai guerriglieri del Mend [Espr3], “non si può definire il Mend un’organizzazione terroristica” ha spiegato Simone Marzocchi, che in un decennio di esperienze in Nigeria ha avuto diversi contatti con alcuni esponenti del movimento. Il conflitto fra le parti verte invece sulle big del petrolio, Shell e Agip, accusate dal Mend di sfruttare economicamente le risorse petrolifere in disprezzo totale dell’ecologia della zona, “una rivendicazione totalmente legittima” afferma Marzocchi.

Di più. L’Aqmi, altra associazione terroristica dedita ai sequestri di persona [Espr3] nel Nord nigeriano, tiene in ostaggio dal 12 maggio scorso l’italiano Franco Molinara.

“Pubblicato in esclusiva su L’Indro www.lindro.it e qui ripubblicato per gentile concessione”

Link consigliati:

Immagini dell’attentato

Corruzione in Nigeria, il rapporto di Human Rights Watch:

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Press release: http://www.hrw.org/news/2011/08/25/nigeria-war-corruption-hangs-balance

Slovacchia, proposta di legge sterilizzazione donne Rom.

Diritti umani, Razzismo, Rom

Torna a simil memoria lo sterminio degli ebrei cui nel secolo scorso nessuno si preoccupò, in un raggelante laissez faire che fu, tanto quanto lo si sa, appetibile per la presa di potere dei totalitarismi. Quanto oggi le crescenti destre radicali europee fanno leva per il consenso da parte dell’elettorato, su rom e musulmani.

Di Andrea G. Cammarata

Breve parabola. A Bratislava circa un anno fa un militare pensionato, di Rom a colpi di mitraglietta ne uccise sette. Perché occupavano i suoi appartamenti, sembrava la causa, ma poi di vita tolse anche la sua.

Qualche giorno fa la notizia sul web, proposta agghiacciante del partito ultra-conservatore “Libertà e solidarietà”, in quota al governo di centro-destra della Repubblica slovacca. Il progetto, pensato dal ministero del Lavoro, rievoca, senza troppa distanza, parte di quella “soluzione finale” nazista: sterilizzazione o contraccettivi per i rom. La sostanza è, nuda e cruda, così. Vista la crisi incalzante, che non risparmia nemmeno Bratislava, l’astuta risposta scelta dal governo ai costi assistenziali, pare quindi la soppressione degli utilizzatori finali degli stessi: i nomadi. Tradotto: non facciamo nascere i poveri, così non ci costeranno nulla.

“Ufficialmente la proposta è focalizzata sulle persone svantaggiate, ma se si guarda ai criteri del programma possiamo concludere che queste misure sono rivolte ai rom”, ha detto al ’Piccolo’ la sociologa Kriglerova Gallova. E’ solo un’ idea di un piccolo governo ma offre spunti di riflessione per tutta l’Europa.

Per quelle donne che vorranno accedere ai dispositivi della simpatica manovra torci-utero di Bratislava, peraltro gratuiti – se il progetto passa – ci sarà anche l’incentivo in denaro. Quanto a prevenzione in materia di educazione sessuale nulla è previsto. Il problema è estirpato alla radice.

Attenzione. Lo scrive ’Peacereporter’, “nel 2009 la Corte europea per i diritti umani ha riconosciuto a 8 donne rom il diritto a ricevere indennizzi dal governo slovacco per essere state sterilizzate senza il loro consenso.” Già nel 2003 gli attivisti per i diritti umani slovacchi riferivano nel rapporto “Corpo e anima: sterilizzazione forzata e altri delitti contro la riproduzione dei rom in Slovacchia”, che ci furono più di cento casi di sterilizzazioni forzate. Donne sottoposte alla barbarie a loro insaputa durante interventi cesarei, o, sotto anestesia, costrette a firmare il consenso all’operazione. Di più. Ha detto Robert Kushen, direttore esecutivo dell’European Roma Rights Centre (Errc), che il governo slovacco “non ha ancora riconosciuto la responsabilità statale nello sterilizzare donne rom contro il loro volere”. Ma la proposta c’è.

Nella sotto-popolata Slovacchia ( appena 5,5 milioni di abitanti ) vivono fra 200mila e 400mila di ‘scoccianti’ “esemplari” rom, minoranza che tutta Europa sta mettendo sotto accusa. ’Errc’ ha lanciato dal suo sito nei giorni scorsi ancora una volta l’allarme. Si parte dalla Francia di Sarkozy – a proposito – quando un anno fa pose il suo niet agli zingari. Nicolas nel “discorso di Grenoble” presentava il pacchetto sicurezza e per l’occasione scandì anche il famoso virgolettato: “mettere la parola fine agli insediamenti selvaggi dei campi nomadi”. In risposta di recente l’associazione ’Medecins du monde’ ha fornito un documento che illustra ampiamente il fallimento della politica anti-immigrati di Sarkò, prodotto di un dramma sanitario costellato da Tbc in aumento, e situazioni igieniche disperate dei rom, per di più sfollati dalle baraccopoli verso altre baraccopoli di maggior ‘fortuna’.

Abusi e soprusi di una minoranza che, a sua volta, tutti gli europei fanno finta di non vedere, ma che commentano e giustificano in via generale con dei laconici “rubano”. Inutile negarlo e, lo sappiamo, l’Italia non è esclusa. Politici modello Giancarlo Gentilini, ex sindaco leghista di Treviso, che qualche anno fa, durante un comizio, propose soave di “eliminare tutti i bambini zingari”. Ed è recente il rapporto di Human Rights Watch “L’intolleranza quotidiana”, che documenta fra l’altro la violenza razzista e xenofoba in Italia, anche sotto il profilo governativo, e quanto ai rom in particolare. La Ong americana denuncia una situazione del nostro Paese a dir poco vergognosa: “i Rom sono senza dubbio la minoranza più emarginata e vilipesa in Italia”. Si parla di “terrorismo psicologico per i Rom”, o semplice maltrattamento – da parte nostra – delle donne che chiedono elemosina. L’aggressione, poi, con una mazza da baseball, opera di un giovane milanese contro una donna incinta rom, è solo di un anno fa. Più a Sud nel maggio 2008, il caso dei campi rom di Ponticelli, zona d’interesse economico della camorra, dove oggi a seguito delle violenze della popolazione locale e delle evacuazioni delle forze dell’ordine, non risiede più nessun nomade.

“Pubblicato in esclusiva su L’Indro www.lindro.it e qui ripubblicato per gentile concessione”

Cannabis terapeutica: Coltiva Ricerca e brucia.

Ccsvi e sclerosi multipla

La ricerca scientifica ci sarebbe. Il Centro per le colture industriali la coltiva e brucia tutto per legge. Poi, quando è ora di somministrare la Cannabis ai malati, la Sanità si deve rivolgere all’estero pagandola a caro prezzo. 

In sintesi.

Importare il farmaco a base di canapa significa 400-1000 euro mensili di spesa per ogni malato che ne fa richiesta. Ma il Centro per le colture industriali di Rovigo coltiva e produce già la materia prima. Il farmaco potrebbe prepararlo e distribuirlo -per legge- lo stabilimento chimico farmaceutico militare di Firenze, che però non ha fondi sufficienti per farlo. I pazienti devono invece affrontare lungaggini burocratiche per ottenere il farmaco e poi consumarlo in day-hospital, se impediti a portarlo a casa. Altri, a rischio pena, si rivolgono al mercato nero. Intanto in Francia si riapre il dibattito: sostiene l’economista della Sorbona, Pierre Kropp, che legalizzare e tassare il consumo di Cannabis varrebbe un miliardo di euro l’anno per le casse del fisco. 

Di Andrea G. Cammarata

Legalizzare o non legalizzare. In Francia nei giorni scorsi il dibattito si è riaperto sulle pagine di ‘Le Monde’, con l’intervista a Pierre Kopp, economista alla Sorbona, che ha calcolato per le casse dello Stato francese un guadagno l’anno di un miliardo di euro, a fronte della tassazione sul consumo della Cannabis. Ma niente illusioni, non è in atto assolutamente una rivoluzione culturale. Si fronteggia la crisi alla meno peggio, al solito gravando sulla gente. In Europa comunque il consumo di Cannabis, anche a scopo ludico, è altissimo. Uno studio dal National Institute on Drug Abuse, rivela che nel 2007 più di 23 milioni di adulti europei hanno usato lo spinello. Tuttavia la demonizzazione della pianta sacra non ha pace, e in Italia, fra legge repressiva Bossi-Fini e Giovanardi show, anziché andare avanti, si retrocede.

In più per tutto ciò che di serio c’è dietro il consumo di Cannabis a scopo terapeutico, non sta succedendo niente. Ci spiega la senatrice Donatella Poretti, tramite Facebook, che non è seguita “nessuna risposta” alla interpellanza parlamentare con cui è stata fatta domanda al governo per permettere la produzione di farmaci a base di canapa. Perché nel Belpaese per la Cannabis c’è la ricerca c’è la produzione, ma poi si brucia tutto e si compra il farmaco all’estero spendendo sempre soldi pubblici. Il farmaco per i malati non è disponibile in farmacia, non si trova presso i grossisti e non viene stoccato, e bisogna importarlo a forza con tutte le complicanze che ne conseguono. La procedura descritta nella legge art. 2 D.M. del 11-2-1997, indica l’ardita strada per ottenere il farmaco: il malato deve rivolgersi al medico specialista o a quello di base, che a loro volta devono compilare e inoltrare la fatidica “richiesta di importazione” – tramite una farmacia ospedaliera – al ministero della Salute, dove l’Ufficio centrale stupefacenti rilascerà poi il “nulla osta”, osservando caso per caso prima di decidere. Tempi lunghi e costi altissimi. Una scatola di Sativex – spray a base di Cannabis – costa centinaia di euro, e -in base alla normativa- la spesa è rimborsata solo se il farmaco viene utilizzato in ambito ospedaliero, o a discrezione della Asl in questione. Assurdità. Spiegano i malati che per la morfina tutto questo non esiste, si guida, si lavora, e la si porta a casa…

All’Ufficio centrale stupefacenti del ministero della Sanità passano la palla all’AIFA. Rocco Signorile, collaboratore del direttore Germana Apuzzo, spiega fra l’altro che il dato sul numero di richieste del farmaco pervenute al ministero “non è disponibile”, ma si parla di una decina di chili: “alcuni chilogrammi di cannabis importati all’anno”. Il collaboratore ci tiene a sottolineare però che “sarebbe corretto e utile avere un farmaco per l’Italia”,  aggiungendo che allo stato attuale “non ci sono società che hanno ottenuto l’autorizzazione all’immissione in commercio del farmaco”, e che comunque “la richiesta va fatta all’AIFA” (Agenzia italiana del farmaco).

Lo spreco sanitario quindi si descrive da sé. A Rovigo il Centro di ricerca per le colture industriali -unico in Italia- produce circa “15 chilogrammi di Cannabis l’anno, ma il raccolto viene in buona parte requisito e poi bruciato regolarmente dalla Guardia di Finanza”, spiega l’agronomo Giampaolo Grassi in qualità di membro di Medicalcannabis.it. Ciò succede infatti perché “le case farmaceutiche italiane non si interessano ad un eventuale impiego della materia prima”. “Il Centro – continua Grassi – sopravvive solo grazie al supporto finanziario di alcune società estere e di altri attivisti per la causa”. Di più. E’ scritto nell’interpellanza parlamentare della senatrice Poretti e lo ripete anche l’agronomo: In Toscana lo stabilimento chimico farmaceutico militare di Firenze avrebbe tutti i requisiti per trasformare la Cannabis del Centro di ricerca di Rovigo in farmaco. Grassi: “Basterebbe qualche finanziamento sull’ordine dei 20mila euro”, per iniziare a testare il prodotto secondo tutti i crismi che la Sanità mondiale richiede. Ricerca che ovviamente alla fine renderebbe, quanto a tempistica di reperimento del farmaco, più facilità di accesso alle terapie a base di Cannabis, e l’abbattimento dei costi d’importazione.

Un dossier diffuso dall‘Aism (Associazione italiana sclerosi multipla), illustra i progressi della ricerca scientifica. Si parla di potenzialità “neuroprotettive” dei cannabinoidi nei pazienti affetti da questa patologia neuro-degenerativa (SM), e possibilità di trattare sintomi frequenti come emicrania, spasmi muscolari, nausea e vomito. Quindi dimenticate dicerie tipo “la canapa brucia il cervello”, perché -si legge nel dossier Aism- “La cannabis in condizioni sperimentali ha dimostrato di agire favorevolmente su molti complessi meccanismi che determinano l’apopstosi (morte “massiva” dei neuroni), – continua il dossier – per tali motivi farmaci contenenti cannabinoidi sono stati ipotizzati per il trattamento del morbo di Parkinson, della sclerosi laterale amiotrofica, e SM”.

Roberto Furlan, neurologo e ricercatore al San Raffaele di Milano, ha in cura una trentina di malati di sclerosi multipla, di cui circa un terzo fumano la Cannabis, o inalano il Sativex. Pur lamentando una certa esiguità del numero di pazienti osservati negli studi clinici sugli effetti terapeutici della Cannabis, il medico spiega semplicemente che “ci sono molti pazienti che la utilizzano fumandola, perché considerano che abbinare l’effetto voluttuario o ansiolitico gli fa bene”. Il Sativex, in alcuni casi, può essere in più una “blanda alternativa al Baclofene“, anti-spasmico molto potente che ha effetti collaterali fortissimi. Aggiunge il ricercatore che la comunità neurologica italiana ha accolto la Cannabis “in maniera completamente priva di pregiudizi”. D’altronde “questo tipo di sostanze nell’ottocento facevano parte della farmacopea normale”, ha detto il neurologo. Parlando ancora del Sativex, Furlan ci tiene a rassicurare che “sostanzialmente non c’è quell’effetto voluttuario che la Cannabis provoca quando viene fumata”. Tuttavia ci sono pazienti che “rispondono”, da un punto di vista di miglioramento sintomi, in maniera variabile alla terapia con la canapa. La regola insomma non vale per tutti alla stessa maniera. Spiega Furlan che “potrebbe dipendere dai recettori”, che nel cervello di ognuno di noi “legano” il Thc (uno dei principi attivi della Cannabis) in maniera diversa.

Cura palliativa, rimedio della nonna, terapia del dolore, la Cannabis è da millenni universalmente panacea per ogni male. Chi è affetto da sclerosi multipla, sla, tumore, aids, spesso la cerca, la prova, e dice di sentirsi meglio. Racconti aneddotici, esperienze soggettive, abbondano sul web. E non si può comunque negare il diritto di stare meglio e obbligare i malati a giocare a guardie e ladri per ottenere la canapa con il rischio di pene durissime. E’ a questo che il governo non sta rispondendo. E all’illegalità si sovrappone poi il rischio concreto nel consumare Cannabis del mercato nero, che può contenere “ammoniaca, funghi, o essere semplicemente non sterile”, spiega l’attivista Stefano Balbo, malato di sclerosi multipla che da Bolzano ha condotto una battaglia per la regolamentazione della canapa medica unica in Italia. I tagli presenti nell'”erba” del narcotraffico possono seriamente mettere a rischio la vita, già debilitata, di un malato, spiega ancora Balbo.

In viaggio verso le Azzorre. Sao Miguel

Poesia e storie

Invito al viaggio.

Di Andrea G. Cammarata

Mettete in valigia “L’amore ai tempi del colera” di Màrquez, e unicamente per attacamento masochista “Sulla Rivoluzione” di Hannah Arendt. Poi scegliete un buon compagno di viaggio, che vi sia caro, e distribuite ad optimum il carico dei vostri bagagli, saranno uno a testa e di 20 chilogrammi l’uno poiché sapete che con le compagnie low cost non si viene a patti. Pagate online per la prima tratta qualche decina di euro, pronti. A bordo di un bianchissimo Airbus traversate il Mediterraneo muniti di quel distacco altezzoso che compete ogni buon viaggiatore moderno. A terra poggiate i piedi, con quelle tennis di marca di quel giorno in fretta e furia al centro commerciale, alto il mento, e respirate: è l’aria gli odori del nuovo territorio.

Lisbona, meta d’obbligo per giungere alle Azzorre dal Belpaese. Dimenticate intanto che il Portogallo è in crisi schianta, le maldicenze delle agenzie di rating, e iniziate ad assoporare la saudade che impregna ogni portoghese, sentimento che trasuda a suo modo vitalità, come il legno dipinto e scrostato delle navi attraccate nei porti, unto di salsedine brillante che riluccica saporita sotto il sole lusitano. Spendete pochi spicci per accedere alla metro di Lisbona, cogliete con spirito critico la bellezza di quelle mattonelle di ceramica sparse ovunque sulle facciate di storici palazzi sporchi. E giunti alla guest house che avete accuratamente scelto su Internet, la proprietaria creola vi accoglie e vi porge sicura le chiavi della room, “obrigado, obrigado”. Si paga prima. Frugate nelle tasche un centinaio di euro per due notti, “no American Express”. Maledite così quel promoter incravattato che vi ha proposto a Linate l’upgrade per la carta oro, e frusciate il contante sul palmo riverso della locandiera. La cameretta è una cella che si affaccia su di una corte più stretta, dove i motori dei condizionatori fanno caldo e sussurrano oscene cose durante tutta la notte.

Ma l’arrivo non è Lisbona, voi siete diretti a San Miguel, quell’isola che fu di approdo alle baleniere per centinaia di anni, e lo fu per le navi mercantili, ma di cui l’insulsa scoperta dell’aereo arrestò la fiorente vita marinaresca, quando San Miguel non era più il territorio chiave per l’approdo al Nuovo mondo. Siete in quella parte della Maccaronesia invisa ai più, costellazione di nove isole scoperta fra il 1426 e il 1439, nonché arcipelago neoso che cela una vita ferma al primo novecento.

Intanto dubbiosi prima di addormentarvi sareste voi a voler scrivere una guida delle Azzorre, e insoddisfatti come siete per la brevità della guida Touring che avete trovato casualmente sullo scaffale di una libreria riminese, vi affidate certi con il vostro smartphone a Wikipedia, ma rigorosamente nella versione Portogallo.

L’indomani un bimotore trascina al di là del Continente i vostri corpi ormai lievemente epurati da quella italianità pervasiva e onnipresente. Solcate con gli occhi l’oceano Atlantico attraverso l’oblò già conteso con il compagno di viaggio prescelto, fiduciosi trovate un po’ di spazio per accavallare le gambe e sfogliare la rivista di bordo della Sata, l’unica compagnia aerea che collega quasi quotidianamente le Azzorre ai continenti. Mente locale, un veloce bilancio di viaggio: solo di trasporti andata e ritorno siete già sui 500 euro, e a Lisbona non avete lesinato su trattorie e pesce atlantico. Circa quattro ore di volo separano dall’arrivo. Cosa sarà San Miguel? Raffiche di vento ai 200 all’ira, pioggia, caserme dell’esercito portoghese, un ammasso di terra verdissima allungata in mezzo all’oceano come una lucertola quando si arroventa sotto il sole.

Ma l’impressione dell’isola in notturna vi pervade simile al romanzo di Melville, Moby Dick: di locande dai vetri opachi e gente diabolicamente cordiale. Sentite di avere scoperto Atlantide. Bocche di vulcani vi richiamano al suo interno, laghi, spiagge infinite nel Nord di Ribeira Grande e onde di 10 metri, poi verso Est invece bagnate la pelle nell’acqua bollente e ferruginosa delle terme di Furnas. Fanghi e gayser, cibo cucinato sotto terra. Poi il sole comincia a splendere, il primo scivolone nell’oceano, qualche abrasione al gomito. Ogni bagno è un avventura, i baywatch vi puntano come becchini, e insieme sospettate tremendamente della potenza immane dell’onda, di quelle acque scorse da forze e profondità micidiali, ma tiepide tutto l’anno grazie alla corrente del Golfo. Affittate per un mese un attico vista mare di fronte al meraviglioso parco botanico Terra Nostra, vi costa una fesseria, neanche trecento euro in totale. Date quindi una pulita sommaria a quel luogo mai immaginato, sede di un giaciglio coloniale, e terminate con un bicchiere d’acqua del rubinetto per dissetarvi da incombenze domestiche inattese. Diarrea e febbre a 40 gradi, qualche giorno, poi la guardia medica bussa la porta e con un inglese perfetto detta la sentenza: “è un batterio, molti bambini l’hanno preso, bevi molta acqua”. Va bene.

Grazie al segnale Wi Fi ovunque nei bar e la potente fibra ottica dell’isola avete già rassicurato chi se lo merita del vostro recuperato stato di salute. Fatta conoscenza con un ingegnere della Compagnia aerea locale, siete insieme in giro in auto, e ammettete perciò a voi stessi che lui è di pessima compagnia ma anche che il rent a car è troppo complesso. Visitate Lagoa de Sete Cidades, e Lagoa do Fogo. Varcate la porta di Ponta Delgada, centro principale dell’isola dove gli antichi storici edifici costruiti in roccia lavica intagliata vi guardano un po’ oscuri. Magiate tosta mista, nient’altro che un french toast, e bevete birra del posto seduti ai tavolini di un bar, dinanzi a voi sul porto passa enorme un vascello danese, il giorno successivo un imponente imbarcazione militare italiana sbarca i suoi cadetti, fino al momento inquietante dell’arrivo di una nave da crociera, mostro marino che adesso lambisce le fresche coste di San Miguel.

Francia. Rom gli Intoccabili. Il rapporto di Medecins du monde.

Oltralpe, Razzismo, Rom


A un anno dal diktat di Sarkozy, in Francia continuano le espulsioni dei nomadi. Il rapporto di Medecins du monde.

Undici mesi d’inchiesta, al fianco di 281 rom, in quattro grandi città della Francia. Il rapporto sulle comunità nomadi in Francia fornito da Medecins du monde: vita nelle bidonville e case occupate, cui si aggiunge un bilancio sanitario disastroso. Gli “esclusi” -spiega la Ong- vivono in condizioni allarmanti, privati dei loro bisogni più elementari, e accedono difficilmente alle cure. Intanto le espulsioni continuano, ma la densità dei campi nomadi rimane invariata.

Di Andrea G. Cammarata

Quasi un anno fa dalle sottili labbra di Nicolas Sarkozy, capo di Stato Francese, sgorgava il fatidico “discorso di Grenoble”, un piano di sicurezza che avrebbe posto come conseguenza lo stop delle comunità rom in Francia. Sarkozy lo aveva detto chiaro: “mettere la parola fine agli insediamenti selvaggi dei campi nomadi”. Infatti in quell’estate del 2010 trecento accampamenti nomadi sono stati smantellati in fretta e furia dalle autorità francesi, con  il conseguente espatrio -quasi immediato- verso la Romania e la Bulgaria, di rom accusati di reati a vario titolo.

Scrive la ONG ‘Medecin du monde’: in Francia si assiste ancora “all’emergenza di un rinnovato approccio in politica migratoria basato sull’intenzione di nuocere.”

Il dito di Parigi resta quindi puntato fermo contro di loro, i nomadi, considerati dal governo francese fra i maggiori responsabili dei problemi di sicurezza del Paese. Le espulsioni si ripetono senza sosta, e le organizzazioni per i diritti umani denunciano una situazione di allarme massimo. Laurent El-Ghozi, presidente del collettivo RomEuropa, ha riferito duro alla stampa francese che le azioni del governo hanno sortito pochi effetti. “C’è lo stesso numero di rom, di accampamenti e di difficoltà. -Ha aggiunto El-Ghozi- Questa politica è imbecille, inefficace e disumana”.

Poi il corposo rapporto di ‘Medecin du Monde’, che illustra ancora un fallimento sugli occhi di tutti della politica anti immigrati di Sarkozy. Scrive la ONG che in Francia “i rom vivono in un clima di paura, alimentato da intimidazioni ripetute, procedure irregolari di rimpatrio, e controllo sistematico dei documenti”.

Dal 2007 con l’ingresso di Romania e Bulgaria nella Comunità europea, i nomadi sarebbero a tutti gli effetti regolari e non necessitano di alcun permesso di soggiorno. Ma stando a quanto riferisce Medecins du Monde, “sono considerati cittadini di seconda classe, e percepiti come una minaccia”.

In Francia i nomadi si sono stabiliti agli inizi degli anni ’90, e oggi sono circa 15mila in totale, di cui quasi la metà bambini. Il rapporto descrive condizioni di vita disperate: bidonvilles, case occupate, appezzamenti di terra. Nei loro luoghi di vita comune mancano l’acqua corrente, l’elettricità, e i bagni.

Scrive ‘Medecin du monde’ che “la tubercolosi sta esplodendo in Ile de France, non a causa degli stranieri che arrivano con questa malattia, ma a causa delle condizioni di vita che i rom trovano in Francia e che li ammala”.

Solo una donna nomade su 10 ottiene le cure necessarie durante la gravidanza, mentre la mortalità neo-natale è di dieci volte superiore a quella della media nazionale francese, lo riferisce ‘RomEurope’. Il problema delle vaccinazioni poi è un’altra piaga. Fra i 281 nomadi con cui la ONG è stata a contatto durante gli undici mesi di inchiesta, solo l’8% di questi ha dichiarato di possedere un libretto sanitario, e il 30% dei bambini sotto i due anni non ha fatto i vaccini obbligatori. Il 40% della popolazione, in più, non è vaccinata neanche per il morbillo e gli orecchioni. I nomadi non riescono perciò ad accedere ai vaccini fra i più elementari. E nonostante gli sforzi delle municipalità e delle associazioni per migliorare le condizioni di vita nei campi, le autorità non sembrano collaborare in alcun modo.

Nei casi in cui si è cercato -con operazioni congiunte fra municipalità e associazioni per i diritti dei rom- di portare a termine alcune campagne di vaccinazione, le domande alla prefettura “per sospendere le espulsioni e portare a termine la campagna sono restate sempre senza risposta”, ha detto Cendrine Labaume, che ha operato per ‘Medecin du monde’ a Marsiglia. A Saint Denis invece il sindaco della città in replica al “discorso di Grenoble” aveva trovato sistemazione per 65 famiglie, ma già prima di settembre queste persone dovranno andarsene, e in tutta risposta la polizia ha fatto ricevere loro il terribile OQTF, “obbligo di lasciare il territorio francese”.

Le conclusioni dell’inchiesta non lasciano dubbi: “mettere in pericolo in maniera volontaria persone che vivono già nella precarietà, viste le decisioni politiche, non è quindi un tabù in Francia”.

Link:

http://medecinsdumonde.org/mdm/rroms/DP_ROMS_JUILLET2011.pdf

http://www.france24.com/fr/20110721-politique-egard-roms-imbecile-inefficace-inhumaine-sarkozy-hortefeux-rapatriement-tsiganes-roumanie-bulgarie-expulsion

http://medecinsdumonde.org/mdm/rroms/mdm-rroms2011.html

 http://www.romeurope.org/

 http://www.lefigaro.fr/flash-actu/2011/07/21/97001-20110721FILWWW00471-roms-rien-n-a-change-romeurope.php

 http://www.lexpress.fr/actualite/politique/le-discours-de-grenoble-le-nouveau-plan-securite-de-sarkozy_909672.html

 http://www.lexpress.fr/actualite/sciences/sante/roms-un-bilan-sanitaire-alarmant_1014927.html

 http://www.lexpress.fr/actualite/societe/un-an-apres-les-expulsions-de-roms-continuent_1015046.html

Francia. Novartis, Baclofene e cura per l’alcolismo

Oltralpe, Salute

Di Andrea G. Cammarata

Parigi – Si prospetta una nuova terapia per curare l’alcolismo, è il Baclofene. L’intenzione è quella di utilizzare il principio attivo di questo farmaco nel trattamento della dipendenza da alcol. C’è uno studio clinico di ricerca in atto in Francia, e la sperimentazione operativa partirà già a fine anno. Circa trecento pazienti saranno curati all’interno di otto centri specializzati.
Durante la sperimentazione si ricorrerà all’ausilio del metodo in doppio cieco, quindi una parte del gruppo studiato riceverà un placebo e l’altra il farmaco contenente il principio attivo. Il doppio cieco è uno studio randomizzato. Un gruppo di pazienti non è perciò a conoscenza del fatto che gli sarà somministrato il placebo, farmaco privo di principio attivo. Si cerca così di evitare che i risultati della ricerca siano influenzati da impressioni soggettive del paziente. Infatti Philippe Jaury, coordinatore dello studio, prevede che il placebo già da solo potrebbe funzionare al 20%, mentre il farmaco curerebbe la dipendenza nel 40-50% dei casi.

Il Baclofene è uno dei gioiellini della Novartis Pharma, che lo ha messo sul mercato per 40 anni come terapia per il trattamento degli spasmi muscolari dovuti a lesioni del midollo spinale. Tuttavia la Sanità d’Oltralpe non ha concesso ancora alcun protocollo per l’utilizzo del farmaco nel trattamento dell’alcolismo. Va da sé che molti dottori lo prescrivono facilmente già da tempo.

Lo studio sperimentale dovrebbe apportare entro il 2013 delle prove scientifiche sulla validità di questo tipo di cura. Se funzionerà i mercì saranno resi tutti a Parigi, che ha elargito un interessante finanziamento pubblico a favore dell’Università René Descartes. E funzionerà naturalmente se i pazienti smetteranno di bere, o faranno un uso ‘normale’ di alcol, in ottemperanza a quanto stabilito dall’Oms.

La stampa francese ha commentato oggi la notizia riferendosi al libro di Olivier Ameisen, cardiologo divenuto alcolizzato, che scrisse ‘L’ultimo bicchiere’. ‘E me ne andrò…, cantava NikkiMa non fu così per Ameisen che autosomministrandosi dosi massicce di Baclofene – miorilassante – riuscì a liberarsi dalla dipendenza.

In rete è già partito il tam-tam e nei forum dei malati la notizia è stata salutata con parecchio entusiasmo.

Gli esperti invitano comunque alla cautela “le testimonianze di cui disponiamo sono incoraggianti, ma bisogna sapere che il blacofene non funziona dappertutto”, ha detto Jean Pierre Couteron, Presidente di Fedéderation Addiction.
Il Professor Philippe Jaury, lo ha detto chiaro “il medicamento non è che un aiuto, anche se si può rivelare un’ottimo aiuto“.
Concorrono nelle raccomandazioni dei dottori poi, le difficoltà che intervengono durante la cura dei pazienti, cui, oltre la dipendenza alcolica, si aggiungono problematiche “psichiche, mediche, e sociali“.

A termine dello studio sperimentale la Sanità francese potrebbe però permettere i medici di prescrivere ‘in tutta tranquillità’ il farmaco, per la cura della dipendenza alcolica.

Novartis, a sua volta, preparerebbe la compressa in una nuova versione a rilascio controllato del principio attivo, che limiterebbe la posologia a una sola volta al giorno.

C’è ancora un però cui Novartis non risponde, omettendo particolarità non di poco conto. Il Baclofene viene utilizzato già da decenni, d’accordo, ma i pazienti che lo usano lamentano un forte stordimento. E’ utilizzato in medicina, fra l’altro, nella Sclerosi multipla e in quella Laterale amiotrofica. Agisce modulando i recettori GABAb. E produce una sindrome da astinenzain seguito ad una assunzione di oltre due mesi, simile a quella delle benzodiazepine, con sintomi evidenti anche gravi, seppur dipesi dalla velocità con cui si sospende la somministrazione.

“Pubblicato 29  luglio 2011 in esclusiva su L’Indro www.lindro.it e qui ripubblicato per gentile concessione”

Crisi. Cassa Depositi e Prestiti cosa fai per le aziende?

Notizie

Di Andrea G. Cammarata

Giovedì nero per le borse europee, e ansia delle parti sociali per il futuro dell’Italia. Francoforte ha perso l’ 1.07%, Londra a -0.45%, Parigi -0.73%. Mentre Piazza Affari ha brillato come una mina con il Ftse All Share in perdita del 1,28%. Negativi che – scrivono gli analisti – derivano dall’andamento zoppicante delle borse asiatiche, le quali a loro volta indugiano sulla paralisi degli States, la cui crescita riparte con manifesta indecisione e tentennamenti sull’innalzamento del debito. Forte agitazione anche sul deficit dell’Eurozona. Dito puntato sul rating della Grecia, quando ieri Standard’s & lo ha abbassato di nuovo spostando il paese ancora a rischio default. Oltreoceano il Dow Jones ha visto un ribasso dell’1,59%, mentre il Nasdaq è sceso addirittura del 2,65%. A piazza Affari Il colosso Finmeccanica ha pagato invece la scelta del ribasso delle stime per fine anno, con un forte calo dei titoli del 15%.

Bollettino agghiacciante cui si aggiunge l’impennata dello spread Btp-Bund: quello italiano è decollato a 337 punti. 3% in meno quindi rispetto ai titoli di stato tedeschi, e un’altalena che continua a indicare la scarsa affidabilità del Paese Italia. Ma stanno peggio: Spagna, non di molto, a 340 punti di Spread. Portogallo a 828, Irlanda 857 punti, invece distaccano tutti in un baratro senza via d’uscita.

Ieri dalle parti sociali è arrivato un appello congiunto con cui si implora un cambiamento: discontinuità per crescere. “Guardiamo con preoccupazione al recente andamento dei mercati finanziari“. La nota porta in calce la firma dei principali sindacati e associazioni, fra gli altri: Abi, Cgil, Confindustria e Reteimprese italia. Una sveglia, quella delle parti sociali, che suona per chi non ha orecchie. La lirica è sempre la solita: “Don’t let me down“.

Scrivono i firmatari che “Per evitare che la situazione italiana divenga insostenibile occorre ricreare immediatamente nel nostro Paese condizioni per ripristinare la normalità sui mercati finanziari con immediato recupero di credibilità nei confronti degli investitori. Serve una grande assunzione di responsabilità da parte di tutti ed una discontinuità capace di realizzare un progetto di crescita”. Anche Maurizio Arena, segretario di Dircredito, sindacato dei dirigenti di banca, si è unito all’appello, volendo contribuire “in termini di conoscenza e di professionalità, alle iniziative che unitariamente potranno essere prese per dare continuità ad una presa di posizione che rappresenta anche un fatto profondamente innovativo nei rapporti fra le forze sociali“.

Fausto Panunzi ha commentato oltre le reazioni delle parti sociali sul sito ’lavoce.info’ con una nota intitolata ’La discontinuità può attendere’. Panunzi, docente di economia politica alla Bocconi, posa infatti criticamente gli occhi sulla Cassa depositi e prestiti (Cdp), che ha approvato ieri la creazione della Società per le partecipazioni strategiche. Una big Spa, con capitale da un miliardo di euro, che ha come mission quella di investire in quote di minoranza di imprese che siano “di rilevante interesse nazionale“.

L’obiettivo è creare valore attraverso una maggiore efficienza e l’aumento di competitività“, spiega l’economista. Tuttavia non tutte le società saranno benvolute alle grazie del Cdp: “i requisiti delle imprese target sono una situazione di equilibri economico finanziario, adeguate prospettive di redditività e significative prospettive di sviluppo“. Solo big imprese, e solide, quindi.

L’allerta lanciata da Panunzi sostanzialmente indica come di scarso valore l’iniziativa delCdp: così non si opera sul fallimento del mercato. Non è poi il primo tentativo di utilizzare il fondo Cdp a discrezione. Parmalat ne avrebbe potuto beneficiare per essere salvata nei mesi scorsi, e “c’è da pensare che questo -il fondo- sia l’ennesimo strumento per buttare soldi pubblici in operazioni dissennate dissennate dal punto di vista economico e selezionate solo in base a criteri politici“, scrive l’economista. Il buon proposito di crescita del Paese allora ci sarebbe, ma unicamente ad indirizzo unico e di conflitto.

Oggi Giulio Tremonti, seppur in aria di dimissioni per il caso Milanese, ne ha parlato in conferenza stampa in Cdp, spiegando che l’utilizzo del fondo Cassa depositi e Prestiti fa “parte di una strategia complessiva“. C’è tuttavia ansia per le “dimensioni strategiche” delle imprese italiane, che -aggiunge il ministro- “devono essere fatte crescere“. Fiducia nell’euro poi, nonostante la speculazione dei mercati. Ma ancora forti dubbi sulla complessità Europa: “c’è una questione di fiducia su una moneta basata certo sul mercato comune, ma -anche- su 17 governi, 17 parlamenti e 17 opinioni pubbliche“, ha detto il Ministro del Tesoro.

“Pubblicato 28  luglio 2011 in esclusiva su L’Indro www.lindro.it e qui ripubblicato per gentile concessione”

Siccità in Somalia, Cosv “situazione disperata”

Africa

Di Andrea G. Cammarata

Nell’ultimo mese si sono spostati in 40mila, donne bambini, dal Sud della Somalia verso Mogadiscio, i pesi nelle braccia, esili come fuscelli al vento, cercano acqua e di che vivere. Per il Corno d’Africa è la siccità peggiore degli ultimi 60 anni, e sta colpendo 12 milioni di persone in Kenia, Etiopia, Sudan e Somalia. Nelle aride regioni a Sud di Mogadiscio la mancanza di materie prime e dell’elemento vitale è maggiore, in più la milizia islamica Al Chabab la fa da padrone, è già da due anni impedisce l’accesso alle associazioni per i diritti umani, complicando notevolmente le operazioni di soccorso. Fra le poche rimaste operative nelle regioni meridionali, il COSV riesce con i suoi 450 operatori somali a svolgere progetti in aiuto alla popolazione sul campo.

Cinzia Giudici, presidente di COSV ci ha riferito che in trent’anni di operatività in Somalia “non si è mai vista una situazione così disperata“. In merito ai limiti imposti dalla milizia islamica -ha aggiunto- “riusciamo a lavorare perché ci conoscono, ma bisogna stare molti attenti”.

E’ una crisi che -scrivono gli analisti- prima di essere umanitaria è politica. La Somalia, Paese senza un governo centrale da più di 20 anni, “vegeta nell’anarchia“, e la comunità internazionale può di conseguenza intervenire solo durante le urgenze.

Le masse migratorie in questi mesi si sono spostate molto verso il nord-est del Kenia, dove si trova il campo profughi più grande al mondo, Dadaab, abitato da 400mila persone. Altri si stanno dirigendo anche verso l’Etiopia. Oggi a Nairobi (Kenia) si sono riuniti i principali finanziatori di fondi, con l’intenzione di sopperire in qualche modo alla grande carestia che sta devastando il Corno d’Africa. Mancano 1.6 miliardi di dollari, ha detto il Jaques Diouf, direttore della FAO, e 300 milioni ne servirebbero per agire nell’immediato.

Lunedì scorso a Roma, la Presidenza francese ha invece convocato il G20, presenti soprattuto i ministri dell’agricoltura, scarsi i risultati e il budget messo a disposizione è stato minimo. Fra i finanziatori maggiori c’è però la Banca mondiale, che ha elargito 500 milioni di dollari. Il presidente, Robert Zoellick, ha riferito ai giornalisti che in Somalia “è importante agire di urgenza per ridurre la sofferenza umanitaria, ma siamo ugualmente attenti alle soluzioni a lungo termine“. L’opinione di Jean Paul Sornay, a capo di ’ActionAid’, mira d’altro canto a “orientare la ricerca al fine di focalizzarla sulle culture più affermate localmente, perché essa prenda in conto il sapere tradizionale dei cittadini del Sud“.

Sornay ritiene inoltre che non siano state prese misure sufficienti per impedire che alimenti come il mais vengano utilizzati come bio-carburante anziché nutrimento. “La situazione nel Corno d’Africa dimostra ancora una volta che bisogna sostenere le piccole imprese agricole, poiché sono loro che nutrono la maggioranza delle popolazioni nel Sud del mondo, e non l’agro-business che produce alimenti fuori budget per i più poveri”, continua Sornay in un articolo apparso oggi su ’Le Monde’. Intanto la Caritas italiana ha raccolto 300mila euro, e mons. Bertin, a capo della sezione somala di Caritas, ha parlato con preoccupazione di una“situazione umanitaria disastrosa“.

Per la Somalia COSV, associazione umanitaria italiana, gestisce programmi alimentari e sanitari nelle regioni meridionali di Gedo e Lower Shabelle. Nel suo recente rapporto ha pronosticato drammaticamente per la popolazione somala “un rapido deterioramento dello stato di nutrizione nell’arco di un mese“. Cinzia Giudici, presidente COSV, ha spiegato che “sono parecchi mesi che c’è questa situazione di carestia, perché due delle stagioni delle piogge sono andate male: una è stata proprio inesistente mentre l’altra è arrivata molto tardi“, cui va aggiunto l’esito pressoché nullo dei raccolti. COSV aveva allertato la FAO e le organizzazioni internazionali, ottenendo dei supplementi di cibo e medicinali. Ma adesso, spiega Cinzia Giudici, “La possibilità di avere il latte per i bambini e altri sostentamenti è veramente ridotta a zero“. E c’è il problema della mancanza di acqua pulita: “l’acqua dei fiumi non è potabile ed è talmente salmastra da non esserlo neanche per gli animali”.

“Pubblicato 27 luglio 2011 in esclusiva su L’Indro www.lindro.it e qui ripubblicato per gentile concessione”

Sommergibile cinese a 5mila metri

Notizie

Di Andrea G. Cammarata

Un sommergibile si è inabissato nelle profondità marine del Mar meridionale cinese per 5.000 metri, lo riferisce il SOA, l’ufficio della Repubblica Popolare per gli affari marini.
’Jiaolong’ è il nome del batiscafo record che rievoca quello degli antichi dragoni cinesi. Tetto della struttura rigorosamente rosso, il ’Nautilus’ asiatico si è immerso per la prima volta nella storia cinese alla profondità di 5mila metri. Tre soli i membri dell’equipaggio impegnati in una missione durata alcune ore, mentre l’apice della profondità è stato mantenuto per circa trenta minuti.

L’operazione marina ’Jiaolong’ volge, insieme a quelle spaziali e militari, a lustrare gli onori della Repubblica in quanto potenza mondiale, ma soprattutto a incrementare il patrimonio cinese in fatto di materie prime.

La Cina nel 2003 è stato il terzo Paese al mondo a inviare un uomo in orbita. Il sostanziale possesso del debito pubblico Usa e di altre nazioni -secondo gli analisti- dovrebbe allertare -a scanso di equivoci e conflitti di genere- ogni ambizione di rinforzamento bellico da parte della Repubblica Popolare. Oggi l’obiettivo della Cina è accaparrarsi quante più materie prime possibile, non importa dove. Basta vedere quanto e come Pechino abbia puntato gli occhi (e ne abbia abbondantemente affondato le mani) già da anni su petrolio,risorse e mercati nel Continente nero.

Già l’anno scorso il braccio meccanico di ’Jiaolong’ piantò una bandierina rossa nei fondali del Mar meridionale cinese, ricco di gas e petrolio, i cui fondali erano tuttavia oggetto di una disputa di sovranità territoriale fra diversi Stati.

E’ dello scorso giugno l’annuncio, da parte cinese, che Cina e Vietnam si sarebbero accordati per risolvere “pacificamente e attraverso amichevoli consultazioni” la disputa sui fondali di questo mare, con l’obiettivo di “salvaguardare la pace e la stabilità nel mar della Cina meridionale”. Una ‘risoluzione’ che non appare così definitiva come i dirigenti cinesi vorrebbero far credere.

E restano del tutto aperte, invece, le dispute con Filippine, Taiwan, Brunei, Malaysia. Secondo gli esperti, il Mar Cinese Meridionale conserva nei suoi fondali 50 miliardi di tonnellate di greggio e oltre 20 trilioni di metri cubi di gas naturale. La Cina -secondo più grande importatore di petrolio al mondo dopo gli Stati Uniti-, per sostenere i suoi ritmi di crescita, avrà, almeno fino al prossimo decennio, una necessità di petrolio in continua crescita. Bastino i dati dei primi quattro mesi del 2011: 84,96 milioni di tonnellate di petrolio greggio importato, ovvero +11,5% rispetto l’anno precedente.

Dopo l’incidente di Fukushima, che ha messo in forse i piani nucleari cinesi, e la primavera araba, che ha reso instabili gli equilibri dell’area dalla quale il Paese dipende per la gran parte del petrolio che utilizza, la necessità del dragone di trovare soluzioni ‘interne’ è diventata ancora più drammatica. Il prossimo anno ’Jiaolong’ raggiungerà i 7.000 metri.

“Pubblicato Martedì 26  luglio 2011 in esclusiva su L’Indro www.lindro.it e qui ripubblicato per gentile concessione”

Turismo bloccato per Tunisia e Egitto, calo del 50%

Africa

Di Andrea G. Cammarata

Il Mal d’Africa turistico non basta alle rivoluzioni, e sa da una parte le masse egiziane e tunisine festeggiano la primavera araba e il nuovo vento di libertà, dall’altra tour operator, albergatori, e tutto l’indotto generato dall’economia turistica, piangono una crisi di arrivi mai vista.

Crollo delle prenotazioni già preannunciato proprio alle Idi di marzo, quando si chiedeva la testa dei regimi, e di cui oggi inevitabilmente cominciano ad arrivare le prime conferme. Per il ministro del turismo tunisino, questa resta la peggiore stagione della storia del Paese. Non sono quindi serviti a niente i sessanta milioni di euro investiti in una campagna mediatica del governo guidato da Beji Caid Essebsi. Neo Primo Ministro tunisino che ha avuto dalla folle spesa, ritorni irrisori.

Mentre si segnala un calo, fra l’altro del 90%, anche nel flusso dei turisti algerini verso la Tunisia, come scrive in queste ore la stampa francofona. L’’Express’ ha intervistato il portavoce di uno dei big dei tour operator, Thomas Cook, che riferisce di un abbassamento per il gruppo di oltre il 50% nei tre paesi chiave del Maghreb turistico: Marocco, Tunisia, Egitto.

Marocco che con il suo Re, Mohammed VI, benvoluto e accondiscendente, già in grado di garantire stabilità al Paese, ha tuttavia sofferto come gli altri la crisi globale – considerando che il tragico attentato di Marrakech lo scorso inverno è stato in realtà solo un dei punti di picco che andavano già evidenziandosi da tempo nell’andamento turistico del Paese.

Per quanto concerne la Tunisia e le rivolte ’fiorite’ di Piazza Tahir è l’instabilità dei paesi che seppur agognata dal ’Turista nudo’ di Lawrence Osborne, non è invece mai gradita a famiglie e turisti dal paradigma classico. Quelle del volo low cost, del resort all inclusive, del souvenir, del relax. “Le famiglie che prenotavano normalmente in Primavera, quest’anno non lo hanno fatto, a causa delle rivolte“, spiega ancora il portavoce della Thomas Cook. C’è però speranza per i last minute, che potrebbero migliorare le sorti di questa estate ricca di sorprese, fra clima fresco e attentati.

Per quanto riguarda noi italiani nelle mete classiche del Nordafrica mediterraneo, come l’isola Djerba e Hammamet, anche qui il dato di afflusso di quest’anno è naturalmente in picchiata. All’Ufficio del turismo tunisino di Milano il silenzio attorno alle linee telefoniche è un segnale chiaro. Il portavoce, Frej Fekih, ha risposto per ’L’Indro’ ad alcune domande: “Il turismo è calato in seguito alla rivoluzione, i dati definitivi non sono stati ancora pubblicati, ma li stiamo aspettando dalla sede di Tunisi“. L’anno scorso, per la Tunisia, si parlava di “160mila arrivi dall’Italia“, mentre quest’anno l’abbattimento è fortissimo. “Stiamo riprendendo lentamente, con pubblicità e azioni mirate, speriamo nella ripresa nel 2012“, ha affermato il portavoce concludendo fra l’altro che “non è stata confermata una campagna pubblicitaria fra il Ministero del turismo tunisino e quello italiano“. Si aggiungono poi le notizie di alcune famiglie, vittime di aggressioni compiute addirittura da parte della Polizia tunisina, indicate oggi da ’Le Quotidien d’Oran’. E il risultato ottenuto intanto è la chiusura di almeno 130 strutture ricettive, con il conseguente licenziamento di circa 2mila dipendenti, al 10 giugno scorso.

Diversa la situazione per l’Egitto, che riesce a far fronte alla crisi dei viaggi un po’ meglio, visto le destinazioni alternative al Cairo, dove i fomenti di piazza persistono. Il clima caldo tutto l’anno, Sharm, e le crociere nel Mar Rosso, sono infatti condizioni e mete che continuano ad attirare turisti, se pur in maniera minore. Andrea Giannetti, Presidente di Assotravel, spera in un possibile miglioramento per ciò che riguarda l’outgoing italiano in Egitto: “l’Egitto ha recuperato circa il 40% rispetto ai valori ottimali“, anche se prima dell’estate è stata “una tragedia“, con cifre anche al “30% del globale” mentre per i valori esatti si attende il consuntivo a settembre. Anche in Tunisia l’andamento del turismo italiano, calcolato a inizio mese, dava un calo del 50%. Come Paese Italia -spiega Andrea Giannetti- “Facevamo circa un milione e 400mila persone di visite per l’Egitto” ogni anno, ciò che a 700 euro a persona di media per pacchetto viaggi, e un calo anche solo del 50%, non restituisce cifre da capo giro come mezzo miliardo di euro.

“Pubblicato Lunedì 25  luglio 2011 in esclusiva su L’Indro www.lindro.it e qui ripubblicato per gentile concessione”

Indro

Recensioni e Interviste

Questo è il modo in cui ho cercato di ricordare la morte di Indro Montanelli

Di Andrea G. Cammarata

Indro Montanelli. Dieci anni passano oggi dalla sua morte, e sono dieci anni senza il suo giornalismo, senza uno degli esempi più illuminanti del novecento italiano. Ma Indro vive, vive con semplicità decisa in chi lo legge, in chi come giornalista, e non, lo apprezza. Ancora nitida e trasparente la sua immagine, come lo è il racconto della sua vita nei suoi libri. Indro, che ti porta con sé fino alla fine. Indro, l’Italia e la sua ‘Storia d’Italia’, che lui così mirabilmente ha saputo trasmetterci. Indro che incarna sereno la migliore Italia che fatica ad emergerelaicalavoratricedecisa. La sua corposa testimonianza professionale, oltre che letteraria, storica, con cui ha nutrito e nutre il giornalismo; linfa vitale di cui -oramai non più- la stampa si fa spalla imitando quel senso di responsabilità, che -così chiaro- era impresso in lui.

Non dimentico di essere autore, testimone del suo tempo, egli ha abbracciato i Lettori con massima solidarietà e spirito di comprensione. Senza ipocrisie, né tantomeno vana modestia, i suoi articoli sono provenuti tutti esattamente con la stessa giusta forza, prescindendo da dove egli fosse seduto stretto nella sua penna: dalla direzione di un giornale, bettola, campo di battaglia, alla qualsiasi onorevole stanza in cui avesse respirato. L’Io di Montanelli: quel caro senso egocentrico bene accetto ai romantici e poi ai nichilisti tedeschimedesima prima persona vivissima nei suoi articoli, ma educata e corretta come lo è a sua volta il “tu” anglosassone negli ambienti ideali.

Uomo, Indro Montanelli, con la stessa forza nichiana e al tempo stesso perdonismo italiano, di cui non ne ha fatto strumento ma semplice ammissione dei propri errori. Spiega e rispiega e si domanda: l’abbandono del fascismo, che tanto discute in ‘Soltanto un giornalista’. Zampilla poi l’ironia nei suoi pezzi, ti lascia sorridere il giornalista con irriverenza e lo sbeffeggio dei nomi, delle colorate particolarità somatiche, descritte con sana direzione. Finesse e realismo francese, meritocrazia e chiarezza d’esposizione americanarude ed elegantemente volgaredi corpo come un contadino italiano: Montanelli è riuscito ad essere insieme tutto questo, a nutrire di sé i suoi articoli ma a guardarli con distacco, facendo informazione come persona umana e non operaia. Una vita, poi, che egli ha reso un’opera d’arte, e non l’opposto. Le lettere a Rudyard Kipling. Le risposte e la forza che infonde lui il romanziere anglo-indiano. L’incontro con Adolf Hitler, all’ombra di un albero, e le urla a lui rivolte da parte del fuhrer. E’ scappato Indro poi, prima che D’Annunzio, “il Vate“, lo vedesse. La guerra di Spagna, un articolo ’vero’ che gli costò il trasferimento a Tallinn, opera del MinCulPop, quindi la sospensione della tessera. Non poteva più scrivere Montanelli e allora insegnò la letteratura: “sulle orme del padre“, in quel nord europeo così freddo.

C’è poi la scazzottata, con un tedesco, per una ‘bionda’, il ricovero veloce in ospedale, poi la Germania nazista. Prima l’Africa, la sua fanciulla “donna bella e fatta“. Le battaglie. Sono solo alcuni brandelli di una vita mirabile che Montanelli ha vestito con eleganza e sobrietà. Come la poesia ‘If’ di Rudyard Kipling, la cui traduzione il giornalista volle inviare a chi lo fu altrettanto ma solo per necessità: Montanelli invece per scelta è riuscito durante il berlusconismo a ‘tenere la testa a posto’ quando tutti intorno a lui la perdevano; ‘ha avuto fiducia di se stesso’, quando tutti dubitavano di lui, fondando nel 1996 ‘La Voce’ con i quaranta fuoriusciti de ‘Il Giornale’. Veramente: non è sembrato ‘troppo buono’ né ha mai parlato da ‘saggio’. Ha saputo “passeggiare con i Re senza perdere il senso comune” : Winston ChurchillCharles De Gaulle, sono solo alcuni. “Né nemici, né amici affettuosi” sono mai riusciti a ferirlo. Giusto distacco e senso sano della solitudine. E ha vissuto la sua vita veramente “dando valore a ognuno dei sessanta secondi“. Quando noi restiamo figli e lui fra i padri di questa mal ridotta Italia!

“Pubblicato Venerdì 22  luglio 2011 in esclusiva su L’Indro www.lindro.it e qui ripubblicato per gentile concessione”


Filippine. Militanti della sinistra giustiziati per le strade

Diritti umani

Di Andrea G. Cammarata

Duro appello dell’associazione per i diritti umani Human Rights Watch, nell’occhio del mirino questa volte sono le Filippine. Riporta l’associazione americana che le “esecuzioni extra-giudiziarie continuano in un clima d’impunità. Ma il governo di Manila non sembra affatto interessato ad indagare sul coinvolgimento dell’esercito nelle numerose uccisioni di militanti attivisti della sinistra. “Gravi violazioni dei diritti umani“, si legge nel rapporto di 98 pagine, stillato da Human Rights Watch, che appellano necessariamente a un doveroso intervento da parte del governo. Si chiede innanzitutto verità, e che i militari siano condannati.

L’ingiustizia aumenta solo il dolore“, questo il titolo dell’inchiesta, è una testimonianza documentata dei ripetuti casi di persone uccise, scomparse, rimasti tuttora impuniti nelle Filippine. Intanto sette sono già i morti e tre i dispersi militanti della sinistra, da quando il presidente Benigno Aquino, un anno fa, è entrato in carica.

Per Human Rights Watch, Elaine Pearson, a capo della divisione Asia, ha detto: “alcuni attivisti sono stati colpiti per la strada, mentre i soldati implicati nelle uccisioni continuano a girare per le strade liberamente” e -ha aggiunto- “il governo filippino non porrà mai fine a questi crimini abietti finché non darà chiaro segnale che chiunque compia o ordini questi crimini sarà imprigionato e la sua carriera militare chiusa una volta per tutte“.

La Ong americana ha condotto più di 80 interviste in 11 provincie, e ha intervistato i famigliari delle vittime, i testimoni, e diversi funzionari di polizia. Uno di questi ha riferito che alcuni comandanti gli ordinarono di uccidere dei militanti di sinistra e poi di intimidire i testimoni.

Ma il governo filippino oppone duramente la necessità di combattere l’NPA (New peoplearmy), frangia combattente del partito comunista. Trattasi di un gruppo d’insorti paramilitare costituito alla fine degli anni sessanta, già definito ’terrorista’, nonché ’appendice di Al Quaeda’, dal governo filippino, da quello americano e dall’unione Europea.

Dall’altra parte le testimonianze restano fortissime: racconta un testimone le violenze subiteda un attivista filippino per i diritti umani: “mio marito giaceva per terra con ferite di arma al petto e al collo“. A ciò si aggiungono poi casi di torture, fra cui quelli di unghie strappate ai prigionieri.

Fra l’altro i militari -riporta Hrw- agiscono nella più completa indifferenza e a volto scoperto, e si appoggiano anche a forze paramilitari costituite dal CAFGU, ’contractors’ o addirittura ex militanti del NPA. In tutto ciò il clima è ancora più oscuro, poiché i metodi di uccisione utilizzati dall’esercito ricalcano quelli del NPA. E chiunque militi nella sinistra e tenti di opporsi all’assedio dei militari, è comunque considerato come insorto.

“Pubblicato Giovedì 21  luglio 2011 in esclusiva su L’Indro www.lindro.it e qui ripubblicato per gentile concessione”

Link di riferimento:

http://terresottovento.altervista.org/2011/07/filippine-human-rights-watch-valuta-il-governo-aquino-ad-un-anno-dalla-sua-elezione/

http://www.hrw.org/fr/news/2011/07/19/philippines-les-ex-cutions-extrajudiciaires-se-poursuivent-dans-un-climat-d-impunit

( Il rapporto integrale di HRW)

La Francia parla ai Caduti di Kabul

Oltralpe
Mentre oggi piangiamo il parà morto nella valle di Bala Murghab, in Afghanistan. Il Caporal maggiore, David Tabini. Alcuni giorni fa la Francia salutava, a suo modo, 7 soldati morti in una guerra inutile. 
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Di Andrea G. Cammarata
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Sono sette le salme arrivate lunedì sera da Kabul all’areoporto di Orly. Ad accoglierle Nicolas Sarkozy, capo di Stato francese, e François Fillon, suo Primo Ministro. Un’ultima notte per il corpo dei soldati in patria, poi il giorno dopo la cerimonia ufficiale, nella chiesa di Saint Louis des Invalides.

La trasmissione dei funerali a reti unificate, ennesimo sbuffo “mediatico“, accolto al solito nella “sostanziale indifferenza del grande pubblico“, come racconta oggi ‘Le Monde’. Prestigioso quotidiano che riporta poi le parole del generale Elrick Irastorza, Capo di Stato maggiore dell’esercito: si parla di una “indifferenza affettuosa” da parte del popolo francese nei confronti della sorte dei loro soldati.

Perciò martedì 19 luglio le bare avvolte nel Tricolore sono posizionate sul selciato dinanzi Les Invalides, e il corteo per l’ultimo saluto si è intanto esaurito lungo le strade della capitale. Guardano alla America patriottica i francesi, o forse è sempre stato l’inverso. Ma settanta ne sono morti di soldati dal 2001, e diciotto di questi solo nel 2011. I sette del martedì nero di Francia erano tutti giovani. Uno di loro è stato vittima di un colpo esploso per sbaglio da un suo commilitone, cinque sono morti durante un attentato kamikaze, e un altro nel mezzo di uno scontro con degli insorti talebani.

Così è il Medioriente, ci vai volontario, lo stipendio ti aumenta, il tempo tal volta passa pigramente, ma non sai se torni o no.

Morire per Kabul o “morire per la Francia“.

Luc Raval, vescovo dell’esercito, ha risposto durante la cerimonia chiaramente, in replica a chi sostiene che i soldati vanno in Afghanistan a “morire per niente“, “essere militare significa appartenere alla Nazioneesistere ed agire per essa, vivere e morire per essa“, ha detto il vescovo. Per poi aggiungere: “E’ per la Francia che noi moriamo

E Sarkozy, parla alla Nazione sotto la pioggia battente, il volto puntito che non riesce ad esprimere condoglianza e le parole che gli inciampano sulla lingua: “M’inchino a nome della nazione intera, con la riconoscenza e il rispetto dovuto a coloro che hanno fatto della loro vita un sacrificio per il loro Paese“. Una “guerra giusta” contro “l’oscurantismo e il terrorismo, dice il Capo di Stato francese, “voi soldati siete partiti in piena giovinezza, ma niente vi ha rubato il vostro destino. Soldati siete vissuti e siete morti come uomini liberi“. Quando, di lì a poco, le salme saranno trasportate dai militari, e per loro suonerà la ‘Marcia Funebre’ di Chopin. Insigni della Legions d’Honneur dalle mani di Sarkozy: lasciano la loro Patria morti e liberi.

“Pubblicato Mercoledì 20  luglio 2011 in esclusiva su L’Indro www.lindro.it e qui ripubblicato per gentile concessione”

Link di riferimento:

http://www.lexpress.fr/actualite/politique/nicolas-sarkozy-rend-hommage-aux-soldats-morts-en-afghanistan_1013053.html

http://www.lexpress.fr/actualite/politique/sarkozy-convoque-un-conseil-de-securite_1012147.html

http://www.lefigaro.fr/actualite-france/2011/07/19/01016-20110719ARTFIG00283-hommage-national-pour-les-soldats-morts-en-afghanistan.php

Ddl Calderoli, meno parlamentari e omaggi per B.

Berlusconia, padania leghista

Di Andrea G. Cammarata

Passa “salvo intese” al Consiglio dei ministri di oggi,  il disegno di legge costituzionale del ministro Calderoli: riforma che ha a sua volta dell'”epocale”, e che in ugual maniera a quella fumosa sulla Giustizia, mira senza ombra di dubbio a sfaldare alcuni dei cardini costituzionali oramai arrugginiti agli occhi della maggioranza.

Diminuzione dei parlamentari; istituzione del “Senato federale della Repubblica”; e dulcis in fundo -ambigua definizione per quello si paventa essere un presidenzialismo soft-: “forma di governo”. Sono questi i suadenti Tag della riforma Calderoli. La apriamo -corposo file da più di 70 Kb-, scritta in diritto leghista da colui che ha l’incarico per la semplificazione normativa. Traspare la per nulla subliminale epurazione dello spirito democratico voluto dai padri costituenti. Di lodevole c’è la diminuzione del numero dei deputati, che da 630 che sono, diverrebbero 250, e dei senatori: da 315 a 250. Si abbassa anche l’età minima per divenire senatori, da 25 anni si passerebbe a 21.

Perciò un’Italia più giovane, è quella immaginata dal ministro Calderoli, che propone anche l’abbassamento di 10 anni della soglia di anzianità per divenire Presidente della Repubblica, si passa quindi da 50 a 40 anni. Ciò che è buono nel caso anche per Angelino Alfano.

Colpisce agli occhi poi nel testo la soppressione della Circoscrizione estero, con l’abrogazione completa dell’articolo 48 della Costituzione, e quindi la scomparsa di quei seggi finora assegnati off shore. Si sostituisce per intero l’articolo 57 e il Senato della Repubblica si spoglia così del suo scarno e vecchio nome, per chiamarsi di modo più leghista: “Senato federale della Repubblica”.

Nei dettagli dell’articolo 57, troviamo il numero minimo dei senatori per Regione che non sarà più di 7, ma 5, fatta eccezione per Molise e Valle d’Aosta, cui ne restano riservati rispettivamente due e uno.

Con modifica parziale dell’articolo 59 spariscono i cinque deputati a vita eletti ad honorem dal Presidente della Repubblica, e resta immutata invece la possibilità di esserlo esclusivamente per chi ha avuto -visti i tempi che corrono- la sfiga e la fortuna di salire al Quirinale.

Docile è invece il tentativo di aggredire le indennità della Casta con la modifica del già riduttivo articolo 69, che verrebbe sostituito e si amplierebbe quindi così nella sua seconda parte: i parlamentari “ricevono un’indennità stabilità dalla legge, in misura corrispondente alla loro effettiva partecipazione ai lavori secondo le norme dei rispettivi regolamenti”.

Cambiano poi sostanzialmente i criteri per il “procedimento legislativo” e dei “tempi di discussione dei disegni di legge”, quindi le modalità con cui si attuano i pareri parlamentari sugli schemi dei decreti legislativi, nonché la Decretazione d’urgenza.

E attenzione, nel malaugurato caso che il Presidente della Repubblica si sentisse maluccio, nel Calderoli reform world a sostituirlo non sarà più il presidente del Senato, ma quello della Camera. A voi la scelta. Ma non distrarsi poi, perché il nome del presidente del Consiglio dei ministri cambierà in “Primo ministro” e avrà il potere di nominare i ministri e di revocarne l’incarico. Tutto in buona pace del Cav.

Link consigliati: Micromega online

La riforma Calderoli? Uno specchietto per le allodole . Di Michele Ainis, dal Corriere della Sera

http://temi.repubblica.it/micromega-online/come-tagliare-le-spese-della-casta-in-fretta-e-senza-grandi-disegni/

Il popolo delle Agende rosse per Paolo Borsellino. Caselli: “Via D’Amelio come l’11Settembre”

Non baciamo le mani

Siamo ancora lontani dalla verità sulle stragi, e anche Gian Carlo CaselliProcuratore capo a Palermo dal ’93 al ’99, “non ha elementi” per affermare definitivamente che dietro la morte di Borsellino ci possa essere la presunta trattativa stato mafia. 

Di Andrea G. Cammarata

Diciannove anni passano dal giorno in cui Paolo Borsellino viene ucciso in via D’Amelio, Palermo. La memoria è vivissima anche per i cinque uomini della scorta che con lui hanno perso la vita. E c’è un tempo quindi che non cancella gli anni delle stragi della mafia, mentre i silenzi, le omissioni e i depistaggi, insieme continuano e concorrono nella pagina forse più buia della Repubblica. Perché oggi chi crede e chi non crede nello Stato si è unito con sguardo fermo nella commemorazione prima di un uomo, poi di un magistrato. Un esempio pubblico di dedizione verso lo Stato, per tutti, senza eccezioni. E tornano in mente le parole e il fiato in gola con quel tono della voce, ancora prima della sua morte: “Non solo essere onesti, ma apparire onesti”. E’ quanto di lui ripetono oggi i giovani per Paolo Borsellino, che fu ucciso nel 1992 quando alcuni di loro non erano ancora nati. Oggi da Palermo gli altri messaggi della società civile: “Non ti dimenticheremo mai Paolo!” e si ripete a viva voce un’atra massima del giudice: “chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola”.

Le commemorazioni del popolo delle Agende rosse vedono la fine di tre giorni di dibattiti, manifestazioni, incontri. Un evento cui hanno partecipato anche coloro che sono i rappresentanti di quelle istituzioni, che più che mai oggi restano nell’occhio delle procure.’Trattative’, e non ’trattativa’, di pezzi deviati dello Stato con la mafia: questa è almeno la versione più accreditata, cui le procure di Palermo, Caltanissetta, Firenze, cercano di dare un seguito.

Via Capaci, con la moglie il giudice Giovanni Falcone se ne va. Poi Paolo Borsellino. E perdono la vita in totale otto uomini della scorta . Firenze, altra autobomba, in via dei Gergofili: era il 1993, muoiono 5 persone, fra cui la neonata Caterina Nencioni. 1994, tangentopoli, poi la volta di Forza Italia, tutto si ferma. Il dubbio è come lo ha posto pubblicamente AntonioIngroia la scorsa estate; e pochi mesi prima il pentito Gaspare Spatuzza faceva i nomi di Dell’Utri e di “quello di Canale 5”: la seconda Repubblica blocca quindi misteriosamente le stragi.

Rivenendo al presente, a Palermo nella mattinata: il presidente della Camera, Gianfranco Fini, marziale, poggia una corona d’alloro sul luogo della Strage, alle sue spalle c’è l’abitazione della madre di Borsellino. Roberto Maroni onora invece gli agenti uccisi con una corona di fiori nella caserma Lungaro di Palermo, saluterà poi, oltre che la moglie del giudice assassinato, il fratello di Borsellino, Salvatore, leader delle movimento Agende Rosse. Ma sarà duro, nei dibattiti a seguire, il fratello di Borsellino: “Non vogliamo corone di Stato per una strage di Stato. Presente a Palermo anche il procuratore nazionale antimafia, Piero Grasso. E don Luigi Ciotti, dell’associazione Libera, che dopo essersi raccolto in preghiera sulle radici dell’ulivo di Via D’amelio piantato in memoria di Borsellino, dirà ai cronisti:“proprio qui un anno fa ho incontrato la mamma dell’agente Antonio Montinaro che piangeva perché non era stato ricordato il nome del figlio”. E ci tiene a sottolinearlo don Ciotti che gli agenti “sono morti tutti per la stessa causa”. Presente nel pomeriggio in Via d’Amelio anche la nipote dell’agente di scorta ucciso, Walter Eddi Cosina, Silvia Stener.

Gian Carlo Caselli, nel 1991 membro della commissionie stragi, oggi procuratore della Repubblica a Torino, ha detto, in una telefonata per ’L’indro’, che “le stragi di Via Capaci e via D’amelio sono state come l’11 settembre per gli Stati uniti d’America”, attentando lo Stato con uomini e donne “maciullati da questa esplosione incredibile di violenza criminale che li ha annientati” . Caselli ha poi spiegato che “la mafia corleonese stragista con questi attentati terroristici voleva sicuramente rivolgersi a qualcuno per ottenere qualcosa” ma ci tiene a sottolinearlo: “a chi, e in vista di che cosa, saranno le procure di Palermo e Caltanissetta che proveranno a stabilirlo”.

Secondo il procuratore di Torino: il risultato cercato dagli stragisti corleonesi non poteva che essere uno: fare del nostro Stato uno Stato-mafia, un narco-Stato. E quando il nostro Paese sembrava “in ginocchio”“è tutto finito si pensava”, -continua Caselli- “per fortuna nel ricordo di Falcone e Borsellino e degli uomini e delle donne che erano con loro, abbiamo saputo insieme riscattarci e invece di precipitare chissà dove, eccoci ancora qui a parlare di mafia, avendo ottenuto nel frattempo risultati, certamente non definitivi, ma importanti”.

“Pubblicato Martedì 19  luglio 2011 in esclusiva su L’Indro www.lindro.it e qui ripubblicato per gentile concessione”

Riforma Calderoli, più Berlusconi per tutti e meno parlamentari. Il testo

Berlusconia

La bozza del disegno di legge costituzionale del ministro Calderoli: senatori a 21 anni -è buono per il Trota- Presidente della Repubblica a 40 anziché 50 anni. “Primo Ministro” e non “Presidente del Consiglio”, il regalo di Calderoli per B. E i leghisti si aggiudicano invece il “Senato federale della Repubblica”.

 

IL TESTO:

 

SCHEMA DI DISEGNO DI LEGGE COSTITUZIONALE RECANTE DISPOSIZIONI CONCERNENTI LA RIDUZIONE DEL NUMERO DEI PARLAMENTARI, L’ISTITUZIONE DEL SENATO FEDERALE DELLA REPUBBLICA E LA FORMA DI GOVERNO.

ART. 1

(Soppressione della circoscrizione estero)

1. All’articolo 48 della Costituzione, il terzo comma è abrogato.

ART. 2

(Senato federale della Repubblica)

1. Al primo comma dell’articolo 55 della Costituzione, le parole: «Senato della Repubblica» sono sostituite dalle seguenti: «Senato federale della Repubblica».

ART. 3

(Numero dei deputati)

1. Il secondo comma dell’articolo 56 della Costituzione è sostituito dal seguente:

«Il numero dei deputati è di duecentocinquanta.».

2. Al terzo comma dell’articolo 56 della Costituzione, la parola: «venticinque» è sostituita dalla seguente: «ventuno».

3. Al quarto comma dell’articolo 56 della Costituzione, le parole: «, fatto salvo il numero dei seggi assegnati alla circoscrizione Estero», sono soppresse e la parola: «seicentodiciotto» è sostituita dalla seguente: «duecentocinquanta».

ART. 4

(Composizione del Senato federale della Repubblica)

1. L’articolo 57 della Costituzione è sostituito dal seguente:

”      ART. 57

Il Senato federale della Repubblica è eletto a suffragio universale e diretto su base regionale.

Il Senato federale della Repubblica è composto da duecentocinquanta senatori. I senatori sono eletti in ciascuna Regione contestualmente all’elezione del rispettivo Consiglio regionale o Assemblea regionale e, per la Regione Trentino-Alto Adige/Südtirol, dei Consigli delle Province autonome.

L’elezione del Senato federale della Repubblica è disciplinata con legge dello Stato, che garantisce la rappresentanza territoriale da parte dei senatori.

Nessuna Regione può avere un numero di senatori inferiore a cinque; il Molise ne ha due, la Valle d’Aosta/Vallée d’Aoste uno.

La ripartizione dei seggi tra le Regioni, previa applicazione delle disposizioni del quarto comma, si effettua in proporzione alla popolazione delle Regioni, quale risulta dall’ultimo censimento generale, sulla base dei quozienti interi e dei più alti resti.

Partecipano all’attività del Senato federale della Repubblica, senza diritto di voto, secondo le modalità previste dal suo regolamento, altri rappresentanti delle Regioni e delle autonomie locali. A tal fine, all’inizio di ogni legislatura regionale ciascun Consiglio o Assemblea regionale elegge un rappresentante tra i propri componenti e ciascun Consiglio delle autonomie locali elegge un rappresentante tra i sindaci e i presidenti di Provincia o di Città metropolitana della Regione. Per la Regione Trentino-Alto Adige/Südtirol i Consigli delle Province autonome e i rispettivi Consigli delle autonomie locali eleggono ciascuno un proprio rappresentante.».

ART. 5

(Requisiti per l’elezione al Senato federale della Repubblica)

1. L’articolo 58 della Costituzione è sostituito dal seguente:

”      ART. 58:

Sono eleggibili a senatori di una Regione gli elettori che hanno compiuto i ventuno anni di età e risiedano nella Regione alla data di indizione delle elezioni.».

ART. 6

(Deputati di diritto e a vita)

1. L’articolo 59 della Costituzione è sostituito dal seguente:

”      ART. 59:

E’ deputato di diritto e a vita, salvo rinunzia, chi è stato Presidente della Repubblica.».

ART. 7

(Durata della legislatura)

1. L’articolo 60 della Costituzione è sostituito dal seguente:

”      ART. 60

La Camera dei deputati è eletta per cinque anni.

I senatori eletti in ciascuna Regione e nelle Province autonome di Trento e di Bolzano rimangono in carica fino alla data della proclamazione dei nuovi senatori della medesima Regione o Provincia autonoma.

1. La durata della Camera dei deputati, di ciascun Consiglio o Assemblea regionale e dei Consigli delle Province autonome di Trento e di Bolzano non può essere prorogata se non per legge dello Stato e soltanto in caso di guerra. Con la proroga di ciascun Consiglio o Assemblea regionale o dei Consigli delle Province autonome di Trento e di Bolzano è prorogato anche il mandato dei senatori in carica.».

ART. 8

(Elezioni della nuova Camera)

1. L’articolo 61 della Costituzione è sostituito dal seguente:

”      ART. 61

Le elezioni della nuova Camera dei deputati hanno luogo entro settanta giorni dalla fine della Camera precedente. La prima riunione ha luogo non oltre il ventesimo giorno dalle elezioni.

Finché non sia riunita la nuova Camera dei deputati sono prorogati i poteri della precedente».

ART. 9

(Elezioni dei Presidenti delle  Camere e dell’ Ufficio di Presidenza del Senato federale della Repubblica)

1. All’articolo 63, primo comma, della Costituzione, è aggiunto in fine il seguente periodo: «Il regolamento del Senato federale della Repubblica disciplina le modalità di rinnovo dell’Ufficio di Presidenza.».

2. All’articolo 63 della Costituzione, dopo il primo comma è inserito il seguente: «I Presidenti delle Camere sono eletti a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna di esse.».

ART. 10

(Poteri del Governo in Parlamento e garanzie per le opposizioni)

1. All’articolo 64 della Costituzione, il quarto comma è sostituito dai seguenti:

«I membri del Governo, anche se non fanno parte delle Camere, hanno diritto e, se richiesti, obbligo di assistere alle sedute. Devono essere sentiti ogni volta che lo richiedono. I regolamenti parlamentari stabiliscono i casi nei quali il Governo deve essere comunque rappresentato dal Primo Ministro o dal Ministro competente.

Il regolamento della Camera dei deputati garantisce le prerogative ed i poteri del Governo e della maggioranza ed i diritti delle opposizioni e delle minoranze in ogni fase dell’attività parlamentare. Individua le Commissioni, diverse da quelle di cui all’articolo 72, primo comma, le Giunte e gli organismi interni, cui sono attribuiti compiti ispettivi, di controllo o di garanzia, la cui Presidenza è riservata a deputati appartenenti a gruppi di opposizione.».

ART. 11

(Indennità parlamentare)

1. L’articolo 69 della Costituzione è sostituito dal seguente:

”      ART. 69:

I componenti della Camera dei deputati e del Senato federale della Repubblica hanno il dovere di partecipare ai lavori dell’Assemblea e delle Commissioni. Ricevono un’indennità stabilita dalla legge, in misura corrispondente alla loro effettiva partecipazione ai lavori secondo le norme dei rispettivi regolamenti.».

ART. 12

(Procedimento legislativo)

1. L’articolo 70 della Costituzione è sostituito dal seguente:

”      ART. 70

La funzione legislativa dello Stato è esercitata collettivamente dalla Camera dei deputati e dal Senato federale della Repubblica nei seguenti casi.

a) disegni di legge di revisione della Costituzione e altri disegni di legge costituzionale;

b) disegni di legge concernenti l’esercizio della competenza legislativa dello Stato di cui all’articolo 116, terzo comma.

La Camera dei deputati è competente per i disegni di legge concernenti l’esercizio delle competenze legislative dello Stato di cui agli articoli 117, secondo comma, ad eccezione di quelli concernenti la perequazione delle risorse finanziarie, e 119, quinto comma. La Camera dei deputati è altresì competente in ogni caso in cui la Costituzione rinvia espressamente alla legge dello Stato o della Repubblica, fatto salvo quanto previsto dal primo e dal terzo comma.

Il Senato federale della Repubblica è competente per i disegni di legge concernenti l’esercizio delle competenze legislative dello Stato di cui agli articoli 57, terzo comma, 117, commi secondo, lettera e), limitatamente alla perequazione delle risorse finanziarie, terzo, quinto e nono.

Dopo l’approvazione da parte della Camera competente ai sensi del secondo o terzo comma, i disegni di legge sono esaminati dall’altra Camera che può esprimere, entro trenta giorni, il proprio parere. La Camera competente decide in via definitiva e può deliberare, a maggioranza assoluta dei suoi componenti, di non recepire il parere. Qualora non sia espresso alcun parere entro il termine previsto, la legge può essere promulgata.

I termini per l’espressione del parere di cui al comma quarto del presente articolo sono ridotti della metà per i disegni di legge di conversione dei decreti emanati ai sensi dell’articolo 77.

I Presidenti del Senato federale della Repubblica e della Camera dei deputati, d’intesa tra di loro, decidono le eventuali questioni di competenza tra le due Camere, sollevate secondo le norme dei rispettivi regolamenti, in ordine all’esercizio della funzione legislativa. La decisione dei Presidenti non è sindacabile in alcuna sede.».

ART. 13

(Tempi di discussione dei disegni di legge)

1. All’articolo 72 della Costituzione è aggiunto, in fine, il seguente comma:

«I disegni di legge sono discussi e votati dalle Camere entro termini certi, secondo le norme dei rispettivi regolamenti. Su richiesta del Governo, il termine per la conclusione dell’esame da parte di ciascuna Camera dei disegni di legge presentati o fatti propri dal Governo stesso e di quelli dei quali è dichiarata l’urgenza non può in ogni caso essere superiore a trenta giorni. Il regolamento della Camera dei deputati prevede le garanzie, le modalità e i limiti per l’iscrizione all’ordine del giorno di proposte e iniziative indicate dalle opposizioni, con riserva di tempi e previsione del voto finale.».

ART. 14

(Dichiarazione d’urgenza)

1. Il secondo comma dell’articolo 73 della Costituzione è sostituito dal seguente:

«Se la Camera competente o, per i disegni di legge previsti dal primo comma dell’articolo 70, entrambe le Camere, ne dichiarano l’urgenza a maggioranza assoluta dei componenti, la legge è promulgata nel termine da esse stabilito.».

ART. 15

(Rinvio presidenziale delle leggi)

1. All’articolo 74 della Costituzione, il secondo comma è sostituito dal seguente:

«Se le Camere approvano nuovamente la legge, secondo il procedimento di cui all’articolo 70, questa deve essere promulgata.».

ART. 16

(Parere parlamentare su schemi di decreti legislativi)

1. All’articolo 76 della Costituzione è aggiunto in fine il seguente comma:

«Gli schemi dei decreti legislativi, predisposti dal Governo, sono sottoposti al parere delle Commissioni parlamentari competenti».

ART. 17

(Decretazione d’urgenza)

1. All’articolo 77, secondo comma, della Costituzione le parole: «alle Camere che, anche se sciolte, sono appositamente convocate e si riuniscono entro cinque giorni.», sono sostituite dalle seguenti: «alla Camera competente ai sensi dell’articolo 70 della Costituzione che è convocata e si riunisce entro cinque giorni. Nel caso in cui la Camera dei deputati sia sciolta, essa è appositamente convocata e si riunisce entro cinque giorni.».

2. All’articolo 77 della Costituzione è aggiunto in fine il seguente comma:

«Il Governo non può, mediante decreto, rinnovare disposizioni di decreti non convertiti in legge, ripristinare l’efficacia di disposizioni dichiarate illegittime dalla Corte costituzionale, conferire deleghe legislative, attribuire poteri regolamentari in materie già disciplinate con legge. ».

ART. 18

(Modificazioni degli articoli 78, 80 e 81 della Costituzione)

1. Al primo comma dell’articolo 79 della Costituzione, le parole: «di ciascuna Camera» sono sostituite dalle seguenti: «della Camera dei deputati».

2. All’articolo 80 della Costituzione, le parole: «Le Camere autorizzano» sono sostituite dalle seguenti: «È autorizzata».

3. All’articolo 81 della Costituzione, il primo comma è sostituito dal seguente:

«Sono approvati ogni anno con legge i bilanci e il rendiconto consuntivo dello Stato presentati dal Governo».

ART. 19

(Eleggibilità alla carica di Presidente della Repubblica)

1. Al primo comma dell’articolo 84 della Costituzione, le parole: «cinquant’anni» sono sostituite dalle seguenti: «quarant’anni».

ART. 20

(Modifica all’articolo 85 della Costituzione)

1. Il comma terzo dell’articolo 85 della Costituzione è sostituito dal seguente:

«Se la Camera dei deputati è sciolta, o manca meno di tre mesi alla cessazione della Camera dei deputati, la elezione ha luogo entro quindici giorni dalla riunione della nuova Camera dei deputati. Nel frattempo sono prorogati i poteri del Presidente in carica.».

ART. 21

(Supplenza del Presidente della Repubblica)

1. L’articolo 86 della Costituzione è sostituito dal seguente:

”      ART. 86

Le funzioni del Presidente della Repubblica, in ogni caso che egli non possa adempierle, sono esercitate dal Presidente della Camera dei deputati.

In caso di impedimento permanente o di morte o di dimissioni del Presidente della Repubblica, il Presidente della Camera dei deputati indice la elezione del nuovo Presidente della Repubblica entro quindici giorni, salvo il maggior termine previsto se la Camera è sciolta o manca meno di tre mesi alla sua cessazione.».

ART. 22

(Attribuzioni del Presidente della Repubblica)

1. All’articolo 87, terzo comma, della Costituzione, le parole: «delle nuove Camere» sono sostituite dalle seguenti: «della Camera dei deputati».

ART. 23

(Scioglimento della Camera dei deputati)

1. L’articolo 88 della Costituzione è sostituito dal seguente:

”      ART. 88:

Il Presidente della Repubblica può sciogliere la Camera dei deputati, sentiti il suo Presidente e i rappresentanti dei gruppi parlamentari, anche su richiesta del Primo Ministro.».

ART. 24

(Modifiche all’articolo 89, secondo comma, della Costituzione)

1. All’articolo 89, secondo comma, della Costituzione le parole: «dal Presidente del Consiglio dei Ministri», sono sostituite dalle seguenti: «dal Primo Ministro».

ART. 25

(Il Governo)

1. L’articolo 92 della Costituzione è sostituito dal seguente:

”      ART. 92

Il Governo della Repubblica è composto dal Primo Ministro e dai ministri, che costituiscono insieme il Consiglio dei ministri. E’ composto altresì dai sottosegretari di Stato e dai Viceministri.

Il Presidente della Repubblica nomina e revoca il Primo Ministro. Il Primo Ministro è nominato sulla base dei risultati delle elezioni della Camera dei deputati.

La legge disciplina l’elezione dei deputati in modo da favorire la formazione di una maggioranza.».

2. L’articolo 93 della Costituzione è sostituito dal seguente:

”      ART. 93:

Il Primo Ministro e i ministri, prima di assumere le funzioni, prestano giuramento nelle mani del Presidente della Repubblica.».

ART. 26

(Il rapporto di fiducia tra il Parlamento ed il Governo)

1. L’articolo 94 della Costituzione è sostituito dal seguente:

”      ART. 94

Il Governo deve avere la fiducia della Camera dei deputati.

La Camera dei deputati accorda o revoca la fiducia mediante mozione motivata e votata per appello nominale.

Entro dieci giorni dal giuramento dei ministri, il Governo si presenta alla Camera per ottenerne la fiducia. In tale sede, il Primo Ministro impegna davanti alla Camera dei deputati la responsabilità del Governo su un determinato programma.

Il voto contrario della Camera dei deputati su una proposta del Governo non importa obbligo di dimissioni.

La mozione di sfiducia deve essere firmata da almeno un decimo dei componenti della Camera dei deputati e non può essere messa in discussione prima di tre giorni dalla sua presentazione. Essa è approvata a maggioranza assoluta dei componenti della Camera dei deputati.

Il Primo Ministro può porre la questione di fiducia alla Camera dei deputati sull’approvazione o reiezione di un provvedimento, di emendamenti o articoli di disegni di legge o su atti di indirizzo al suo esame.

Se la richiesta di fiducia è respinta o la mozione di sfiducia approvata, entro sette giorni il Primo Ministro presenta al Presidente della Repubblica le dimissioni. Il Presidente della Repubblica, sulla base dei risultati delle elezioni, nomina un nuovo Primo Ministro ovvero scioglie la Camera dei deputati.

Qualora sia presentata e approvata una mozione di sfiducia con la designazione di un nuovo Primo Ministro, da parte della Camera dei deputati a maggioranza assoluta dei propri componenti che sia conforme ai risultati delle elezioni, il Primo Ministro si dimette e il Presidente della Repubblica nomina il nuovo Primo Ministro designato dalla mozione. La mozione non può essere messa in discussione prima di tre giorni dalla sua presentazione e deve essere votata per appello nominale.».

ART. 27

(Poteri del Primo Ministro e dei Ministri)

1. L’articolo 95 della Costituzione è sostituito dal seguente:

”      ART. 95

Il Primo Ministro è responsabile della politica generale del Governo. Mantiene l’unità di indirizzo politico ed amministrativo, promovendo e coordinando l’attività dei ministri. Nomina e revoca i ministri. Nomina e revoca i Sottosegretari di Stato ed i Viceministri, che prestano giuramento nelle sue mani prima di assumere le funzioni.

I ministri sono responsabili collegialmente degli atti del Consiglio dei ministri, e individualmente degli atti dei loro dicasteri.

La legge provvede all’ordinamento dell’ufficio del Primo Ministro e determina il numero, le attribuzioni e l’organizzazione dei ministeri.».

ART. 28

(Reati ministeriali)

1. L’articolo 96 della Costituzione è sostituito dal seguente:

”      ART. 96:

Il Primo Ministro ed i ministri, anche se cessati dalla carica, sono sottoposti, per i reati commessi nell’esercizio delle loro funzioni, alla giurisdizione ordinaria, previa autorizzazione del Senato federale della Repubblica o della Camera dei deputati, secondo le norme stabilite con legge costituzionale.».

ART. 29

(Competenze legislative dello Stato)

1. All’articolo 117, secondo comma, della Costituzione, dopo la lettera s) sono aggiunte, in fine, le seguenti:

« s-bis)  grandi reti di trasporto e di navigazione;

s-ter)  ordinamento della comunicazione;

s-quater)  produzione, trasporto e distribuzione nazionale dell’energia. ».

2. All’articolo 117, terzo comma, della Costituzione, le parole: «grandi reti di trasporto e di navigazione; ordinamento della comunicazione; produzione, trasporto e distribuzione nazionale dell’energia» sono soppresse.

ART. 30

(Numero e indennità dei consiglieri regionali)

1. Al primo comma dell’articolo 122 della Costituzione, sono aggiunte in fine le seguenti parole: «La medesima legge determina il limite massimo della indennità dei consiglieri regionali e il loro numero in proporzione alla popolazione della Regione.».

ART. 31

(Modifiche alla legge costituzionale 16 gennaio 1989, n. 1)

1. All’articolo 5, comma 1, primo periodo, della legge costituzionale 16 gennaio 1989, n.1, le parole: «Senato della Repubblica» sono sostituite dalle seguenti: «Senato federale della Repubblica».

2. All’articolo 5, comma 1, secondo periodo, della legge costituzionale 16 gennaio 1989, n.1,  le parole: «al Senato della Repubblica» sono sostituite dalle seguenti: «alla Camera dei deputati».

3. All’articolo 10 della legge costituzionale 16 gennaio 1989, n.1,  le parole: «Senato della Repubblica» sono sostituite dalle seguenti: «Senato federale della Repubblica».

ART. 32

(Adeguamento delle Regioni a Statuto speciale)

1. Sino all’adeguamento dei rispettivi statuti di autonomia, le disposizioni della presente legge costituzionale si applicano anche alle Regioni a statuto speciale e alle Province autonome di Trento e di Bolzano.

ART. 33

(Norme transitorie)

1. Le disposizioni dei regolamenti parlamentari vigenti alla data di entrata in vigore della presente legge costituzionale continuano ad applicarsi fino alla data di entrata in vigore delle modificazioni conseguenti alla medesima legge.

2. In sede di prima applicazione, la prima riunione del Senato federale della Repubblica ha luogo nello stesso giorno in cui il Presidente della Repubblica fissa, ai sensi dell’articolo 61 della Costituzione, come modificato dalla presente legge costituzionale, la riunione della Camera dei deputati successiva alle prime elezioni indette dopo la data di entrata in vigore della presente legge costituzionale. A tale fine, fra il ventesimo ed il decimo giorno precedente alla prima riunione del Senato federale della Repubblica, ciascun Consiglio regionale o Assemblea regionale e ciascun Consiglio delle Province autonome di Trento e di Bolzano elegge i senatori spettanti a ciascuna Regione o Provincia autonoma, scelti fra i cittadini che abbiano i requisiti di cui all’articolo 58 della Costituzione, come modificato dalla presente legge costituzionale, con voto limitato ai due terzi dei senatori da eleggere, con arrotondamento aritmetico. I consiglieri regionali della Valle d’Aosta e del Molise eleggono i senatori esprimendo un solo voto. Entro il medesimo termine, i Consigli regionali e le Assemblee regionali ed i Consigli delle autonomie locali eleggono altresì i rappresentanti di cui all’articolo 57, sesto comma, come modificato dalla presente legge costituzionale.

3. I senatori ed i rappresentanti, eletti ai sensi del comma 2, restano in carica fino al primo rinnovo successivo del Consiglio regionale che li ha eletti. Le nuove elezioni dei membri hanno luogo secondo le disposizioni della legge elettorale di cui all’articolo 57, terzo comma. In mancanza della predetta legge e fino alla sua entrata in vigore, si continua ad applicare la disciplina di cui al comma 2 del presente articolo.

4. Fino all’adeguamento della legislazione elettorale alle disposizioni della presente legge costituzionale, per le elezioni della Camera dei deputati continua ad essere applicata la normativa elettorale vigente alla data di entrata in vigore della presente legge costituzionale. A tal fine, alla coalizione di liste o alla singola lista che ha ottenuto il maggior numero di voti validi espressi ai sensi della citata normativa ma non abbia già conseguito almeno centotrentasette seggi viene ulteriormente attribuito il numero di seggi necessario per raggiungere tale consistenza e i restanti centododici sono ripartiti proporzionalmente tra le altre coalizioni di liste e liste.

5. I senatori a vita ai sensi dell’articolo 59 della Costituzione, nel testo vigente alla data di entrata in vigore della presente legge costituzionale, permangono in carica presso il Senato federale della Repubblica.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Comunicato. Avaaz.org Messaggi ai parlamentari contro la censura in Rete

comunicati

Cari amici,

Con i nostri 230.000 messaggi inviati e la nostra mobilitazione storica siamo riusciti a fermare il bavaglio a internet, ma non a cancellarlo una volta per tutte. Ora ci rimangono 24 ore per agire, e potrebbero essere quelle decisive.

Insieme a premi Nobel, associazioni, esperti e politici e con un tam tam su internet da record, abbiamo costretto l’Autorità per le comunicazioni a rinviare l’adozione della regolamentazione che le avrebbe dato il potere di censurare arbitrariamente internet. Ora i parlamentari hanno convocato per la prima volta il Presidente dell’Autorità proprio per rispondere delle criticità da noi sollevate: potrebbe essere l’ultima occasione che abbiamo per fare la differenza.

Rivolgiamoci ora ai parlamentari perché facciano pressione sul Presidente dell’Autorità affinché rinunci alla delibera, restituendo così al Parlamento la sua funzione legislativa. E’ l’unico modo che abbiamo per preservare il nostro diritto ad informarci su internet! Ci rimangono solo 24 ore: clicca sotto per mandare il tuo messaggio e fai il passaparola con tutti i tuoi amici!

http://www.avaaz.org/it/it_internet_bavaglio_2nd_action/?vl

Negli anni Berlusconi ha cercato più volte di controllare l’informazione su internet, ma finora i suoi tentativi sono sempre falliti. Ora il governo sta provando a espandere i suoi tentacoli attraverso una nuova regolamentazione che permetterebbe all’Autorità per le Comunicazioni di rimuovere contenuti sospetti di violazione del copyright dai siti internet senza alcun controllo giudiziario. Ma noi stiamo difendendo la libertà di internet con tutte le nostre forze e stiamo vincendo!

Da subito abbiamo combattuto questa delibera, e abbiamo inviato quasi 230.000 messaggi ai membri dell’Autorità per chiedere di respingerla. Insieme ai nostri alleati abbiamo organizzato una mobilitazione storica su internet, culminata ne “La notte della rete”. Centinaia di persone a Roma e 90.000 persone on-line hanno seguito l’evento in cui si sono susseguiti premi Nobel come Dario Fo, politici come Antonio Di Pietro, Emma Bonino e Fabio Granata, giornalisti, esperti e artisti, tutti contro il bavaglio a internet. Il giorno dopo l’Autorità ha rinunciato ad adottare la regolamentazione, sperando di far passare l’ondata d’indignazione e adottarla così in seguito.

Ma la battaglia non è finita. Domani il Presidente dell’Autorità dovrà rispondere ai parlamentari, che dopo la nostra mobilitazione lo hanno convocato per chiedere conto delle criticità da noi sollevate. Non possiamo perdere questa occasione: inondiamo i parlamentari di messaggi per chiedere loro di fare pressione sul Presidente affinché rinunci alla delibera. Clicca sotto per mandare il messaggio e fai il passaparola con tutti: vinciamo anche questa tappa cruciale per la libertà della rete!

http://www.avaaz.org/it/it_internet_bavaglio_2nd_action/?vl

Erano in molti a dirci che non avevamo speranze e che l’Autorità avrebbe comunque votato il bavaglio a internet, in ossequio ai diktat dall’alto. Ma grazie alla nostra mobilitazione incredibile siamo riusciti a fermare la regolamentazione e a difendere la libertà della rete. Ora non dobbiamo mollare e dobbiamo vincere anche questa sfida, perché il potere metta giù le mani da internet una volta per tutte.

Con determinazione,

Giulia, Luis, Ricken, Pascal, Benjamin, Alice e tutto il resto del team di Avaaz

FONTI

Censura web, la Notte della Rete. Dario Fo: “Siamo una nazione orrenda”:
http://www.repubblica.it/politica/2011/07/06/news/notte_rete-18730583/?ref=HREC1-6

I senatori Vita e Vimercati raccolgono “il grido di dolore dal web” e convocano urgentemente Calabrò:
http://www.corrierecomunicazioni.it/news/84000/copyright_digitale_calabr_in_audizione_al_senato

Tutti gli aggiornamenti sulla campagna contro il bavaglio a internet qui:
http://www.agoradigitale.org/nocensura

Contro il bavaglio Agcom grande successo della “Notte della Rete”:
http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/07/06/contro-il-bavaglio-agcom-grande-successo-della-notte-della-rete/143429/

Notte del Web «anti censura». E l’Agcom prende tempo:
http://www.corriere.it/cronache/11_luglio_06/notte-web-censura-conti_2e9bb862-a796-11e0-80dd-8681c9f51334.shtml

Internet, dopo la notte della Rete la parola passa all’Agcom:
http://tg24.sky.it/tg24/cronaca/2011/07/06/agcom_notte_rete_protesta_diritto_autore_fo_natale_calabro_nicotra_mascia.html

“Notte della Rete”, così il pensiero digitale difende la sua libertà:
http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/tecnologia/grubrica.asp?ID_blog=30&ID_articolo=9247&ID_sezione=38&sezione=

Guinea Conakry, tentato Putsch nella notte.

Guinea Conakry

Di Andrea G. Cammarata

Ieri notte il presidente della Guinea Conakry ha subito un attentato nella sua residenza di Kipé, situata nella banlieue di Conakry, capitale del piccolo stato africano confinante a sud con il Senegal. La notizia proviene dall’attendibile sito Guineenews.org. Il commando ha tentato per 2 ore di attaccare l’abitazione del Presidente, Alpha Condé, ma senza successo. Nella mattinata gli interventi di Condé, e poi del suo primo ministro Mohamed Said Fofana, alla radio Nazionale, hanno rassicurato la cittadinanza sull’esito negativo del tentato putsch. Anche se non è ancora chiarita in alcun modo l’identità degli uomini che hanno partecipato al blitz. Il primo ministro e Alpha Condé hanno invitato comunque i guineiani a mantenere la calma.

Alcune parti delle dichiarazioni di Alpha Condé:

“Popolo di Guinea, giovani, donne, adulti, vi chiedo di mantenere la calma….Mi devo complimentare con la guardia presidenziale, poiché si è battuta eroicamente per più di 3 ore  dalle cinque di questa mattina prima di ottenere rinforzi. Tuttavia, nulla arresterà il cammino del popolo guineiano….Vi chiedo di vigilare, ma anche di mantenere la calma e l’unità nazionale. Non voglio reazioni popolari e neanche reazioni verso di chiunque sia. Se ci sono persone che vogliono portare odio in Guinea, noi non dobbiamo seguirle….Vi prego di restare calmi e continuare il lavoro, conto sulla vostra saggezza. Se piace a Dio, grazie alle preghiere dei nostri Imam e a quelle della popolazione della Guinea, condurrò la Guinea alla vittoria. Quindi verso lo sviluppo per il progresso e l’unità…”

Alpha Condé ha poi ricevuto in queste ore l’ambasciatore francese per la Guinea, e i diplomatici di altri paesi, che sarebbero adesso nel domicilio del Capo di Stato guineiano. Secondo altre fonti alcuni degli attentatori sarebbero stati arrestati, e altri componenti del commando lo erano già stati prima dell’attentato.

Link di riferimento:

http://notizie.virgilio.it/notizie/esteri/peace_reporter/2011/07_luglio/19/guinea_presa_d_assalto_l_abitazione_del_presidente_conde,30660746.html

Fonte: http://guineenews.org/articles/detail_article.asp?num=201171972212

Uruguay in mano straniera. I militari “Rischio sovranità”

Notizie, Sud America

Di Andrea G. Cammarata

In Uruguay c’è forte apprensione per gli investitori esteri, “se lo stanno comprando tutto…”.

Problemi di sovranità. Lo riporta oggi  “El Pais” citando come autorevole fonte lo Stato Maggiore della Difesa uruguayana. Secondo lo studio dell’Interno il 25% delle terre del piccolo stato sudamericano è in mano agli stranieri. Revanche colonialista che fa alzare fortemente il livello di allarme della Difesa, tanto da invitare il Governo a “un maggior controllo nei riguardi dei possedimenti di terra per ragioni strategiche e di sovranità“. Insomma troppa longanimità verso gli invasori spiegano i militari, e  manca poi una legge che regoli la materia. La sveglia suona forte visto che l’Uruguay è parte di quel 5% di Paesi al mondo che non pongono “restrizioni” all’acquisto di terre da parte degli stranieri. Diversa la situazione nei Big confinanti, che staccano L’Uruguay nettamente: l’Argentina perde appena il 3,4% sul totale dei propri possedimenti terrieri, mentre il Brasile solo l’1,2%.

In Uruguay invece si parla amaramente di più di un quarto del Paese in mani occulte. Territori che -è scritto nel rapporto- sono da considerare “interesse vitale” nonché grande “risorsa naturale strategica” per il Paese. I rischi al centro del dibattito sono non solo tecnicamente militari ma anche”culturali”, e peraltro inerenti “insicurezza alimentare”, come probabile effetto della monopolizzazione a indirizzo unico delle culture agricole. Ci sono altre problematiche -continua il rapporto- come la “perdita di radici culturali nelle aree rurali” e il minor controllo nazionale nei processi industriali e commerciali dei prodotti agricoli.

“El Pais” tiene poi a menzionare latifondisti d’eccellenza nei paesi confinanti, quali “vip di Hollywood” come gli attori Richard Gere e Matt Damon. Fra i nomi segnalati dalla Fondazione “Pensar”, che ha partecipato allo svolgimento del rapporto dell’Interno uruguayano, spunta poi Luciano Benetton, che attraverso la finanziaria di famiglia, Edizione Srl, possiede oltre 900mila ettari di tenute in Patagonia, Argentina, dove si allevano 280mila capi di bestiame. Come lui, Douglas Tompkins e Ted Turner, si legge nel rapporto militare: “hanno approfittato dei prezzi bassi”.

Link di riferimento:

http://200.40.120.165/11/07/18/pnacio_580632.asp

http://www.edizione.it/pdf/profilo-esteso.pdf

Birmania. Prigionieri politici nelle celle per cani

Diritti umani

San Suu Kyi lotta per la liberazione di 2mila incarcerati in condizioni disumane. La petizione di Avaaz.org. E l’appello di Amnesty international.

Di Andrea G. Cammarata

 

Ancora pesanti minacce per la paladina dei diritti umani del popolo birmano, premio nobel San Suu Kyi. Le pressioni vengono dalla giunta militare, famigerato regime di Than Shwe, insediatosi al potere dello stato asiatico con un golpe nel 1988.

Ma la Rete e i suoi attivisti porgono una mano a San Suu Kyu, già acclamata nel mondo e costretta da sempre a vivere sotto il controllo del regime. Ciò avviene durante una nuova ondata generale di dissenso orientale, che sembra volere pronunciare ancora la parola ’Primavera’.

Già il caso della Malesia, dove le manifestazioni di sabato scorso hanno visto migliaia di cittadini riversarsi per le strade, già le recentissime elezioni legislative in Thailandia, che non promettevano nulla di buono, ma si sono svolte altrimenti in un clima sereno. San Suu Kyi sta ora capitanando con tenacia straordinaria il suo movimento pro-democrazia, lottando per la liberazione di migliaia di detenuti politici, monaci e attivisti, che sono detenuti all’interno delle prigioni birmane in condizioni terribili. Si parla addirittura di detenzioni all’interno di gabbie per cani.

La Rete entra a supporto della battaglia per i diritti umani del premio Nobel anche con la petizione online di Avaaz.org, che ha già raccolto più di 500 mila firme. Quando San Kyi si è già rivolta a buona parte degli attori internazionali. Non ultima la petizione in video conferenza con il Congresso americano con cui l’attivista ha chiesto a gran voce un’inchiesta da parte dell’Onu sullo stato della violazione dei diritti umani in Birmania.

Scarsi i risultati che altro non confermano se non le mire di non ingerenza degli States nelle logiche repressive della Cina e dei suoi stati confinanti e/o partner in affari. Amnesty International ha chiesto con forza alle autorità birmane di cessare gli abusi sui detenuti. Sette prigionieri, riporta l’associazione, sono stati posti il mese scorso in isolamento dentro due gabbie per cani, alcuni di loro erano monaci buddhisti. Benjamin Zawacki, in forza ad Amnesty per la Birmania, ha riferito indignato che “le autorità devono immediatamente porre fine al terribile trattamento cui sono imposti i prigionieri. E coloro che sono sospettati di essere i responsabili devono essere sospesi e perseguiti.” Amnesty riferisce poi il racconto di un detenuto politico: il pavimento della sua cella per cani era pieno di pidocchi.

Le incarcerazioni nelle celle per cani e gli scioperi della fame, in base ai rapporti, sembrano provenire per buona parte dalla prigione di Insein, dove i prigionieri hanno protestato insoddisfatti della riduzione di un solo anno, che il regime ha concesso loro in merito alle pene da scontare. Avaaz.org auspica, tramite la petizione, di ottenere i medesimi eccezionali risultati della precedente campagna, condotta insieme alla comunità internazionale, per la liberazione San Suu Kyi, imprigionata nelle carceri birmane per 15 anni e liberata il novembre scorso. Si parla di oltre 2mila prigionieri politici, ma San Suu Kyi potrebbe farcela. Diffusissima fra l’altro la popolarità della donna attivista in Birmania, nonché leader di quel movimento pacifista che nel 1992 vinse le prime elezioni libere della storia di questo Paese.

“Pubblicato Giovedì 15  luglio 2011 in esclusiva su L’Indro www.lindro.it e qui ripubblicato per gentile concessione”

Link di riferimento:

http://www.amnesty.ch/fr/pays/asie-…

http://refairelemonde.canalblog.com…

http://www.avaaz.org/it/stand_with_…

http://it.wikipedia.org/wiki/Aung_S…

http://www.romandie.com/news/n/_Mme…

 

 

Comuni a rischio e dal Tesoro ancora nessuna risposta.

Berlusconia

Il Tesoro aveva promesso le entrate per i Comuni entro giugno, adesso i sindaci non sanno come pagare gli stipendi.

Di Andrea G. Cammarata

Non è seguita ancora alcuna risposta alla lettera indirizzata dall’Anci -destinatari Roberto Maroni e Giulio Tremonti – il 22 giugno scorso. Oggetto della missiva, di cui il Tesoro fa tutt’ora orecchio da mercante, è chiaro: “Erogazione pagamenti entrate comunali”. L’associazione dei comuni e i sindaci restano quindi in allarme rosso per il mancato rispetto del ’recente’ accordo con il Governo, in sede di Conferenza Stato città e autonomie locali, sottoscritto il 31 maggio, in materia di “soppressione dei trasferimenti erariali e corrispondente attribuzione di entrate proprie”.

L’accordo prevedeva, in ottemperanza al decreto legislativo n. 23 del 14 marzo 2011, recante disposizioni in materia di federalismo fiscale municipale, “serrati tempi di erogazione delle somme per ciascun comune”, in virtù anche della pesante mannaia dei tagli lasciata cadere sui piccoli Comuni con i dispositivi anticrisi di Tremonti. L’Anci chiedeva l’emanazione di un decreto urgente -entro il 30 giugno- che autorizzasse “il pagamento delle spettanze”. Ma la tregua del Tesoro sta durando parecchio, e all’Anci rispondono che “no, ancora non ci è pervenuta alcuna risposta”. C’è quindi tensione nei Comuni, dove l’ironica domanda risuona sovente: “perché mai ci chiamano sindaci-manager?”. In effetti, stando alla situazione attuale, da ’ménager’ ai sindaci non è restato che la tavola della propria cucina, visto che i soldi in molti casi non ci sono.

Comuni più virtuosi, che avevano fondi disponibili, sono fin’ora riusciti a parare il colpo: quindi rate dei mutui e stipendi. Ma dove non c’è cassa i ragionieri dei sindaci faranno i conti con l’oste, e intanto rimandano i pagamenti, o s’inventano stratagemmi aumentando multe e raschiando, possibilmente sulla pelle dei cittadini, con micro-manovre d’urgenza, che in alcuni casi permettono loro di pagare gli stipendi. Cavilli e codicilli. Graziano Delrio, vicepresidente finanza locale per l’Anci, in una telefonata ieri ha fatto notare che “forse a qualcuno sfugge la gravità della situazione. E’ una cosa molto grave, perchè questi soldi dovevano essere trasferiti ai Comuni entro la fine di giugno, e si doveva inserire nella manovra un codice che avrebbe consentito alla Ragioneria di procedere. ”

Ha poi aggiunto: “Eravamo d’accordo con i ministri Tremonti, Maroni e Calderoli, che il codice sarebbe stato inserito, poi per motivi inspiegabili questa cosa non è stata fatta”. Quindi ’fisicamente’ non ci sono i soldi dovuti per le casse dei Comuni e restano buone possibilità che non arrivino “neanche in luglio“, continua Graziano Delrio. “Situazione paradossale in cui rischiano di saltare le ferie, gli stipendi, i contratti, che sono in essere per diverse città italiane, almeno per quelle che non hanno disponibilità di cassa”. In sostanza i “sindaci manager” ci stanno mettendo la faccia e non possono onorare gli impegni presi, e, nota dolente, di certo non possono accendere mutui per pagare gli impegni presi. Il ’codicillo’ tanto atteso riuscirebbe invece a dare copertura “legislativa” ai pagamenti che il Governo sta omettendo, spiegano all’Anci, ma in causa ci vanno i problemi classici di lentezza burocratica e i soliti di non-operatività di cui, come commentano in molti, in diverse occasioni il Governo ha dato prova lampante.

Il sindaco di San Leo (Rn), Mauro Guerra, giunto al secondo anno di mandato, per il suo Comune deve avere dal Governo circa 200mila euro, e fra le centinaia di casi simili in Italia è solo un esempio dell’effetto a catena che una mancanza governativa può scatenare. “Manager sì” -dicono i sindaci- “ma non possiamo stampare i soldi, abbiamo bisogno di alimentazione”. E qui ci casca l’asino, con in groppa la mancanza del trasferimento erariale.

A disposizione dei sindaci restano solo sanatorie e multe, ma quella dei trasferimenti, la parte più corposa per la sussistenza degli enti locali, che avviene a scadenze fisse, il 30 giugno non è arrivata. Per quella data molti sindaci avevano concordato ad esempio il pagamento della rata dei mutui. E cosa hanno potuto fare i Comuni? Lo spiega Mauro Guerra:“rate molto importanti dei nostri mutui sono in scadenza al 30 dicembre e al 30 giugno, se in queste date ci svuotiamo abbiamo bisogno che poi entri qualcosa, è sempre entrato, ma stavolta no e ci siamo trovati in difficoltà”. Il Sindaco di San Leo ha perciò pagato i mutui, ma solo perché il ragioniere del Municipio è stato bravo lasciando indietro “altre cose”, prediligendo per cui i debiti con le banche. E gli altri?

Al 7 luglio il Dipartimento per gli affari interni e Territoriali scrive per i sindaci. Corpo della lettera: “Al riguardo si segnala che dette attribuzioni -trasferimenti erariali- saranno bloccate, fino all’avvenuto adempimento, per gli enti che, al momento del pagamento, risulteranno non aver trasmesso alla SOSE il questionario funzionale a raccogliere i dati contabili e strutturali di cui all’articolo 5, comma 1, del decreto…” Tradotto spunta la scusa governativa che alcuni comuni non sarebbero in regola con il compitino del questionario del caso. Niente da fare.

Ma non disperate, corre voce fra onorevoli e interessati che entro 20-30 giorni ogni cosa sarà risolta. Intanto però i creditori dei Comuni sparsi in tutta Italia languono a bocca asciutta. E poi, commentano autorevoli economisti, “si discute tanto di tagliare le Provincie, ma i Comuni quelli no?” Per Carità.

“Pubblicato Mercoledì 13  luglio 2011 in esclusiva su L’Indro www.lindro.it e qui ripubblicato per gentile concessione”

Mia cara Africa. Luanda città più cara al mondo.

Africa

 

“Cara vecchia Europa il nuovo mondo è altrove. “

Di Andrea G. Cammarata

Udite, udite, la città con il caro vita più alto al mondo è Luanda, in Angola. La curiosa notizia arriva dalla Francia, dove la prestigiosa società Mercer, che vanta 18mila collaboratori in tutto il globo nel campo risorse umane, nonché affiliata alla nota Marsh & McLennanCompanies Inc., ha stilato questo studio statistico per l’anno 2010.

C’è da non crederci, e complici naturali ne sono la crisi economica e l’avanzare inarrestabile dei big asiatici e sud americani, e a sorpresa di quelli di alcune metropoli africane. L’inchiesta -si legge nel rapporto- è fra le “più complete al mondo”, la vita a Luanda è tre volte più cara che a Karachi, la popolatissima città del Pakistan, posizionata, fanalino di coda, in fondo alla classifica.

Nella capitale dell’Angola, segnala ’Il Sole 24 Ore’ , affittare un bilocale costa la bellezza di 5100 europanino e soda quasi 13. Okay il quotidiano, per non lesinare, segnala anche il chilo di spaghetti: 6 euro.

Insomma fatevene una ragione: parigini, e votati alla Madonnina, c’è chi paga più di voi affitto, mezzi di trasporto, vestiari, elettrodomestici e svago. Che sono poi le categorie su cui il rapporto si basa, avendole Mercer analizzate in rapporto ai valori forniti da 214 città sparse per il continente. Attenzione. Il metodo di calcolo “non valuta il tenore di vita di un cittadino medio, ma quello di un dipendente di una multinazionale che lavora all’estero”, considerato che le società devono garantire un tenore di vita pari a quello sostenuto dal dipendente nel paese di origine.

L’inchiesta ha posto come città dai prezzi chiave New York -27° in classifica, ma anche la più cara degli States- dotandola di un punteggio di 100 punti. Mentre il valore più rilevante nel rapporto è ovviamente il costo della casa, e tutti i parametri di riferimento sono determinati in relazione alla valuta dollaro.

L’analista senior della società parigina, Nathalie Métral, sostiene fortemente i motivi di questa ricerca, che sarebbe utile alle aziende e ai governi per calcolare stipendi e indennità dei propri impiegati all’estero -si legge nel rapporto- “nel corso di questi ultimi anni le destinazioni professionali hanno preso una piega chiaramente internazionale, con il susseguirsi di espatri forzati degli impiegati o di dipendenti posti in mobilità internazionale ovunque nel mondo”. Aggiunge l’analista che tuttavia serve “una perfetta comprensione del costo che implica uno spostamento di un dipendente in un altro paese, è essenziale, in particolare nel contesto economico odierno” per poi concludere che “le città sono state selezionate sulla base delle domande delle nostre clienti multinazionali”.

Grande attenzione per il continente nero, perciò, considerata l’importanza economica sempre crescente di questa regione soprattutto in ambito francofono. Niamey, nel Niger, è posizionata al 23°posto, Dakar, in Senegal, al trentaduesimo, e sono diverse le imprese francofone e non, che hanno fatto domanda d’informazioni in merito. Spiega NathalieMétral:“abbiamo osservato un aumento di richieste concernenti le città africane per diversi settori di attività: industria mineraria, servizi finanziari, compagnie aeree,manufatturiero, servizi pubblici e altre società di produzione di energia”.

Poi c’è l’altro colosso Brasile, cui si aspettano ulteriori mirabolanti imprese di crescita economica: San Paolo è al 21° posto, Rio deJaneiro al 29°. Ma tornando nel vecchio continente, la classifica ha riservato un misero 17° posto alla belle Paris, più cara è invece Milano, situata al 15°, per Roma, magra è la consolazione, che si posiziona invece solo al 26° posto.

“Pubblicato Martedì 12  luglio 2011 in esclusiva su L’Indro www.lindro.it e qui ripubblicato per gentile concessione”

A Rimini niente bagni e Tassa di soggiorno

Notizie, Rimini

“Il mare qui ha sempre fatto schifo, non per nulla Mussolini veniva a bagnarcisi”

 

Di Andrea G. Cammarata

Turisti: famiglie, anziani, madri e bambini, lamentano già i loro fastidi dello slalom serale fra le orde di prostitute che invadono i marciapiedi della capitale del turismo. Fatto increscioso che commentano -a loro modo- anche numerosi automobilisti: “le lucciole funzionano, sono meglio degli autovelox…”. Però l’acqua in mare più schifosa del solito, quella magari no, è un malcontento diffuso.

Fra le notizie amare ci vanno anche diversi arresti delle forze dell’ordine, fra cui il blitz di questa notte, con tanto di elicottero della polizia. Briganti, detti ’serpenti’, che in missione notturna strisciano sotto le brandine sfilando portafogli e fortune alle coppiette intente a sbaciucchiarsi nei bagni di luna piena del riminese. C’è poi qualche turista che invece tenta un cammino a ritroso nella memoria, e ’proustianamente’, nonostante tutto, cerca la bellezza e i particolari di quei luoghi di villeggiatura che furono gli stessi dei suoi nonni. Ci riuscirà: a Rimini in oltre 50 anni, quanto a strutture, fognarie e in genere, non è cambiato niente.

E ora infatti l’attenzione è tutta su fogne, scarichi a mare, e su quei divieti di balneazioneche in sordina sono stati imposti in questi giorni nel litorale riiminese. Se piove“abbondantemente”, aprono i canali e ’la merda’ va a mare, lo sanno tutti. Il problema in sostanza è di quei circa 32mila allacci “abusivi” o irregolari di alberghi che, privi come sono di “vasche di contenimento”, sono obbligati a scaricare i propri reflui nella rete fognaria, che tuttavia dovrebbe raccogliere solo le acque cosiddette bianche.

La notizia non ha fatto più scalpore di quella della mucillaggine, erano gli anni ’90. Allora l’alga marrone aveva soffocato il mare nostrum, un fenomeno naturale che donò all’Adriatico sembianze simili alle peggiori chiaviche medievali. Giorni in cui i turisti ’capitani’ di mosconi e ’pattìni’, prendevano il largo con quella vana speranza di trovare uno specchio di acqua pulita e quella di non poggiarsi su qualche escremento. Adesso invece tornano utili lemicropiscine che furono costruite durante gli anni ’90 in fretta e furia dagli albergatori.

Ma veniamo al presente. Pochi giorni fa, con l’obbligo dell’apertura delle fogne a causa dalle violente piogge, era spuntato il topo morto a riva, e, lo hanno detto i bagnini: “lo abbiamo seppellito un attimo nella sabbia, era brutto a vedersi”. Di più. L’acqua schiuma ancora in queste ore sulla spiaggia, mentre gli addetti al salvataggio si tappano il naso per il tanfo insopportabile e cercano timidamente di suggerire ai bagnanti che “no”, ” il bagno non si può fare”. Vengono allontanati per primi i bambini inzuppati da acque improvvisamentedivenute velenose, e compaiono i cartelli di pericolo generico, con allegata l’ordinanza del divieto di balneazione.

Poi, oggi, la neo-amministrazione del Pd riminese è partita all’attacco, e c’è l’idea di una patrimoniale indiretta sulle vacanze. Sempre e “solo se sono tutti d’accordo”, spiega EmmaPetitti (Pd). Albergatori su tutte le furie: tassa di soggiorno o di scopo da 50 centesimi a 5 euro. Dalla bettola all’ hotel extra-lusso, il tributo per giorno di pernottamento varierebbe insomma in base alla qualità dell’alloggio scelto. Critica la replica di Fabio Pazzaglia, Consigliere comunale di Sinistra e Libertà che in una telefonata ha detto “la tassa di soggiorno, in base al dispositivo di federalismo municipale, la puoi utilizzare solo su questioni legate al turismo, ed è difficile inquadrare in questa cornice il sistema fognario”, poi calca la mano: “legare le fognature alla tassa di soggiorno è impossibilie, è una proposta superficiale”.

Sì perché servono subito 100 milioni di euro per chiudere 7-8 scarichi a mare su 11. Mentre il costo dell’epocale ripristino e sdoppiamento del sistema fognario di Rimini, si aggirerebbe in totale sul miliardo di euro. Spicci che l’amministrazione tenta di raccogliere gravando da anni nel portafoglio di cittadini e turisti con costi dei parcheggi stellari e strisce blu in ogni dove, salvo poi “devolverli in capodanni Rai e Notti rosa”, come lamenta parte dell’opposizione.

Soldi e ’mi ci tuffo’ arriverebbero invece ad Hera, la discussa holding emiliana con sede in Calabria, nonché attuale gestore della rete fognaria riminese, cui il comune di Rimini ha chiesto di intervenire con un piano operativo “per potenziare il sistema di filtraggio delle acque scaricate e dei corpi solidi”Hera Spa fra l’altro ha in mano un grosso progetto da 40 milioni di euro per lo sdoppiamento di un depuratore del territorio che -spiega FabioPazzaglia- “prevede la dismissione di alcuni depuratori funzionanti nel territorio provinciale, quando dall’altra parte l’amministrazione non ha un euro per investire nella separazione della rete fognaria”, e -per concludere- “le priorità adesso sono altre, il Comune dovrebbe avere meno sudditanza nei confronti di Hera, se ha acceso mutui per tutto, palacongressi e teatro, ne può accendere uno anche per le fogne”.

“Pubblicato Lunedì 11  luglio 2011 in esclusiva su L’Indro www.lindro.it e qui ripubblicato per gentile concessione”

Una mano santa salva Don Verzè

Berlusconia

Don Verzè con la sua fondazione Monte Tabor deve affrontare un buco da quasi un miliardo di euro, ma con lui inciuciano tutti: sinistra, Governo e Vaticano. Per non parlare dei conflitti d’interessi con il San Raffaele, all’apparenza superati ma sempre sospettosi, del ministro della Sanità Fazio e di Fininvest/B.

Di Andrea G. Cammarata

C’è puzza d’incenso. A indorare il tracollo finanziario da più di 800 milioni di euro dietro al San Raffaele di Milano di Don Verzè, ci sarebbe anche il Vaticano e la mano del suo Segretario di Stato Tarcisio Bertone, che ha piazzato quattro suoi uomini, fra cui il Presidente dello IorEttore Gotti, nel Consiglio di Amministrazione della Fondazione Monte Tabor, e preme per averne nell’Istituto Toniolo, attualmente presieduto dal vescovo uscente di Milano, Dionigi Tettamanzi.

Gli organismi sono i due bracci finanziari che controllano rispettivamente il San Raffaele l’uno, e il Gemelli e il Bambin Gesù l’altro. Poi ci vanno gli intrecci storici di don Verzè con gli affari del Premier Silvio Berlusconi e quello che si andrebbe paventando come un nuovo conflitto d’interessi. Ma batte cassa anche la sinistra radicale. Si parla di un polo sanitario vaticanista nel milanese, che andrebbe ad annettere il policlinico Gemelli dell’Università Cattolica e l’altro nosocomio Bambin Gesù alla creatura sanitaria privata del prete-manager, il San Raffaele.

L’appendice. Don Verzè è approdato nelle Puglie con il progetto ospedaliero del San Raffaele del Mediterraneo e rispettiva fondazione omonima, nonché estensione della MonteTabor. Nichi Vendola, Governatore della Puglia, sovvenziona l’opera con 120 milioni di euro, senza gara d’appalto, e senza l’ospedale, visto che manca ancora la prima pietra.

Come rilevato da ‘L’Indro’, oltre il 23% delle azioni MolMed Spa sono di Fininvest, rappresentate nel Cda da Luigi Berlusconi, figlio del Cavaliere. Berlusconi con la MolMed vorrebbe “sconfiggere il Cancro“, prometteva insieme a don Verzè. Ci prova dal San Raffaele dove è posta la sede di questa società biomedica di ricerca e terapia antitumorale.

Anche Ferruccio FazioMinistro della Sanità, è stato, fino al 2008, Primario di Medicina nucleare e Radioterapia presso l’istituto scientifico universitario San Raffaele. E Don Verzè? Solo un “anziano signore“, “Unto del Signore“? Alla veneranda età di 91 anni tornerà in Tribunale per un concordato anti-crac per la Fondazione del suo ospedale, stando ai 460 milioni di crediti che i suoi fornitori gli avanzano da due anni. E si ricomporrà il nuovo Cda della Fondazione Monte Tabor, con due dei quattro membri imposti dal Vaticano che vanno a costituire la maggioranza nei 7 previsti.

Don Verzè trova al suo fianco Gotti, presidente dello Ior, banca in black list dello Stato pontificio. Ma trova anche Giuseppe Profiti, come segnala ’Il Fatto’, già condannato in appello per turbativa d’asta.

Venendo alle memorie, Silvio Berlusconi e don Luigi Maria Verzè si conobbero ai tempi in cui il primo era ancora palazzinaro nella sua impresa Edilnord. Erano i giorni gloriosi di Milano 2. Nella stessa zona Verzè acquistava l’area dove sarebbe sorto il San Raffaele. Don Verzè e Silvio insieme riuscirono a cambiare la rotta degli aerei, il cui frastuono in volo su Milano2 avrebbe molestato pazienti e clienti dei due imprenditori. Poi, negli anni a venire,Verzè viene condannato per tentata corruzione. Di mezzo ci andavano l’Università di Milano e la concessione di contributi per due miliardi di lire della Regione Lombardia. Ancora Magistratura che indaga: e spunta una “istigazione alla corruzione“, e le accuse di truffa con le solite prescrizioni che conseguono. Viene fuori addirittura l’accusa di ricettazione di due quadretti del ’500 napoletano, condanna in appello, difesa, ma non l’assoluzione con formula piena in terzo grado: “Don Verzè era al corrente della provenienza illecita dei quadri“.

Poi le pressioni politiche per la cessione del suo San Raffaele romano ai fratelli Angelucci, già proprietari del quotidiano ’Libero’.

Confessioni. E’ la volta del Verzè 007, al centro di un inchiesta che vedeva l’agente del SISMI Nicolò Pollari come informatore del prete-manager.
Ma l’ascesa di Verzé sarà implacabile, un successo imprenditoriale che gli metterà sotto il sedere un bel jet Challenger e società, alberghi e piantagioni in ogni dove del mondo. Adesso deve far spuntare quasi un miliardo di euro.

“Pubblicato Venerdì 8  luglio 2011 in esclusiva su L’Indro www.lindro.it e qui ripubblicato per gentile concessione”

Sclerosi multipla e Ccsvi, clamore e speranze sulla cura sperimentale Zamboni, il Canada finanzierà la sperimentazione.

Ccsvi e sclerosi multipla

Dibattito acceso su una scoperta tutta italiana che sta facendo clamore nel mondo. Intanto associazionismo e tam-tam online sfidano i lunghi tempi della medicina. Sintomi debilitanti che scompaiano e nessuna ricomparsa di ricadute. 

Di Andrea G. Cammarata

Lui è uno scienziato ferrarese, e se lo incroci il suo sguardo ti trafigge. Ha donato la speranza di una vita migliore a migliaia di malati affetti dalla Sclerosi mutlipla, malattia autoimmune di cui, in questo Paese, una nuova diagnosi è conclamata ogni quattro giorni . Solo in Italia, i malati di questa malattia fortemente disabilitante sono più di 50mila. Il prof Zamboni ha ipotizzato una terapia sperimentale che non prevede l’utilizzo di farmaci , aizzando così un sommo stupore da parte della nota riottosità della casta dei neurologi.

Qualcuno lo ha etichettato anche “Di Bella”, lasciando intuire ancora lo scetticismo che ruota intorno a questa scoperta . Come probabile causa/effetto della patologia disabilitante Zamboni, sulle orme di uno scienziato ottocentesco francese, e basandosi sulla geografia selettiva dei vasi sanguigni chiusi, denuncia perciò il cattivo funzionamento delle vene extra-craniche, che a causa di malformazioni generano un’insufficienza venosa cronica.

Ed ecco il nome della malattia: Ccsvi  (insufficienza venosa cronica cerebro-spinale). Poi 27 pubblicazioni su riviste scientifiche di primo livello, acclamano il risultato di una ricerca tutta italiana, la cui rapidità e diffusione sbalordisce ancora una volta l’opinione medica internazionale. Parte la sperimentazione diagnostica ed operativa negli ospedali e nelle più importanti università Usa . L’intervento di angioplastica riesce facilmente, nessuna complicazione. La diagnosi si effettua tramite Ecocolordoppler, e poi con la più avanzata plestimografia cervicale. I sintomi debilitanti della malattia scompaiono o si attenuano, lasciando dimenticare gli insuccessi cronici in materia di Interferone, farmaco sì in grado apparentemente di bloccare le ricadute invalidanti della malattia, ma che non allevia in nessun caso le emicranie ossessive e il senso di spossattezza eterno che affligge i malati.

Nei mesi scorsi il meeting ISNVD vede radunati i maggiori medici vascolari e radiologi di tutto il mondo, la scienza si respira come una boccata di aria fresca. Speranze. Studi sui topi che confermano la correlazione fra insufficienza venosa e disabilità. Conferme e nuove ipotesi genetiche inerenti la trasmissione ereditaria della Ccsvi. Sperimentazioni in doppio cieco con l’ausilio di psicologi e neurologi che confermano i miglioramenti cognitivi dei pazienti trattati. Poi la fuga affrettata dei malati per farsi operare all’estero da chiunque sia: cliniche improvvisate, ambulatori di ogni sorta dal Messico alla Romania. Pubblicità su Facebook e la “Liberazione” fai da te (così viene chiamato in gergo l’intervento) lievita a costi stellari.

Zamboni ammonisce i pazienti: “non abbandonate la terapia tradizionale a base di farmaco e fatevi operare solo in studi sperimentali autorizzati” . Massima cautela e onestà da parte del medico, e intanto si attendono risultati definitivi. Il dottore Ciro Gargano di Napoli conclude una sperimentazione su 500 pazienti, eloquente l’osservazione riferita al ’Corsera’ : “i sintomi associati a questa malattia spesso scompaiono” -parla di-  “Casi in cui la vescica torna a funzionare normalmente, la deambulazione migliora, la stanchezza quasi sempre diminuisce o scompare, come la vista, e negli uomini, tal volta, scompaiono i disturbi sessuali” .

Nel frattempo il Consiglio superiore della Sanità avvalla la sperimentazione, per poi bloccarla rimettendo il parere ai Comitati etici sparsi in tutta Italia. Per intervenire legalmente basterebbe un “numero di protocollo operativo” dal Consiglio della Sanità, quello utilizzato dal dottor Regine, medico vascolare di Pozzuoli, fino ad un stop and go finalmente arrivato. E in fin dei conti si tratta solo di vasodilatazione. Regine ha “liberato” quasi un centinaio di pazienti, è assolutamente soddisfatto e conferma anche lui miglioramenti sintomatici , riferendosi fra l’altro alla scala di valutazione Esds utilizzata in neurologia. Fra i suoi pazienti anche un malato di Sla. Non deglutiva, non mangiava. Poi l’operazione e l’incredibile svolta, che permettono lui di riacquisire facoltà vitali.

Ecco i medici che hanno seguito alla lettera il protocollo Zamboni, e cominciano a portare conferme a quelle sensazioni che la Ccsvi starebbe alla base anche di altre malattie neurologiche, come il Parkinson e la Sla. Online parte l’associazionismo, è tutto un fremere. La pagina fan su Facebook di “Ccsvi nella Sclerosi multipla”, condotta con massima oggettività e cautela, conta quasi 33mila iscritti. Poi ci sono le associazioni: la Ccsvi onlus della Campania, presieduta da Celeste Covino, e le altre in Lombardia , Emilia Romagna, Sardegna , e tutte le regioni che si organizzano per raccogliere fondi e chiedere una risposta certa e rapida alla validità dell’ipotesi Zamboni. La malattia può degenerare improvvisamente, nello stadio più grave ogni ricaduta, effetto delle lesioni a livello cerebro-spinale, può obbligare alla carrozzella o alla privazione dell’utilizzo di un arto.

L’urgenza è massima, curare la Ccsvi apparentemente blocca le ricadute, allevia i sintomi, ma non può risanare le lesioni. Il dibattito è sempre forte, l’Aism, fra le maggiori associazioni italiane in tutela della Sclerosi mutlipla, si defila in seguito ai risultati di uno studio sperimentale non soddisfacente, dissociando peraltro la partecipazione del Prof Zamboni che critica un arbitrario metodo di procedure da parte dell’associazione. I neurologi, la cronaca riferisce, stentano ancora a interessarsi, e i malati temono addirittura di riferire loro della scoperta Zamboni. I media mainstream sollevano il caso, alcuni giornalisti si affrettano addirittura nel tentativo di affossare la ricerca. Poi le interrogazioni parlamentari, si discute anche in politica. Dal Canada , ecco la notizia, il Ministro della Sanità, Leona Aglukkaq , ha annunciato in questi giorni che lo Stato finanzierà il trial di trattamento sulla Ccsvi , con parole ricche di genuina sensibilità e concretezza.

“Incontrare tante persone affette da questa malattia che mi hanno parlato della lora storia, si è rivelata essere un’esperienza molto toccante. Guardo al loro coraggio eccezionale di fronte questa terribile malattia, e li appoggio con tutto il cuore in questi momenti difficili”

In Italia Zamboni, sta invece autofinanziandosi , attraverso il costante impegno delle associazioni a lui vicine, quando si tratta del suo studio sperimentale più importante, chiamato BRAVE DREAMS, che dovrebbe togliere ogni dubbio sulla reale efficacia di questa scoperta.

“Pubblicato Lunedì 6 luglio 2011 in esclusiva su L’Indro www.lindro.it e qui ripubblicato per gentile concessione”

Radio. La battaglia dei network contro le quote di musica francese

Oltralpe

Di Andrea G. Cammarata

Mentre in Italia si cerca di piazzare quote rosa un po’ ovunque, a discapito di una reale e meritocratica integrazione della donna, Oltralpe si riapre il dibattito sulle quote di musica francese in radio. Altra storia. Questa legge dal sapore liberticida, emanata nel 1994, prevede l’obbligo per le emittenti radiofoniche di trasmettere musica francese ’DOC’ nel lasso di tempo compreso fra l’alba e la prima serata. Gli orari sono ferrei, dalle 6 del mattino alle 22, il 40% delle opere devono essere di ’espressione francofona’, e la metà di questa quota è riservata ai talenti emergenti e alle nuove produzioni. Da Parigi nell’occhio del ciclone ovviamente ci vanno i principali radio-network, vedi il gruppo NRJ, Virgin, Fun.

Le compagnie radiofoniche, a detta loro, sono ligie alle regole e anzi lamentano verso il Csa(Conseil de l’audiovisuel) -sorta di Agcom- e le case discografiche, il sospetto di potersi vedere “indurite”, scrive oggi ’Le Monde’, le quote di canzoni francofone. Ostilità aperte già negli scorsi mesi in occasione di un vertice fra le parti, che ha visto il dito delle major discografiche puntato sulle radio e sul loro metodo di applicazione della legge. Secondo quanto riporta l’associazione Tous pour la musique, i vari Georges Brassens, Dalila, CharlesAznavour in radio resusciterebbero tutti insieme all’alba fra le 6 e le 8 e 30, toccando in queste ore dimenticate quota 75% nel week-end, contro peraltro il 44% nell’infrasettimanale. Poi è finalmente la volta dell’Hip-hop, Jazz e rock, rigorosamente americano, genere più in voga anche fra i giovani cuginetti d’Oltralpe. Tous pour la musique, associazione di artisti con la erre moscia, infierisce e chiede che la legge non sia più travisata, “devoyer”. La richiesta è “più diversità nella programmazione radiofonica” senza tuttavia ’commissariare’ le emittenti, ma “appellandosi alla loro responsabilità per preservare la diversità culturale”.

Intanto parte, lasciando il tempo che trova, il classico tormentone su Facebook, e gli iscritti al gruppo “contro le quote di musica francesi nelle nostre radio” sono già diverse decine. Utenti irriverenti ma legittimisti, scrivono: “passano le schifezze in inglese alla radio che non le capiamo, ma quelle francesi c’est autres choses”, e aggiugono di averne abbastanza di folklore del Quebec e Rock ’n blues francofono.

In Italia ci provò la Commisione Culture della Camera nel 2003, allora presieduta dall’onorevole Ferdinando Adornato, già colto -come molti- da un virus mutante comunisti inberlusconiani, che lo attivò per cui in quel partito che fu La casa delle libertà. L’intento era quello di approvare una legge incentivante le radio che avessero trasmesso il 50% di musica italiana, nonché di imporre obblighi simili per la Rai. E conoscendo le passioni del nostro presidente chansonnier per la musique e il suo adorato Apicella, c’è forse da aspettarsi l’obbligo di quote bilingue, fra pieghe o piaghe, di una delle tanto attese manovre.

“Pubblicato Lunedì 6 luglio 2011 in esclusiva su L’Indro www.lindro.it e qui ripubblicato per gentile concessione”

San Marino, Repubblica sommersa

Lavanderia San Marino, San Marino

Di Andrea G. Cammarata

“A San Marino non ci resta che piangere”… Perché a forza di nascondere la polvere sotto il tappeto prima o poi si sapeva che il sistema saltava. E oggi le lacrime sono amare. Aziende in fuga, capitali in fuga, anche i latitanti sono in fuga, scoperti con lieve ritardo.

“Usura e truffa, incastrate due società del Titano”, titolari due giovani calabresi arrestati in Florida, Miami. La finanza, nucleo operativo Gico di Catanzaro, sequestra beni immobili, chiude società per un ammontare di 10 milioni di euro. E questi sono i figli, creature di seconda generazione. Ma l’operazione ’Easy money 2’ si estende da un’altra del 2009, che vede arrestato il padre dei due: usura, estorsione, truffa.

Per i rampolli calabresi ci va invece il business dei leasing con il noleggio autovetture di lusso, e il commercio di preziosi. E sono diverse le revoche del Titano fra il centinaio di licenze ’rent a luxory car’, con l’intenzione chiara di dare un giro di vite alle intestazioni fittizie. Intanto le rogatorie cominciano a funzionare meglio, e entro l’estate assicurano ci sarà una legge sullo scambio di informazioni in ambito fiscale.

Una “svolta storica” siglata in Commissione finanze dal suo Presidente, che indica la strada migliore per la trasparenza, insomma dice Federico Bartoletti “la strada dell’adeguamento agli standard internazionali, San Marino la vuole percorrere fino in fondo”. Oltre c’è il nero del riciclaggio che riaffora sempre, ma anche di un oscuro futuro. Si propone per cui d’incentivare il turismo o il gioco e le slot-machine, ma con quali esiti?

L’associazione Ecso, partecipata da circa trecento giovani sammarinesi, offre invece un piano di apertura sulle residenze, già notoriamente argomento tabù per i saggi Consiglieri della politica dei monti, volti da sempre al mantenimento della “razza” sammarinese. La concessione di tre mila residenze frutterebbe allo Stato forse anche tre miliardi di euro. Sottacendo poi il possibile giovamento socio-psico-culturale per la chiusissima popolazione di questo Paese. 34mila complessivamente i sammarinesi cresciuti peraltro con un tenore di vita strepitoso e stipendi da capogiro.

Ma intanto sono parecchi i dipendenti e gli operai in cassa integrazione, aumentano i Suv sul mercato dell’usato, 70 le aziende chiuse -considerando anche il crircondario- e 6500 i lavoratori a rischio con le nuove disposizioni di doppia imposizione. Ecso suggerisce la liberalizzazione delle residenze perchè rilancerebbe il settore immobiliare, tuttavia è proprio la cementificazione massiccia che nasconde l’ombra delle mafie.

Poi c’è l’ “Attenti al mattone” recente monito di Pino Maniaci, storico giornalista antimafia, durante la conferenza Mafioply sul Titano. Senza scordare che in aprile San Marino ha ospitato il Vertice internazionale antimafia, presieduto da Pier Luigi Vigna, ex procuratore nazionale antimafia, e dal francese Gayraud, esperto di geopolitica mafiosa.

L’allerta è massima, controlli serrati della finanza al confine da una parte, e dal’altra cronache locali affollate di Casalesi dediti a pestaggi e traffici illeciti. Un imprenditore riminese percosso e minacciato, vittima di usura alle stelle, sintesi dell’operazione Vucano. E il suo naturale proseguimento, con una società di recupero crediti del riminese collegata al Titano di cui i soci, prestanome di Brusciano, fanno riferimento al clan camorrista di Francesco Vallefuoco.

Di più. Mafia cinese, riciclaggio verso Pechino, vecchia storia di cinque, sei miliardi di euro, intonsi per le casse dell’erario italiano e ripuliti attraverso “money transfer” e società fiduciarie sammarinesi.E l’operazione ’Minotauro’, 191 arresti in Piemonte, che vede un imprenditore del Titano intercettato diverse volte insieme a un presunto capo clan ndranghetista, si trattano affari immobiliari per 80 milioni di euro. Un insieme di fatti che non dovrebbe far rimpiangere al Titano i cinque miliardi sottratti con lo scudo fiscale alle casse di San Marino. Soldi sporchi, rimpatriati anonimamente con una misera accisa del 5% e beneplacito di quel governo che “ha fatto di più contro le mafie”.

“Pubblicato Lunedì 4 luglio 2011 in esclusiva su L’Indro www.lindro.it e qui ripubblicato per gentile concessione”

Thailandia, una donna al potere?

Notizie, Thailandia

Yingluck Shinawatra, del partito Peua Thai, data in vantaggio sull’attuale Primo Ministro Abhisit Vejjajiva

Di Andrea G. Cammarata

Una lotta fra ’impuri’ che vede contrapposti i due leader thailandesi in corsa per le elezioni governative di domenica prossima. Da una parte il Premier uscente Abhisit Vejjajiva, democratico insediatosi al potere con un colpo di Stato nel 2006, dall’altra Yingluck, sorella di Thaskin Shinawatra, populista e molto discusso ex Primo Ministro e magnate delle telecomunicazioni thailandesi. Lei 43 anni, bella, giovane e intelligente, è il volto nuovo del mutante partito delle camicie rosse, il Peua Thai.

Dicono che sarà in grado di conquistare il cuore dei thailandesi, mentre gli esperti di marketing elettorale di cui il fratello già si avvaleva, la aiutano non poco. C’è però una memoria difficile da cancellare. Più di un anno fa quasi un centinaio dei suoi sostenitori furono atrocemente freddati dalle milizie governative, migliaia i feriti, in mezzo rimase ucciso anche Fabio Polenghi, fotoreporter freelance. Erano i giorni delle ’proteste del sangue’ di Bangkok, i manifestanti volevano le dimissioni di Abhisit. Lui non demordeva, nonostante il sangue donato per l’occasione e sversato dalle camicie rosse sul ciglio di casa sua e di alcuni edifici governativi.

Tornando al presente la propaganda avversaria fa spuntare le foto di una Yingluck che ad un party pare cedere alle lusinghe ballerine di Arisman, terrorista ricercato per i giorni del “sangue”. Lei ovviamente smentisce. Prima le viene anche contestata una falsa testimonianza resa per difendere il fratello implicato in un processo da un miliardo di dollari: Thaskin se li vedrà tutti confiscati.

Ora la tensione è di nuovo alta, di mezzo ci va il conflitto a Nord al confine con la Cambogia, la disputa per il tempio Preah Vihear, l’amicizia di Thaskin con i leader cambogiani, e i sospetti che il millantato conflitto potrebbe essere la causa di un rinvio delle elezioni. Le autorità smentiscono e domani la campagna elettorale si chiude, lasciando ancora un po’ di briciole per quel voto di scambio puntualmente segnalato dalla stampa locale. Il piatto della bilancia dei voti, stando ai sondaggi asiatici, pare pendere al 51% per Yingluck, che potrebbe essere la prima donna premier thailandese, pur sempre “delfina” e manipolata dal fratello, ex Primo Ministro che in caso di vittoria concluderebbe così il suo auto-esilio forzato.I Democrat di Abihisit sono posizionati invece a quota 34%, vantano però il consenso della ricca borghesia thailandese, dei militari, e in caso di sconfitta si coalizerebbero facilmente con le minoranze.

Sull’altro versante la probabile vittoria dei “rossi” lascia temere tuttavia ancora un colpo di Stato, e sembra che Thaksin stia infatti tramando segretamente proprio con i militari, che si sarebbero impegnati a non intervenire, sostenendo una vittoria politica naturale in cambio di non ritorsioni vendicative da parte dello stesso Thaksin, già vittima di scioglimenti giudiziari dei suoi due precedenti governi.

Il premier in carica può vantare dei consensi della ricca Bangkok e del sud del Paese. C’è poi il sostengo dell’anziano monarca Bhumibol, molto amato dalla popolazione. Thaskin è invece accusato dall’opposizione di voler spodestare la monarchia, sarà perché in Thailandia la normativa sulla lesa maestà è una delle più severe al mondo, con pene fino ai 15 anni di reclusione. Thaskin è insomma attaccato su tutti i fronti, un ’corrotto’ dicono, ma in sostanza offre un programma elettorale simile a quello dei suoi avversari, pur più attento a politiche sociali volte a favorire le classi più disagiate.

Chi salirà al potere dovrà certo far fronte ad un emergenza dimenticata del sud del Paese,4600 persone uccise in sette anni nell’indifferenza più totale dei governi: torture e barbarie della milizia thailandese contro una minoranza di musulmani di etnia malese, le cui pretese, sembra di origine linguistica, non sono state del tutto chiarite, e Yungluck, in una delle sue tante promesse elettorali, ha detto di volere rendere le tre provincie del sud “zone amministrative speciali”. Stiamo a vedere.

“Pubblicato Venerdi 1 luglio 2011 in esclusiva su L’Indro http://www.lindro.it e qui ripubblicato per gentile concessione”