Sicilia

Poesia e storie

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Campagna

Campagna

 

 

È arrivata l’ape blu di Pasqualino, come ogni giorno.

Pasqualino comincia ad urlare al megafono, l’aria è tersa, il cielo splende di un blu pastello.

– Accattatevi i cipolle, patate, cipolle, patate.

Tutto il rione si affaccia dai balconi, Pasqualino con il ventre gonfio si muove lentamente, ha svegliato tutti.

– Avanti venite! Cipolle, patate.

Si sentono le sirene della polizia, il gridare di Pasqualino viene coperto per un attimo, allora qualcuno deve  avere combinato qualcosa. Pasqualino abbassa le sopracciglia un po’ dubbioso.

Intanto la signora Rosanna gli si è avvicinata e già il suo volto è diventato gioviale.

– Mi dasse un chilo di patate.

Rosanna è molto seria non si lascia scappare nemmeno un sorriso con gli estranei. Prende il suo chilo di patate come si prende un coniglio per le orecchie e gira i tacchi.  Pasqualino aggrotta ancora un po’ le sopracciglia e se ne va con la sua ape ronzante.

Il sole è ormai più alto nel cielo, i bambini giocano a pallone, il loro campo di calcio si estende fra un labirinto di vicoli e automobili; Moreno urla con le ginocchia nere e segna un goal nella serranda del magazzino di  Carmine il barbiere. Le vecchie signore del quartiere vanniano ( dialetto) i carusi  che fanno troppo baccano lanciando loro catini pieni d’acqua. Ora Moreno è disperato perché la palla è finita sopra un balcone, Filippo si arrampica agilmente attaccandosi ai tubi del gas e riesce, rapido, a recuperarla.

-Avanti carusi iucamo!

Sebastiano dai capelli lisci e neri, la bocca carnosa, intona una canzone: – Garibaldi fu ferito, fu ferito ad una gamba….- tutti cominciano a correre, hanno un grande coraggio.

Ora Silvana si affaccia alla finestra e comincia a gridare con tutta la voce che ha: – Vastiano! Vastiano! Vastiano! Arricampati !

Tutto il quartiere la sente ogni giorno chiamare suo figlio allo stesso modo.

Sebastiano corre sotto casa e urla:- Ma’! Ma’! Ma’! Affaccia! Affaccia!

Silvana è sposata a un poliziotto, non è disposta a farsi dare ordini dal figlio, non si affaccia, urla da dove è, dalla sala, o forse dalla cucina: – Sali! Sali! La sua voce di volta in volta le diventa sempre più rauca, sembra provenire dall’infinito.

La zia Ciccinellla esce dal suo terrazzo con tanta disinvoltura avvolta in una vestaglia nera a fiori grigi, dopo aver riposto il rosario, allunga il braccio nel vuoto lasciando cadere il sacco della spazzatura. Il pattume cade poco distante dai bidoni.

-Ma sì… tanto a quest’ora nuddo passa.

Nessuno la rimprovera per questo, anzi viene rispettata e compresa, ad una certa età le scale sono difficili per tutti.

La mamma mi manda spesso o da “Pita” o ne “Basile”  per comprare il pane o il sapone. Io  abbasso il viso senza dire nulla e aspetto che mi metta i soldi nel palmo della mano, poi m’incammino. Stamattina sono andato da “Pita” lui tiene tutto: scope, mangiare per cani, detersivi, latte di pomodoro; dentro c’era un signore molto anziano, con la barba ispida, gli occhi neri e i denti gialli, non ho capito assolutamente cosa stesse domandando a Pita che da dietro il bancone lo guardava stranito. Il vecchio gobbo e tutto arricciato su se stesso farfugliava qualcosa in dialetto.

-U scupettune.

Pita dopo un po’ ha capito, credo.

– Vossia stava cercando, forse, lo stura lavandini? Lo stura cessi?

Me ne sono andato con il pomodoro.

Il sole picchia forte, per la strada ho incontrato Gian Paolo tutto sudato, dice che fa le pulizie nel magazzino della FIAT, dice che prende diecimila lire al giorno. Io gli ho chiesto se non era troppo piccolo per quel lavoro. Ci siamo fermati sui gradini della scala del nonno a giocare con le figurine, il gioco si chiama “soffione” o “soffietto”, mettiamo le cartelle (figurine) una sopra l’altra e poi, uno per volta, soffiamo, quando le cartelle cadono girate si vince; è un gioco bellissimo.

Quando sono arrivato a casa ho suonato il campanello, nessuno mi ha aperto, così ho scavalcato il balcone e sono entrato, ma in cucina ho trovato la mamma, papà seduto al tavolo e i miei fratelli. Vincenzo ha il muso sporco di pomodoro. Papà con il Cristo d’oro che gli pendola sotto al mento fra i peli del petto, con la bocca piena di pane.

– Unne a stato?! Assettati

Mi siedo. Cristina mi sta guardando con una certa soddisfazione, ha i capelli ricci legati in due code.

Moreno si scaccola e poi mette le dita in bocca. C’è un sacco di mollica di pane accumulata sulla tovaglia. Vincenzo beve la birra, ha solo dieci anni. Papà mi si avvicina con le mani nella vita.

-Adesso pigghio u cinto.

Mi dà un calcio nel culo anche se sono seduto sulla sedia, cado, e sento il dolore, poi c’è una sola frustata; mi rendo conto di aver sentito il dolore prima del dovuto.

Vedo mamma di spalle che fruga nella credenza del pane, lì c’è un odore buonissimo, ci sono anche le candeline dei miei compleanni passati.

Papà fa il panettiere, o meglio suo fratello fa il pane e lui lo aiuta; due anni fa  aveva un negozio di jeans, poi ha cominciato a scoparsi la commessa. Quando si è saputo in giro il negozio è fallito subito. Mia mamma, cornuta e bastonata, voleva vendetta e  appena ha avuto l’occasione, ha investito la commessa in mezzo alla strada, per poco non l’ammazzava. Mia madre ha servito la sua vendetta su un piatto freddo, così si dice qui in Sicilia. Mia madre la voleva scannare a quella troia.

Roberto è il mio fratello più grande ha quasi diciotto anni. Ieri ero nel chiano (rione) a guardare l’acqua nera dei secchi delle massaie scorrere fra i mattoncini della strada, mi sono sentito chiamare, era Roberto con un suo amico.

– Pss, pss vini cà ti fazzo vidire una cosa.

Mi sono avvicinato un po’ incuriosito. Roberto mi ha fatto vedere il suo organo, e poi un testicolo che spuntava dalle mutande. All’inizio non avevo capito.

Spesso lo vedo fumare delle sigarette tutte bianche e poi ha sempre le unghie sporche di nero e le braccia bucate, il suo sguardo è attonito e ha le pupille come spilli; mi mente sempre non è un buon fratello, e mamma me l’ha detto che si fa l’eroina. Due mesi fa l’ ho visto dentro un’ alfetta dei carabinieri, chissà dove lo portavano.

Questa città sta crollando a pezzi, hanno costruito un teatro, e la gente non ci va a vedere gli spettacoli, ma i combattimenti fra i cani. E’ tutto un schifo. E’ una chiavica a cielo aperto, qui non ci sono speranze, c’è solo la volontà che ripete di resistere, quando non c’è lei allora viene il degrado, l’umiliazione, lo sconcerto.

Dopo pranzo sono sceso sulle scale a giocare con i soldatini, è molto caldo, non c’è nessuno in giro, qualche macchina lascia un rumore rado per la strada, lo ascolto, muovo i pupi organizzando la mia battaglia.

Sono stato a fare visita da mio nonno, l’ ho incontrato mentre scendeva le scale con il cappello ben calcato in testa, u bastune ( dialetto), il suo vestito grigio, e un arancio enorme nelle mani screpolate. Mi ha dato mille lire.

-Tieni và accattati u gelato, i staio innu nu varviere.

Nonno va sempre da Carmine il barbiere e gioca a carte. E’ molto vanitoso. Vuole la pastina tutte le sere. Guardiamo un po’ la tv, ma non gli piace vedere le donne nel televisore e si arrabbia, diventa tutto rosso.

– Stuta! ( Spegni)

Quando andiamo al mare tiriamo le pietre piatte sull’acqua; mi racconta della guerra in Somalia.

Nonno era minatore, gli tengo compagnia, mi osserva teneramente con la sigaretta nelle mani, mi passa le carte.

-Tu si u migliu.

Resto silenzioso, giochiamo a scopa, oggi ho fatto due punti, re bello e Primiera.

Una volta gli ho detto che le mille lire non mi bastavano più per il gelato. Mi ha guardato male, ha aperto la bocca con la testa inclinata.

– Ti dugno un malutempulune.

Oggi pomeriggio siamo andati al cimitero a trovare i morti, il cimitero è più grande del paese stesso, fa paura, c’è silenzio, si sentono solo i passi miei e di mamma. Leggo i nomi dei morti e le date.

Mamma dice che una volta è restata chiusa dentro il cimitero e bisogna fare in fretta; cambia l’acqua ai fiori, dice una preghiera in ginocchio, poi si alza. Dice:

-Sto minchia di lumino non lo aggiustano mai, glielo devo dire a ‘stu strunzo.

Il marmo nero delle tombe riflette la luce del sole, i fiori appassiscono per il  caldo, l’aria è secca; usciamo dai cancelli. A metà strada lascio mamma andare a casa da sola, io vado alla villa; ci separiamo. Dentro la villa c’è il principe. Io non ci credo. Noi andiamo nel parco lì vicino per giocare a pallone, oppure per rincorrere le ragazzine e cerchiamo anche i pinoli, poi li schiacciamo con le petre. Ho incontrato Cristina, aveva le patatine fra i denti da latte sbeccati, mi ha sorriso.

Il villiere alle sei ci caccia via. Le ragazzine ci hanno sputato addosso, la più grossa, Maria Grazia, ha lasciato andare certe fiaccole dalla bocca, Filippo le ha messo la testa sotto la gonna colorata.

Corriamo giù per la discesa dritti al chiano.

Sebastiano mi ha detto che il principe è buono.

Gli ho risposto:- Ma chi minchia è ‘stu principe?-.

Vastiano mentre taglia la coda alle lucertole dice che è uno buono.

Dopo abbiamo visto Gaetano, lui viene solo di domenica a trovare la nonna.

Sono tornato a casa con il buio, l’acqua è già andata via. Mamma mi ha lavato le ginocchia con la spugna della cucina, nemmeno dalla parte gialla e un po’ morbida, ma con la parte ruvida verde. Quando è così brucia parecchio. “Strunzo” mi ha detto.

-Buttana de to suro unne a stato?

Mi sorella è sempre una buttana, non ha mai capito perché, ma qui tutte le sorelle sono delle buttane, qui in Sicilia si usa così.

A cena mangiamo la fettina di carne, il neon della cucina illumina la stanza, sembra di essere sott’acqua, nessuno dice una parola, ma mamma ci prova a dire qualcosa e mio padre le abbaia di stare muta.

La sera posso scendere sulle scale dopo cena, oppure parlo dal balcone con David il dirimpettaio, lui è ebreo, ma non lo dice a nessuno, ed orfano.

Quando andiamo a coricarci papà serra il portone con il catenaccio, carica la lupara e l’appoggia sulla madia centrale della cucina. Nessuno osa mai guardarlo quando fa queste operazioni.

Una volta mi ha portato in campagna a sparare con la lupara, ma io mi sono punto contro i fichi d’India, allora mi ha dato un calcio nel culo e non abbiamo mai più sparato insieme.

Prima di andare a letto dico le preghiere e bacio i miei fratelli, Roberto non c’è, nessuno mi ha spiegato il motivo. Vincenzo mentre l’ ho baciato mi ha detto:- Minchione-. Io gli ho stretto la gola con le mani, lui è diventato un po’ rosso, poi l’ ho spinto sul letto.

La notte la mamma ha gli incubi, parla nel sonno e mi spaventa; la sveglia fa tic tac continuo.

Spero che le cose cambiano; papà non dorme con la mamma, russa fortissimo, si sente anche da sopra. I miei genitori mi angosciano pure quando dormono ecco la verità.

La mattina ci svegliamo presto se no tolgono l’acqua, perché qui l’acqua è razionata. Dopo aver pisciato raccolgo un po’ d’acqua dalla pila con il secchiello giallo scorticato di plastica. Mangio caffè latte con le treccine, metto un cucchiaio di zucchero per ogni lettera del mio nome.

Papà porta Roberto ai combattimenti con i cani al teatro “nuovo”. Fanno le scommesse.

Papà ha detto che se oggi perde di nuovo, la scanna quella bestia.

Papà è tornato poco prima di pranzo con gli occhi neri, ha preso il coltello della cucina, è sceso in magazzino e ha scannato il cane, da parte a parte. L’ ha aperto lì sotto, poi l’ ha portato in riva al mare a seccare; è la seconda volta che lo fa.

Roberto dice che torna a vedere il cadavere dopo un pò di tempo, lo trova lì, sulla sabbia stecchito, poggiato sul dorso, dice che tiene la coda dritta. Io rimango senza parole, lui mi dice:- Beh, che stai a fare lì penzulune, talii i passuluna? La vita è una guerra-.

Roberto mi fa proprio schifo, ma ha gli occhi blu come il mare.

Io oggi mi sono detto che se stu principe è uno buono ci deve aiutare, perché se no finiamo tutti in mezzo una strada e nonno mi dice sempre che nella vita bisogna stare: muro, muro e banchina, banchina; quando non è così si crepa.

Ho detto a Vastiano questa cosa e mi ha risposto di andare alla villa, che il principe mi ascolterà perchè lui è uno buono. Solo che ha cominciato a piovere e non posso più andarci, devo correre a casa. All’ingresso ci sono tre appuntati, mi prendono per il braccio.

– Cumo ti chiami?

Io non rispondo agli estranei. In casa non ci deve essere nessuno.

Nel chiano si sente gridare Silvana.

-Vastiano unne a miso i zoccala ?

Ma Vastiano non risponde; Silvana ha tirato una pietra dalla finestra, la vedo rotolare fino a pochi passi da me. Lo fa così, per sfogarsi, ha l’impeto del vulcano e il sangue le bolle nelle vene come  lava. Anche gli appuntati rimangono stupefatti, uno di essi ha la faccia lunga che sembra un uovo; mi dice:- Unne suno i tuoi genitori?

–       Nente saccio-. Ho risposto  sotto voce.

L’altro appuntato pare un maiale, fa una risata grassa, mi spiega gentilmente che c’è un mandato di perquisizione firmato dal giudice. Io non ho capito, e intanto è rotolata un’altra pietra. Il terzo appuntato con l’ossatura piccola, un po’ gobbo si dirige verso l’abitazione della signora Silvana.

– Signora sa a da’ finire di fare ‘stu baccano. ( dialettale)

Silvana lo guarda, gira il mento poco verso l’alto.

-Ma va fanculo!

Si gira dalla finestra e chiama il marito.

– Melo ( Carmelo) vini cà!

Silvana è ancora un po’ svestita, ha finito di fare all’amore da poco. Melo dice: – Cu è che scassa la minchia?-. Si affaccia alla finestra solo con il cappello della divisa, ne intravedo il petto villoso.

Dice:- Andasse a fare un giro per cortesia!-.

L’appuntato abbassa il volto e torna sui suoi passi.

Ora vedo mia madre con i sacchi della spesa, ha gli occhi terrorizzati, immobili, sembrano ghiaccio.

Da sinistra c’è mio padre un po’ sciancato, con la giacca di pezza sotto braccio. E’ arrivato anche mio fratello Roberto con il suo “college” ronzante, si accosta un po’ di sghimbescio sul muro ruvido; è fatto duro. Io sono seduto sui gradini di casa.

-Signor la Paglia, abbiamo un mandato di perquisizione, apra le porte.

Gli appuntati  frugano dappertutto anche fra i foulard di mamma. Hanno trovato mazzi di banconote, una bilancia, e un pezzo di terra nero fra le cose di mio fratello Roberto. “Questa è eroina” ha detto ridendo l’appuntato più grasso. Papà quando l’ ha vista  ha dato un malo tempulune   a Roberto. Roberto adesso ha la faccia gonfia, non è più così magro.

Mamma piange per il disonore nell’angolo della cucina fra le sue cose.

Roberto ha già le manette. Papà gli dice:- Coglione -.

L’appuntato gobbo pronuncia:- Signor la Paglia non si preoccupi ce n’é anche per lei-.

Fuori continua a piovere. L’appuntato con la faccia da uovo risale dal magazzino, ha in mano tre pistole.

– Che minchia  ci fa lei con queste? Ce l’ ha il porto d’armi? Lo mostri, forza-.

Si sente cadere una gargiata sul volto di mio padre. Adesso anche lui ha la faccia gonfia. Il Cristo che gli penzolava sul petto è caduto a terra. L’ ho preso in mano.

Mio papà dice sempre che la famiglia è sacra, ma in verità a lui non gliene interessava niente.

Oggi è il suo compleanno per questo era insieme con mamma.

Papà sta tossendo forte, la sigaretta gli è caduta dalle mani. Ha cominciato a piangere.

Io sono corso nel letto, stringo il mio gatto di pezza e i soldatini. Vincenzo non  ha capito niente mi pare. Moreno ha le dita in bocca.

Papà e Roberto adesso sono dentro in prigione. A tavola per cena c’è solo olio e pane. Il neon è spento. Con mamma non si parla.

L’ ho sentita cantare per un minuto dietro la finestra. Cantava un grande dolore. La luna è alta, il cielo nero. Sono scappato dal balcone, sono corso alla villa, ho scavalcato i cancelli, i cani mi hanno inseguito. Ho bussato alla finestra del principe.

Ho sentito dire:- Cu è?

I cani mi hanno morso e strappato la camicia e qualcuno mi ha preso per le spalle.

-Che stai facendo qua, non è cosa per te, vattinne-.

Ho detto di voler vedere il principe, mi hanno portato da lui.

Indossa una vestaglia blu.

Gli ho messo il Cristo d’oro nelle mani e ho detto:- Arrestarrò me patre e me frate, aiutatemi, se è vero che siete buono.

Mi ha guardato, buono, con occhi grandi. Mi ha coricato nel letto della stanza affianco alla sua.

Mi ha detto di restare qui.

Mi ha sussurrato:- To patre e to frate un zuno cosa per ti, i i canuscio a iddi. ( tuo padre e tuo fratello non sono cosa per te, io li conosco. Dialettale)

Ogni tanto vado ancora con mamma al cimitero, ma adesso sono felice.

Questa è un racconto di pura fantasia. Ogni riferimento a nomi, persone o a fatti realmente accaduti è puramente casuale.

Andrea G. Cammarata 11/’03 ©

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