Cina atre sei condanne a morte

Diritti umani


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A poco sono valse le battaglie in difesa dei diritti umani degli Uiguri – minoranza musulmana cinese – della paladina Rebiya Kadeer, ex politicante del governo cinese, che dal 2005 vive in esilio negli Stati uniti.

Ieri, lo comunica il “China Daily”, sono state emesse altre sei condanne a morte per le rivolte della minoranza Uiguri avvenute il 5 Luglio 2009 a Urumqui – capitale dello Xinjiang-, ribellioni che furono duramente sedate dal governo cinese, provocando 197 uccisioni e 1700 feriti.

Le condanne a morte sono state motivate – riporta il “China Daily” – dalla Corte Popolare per reati di Omicidio, tentato omicidio e rapina; altri tre ergastoli sono stati inflitti per violenze contro le forze dell’ordine e per aver appiccato fuochi.

Verdetti da 5 a 18 anni per delle sassaiole di alcuni manifestanti.

L’articolo del China Daily riporta anche testimonianze di alcuni abitanti di Urumqui, cinesi e musulmani, che si sarebbero prospettati pene più dure per questi ribelli, e di altri che hanno versato lacrime di gioia quando le sentenze di morte sono state emesse. ” Non vedevamo l’ora che questo momento arrivasse. Solo le sentenze di morte possono confortarci” Dice Li cittadino cinese di Urumqui.

All’epoca dei fatti a detta del governo cinese fu la dissidente Kadeer ad orchestrare la rivolta, ma la paladina intervenne ” Sono le autorità che hanno trasformato una manifestazione pacifica in una sommossa violenta” e chiese che venisse aperta un’ inchiesta internazionale. (E’ noto che già nel 2005 i moniti da parte della commissione per i diritti umani dell’ Onu verso la Cina furono barattati per la libertà personale della stessa Kadeer allora rinchiusa da un anno nelle carceri cinesi).

A seguito della rivolta, diversi siti internet, fra i quali Twitter e You tube, furono resi inaccessibili dal governo. Anche i programmi di radio Free Asia – scrive Reporter sans Frontières – che trasmette in lingua Uigura furono interrotti.

Tuttora tre giornalisti cinesi risultano ancora detenuti dal 2001 e quelli stranieri hanno diritto di entrare in Cina, ma sono strettamente controllati.

A tutto ciò si aggiungono le Guardie Rosse del web, che hanno il compito di controllare i siti internet dissidenti, e una massa di commentatori patriottici assoldati dalla Repubblica Popolare che – scrive il quotidiano Repubblica- sono pagati per neutralizzare idee ” Pericolose per la nazione”.

Dunque la situazione cinese sembrerebbe molto diversa da come viene prospettata dal China Daily.

La Cina è da sempre contestata per la censura e per la mancanza di libertà di stampa, oltre che per il trattamento disumano verso le culture diverse che la popolano.

Ma, a ragion diplomatica, questa volta gli Stati Uniti ritengono che i fatti di Urumqui appartengano unicamente a questioni interne dello Xinjiang. Certo è che informazione manipolata e violazione dei diritti umani non possono competere con le logiche di mercato in atto fra le due super potenze.

Andrea G. Cammarata

Vai all’articolo pubblicato su Inviato Speciale: http://www.inviatospeciale.com/2009/10/cina-sei-condanne-a-morte-per-gli-uiguri/

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