Polonia, Auswicht: 3 condanne per il furto della targa “Arbeit macht frei”

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di Andrea G. Cammarata

E anche questi non sono uomini. Condanna per tre dei 5 ragazzi che avevano rubato l’insegna di ferro battuto “Arbeit macht frei” (il lavoro rende liberi), simbolo dell’orrore nazista, infisso nei cancelli all’entrata del campo di concentramento di Auschwitz. Ed ora sarà la galera a renderli meno liberi. La procura di Cracovia ha riservato per loro una sentenza per pene fino ai tre anni di carcere, oltre una ammenda di circa 2.700 euro. I ragazzi, che avevano collaborato con le forze di polizia fin dall’inizio, hanno richiesto che la condanna gli venisse inflitta senza processo.

I tre ladri d’insegne, apparentemente non legati a gruppi neonazisti, secondo altre fonti invece avevano avuto come basista proprio un neonazista olandese, che avrebbe commissionato loro il furto. La dinamica dell’ignobile gesto fu molto semplice: entrarono nel campo di stermino facendo un buco nella recinzione, e trafugarono il cartello, facendolo a pezzi per trasportarlo meglio.

Mentre un’insegna fac-simile fu esposta all’entrata dei cancelli, la polizia offrì delle ricompense per ritrovare la scritta  originale  “Il lavoro rende liberi” e per arrestare al più presto i responsabili di un furto che aveva indignato il mondo intero. Al contempo s’innalzò un coro di condanna da Israele, che paragonò l’atto abominevole del ladrocinio, a una profanazione. La targa fu poi ritrovata dalla polizia polacca dopo che, in coordinazione con i servizi segreti del posto, prese d’assalto un’abitazione nel nord della Polonia dove venne ritrovata la scritta, e i ladruncoli, tutti giovani fra i 20 e i 39 anni.

Auschwitz, nel sud della Polonia, è il campo di concentramento tristemente più noto, e furono oltre un milione i detenuti che vennero uccisi nelle sue camere a gas. Alla fine della guerra è stato trasformato in un museo, subendo poi anche la beffa recente, su una memoria tanto tragica, di non ricevere i fondi necessari, dall’amministrazione di Varsavia, per la sua manutenzione. Fu la Germania, come a voler rinnovare le scuse, a offrire repentinamente più di 60 milioni di euro per la sopravvivenza del museo. Il ferro della scritta era stato battuto da un polacco, un fabbro di nome Jan Liwacz, detenuto del campo di Auschwizt.

Articolo pubblicato su Newnotizie.it

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