Come funziona il bavaglio cinese, e come ci sbava il governo italiano

Libera Rete

di Andrea G. Cammarata

Se in Cina c’è la muraglia cinese, c’è anche la “Great Firewall”, censura del web. Con la chiusura di google.cn il polverone si è alzato e ora ci si domanda come funziona questo filtro che è in grado di oscurare le ricerche e di celare gli scheletri nell’armadio cinese. L’ agenzia Ap, richiamata dal giornale “La Stampa” e “Le monde”, il rinomato quotidiano francese, hanno dato qualche spiegazione. “Panorama” ha invece preferito un’ analisi quasi pro-censura, ma la vedremo.

In Cina, Google.cn oscurava i risultati delle ricerche, e lo faceva con una certa trasparenza, ovvero, per esempio, qualora si fosse cercato “Tiananmen” o “incidente del 4 giugno”(in relazione alle proteste degli studenti cinesi che furono sedate dal governo popolare con il sangue di almeno 3mila di essi) Google.cn rispondeva che alcuni elementi avrebbero potuto essere stati rimossi, vedo non vedo, ma almeno l’utente sapeva che qualcosa era intervenuto, e che il filtro era acceso.

Ora la speranza che ha lasciato l’azienda di Mountainview, è quella di connettersi con il motore di ricerca alternativo Google, base Hong Kong, ma il risultato ottenuto è quello di essere filtrati dalla “Great Firewall”, quindi dal governo. E zitti e mosca. Niente blog, niente notizie scomode come quelle sul “Falun Gong”, il movimento spirituale iper-censurato da Pechino, niente su Liu Xiaobo, il dissidente cinese arrestato, nulla, l’intera ricerca è occultata: “error”, “the page can not be dislplayed”, parla così il bavaglio cinese. Google.cn, a modo suo, almeno era più diplomatica, tipo: ” ci scusiamo ma Pechino non vuole, ritenta e sarai più fortunato” e alcuni link come risultato della ricerca, almeno li lasciava disponibili.

Ma fortuna può esserci, certe notizie scomode in lingua inglese, per esempio, superano la muraglia e, stranamente, notizie riguardanti le sommosse anticinesi contro l’occupazione del Tibet,  o la parola “Taiwan”, non producono ricerche oscurate.Va da sé che i cinesi che parlino la lingua inglese sono davvero pochi, ed è chiaro che il presidente Hu Jintao dia priorità alla censura in lingua cinese, ma non è tutto qui.

“Le Monde” ha riportato i commenti di alcuni francesi cinesizzati, che stanno provando i brividi del bavaglio rosso. Henry scrive: “Risiedo in Cina da più di tre anni. Non è facile serfare liberamente oltre la muraglia cinese -è inteso che parliamo d’internet- I blog sono, salvo rare eccezioni, pressoché inaccessibili, come anche i social forum, Facebook, Twitter ecc. Ma, intendiamoci, anche You-Tube dopo i fatti del Tibet è diventato invisibile. In pratica tutti i siti di libera espressione considerati pericolosi dal partito, sono bloccati”.

Ma ci sono possibilità, scoperta la censura trovato il modo di liberarsi, esistono applicazioni in grado di aggirare la “Great Firewall”, che alcuni cinesi dissidenti sono in grado di fornire anche gratuitamente. Sono soluzioni come le VPN (virtual private network) che permettono una connessione attraverso un “tunnel”, sul quale l’occhio di Pechino non può arrivare.

Poi c’è l’alternativa pagante, una VPN che permette di accedere a una rete criptata, molto efficace, in grado di porre fine ai rallentamenti di navigazione e alla censura, costo 50 dollari l’anno, e così, come dice “Le Monde”, “Si serfa comme à la maison”.

Per ciò che riguarda la corrispondenza della posta elettronica non ci sono grossi problemi “Très bien” scrive un altro francese cinesizzato, anche se tutto dipende dalla partenza di Google che potrebbe rendere inutilizzabili le caselle di posta Gmail.

Secondo Matthieu, la muraglia ha i suoi andamenti, e durante il periodo olimpico, per esempio, il regime aveva abbassato il muro per poi, al termine delle gare, rendere nuovamente inaccessibile Fb e affini. Per non parlare di porno-streaming, a cui si aggiungono forum innocui, bloccati senza motivo.

Nicolas, blogger sovversivo, per aggirare la censura ha un proxy in Europa, e ha installato un server GNU-Linux al quale si connette per andare su internet attraverso la linea Adsl dei suoi genitori in Francia. Geniaccio. Ciò che i cyberdissidenti sanno bene è che per ingannare la censura si utilizzano delle parole in codice, alternative a quelle parole chiave conosciute dal governo. Oppure ricercano in lingua straniera, e così parlare e ricercare in pace nella blogosfera dell’impero cinese, gli diventa molto più facile.

Questo e’ un quadro chiaro della stampa europea che fa il tifo per la libertà di espressione, ma c’è ancora il destrista italiano “Panorama”, quello di proprietà dell’ imbavagliatore per eccellenza, colui che vien da Trani, il Premier Silvio Belrusconi. L’articolo recente pubblicato da “Panorama”, intitolato “Google vs Cina”, pare infatti addirittura legittimista sulla censura cinese, e per farlo usa ovviamente la testimonianza di un cinese doc, e le sue corrispondenze pericolose.

L’articolo introduce la chiusura di Google in Cina, la questione del nuovo tramite da Hong Kong, e poi passa la palla a un cinese della Repubblica popolare, per descriverne il suo punto di vista.

Ecco che la domanda che “Panorama” pone ai suoi affezionati lettori, a proposito della chiusura del motore di ricerca, è: “Cosa ne pensano i cinesi? “, e per ciò una risposta c’è. E’ la lettera, soave, scovata chissà dove dal giornale berlusconiano, di un navigatore con gli occhi a mandorla, il quale introduce così la sua missiva: “Caro Google…Quello che l’occidente non ha ancora capito è che i leader cinesi non sono cattivi. Sono semplicemente insicuri, e per ragioni condivisibili”. L’autore dell’epistola capitalista si dice “dispiaciuto” della perdita dei servizi di Google, ma incalza nella seconda parte “Avete sbagliato tutto. In tanti anni non avete capito come funzionano la cose in Cina…Chi conosce la Cina sa che da queste parti senza compromessi non si va da nessuna parte” e chiede del tempo per un cambiamento del regime, a favore di un “compromesso” con le aziende internazionali. Ovvero quello di sottostare alla censura ancora per un po’, per il bene dell’economia del Paese ed evitare la chiusura di altre società estere in Cina a causa del regime.

Il finale della lettera, in risposta a quella che noi consideriamo una scelta giusta di Google a tutela dei principi di libertà di espressione, è: “La scelta di Google è uno schiaffo che la Cina ha ricevuto davanti agli occhi del mondo intero…Le conseguenze delle vostre scelte avventate potrebbero essere controproducenti soprattutto per noi cinesi”. Ergo, favoriamo i regimi oscurantisti a favore di un tempo ignoto di democratizzazione di questi ultimi, per tutelare quella che è la logica economica perversa del sistema. E pace sia per la morte della libertà di espressione.

Articolo pubblicato su Newnotizie.it

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