Teenager gridano libertà, “I gatti persiani”: il film rock dissidente del medioriente

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di Andrea G. Cammarata

Succede che in Medio Oriente il rock si fa duro e a vibrare nell’aria del deserto non sono più solo i quarti di tono delle melodie orientali o delle litanie religiose musulmane, ma chitarre elettriche ben incazzate, è il rock duro di giovani ragazzi mediorientali che ritrovano il senso più puro della ribellione contro il regime nel mezzo che le è più caro: la musica.

Finiti i tempi dei Guns ‘N Roses, ora la giungla di Los Angeles, cara al biondino Axl Rose, si è trasferita a Tehran in Iran, in Marocco, Libano, Palestina, Israele, qui pullulano band emergenti che mostrano il sapore vero dell’heavy-metal, dell’Indie Rock, si va fino all’estremo oriente, dove c’è spazio anche per il punk-rock dei giovani cinesi.

E allora quando comincia la censura, comincia anche la ribellione, la vera libertà, i ragazzi corrono a cercare di nascosto nei bazar chitarre elettriche, piatti di batterie, microfoni di altre generazioni, si fanno portatori di un vento nuovo di dissidenza pacifica, lo fanno urlando a squarciagola il rock, i suoi testi satanici. Ciò che per i Mullah è bandito, per loro è il nuovo credo. Reda Zine che rappresenta l’avanguardia del rock marocchino lo sa bene: “suoniamo heavy metal perché le nostre vite sono heavy metal”.

Il rocker marocchino ha nel sangue tutto il rock americano, ciò che oltreoceano per un ragazzo come lui è ormai fantasia, una pigra forma di ribellione ormai in mano a clichés ben disposti commercialmente, per Reda e milioni di ragazzi del Medioriente è pura religione del dissenso, unica realtà da contrapporre a Governi che nulla lasciano alla creatività pura, che impediscono di suonare il rock, di scrivere liriche libere, di fare film. Perché satana è l’occidente.

Allora nelle sale cinematografiche è uscito “Gatti Persiani”, premio speciale al Festival di Cannes, ultimo film di Baham Ghobadi, un regista iraniano che scotta, e che vive in esilio perché Ahmadinejad ne chiede la pelle. Un film capolavoro, i cui protagonisti, due giovani ragazzi appena, suonano di nascosto il rock-indie in Iran, chiedono un’esibizione, hanno paura, ma lottano contro i divieti perché vogliono fare musica dove è proibito.

Ghobadi ha girato il film in tempi record, appena venti giorni, lo ha fatto di nascosto, come di nascosto suonano il rock i suoi “gatti persiani”; durante le riprese erano tutti con il passaporto in tasca pronti a scappare dall’Iran non appena sarebbero terminati i lavori, mentre di lì a poco, sarebbe scoppiata anche la rivoluzione verde dei giovani iraniani contro il risultato delle elezioni, che avevano dato la vittoria agli integralisti di Ahmadinejad.

“In Iran si colpiscono gli artisti e i giovani perché il governo sa che solo tappando queste voci può avere il controllo della società” spiega il regista durante un colloquio con “La Stampa”, Ghobadi aggiunge che paradossalmente per questi giovani tutto è proibito, alle coppie è proibito anche di incontrarsi per strada , ma in casa pullulano droghe ed estremismi. Sono quei luoghi privati dove le nuove generazioni del medioriente si sfogano contro l’oscurantismo dei loro governi.

Ma è solo l’altro lato della medaglia,  ciò che resta è invece la musica, e intanto una ragazza iraniana chiede a quei “gatti persiani”: “Non avete paura che vi vengano ad arrestare?” il rocker le risponde “Arrestare e perché? Noi facciamo soltanto musica non facciamo male a nessuno”.

Articolo pubblicato su Newnotizie.it

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