Maxi-operazione Ndrangheta, decapitati i clan Condello-Libri

Non baciamo le mani

Pasquale Condello

Di Andrea G. Cammarata

Ancora arresti di Ndrangheta in Emilia Romagna, Friuli, Lombardia, Calabria, e un’ulteriore prova: il sistema criminale opera indiffferentemente  anche al Nord. Sono 42 le ordinanza di custodia cautelare emesse dalla Procura distrettuale antimafia di Reggio Calabria e una trentina gli imprenditori indagati. Fra i nomi degli arrestati, oltre quello di un sindaco, emergono quelli di diversi presunti esponenti delle cosche calabresi, cui vengono contestati reati di associazione mafiosa, estorsione e turbata libertà degli incanti. Spiccano fra tutti i clan dei Condello De Stefano e quello dei Libri, che operavano in sinergia, su indicazione delle menti criminali del boss Pasquale Condello, arrestato nel 2008 dopo 18 anni di latitanza, e di Giuseppe De Stefano.

L’operazione della Dda, denominata “Meta”, ha decapitato le due cosche rendendo possibile la ricostruzione degli assetti criminali in loco: sono stati sequestrati beni per un valore di oltre 100 milioni di euro, cui si annoverano 18 imprese operanti in svariati settori, dall’edilizia alla ristorazione, centri sportivi, stabilimenti balneari, decine di immobili a uso commerciale e residenziale, 26 automobili, motociclette. Un impero in possesso ai due clan. Evidente anche quanto il potere criminale dell’ndrangheta riesca tuttora a servirsi dell’economia legale controllando le imprese. Secondo il comandante dei Ros Gianpaolo Ganzer, gli imprenditori indagati sarebbero stati alle sudditanze dei due capi cosca, uniti per conto mafioso nella gestione degli appalti pubblici della provincia di Reggio Calabria.

Oltre il controllo degli appalti pubblici, gli inquirenti indicano anche quello delle aste, cui due coniugi calabresi, entrambi avvocati, avrebbero concorso monopolizzandole, cosicché da riassicurare i sequestri giudiziari messi all’incanto nelle stesse, ai due clan di ndrangheta. Spunta infine come elemento immancabile nella gestione criminale, oltre il controllo dell’imprenditoria, le classiche estorsioni, e il paventato metodo di riacquisizione  dei beni mafiosi confiscati tramite la turbativa da asta, la politica. Un filone dell’indagine “Meta” ruota infatti intorno al comune di San Procopio (RC), dove la cosca Alvaro avrebbe impedito il libero esercizio del voto presentando due liste civiche: una fittizia destinata a soccombere e una capeggiata da Rocco Palermo, ritenuto dagli inquirenti membro dello stesso clan Alvaro, nonché poi divenuto attuale sindaco di San Procopio.

Questo articolo è pubblicato su Dazebao.org

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