Nord, una Valle di ‘ndrangheta

Non baciamo le mani

Il capo clan Francesco Valle

Di Andrea G. Cammarata

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“…ieri per tua informazione sono stato dai calabresi famosi… e niente sono cominciati a volare calci e schiaffi… ho un occhio nero a riprova di questo, no…”, “Ho lasciato 250 mila euro di debiti, pensa un po’ te! 250 mila euro di debiti!! Domani ho un appuntamento con i peggiori che me li hanno prestati, dei CALABRESI  e verrà fuori l’ira di Dio! Perchè  avevano detto: “La lasciamo in pace, ma prima di Natale è qua, se no…” E quindi sono nelle pesti! MA IO NON SO NEANCHE SE MI FANNO FARE NATALE!! Perchè adesso sai quant’è passato? Un anno e tre mesi che io devo i soldi!! E tu lo sai che non si scherza su queste cose con certa gente!! un anno e tre mesi che io dico: “Te li restituisco domani, domani, domani, domani, domani, domani”- capito?! Son rimasto col…col fuoco in mano! magari fosse solo il cerino!! Qua è una cosa molto più grossa e io non so neanche come cavarmela domani!”

Intercettazioni, a parlare è un imprenditore, vittima dell’usura della ndrangheta, uno dei tanti che non ha mai denunciato nessuno. Perché con i calabresi, non si scherza, neanche al Nord. Dove ieri lo Stato arriva con un elicottero e 250 uomini delle forze dell’ordine, irrompendo nel bunker-ristorante “La Masseria”, base operativa del clan Valle, a Cisliano (Mi), al numero 2 di Via Cusago. Una maxi-operazione frutto di 15 arresti e sequestri per milioni di euro, in conto-correnti, quote societarie e beni immobili, sgomina la famiglia Valle, insediata nel territorio lombardo da un quarantennio. Ci entra di mezzo “L’Expo”, l’usura, le estorsioni e il gioco d’azzardo, la politica locale e alcuni imprenditori, con cui la ndrangheta dei Valle tesseva rapporti.

Alla “Masseria” il clan usava le maniere forti, tutti dovevano capire come funzionavano le cose, e picchiavano duro. Dice il Pm Boccassini “punirne uno per educarne cento”. Imprenditori, commercianti, a centinaia coinvolti direttamente o indirettamente nella malavita calabrese; ma loro muti con il silenzio.

Sempre, l’omertà ormai in via definitiva è anche settentrionale. E ci tiene a sottolinearlo più volte il Pm Ilda Bocassini: “il totale assoggettamento del tessuto sociale, degli imprenditori e dei commercianti coinvolti nelle estorsioni”.

La Masseria

Nei giardini della “Masseria” a bordo piscina fra statue di gesso raffiguranti ancelle e cavalli, giardini zen, la Milano bene festeggiava i suoi matrimoni e le cresime dei suoi bambini. Una Madonnina, anche questa di gesso, accoglie gli ignari clienti. E’ l’icona sacra, a simbolo continuo del carattere religioso, il blasfemo, che s’inserisce nella criminalità mafiosa. Lì gli imprenditori, secondo gli inquirenti, venivano intimiditi e percossi.

L’ordinanza di arresto, firmata dal Gip Giuseppe Gennari del tribunale di Milano, è un corposo volume di 379 pagine, molte di queste costituite da intercettazioni, ennesima dimostrazione della necessità delle stesse. Perché inquisiti e vittime parlavano con assoluta non curanza del loro malaffare, senza nulla nascondere. Alcuni membri del clan Valle vivevano negli appartamenti sopra la tenuta del ristorante, base operativa militare dotata di telecamere, sensori, cani da guardia, e vedette. Una di queste vedette, raccontano le indagini, seguì persino l’auto di un poliziotto in borghese fino a Milano per poi domandare all’agente cosa avesse fatto tutto quel tempo attorno alla “Masseria”…Tanto vasto è il controllo militare dei Valle.

L’indagine della Dda milanese nasce 2 anni fa, su spunto di un’altra di camorra, cui al tempo il capoclan Valle è in contatto tramite un intermediario di un boss campano. Lui, Francesco Valle classe nel 1937, è il vecchietto calabrese un po’ analfabeta, ma è scaltro. La storia criminale lo vede vicino alla ndrina dei De Stefano, a sua volta partecipe nella lunga faida calabrese con la famiglia Condello. Le indagini descrivono il capofamiglia dei Valle come “il protagonista della faida di Reggio, colui che trapianta il metodo mafioso a Vigevano, Bareggio e dintorni“. Un uomo che trascorre  “tutta la sua vita da capomafia”, ancora: “da Francesco Valle promana una pericolosità assoluta, una capacità di intimidazione incondizionata ed un controllo capillare delle attività di famiglia. -Aggiunge il pm Boccassini- Francesco Valle riceve gli usurati direttamente a domicilio”.

Un padre modello che trasmette tutta la sua conoscenza criminale ai membri del clan, molti di questi familiari fino alla terza generazione. Metodo tipico: quello della ndrangheta che si rafforza esclusivamente con il vincolo di sangue. A riguardo la figura della nipote del capoclan Valle, Maria Valle, giovanissima di 24 anni, spiega ancora una volta il ruolo della donna nella ndrangheta. Scrivono le indagini di lei che “dimostra di avere tutta la tempra del padre. E’ determinata ed ha una completa conoscenza degli affari di famiglia, conosce i “giochetti societari”, “non vuole essere trattata come una segretaria perché donna”, ed è in grado di tessere relazioni di comodo per ottenere vantaggi strumentali. Il padre Fortunato Valle, insieme alla sorella Angela, entrambi sulla quarantina, trattano la parte finanziaria del disegno criminale. Loro compito secondo gli inquirenti è di “erogare prestiti in denaro alle vittime di usura, di concordare i tassi di interesse, di riscuotere gli interessi usurari attraverso attività di intimidazione, estorsive e violente; di effettuare gli investimenti in attività immobiliari, bar, ristoranti e di individuare i prestanome a cui intestare fittiziamente gli esercizi commerciali e le quote societarie”.

(Ultima revisione 19/03/2011)

Articolo pubblicato su Dazebao.org, Malitalia.it, Informare per resistere

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