L’Aquila dei terremotati su Roma, sangue e manganellate. Protestanti anche sotto palazzo Grazioli

Berlusconia

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Di Andrea G. Cammarata

E’ arrivata l’ora della verità sulla gestione post-terremoto del governo, e gli aquilani stamattina in cinquemila a bordo di 45 pullman hanno invaso Roma. La pazienza è finita. Basta Tg1 con la sua disinformazione della vergogna che nasconde le verità, basta bugie berlusconiane del tutto va bene, “abbiamo costruito le case”. Perché, spiegano i manifestanti “non si vive di sole C.A. S.E.”. A tutto c’è un limite, poi si scende in piazza come è necessario fare. E oggi gli aquilani hanno cercato di bussare direttamente a casa Berlusconi, il vanesio del terremoto. Ci hanno provato in ogni modo a valicare le barriere delle forze dell’ordine che bloccavano l’accesso a via del Plebiscito, dove risiede il presidente del Consiglio. Alcuni sono riusciti a irrompere correndo a palazzo Grazioli dove era in corso il vertice del Pdl. Quindi c’è un Berlusconi assediato a palazzo. E i manifestanti gli urlano “vergogna a voi le pensioni d’oro,  a noi le macerie”.

Hanno marciato su Via del Corso verso Montecitorio, chiedono sospensione delle tasse, dei mutui, occupazione e sostegno per l’economia. Vengono dal capoluogo abruzzese e dai comuni limitrofi, cittadini di San Demetrio, Fossa, Torre dei Passeri, ma anche della provincia di Pescara, tutti armati della voce del dissenso. Sono quelli del “terremotosto” il cui slogan capeggia le loro t-shirt, o del “forti e gentili”, “ma non fessi”. E’ il popolo abruzzese che armato della sua rivoluzione va contro l’abbandono del governo. Un governo impegnato a difendere la propria impunità a suon di Lodi, al cospetto della tragedia dei terremotati. Diverse le associazioni radunate in piazza Navona nel pomeriggio, ci sono il comitato “3 e 32”, “Rete Aq”, “Cittadini per i cittadini”, e gli universitari superstiti che erano alloggiati alla Casa dello studente. Una marcia viva di rancore cui i manifestanti hanno subito anche le manganellate delle forze dell’ordine. Le botte sono arrivate a piazza Colonna quando la polizia ha bloccato il corteo, due i feriti e ancora sangue dopo quello del terremoto. Coinvolto nei tafferugli anche il sindaco Dell’Aquila, Massimo Cialente, che sottolinea: “Non ci è bastato il terremoto abbiamo anche preso le botte”. Riuscirà tuttavia a incontrare il presidente del Senato Schifani, esponendogli l’incubo dei suoi cittadini, obbligati a pagare le tasse dal primo luglio, e in oltre, da gennaio prossimo, a restituire quelle non pagate. A Schifani, Cialente racconterà anche dei 15mila ancora sfollati negli alberghi.

Perché ora lo sanno tutti come è andata la storia del terremoto. E oggi uno dei castelli di sabbia di Berlusconi crolla distrutto. Gli aquilani non sono affatto contenti su come sono andate le cose. O le case: 15mila quelle costruite dal palazzinaro Silvio a costi proibitivi, contro i 150mila terremotati rimasti senza tetto, e privi anche della possibilità di rientrare nelle proprie abitazioni. L’Aquila a più di anno dal terremoto è ancora soffocata dalle macerie. E non si dimentica il Popolo delle cariole che una domenica urlava alla giornalista del Tg1 Maria Luisa Busi “vergogna, vergogna Scodinzolini”. Sono i giorni dell’inizio della rivolta degli aquilani, che rompono la linea rossa del centro dell’Aquila sgombrando, a mani nude, le proprie case dalle macerie. Poi c’è stato il documentario della Guzzanti “Draquila” a chiarire agli Italiani e all’estero quanto e come il governo  abbia sguazzato nella gestione degli appalti, ridendo, sulla pelle degli aquilani. Governo indifferente che, rappresentato dal ministro Bondi, snobberà la proiezione del documentario al festival di Cannes. E oggi, a Roma, un ragazzo racconta di aver ricevuto due manganellate, dice: “guardate il sangue di un aquilano, la mia unica colpa è quella di essere un terremotato”.

Questo articolo è pubblicato su Dazebao.org

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