Libia, superata la soglia di allerta per i diritti umani. Amnesty International lancia appello

Diritti umani

Berbero

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In un momento di cruciale importanza per la liberazione del popolo libico dal regime di Gheddafi, riporto un appello di Amnesty International in favore di due ragazzi attualmente incarcerati in Libia per motivi apparentemente culturali e d’opinione. I due gemelli sono stati sottoposti al regime d’isolamento oltre che a torture uno dei due. Ciò che viene loro imputato è di essere delle “spie” collaborazioniste con Israele, ma a quanto risulta il loro interesse era unicamente volto allo studio della cultura e della lingua berbera. Allego la lettera di Vermondo Brugnatelli (Professore presso l’Università La Bicocca di Milano, in lingue e letterature del nord-Africa) con la medesima preghiera di diffusione della notizia, nonché di partecipazione attiva alla causa appelandosi alle autorità libiche. Segue anche la traduzione della campagna lanciata da Amnesty international.

“È partita oggi, su iniziativa di Amnesty International, una campagna concreta di sostegno ai fratelli Madghis e Mazigh Buzakhar, imprigionati dal 16 dicembre scorso ad opera dei servizi segreti libici, con l’accusa di spionaggio al soldo di Israele per il solo fatto di parlare berbero e studiare la lingua e la cultura berbere.

Nonostante reiterati appelli, né i politici italiani né la maggioranza dei media hanno dato il rilievo che meriterebbe a questa grave violazione dei diritti umani che è anche una violazione dell’articolo 6 del trattato di amicizia, partenariato e cooperazione in vigore tra Italia e Libia. Per questo è importante l’impegno di ciascuno di noi per dare un segnale forte di attenzione dell’opinione pubblica a questo caso, inviando quanti più messaggi possibile alle autorità libiche competenti.

In pratica, si tratta di mandare un appello (in arabo, francese, inglese o italiano) che presenti i seguenti punti:

• appello per il rilascio immediato e incondizionato di Mazigh e Madghis Buzakhar se essi sono in prigione solo per il loro interesse per la lingua e la cultura berbere;

• richiesta alle autorità perché sia fatta una inchiesta approfondita, indipendente e imparziale riguardo alle torture che sarebbero state inflitte e perché si mettano sotto processo i funzionari che fossero trovati responsabili di abusi;

• appello alle autorità perché i due fratelli non vengano sottoposti a torture o altre sevizie durante la loro detenzione, perché vengano concesse visite regolari di famigliari ed avvocati, e perché possano ricevere tutta l’assistenza medica di cui avessero bisogno.

Il tutto, se possibile, entro il 18 marzo 2011.

Con preghiera di inoltrare e far circolare questo messaggio a quante più persone possibile.

Gli indirizzi cui mandare gli appelli sono:

Secretary of the General People’s Committee for Justice,

Mustafa Abdeljalil,

Secretariat of the General People’s Committee for Justice,

Tripoli,

Great Socialist People’s Libyan Arab Jamahiriya.

Fax: +218 214 805427

Email: secretary@aladel.gov.ly

Salutation: Your Excellency

Gaddafi Development Foundation Executive Director,

Youssef M. Sewani,

El Fatah Tower, 5th Floor B No.57,

PO Box 1101,

Tripoli,

Great Socialist People’s Libyan Arab Jamahiriya.

Email: director@ggdf.org.ly

Salutation: Dear Sir

Copia dei messaggi va trasmessa a:

Secretary of the General People’s Committee for Public Security,

General Abdul Fatah al Younis Ubeidi,

Secretariat of the General People’s Committee for Public Security,

Tripoli,

Great Socialist People’s Libyan Arab Jamahiriya.

Fax: +218 214 442903

Email: minister@almiezan.net

Salutation: Your excellency

Bureau Populaire de la Grande Jamahiriya Arabe Libyenne Populaire Socialiste,

Tavelweg 2,

Case postale 633,

3000 Berne 31.

Fax: 031 351 13 25

La nota di Amnesty International

( traduzione dal francese di Andrea G. Cammarata )

Libia, un incarcerato vittima di torture

Due fratelli sono stati arrestati il 16 dicembre a Tripoli. Potrebbe trattarsi di prigionieri d’opinione, detenuti unicamente a causa del loro interesse verso la cultura berbera. Uno di loro ha dichiarato di essere stato torturato durante la detenzione dalle forze di sicurezza libiche. Entrambi rischiano di subire ulteriori torture nella prigione di Jdaida, dove sono detenuti.

I gemelli Mazigh e Madghis Bouzakhar sono stati arrestati il 16 dicembre nel loro domicilio di Tripoli, in Libia, probabilmente da membri dell’Agenzia di sicurezza esterna,  un servizio d’intelligence del Paese. Sembra che siano sospettati di “spionaggio e di collaborazione con Israele ed i sionisti”. Amnesty International ritiene che il loro arresto sia dovuto alla loro appartenenza al Congresso mondiale berbero e ad altre attività volte alla diffusione della cultura berbera. Sono attualmente detenuti nella prigione di Jdaida, dove sono stati trasferiti il 27 gennaio. Magdis Bouzkhar ha dichiarato al padre di essere stato sottoposto al regime di isolamento e per circa un mese a torture ed altri malvagi trattamenti da quando è stato interrogato dai rappresentanti dell’Agenzia di sicurezza esterna. Ha spiegato di avere subito la tortura del falaqa ( colpi assestati sulla pianta dei piedi con un bastone) e di essere stato malmenato a bastonate e percosso a colpi di calcio di pistola. E’ stato interrogato a proposito di un articolo da lui redatto sulle comunità berbere ed ebree in Libia. Mazigh Bouzakhar avrebbe ricevuto delle minacce durante la sua detenzione. Il padre ha dichiarato di temere per la sicurezza dei suoi figli a causa dei gravi sospetti che pesano su di loro.

L’avvocato eletto d’ufficio a rappresentare i due fratelli si è ufficialmente informato a loro proposito presso le autorità il 19 gennaio. Gli è stato risposto che i due uomini erano sotto la responsabilita della procura generale. Tuttavia, il 23 gennaio, la Procura generale ha comunicato all’avvocato che il caso dei due gemelli era stato deferito presso la Procura della Sicurezza di Stato il 27 dicembre. Questa informazione si contraddice con una dichiarazione pubblicata dall’Agenzia di sicurezza esterna sul proprio sito internet il 12 gennaio. Questa notizia spiegava che i due uomini erano sotto la responsabilità della Procura generale dalla data del loro arresto, ciò a causa dei sospetti di “lavoro e collaborazione con servizi d’intelligence straniera” che gravano su di essi. Il padre ha potuto vederli due volte in un luogo sconosciuto in presenza degli agenti di sicurezza, e una terza volta il 31 gennaio nella prigione di Jdaida, dopo la loro trasferta. Il loro avvocato d’ufficio non sembra essere stato autorizzato né a vederli, né a consultare il loro dossier.

Informazioni generali:

Mazigh e Madghis Bouzakhar sono stati detenuti dall’Agenzia di sicurezza esterna per più di un mese, dal 16 dicembre al 27 gennaio, in contravvenzione al diritto libico. Ai termini dell’articolo 26 del codice di procedura penale, i responsabili di applicazione delle leggi devono comunicare i sospetti alla Procura generale nelle 48 ore seguenti l’arresto, salvo che la persona arrestata sia sospettata d’infrazioni legate alla sicurezza di Stato; in questo caso la persona può essere controllata a vista per 7 giorni prima di essere incolpata o liberata. L’articolo 26 precisa in oltre che la Procura deve interrogare i sospettati al massimo per 24 ore, poi ordinare la detenzione, o la liberazione.

L’organizzazione teme in oltre che l’arresto e la detenzione prolungata di questi due uomini sia il risultato  dell’intolleranza delle autorità libiche alle attività di promozione del patrimonio culturale o linguisitco berbero. Preso atto che lo Stato partecipa al Patto internazionale relativo ai diritti civili e politici, nonché alla Convenzione internazionale sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione razziale e al Patto internazionale relativo ai diritti economici, sociali e culturali, la Libia è tenuta a vegliare affiché le persone siano protette da ogni discriminazione, chiaramente quelle di origine etnica, linguistica o culturale, e possano godere del diritto di partecipare alla vita culturale.

Nel 2003, nel loro rapporto al Comitato per l’eliminazione della discriminazione razziale, le autorità libiche hanno affermato che i libici erano “tutti della medesima origine razziale,  professano l’islam e parlano arabo”. Questo documento indicava in oltre: “il fatto che tutti i cittadino libici abbiano la stessa origine, la medesima religione e la stessa lingua ha senza alcun dubbio contribuito in maniera determinante all’assenza di discriminazione razziale nel paese”. Certe ONG con base all’estero, come la Libyan Working Group, il Fronte toubou per la salute della Libia e il Congresso mondiale berbero, non sono dello stesso parere; secondo quest’ultimi, il codice libico della nazionalità è per sua essenza discriminatorio poiché definisce la cittadinanza come “araba”. Queste organizazioni lamentano anche che la lingua e la cultura berbera non sono riconosciute e che degli ostacoli impediscono alla comunità di preservarle.  Cosicché, la legge 24 de 1369 (?) impedisce l’utilizzo di altre lingue oltre che l’arabo nelle pubblicazioni, nei documenti ufficiali, spazi pubblici o imprese private. In più, l’articolo 3 di questa legge proibisce la utilizzazione di nomi “non arabi e non musulmani” i quali sono dichiarati tali dal Comitato popolare generale (equivalente al consiglio del primo ministro). Questa legge non prevede alcuna possibilità per i genitori di contestare la decisione del Comitato popolare generale. Le autorità libiche sembrano inoltre mostrarsi poco tolleranti verso i militanti dei diritti culturali dei berberi, anche di coloro che vivono all’estero. Nel novembre 2009, hanno rifiutato Khaled Zerari, vice presidente del Congresso mondiale berbero, proveniente dal Marocco per assistere ai funerali  di una personalità berbera molto conosciuta in Libia. Dopo averlo interrogato diverse ore in areoporto, le forze dell’ordine lo hanno obbligato a imbarcarsi  su di un volo a destinazione Roma, da dove è poi rientrato in Marocco. Alcuna motivazione ufficiale è stata fornita per giustificare la sua espulsione, ma sembrerebbe che gli sia stato impedito l’ingresso nel Paesea a causa delle sue attività di difesa dei diritti del popolo berbero in Africa settentrionale.

Leggi anche : Libia. Diplomazia disumana

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