Cina: lo Stato di diritto ai tempi di Twitter

Libera Rete

Di Andrea G. Cammarata

In continua evoluzione. Sfiorita la rivoluzione dei Gelsomini -quella made in China- sedata duramente dalle autorità di Pechino all’occasione costrette ad arrestare anche i passanti, la strategia degli internauti cinesi per aggirare le censure e dare luogo a mobilitazioni spontanee, compie ora un’ulteriore significativa azione. Si rivolge ad un supporto collettivo che opera in caso di violazione delle leggi da parte delle autorità. Ogni sopruso è controllabile. La parola d’ordine è “weiguan”, e sta a significare grosso modo “allerta in corso”. Alcuni web-user diffondono immediatamente l’allarme su Twitter o sul suo equivalente Weibo, e tutti i loro follower sono messi a conoscenza di un eventuale abuso da parte delle autorità cinesi. Il micro-blogging funziona sempre più in mobilità. Dal telefonino parte il messaggio in codice, poi è una catena di San Antonio che genera assembramenti spontanei, rapidi, immediati. Così le proteste fioriscono silenziose all’ombra del web per poi riversarsi discrete nelle strade della Repubblica popolare, o davanti ai tribunali mentre si svolge un processo a un dissidente.

L’azione è fulminea e Twitter è una garanzia. Teng Biao, avvocato, esempio di “weiguan” puro, viene arrestato “brutalmente” in casa di un attivista ma riesce a “twittare” subito il fatto, e di lì a poche ore diversi sostenitori si ritrovano di fronte alla questura a gridare il suo nome. L’avvocato racconta di aver subito minacce di morte dalla polizia ma che “…molti internauti si sono precipitati sul posto. Questa potrebbe essere davvero la ragione per cui siamo stati liberati  così rapidamente”. In favore di Chen Guancheng, noto attivista dei diritti umani, stava lottando Li Peirong, una giovane insegnante di Nankin. Pochi istanti prima di essere aggredita mette in rete la sua posizione: era a 10 chilometri dal villaggio del militante. Ma la macchina del weiguan scatta, decine di attivisti si rivolgono alla polizia che è costretta ad intervenire. Li Peirong racconterà proprio di questa nuova sensazione, di sentirsi in uno “Stato di diritto” e dirà: “è la prima volta che la polizia interviene per il caso di Chen Guangcheng”. E’ una “vittoria”.

Silenzioso nel sottosuolo tutto speciale del sino- web corre il blogging del dissenso, quello che spaventa le autorità cinesi. Internauti che a migliaia celano la loro identità con sequenze di numeri, combinazioni oscure, lunghissime, cose che farebbero inorridire qualsiasi user dei gioviali nicknames occidentali. Censura e “guardie rosse” del web non bastano più alla fantasia e alla tecnica, troppo semplice aggirarle, per di più con il danno della beffa. Ora annunciano attraverso internet delle passeggiate collettive di protesta silenziosa nei grandi viali delle metropoli, ora battezzano con nuovi nomi le parole criptate in rete. La grande muraglia informatica, il filtro fittissimo imposto da Pechino sul web va erodendosi. Una rivoluzione lenta, distinta  da quelle maghrebine, ruota caotica sulla libertà di espressione, protesa ai diritti occidentali, e non è fame. Una web-revolution di avvocati, studenti, blogger, attivisti. Lanciano duri messaggi in Rete: “Incoraggiamo i disoccupati, gli esiliati a manifestare, urlare slogan e reclamare la libertà, la democrazia e riforme politiche per mettere fine al partito unico”. Incuranti, del cappio incombente che li soffoca. Su Twitter hanno pochissimi caratteri a disposizione, quelli che bastano anche  alla scrittrice He Qinglian per ricordare che “Il paranoico governo cinese farebbe meglio a rendere il potere al popolo”.

Pubblicato su Voci Globali

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