Oltre “Bianco”. Incontro con Marco Missiroli.

Recensioni e Interviste

 

Di Andrea G. Cammarata

Recensione di “Bianco”. Incontro con Marco Missiroli.

Crescere con Marco Missiroli, evocare un frammisto di ricordi di adolescenti vessati da una Rimini drogata, e di pruriti nascosti, di poeti beat e maledetti francesi. Lasciarsi. Poi, la grande generosità umana, lo spirito di osservazione superlativo del poeta, l’altruismo che intercede sul fatalismo faranno di lui uno scrittore. Premio Campiello opera prima con “Senza coda” nel 2005, già nelle file del Corriere della Sera a tu per tu con i colossi della letteratura francese: Pennac, Houellebecq, Carrère. 30 anni ha la poesia nelle mani, scrivere non gli basterebbe, ci vorrebbero i colori. Incosciente come quel ragazzino di Parigi, Rimbaud, che diede il colore alle vocali. Artigiano della letteratura scolpisce il suo ultimo lavoro “Bianco” (Guanda) in un trionfo di simboli. L’inconscio emerge ben oltre la storia, la storia, le parole sono solo le strade del Sud degli States, i neri, i bianchi, la lotta, il razzismo. “Bianco” è il symbolon che unisce astratto e concreto di continuo i cui significati giacciono nella psiche. Marco Missiroli racconta al pari di un etnografo cultura, azione, con particolarismo realista e verista, fra il thriller e il giallo, ma è forte un ideale di letteratura scevra dall’aspetto materialistico narrativo. Colpisce il lettore, lo lavora ai fianchi. L’inconscio emerge mostruoso come nel romanzo gotico. Sei stanco di leggerlo, fai tue le colpe di un vecchio -Moses- interiorizzi i suoi gesti, la sua solitudine. Lo guardi attraverso i colori delle tende di una casa “senza cartello”. E’ un bianco colpevole, un voyeur giustificato dal razzismo, ma è buono ama i dolci, parla con William, uccello che può uscire dalla sua gabbia. Tale quale è la possibilità di redenzione dai peccati di gioventù che Moses otterrà diabolicamente assistendo il suicidio di una vecchia ballerina negra. Gioventù che si specchia con quella dell'”insolente”, un bambino di colore che contende l’amore della sua bellissima madre con il vecchio. Gladys è l’erotismo, puro, donna bianca che si unisce con un nero, “puttana” e madre, cui “lavora le gambe”, “la purezza strozzata” in un atto orale. Guardate e riguardate “Bianco”: Gladys potrete toccarla, farla vostra, con lo stesso realismo concreto che tal volta vi urta nei sogni. La carne, la pelle, le sinuosità, la bellezza che si oppone al declino ineluttabile della vecchiaia, rendono insieme l’estetica di un’opera candida e perversa. Riportando a Marquez con il suo “L’amore ai tempi del colera” e il primo Houellebecq delle “Particelle elementari”. “Bianco” è un’opera che tocca, scuote con il dolore: la frusta che sibila verso le carni, le corde che le lacerano. La ballata degli impiccati bianchi nel cimitero, e Judith che soffre ancora. Dalla morte alla vita, dalla vita alla morte. Assillante. “Le spine” del cancro che uccide la moglie di Moses e Miss Betty. Un vecchio reverendo stronzo che confuta il bene per il male. “Cu clus bum”, spara il fucile indiano dell”‘insolente”, quel bimbo che vedrà le stigmate sulle sue mani. Infanzia e purezza del bambino, stuprata come nel romanzo di Leroy “Ingannevole è il cuore più di ogni cosa”. E Moses a tratti maniaco nei confronti di Gladys, cederà nel suo divano all’impotenza, un’impotenza fisica e trasferita nell’impossibilità di riavere la moglie morta. Poi il Jazz calza la storia, è musica, è ballo. Corpo e ancora corpo. Moses va, lento sulle strade del cotone negro raccontando la faida sanguinaria del Ku Kux Klan. Oltre la storia, la sua coscienza insaziabile.

-In “Bianco” la donna è una sola? Lei è moglie, madre, amante, compagna verso la morte?

M.M. – E’ una donna che restituisce al protagonista il suo essere partorito, contenuto, protetto. Ma è anche l’unico legame verso la redenzione, la madre per eccellenza.

– Quanto conta la poesia nella tua idea di letteratura?

M.M.- Moltissimo. Anche se non ho mai pasticciato con la poesia in senso puro, scrivo anche con costruzioni più complesse della solita prosa.

-Qual è il tuo confine fra voyeurismo e spirito di osservazione?

M.M. – A volte è border line. Sono curioso, spio i miei personaggi e mi piace che i miei personaggi spiino altri personaggi, che indaghino. Che scoprano man mano con il lettore. L’osservazione è sulla realtà, il voyeurismo spesso è nella trama.

-Perché la religione? “Bianco” la usa per superare il dolore?

M.M. -Bianco è un libro laico, pur essendo intriso di religione. In questo caso Dio è non solo giudice ma specchio per capire il passato di Moses, le sue costrizioni, i suoi fantasmi. Il dolore è superato con l’unica potenza terrena che è anche divinità: i legami.

-Quanto hai lavorato su “Bianco”?

M.M. – Due anni. Tutti i giorni, comprese le ricerche per studiare luoghi, atmosfere, meccanismi.

-Qual è la tua idea sul razzismo politico in Italia?

M.M. – E’ talmente tutto confuso, che oramai non si riesce più a fare distinzione tra razzismo politico e disidentità sociale.

– Credi nel razzismo o ritieni sia solo una lacuna sociale?

M.M. – Credo che il razzismo sia stato inizialmente una deviazione naturale e che poi sia diventato struttura. Adesso dobbiamo destrutturarci per indebolirlo, anche attraverso l’apertura delle frontiere che rimane una cosa molto complessa.

-Come vivi il diverso, l’altro?

M.M. – Dipende. Il diverso è diverso solo in base alla tua percezione, a volte ho fatto fatica ad accettarlo, a volte non l’ho nemmeno sentito. Il razzismo è sotto pelle e irriconoscibile.

– Chi è il bambino Marco, Moses o l’insolente?

M.M. – Tutti e due. In modi diversi, ma tutti e due.

-Anche tu non riesci ad amare come Moses?

M.M. – No, credo il contrario. Riesco ad amare moltissimo. Ma per farlo ci metto un po’, ho una scorza che fa molta resistenza.

-Cosa hai bevuto con Pennac?

M.M. – Un bicchiere d’acqua frizzante. –E poi– Pennac è come un tuo simile, avverti la sua potenza nascosta dall’umiltà, dall’umanità. C’è una sorta di dichiarazione in quello che fa e dice, come se dicesse “Io sono stato come te, ho faticato molto”. Ecco, lui è uno della strada. Ha coraggio e umiltà.

Carrère?

M.M. –  La prima volta un caffè, la seconda niente. Carrère è gentilezza e fermezza, non sai mai dove è l’una e l’altra. Conosci l’autore che coincide con la persona e non è detto che sia sempre così. Mi rimane sempre impressa la sua casa, piena di luce, e sua figlia di quattro anni, Jeanne. Pur conoscendo l’importanza dell’autore mi ha fatto sempre sentire a mio agio, come fossimo vecchi amici.

– Come Jed Martin nella “Carta e il territorio” hai incontrato il premio Goncourt, Michel, quanto conta il nichilismo, la ricerca della felicità, la letteratura dissacrante di Houllebecq in Marco Missiroli?

M.M. – La ricerca della felicità è sempre nei miei libri, cos’è un uomo se non cerca di essere felice? Il nichilismo forse è intrinseco in ognuno, non lo sento particolarmente anche se l’ho frequentato per un po’.

Che emozioni ti ha lasciato l’incontro con Michel?

M.M. – Forti. E’ un uomo fragile, ma di una potenza silente. C’è come scrittore e lo vedi dai gesti parsimoniosi, dal tono di voce pacato, dal fatto che faccia parlare i suoi libri.

– Fare della vita un’opera d’arte, o dell’opera d’arte la vita?

M.M. – Non lo so. Uno vive come vive, si mette lì e ci prova. Nei suoi modi, nei suoi tempi. Senza sapere cosa verrà.

– Quale è stato il riflesso di “Bianco” su Marco Missiroli?

M.M. – A volte i libri suggeriscono molto dopo che sono stati scritti, “Bianco” mi ha fatto capire molto sulla mia situazione sentimentale di allora.

– A che punto è il tuo cammino nella ricerca della felicità?

M.M. – Sono in cammino.

Pubblicato Agoravox

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Dolore e omissione della vita.

La recensione di “Vite che non sono la mia” di Emmanuel Carrère.

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