Dentro l’IIT, reportage, prima parte. Un giorno con i ricercatori.

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La sede IIT di Genova

 «Con il cane-robot e i ricercatori che ringhiano.»


Di Andrea G. Cammarata

Se chiedi ad alcuni ricercatori del CNR (Consiglio nazionale delle ricerche) cosa ne pensano dell’Istituto italiano di Tecnologia, ti rispondono “L’IIT ha un livello di produzione (numero di paper) molto basso, hanno avuto troppi fondi e tutto ciò è sintomo che non sono molto bravi”. Leggi poi Repubblica, l’articolo “diffidente” dal titolo “Ecco i campioni della ricerca…” a firma Elena Dusi, è tutto un buttar fango sull’IIt: “la produttività di ogni ricercatore è di appena 0,34 articoli all’anno”. Tanto basta per  (1) farsi un giro a Genova la città del “mugugno”, (2) andare dentro la sede principale dell’Istituto Italiano di Tecnologia, (3) parlare con i ricercatori e farsi un’idea più chiara.

L’IIT è un mastodonte da 30mila metri quadri che spunta fra le terrazzate genovesi, svariate centinaia di persone dentro al lavoro, un’ottantina di parcheggi in tutto, la mensa è ancora in costruzione. I ricercatori più giovani toccano a malapena 1250 euro al mese, no buoni pasto, no alloggi, e niente parcheggi. Carico di lavoro da 10-12 ore al giorno di media. Poi se gli dici che non producono abbastanza, s’incazzano.

Ho passato una giornata con uno di loro. Michele è orginario di Rimini, 30 anni: un minuto gli dura trenta secondi, vive per la ricerca. Innamorato di una scienziata dell’IIT, ma non riesce a vederla abbastanza. Perché? “Passa troppo tempo in laboratorio con i topi”. Michele corre come Forrest, forse non vedrà tutti i risultati del suo lavoro, “perché la scienza ha tempi lunghi”. Diversi i tempi di cottura del cibo: una grave perdita. Alla sua tavola mangiamo pollo crudo e pane in cassetta: “è il cibo del ricercatore, devi farci l’abitudine”. Altrimenti c’è il catering che serve l’IIT, è  uguale o peggio: cibo in vaschette di plastica riscaldate.

Corriamo al Centro. Entrare dentro l’IIT ? Come in Ritorno al futuro, ci manca poco che fra una porta tagliafuoco e l’altra ti vedi spuntare “Doc” e Martin Mc Fly. Superi i controlli di routine e sei nel dipartimento di Advanced Robotics. Gli occhi umanoidi guardano misteriosamente i tuoi, sulle scrivanie i loro arti sono poggiati senza vita. Ti chiedi dove sia l’Avatar convinto di trovarlo da qualche parte nei laboratori, e sbatti il naso su una stampante 3D per i prototipi degli scienziati. Chiedo come funziona: “facilissimo, la plastica liquida viene depositata per livelli e crea l’oggetto che hai disegnato in 3D al computer”. Amazing. Nell’altra stanza c’è HyQ, cane-robot, il cervello gli penzola per terra “lo stiamo operando”.

I ricercatori, tutti sulla trentina, parlano inglese, scarabocchiano formule matematiche sulle porte a vetri degli uffici, entusiasti guardano al futuro e alla green-economy. Fuori dal centro, a pranzo in una modesta trattoria, alcuni mi assicurano la loro libertà nella ricerca, “in altri posti è diverso”.

Su Facebook Michele ha commentato duramente l’articolo di Elena Dusi: “Sembra uno schiaffo all’impegno e ai sacrifici di tanti giovani che ci lavorano”. Gli chiedi perché? “Per calcolare la produttività media in termini di paper, hanno preso il numero di pubblicazioni del 2009 – quando il centro era mezzo vuoto – e l’hanno diviso per il numero di assunti attuali: 811. -Lo sguardo è irritato- “Molti dipartimenti come quello di neuro-scienze, richiedono anni di sperimentazione per arrivare a risultati pubblicabili, noi siamo partiti praticamente da zero tre anni fa e nel 2009 stavamo ancora comprando le attrezzature per i laboratori e assumendo persone”. “Riguardo ai costi elevati per pubblicazione -insiste- è chiaro che lievitano alle stelle se conteggi anche i costi fissi iniziali necessari a comprare le attrezzature per poter lavorare”.

I ricercatori dell’Iit soffrono insomma del peso di un Governo mal visto in tutto il mondo e ogni momento è buono a certa stampa per attaccare di conseguenza il loro lavoro, tuttavia “la perla di Tremonti”, malgrado alcuni difetti, riattrae i cervelli in fuga e ha comunque un respiro internazionale. Chi ne fa le spese alla fine sono sempre i ricercatori. I passi in avanti nella ricerca del dipartimento di Advanced Robotics, diretto da Darwin Caldwell, sono interessanti: HyQ, Arbot e la Micro-turbina, i progetti che scopriamo.

Pubblicato Agoravox

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Dentro l’IIT, reportage, seconda parte: HyQ cane-robot (pag.2)

HyQ (hydraulic quadruped) è uno dei primi progetti del Dipartimento di Advanced Robotics (IIT), il progettista è lo scienziato svizzero  Claudio Semini, post-doc, 33 anni.

HyQ, un cane robot, una bestia da 75 chili? A cosa serve?

Scopo principale della ricerca è di costruire una macchina out-door environment molto versatile in grado di superare terreni parecchio accidentati. Per esempio,se c’è un terremoto, HyQ potrebbe muoversi tra le macerie, iniziare a cercare le persone, fornire le prime immagini della situazione. HyQ muovendosi su zampe è molto agile e non ha i limiti evidenti dei robot che si muovono su cingolati o su ruota.

Come è nata l’idea?

Dal mio dottorato di ricerca, il progetto è partito nel 2007, all’inizio eravamo solo io e il Direttore di Dipartimento, Darwin Caldwell, e Nikos Tsagarakis, Senior Researcher, poi il gruppo è cresciuto, adesso siamo nove persone. In particolare Jonas Buchli, che ha una approfondita esperienza nel controllo di robot con zampe, ci sta aiutando a migliorare la locomozione di HyQ.(…) Continua a leggere


Dentro l’IIT, reportage, terza parte: i progetti Arbot e Micro-turbina(Pag.3)

Carlo Tacchino, Senior Electronic Engineer, e Emanuele Guglielmino, Team Leader, del Dipartimento di Advanced Robotic (IIT) raccontano il progetto Arbot e Micro-turbina.

Raccontatemi cosa fate al Dipartimento di Advanced Robotics.

Noi ci occupiamo dello sviluppo di robot antropomorfi, umanoidi, quindi bipedi, e bio-ispirati, tra cui quadrupedi. Per quanto riguarda il grande filone di ricerca di “robotica umanoide”, nel mondo ci saranno una decina di istituti più o meno come questo. Si cerca di creare dei robot simili all’uomo per fargli compiere attività che risulterebbero pericolose o a rischio per l’uomo. L’obiettivo generale  è  quello di aver robot che possano stare accanto all’uomo, e quindi interagire con esso in modo sicuro, portando assistenza, sorvegliando anziani, bambini, disabili.

 Sul modello giapponese?

Il Giappone ha una popolazione molto anziana, in questa ricerca è molto avanti, investe parecchi soldi. Qui è diverso, per queste cose è ancora importante un contatto umano. () Continua a leggere.

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