In viaggio verso le Azzorre. Sao Miguel

Poesia e storie

Invito al viaggio.

Di Andrea G. Cammarata

Mettete in valigia “L’amore ai tempi del colera” di Màrquez, e unicamente per attacamento masochista “Sulla Rivoluzione” di Hannah Arendt. Poi scegliete un buon compagno di viaggio, che vi sia caro, e distribuite ad optimum il carico dei vostri bagagli, saranno uno a testa e di 20 chilogrammi l’uno poiché sapete che con le compagnie low cost non si viene a patti. Pagate online per la prima tratta qualche decina di euro, pronti. A bordo di un bianchissimo Airbus traversate il Mediterraneo muniti di quel distacco altezzoso che compete ogni buon viaggiatore moderno. A terra poggiate i piedi, con quelle tennis di marca di quel giorno in fretta e furia al centro commerciale, alto il mento, e respirate: è l’aria gli odori del nuovo territorio.

Lisbona, meta d’obbligo per giungere alle Azzorre dal Belpaese. Dimenticate intanto che il Portogallo è in crisi schianta, le maldicenze delle agenzie di rating, e iniziate ad assoporare la saudade che impregna ogni portoghese, sentimento che trasuda a suo modo vitalità, come il legno dipinto e scrostato delle navi attraccate nei porti, unto di salsedine brillante che riluccica saporita sotto il sole lusitano. Spendete pochi spicci per accedere alla metro di Lisbona, cogliete con spirito critico la bellezza di quelle mattonelle di ceramica sparse ovunque sulle facciate di storici palazzi sporchi. E giunti alla guest house che avete accuratamente scelto su Internet, la proprietaria creola vi accoglie e vi porge sicura le chiavi della room, “obrigado, obrigado”. Si paga prima. Frugate nelle tasche un centinaio di euro per due notti, “no American Express”. Maledite così quel promoter incravattato che vi ha proposto a Linate l’upgrade per la carta oro, e frusciate il contante sul palmo riverso della locandiera. La cameretta è una cella che si affaccia su di una corte più stretta, dove i motori dei condizionatori fanno caldo e sussurrano oscene cose durante tutta la notte.

Ma l’arrivo non è Lisbona, voi siete diretti a San Miguel, quell’isola che fu di approdo alle baleniere per centinaia di anni, e lo fu per le navi mercantili, ma di cui l’insulsa scoperta dell’aereo arrestò la fiorente vita marinaresca, quando San Miguel non era più il territorio chiave per l’approdo al Nuovo mondo. Siete in quella parte della Maccaronesia invisa ai più, costellazione di nove isole scoperta fra il 1426 e il 1439, nonché arcipelago neoso che cela una vita ferma al primo novecento.

Intanto dubbiosi prima di addormentarvi sareste voi a voler scrivere una guida delle Azzorre, e insoddisfatti come siete per la brevità della guida Touring che avete trovato casualmente sullo scaffale di una libreria riminese, vi affidate certi con il vostro smartphone a Wikipedia, ma rigorosamente nella versione Portogallo.

L’indomani un bimotore trascina al di là del Continente i vostri corpi ormai lievemente epurati da quella italianità pervasiva e onnipresente. Solcate con gli occhi l’oceano Atlantico attraverso l’oblò già conteso con il compagno di viaggio prescelto, fiduciosi trovate un po’ di spazio per accavallare le gambe e sfogliare la rivista di bordo della Sata, l’unica compagnia aerea che collega quasi quotidianamente le Azzorre ai continenti. Mente locale, un veloce bilancio di viaggio: solo di trasporti andata e ritorno siete già sui 500 euro, e a Lisbona non avete lesinato su trattorie e pesce atlantico. Circa quattro ore di volo separano dall’arrivo. Cosa sarà San Miguel? Raffiche di vento ai 200 all’ira, pioggia, caserme dell’esercito portoghese, un ammasso di terra verdissima allungata in mezzo all’oceano come una lucertola quando si arroventa sotto il sole.

Ma l’impressione dell’isola in notturna vi pervade simile al romanzo di Melville, Moby Dick: di locande dai vetri opachi e gente diabolicamente cordiale. Sentite di avere scoperto Atlantide. Bocche di vulcani vi richiamano al suo interno, laghi, spiagge infinite nel Nord di Ribeira Grande e onde di 10 metri, poi verso Est invece bagnate la pelle nell’acqua bollente e ferruginosa delle terme di Furnas. Fanghi e gayser, cibo cucinato sotto terra. Poi il sole comincia a splendere, il primo scivolone nell’oceano, qualche abrasione al gomito. Ogni bagno è un avventura, i baywatch vi puntano come becchini, e insieme sospettate tremendamente della potenza immane dell’onda, di quelle acque scorse da forze e profondità micidiali, ma tiepide tutto l’anno grazie alla corrente del Golfo. Affittate per un mese un attico vista mare di fronte al meraviglioso parco botanico Terra Nostra, vi costa una fesseria, neanche trecento euro in totale. Date quindi una pulita sommaria a quel luogo mai immaginato, sede di un giaciglio coloniale, e terminate con un bicchiere d’acqua del rubinetto per dissetarvi da incombenze domestiche inattese. Diarrea e febbre a 40 gradi, qualche giorno, poi la guardia medica bussa la porta e con un inglese perfetto detta la sentenza: “è un batterio, molti bambini l’hanno preso, bevi molta acqua”. Va bene.

Grazie al segnale Wi Fi ovunque nei bar e la potente fibra ottica dell’isola avete già rassicurato chi se lo merita del vostro recuperato stato di salute. Fatta conoscenza con un ingegnere della Compagnia aerea locale, siete insieme in giro in auto, e ammettete perciò a voi stessi che lui è di pessima compagnia ma anche che il rent a car è troppo complesso. Visitate Lagoa de Sete Cidades, e Lagoa do Fogo. Varcate la porta di Ponta Delgada, centro principale dell’isola dove gli antichi storici edifici costruiti in roccia lavica intagliata vi guardano un po’ oscuri. Magiate tosta mista, nient’altro che un french toast, e bevete birra del posto seduti ai tavolini di un bar, dinanzi a voi sul porto passa enorme un vascello danese, il giorno successivo un imponente imbarcazione militare italiana sbarca i suoi cadetti, fino al momento inquietante dell’arrivo di una nave da crociera, mostro marino che adesso lambisce le fresche coste di San Miguel.

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