Cavie umane in Guatemala negli anni ’40, commissione Obama: “almeno 83 morti”.

Diritti umani, Salute
Casi d'infezione forzata

Casi d'infezione forzata

Migliaia di guatemaltechi furono infettati con il batterio della sifilide durante diversi studi di ricerca sugli effetti della penicillina 

Fra il ’46 e il ’48 la Sanità Usa in Guatemala inoculò intenzionalmente, e senza consenso dei soggetti trattati, la sifilide. Le cavie erano malati mentali e persone vulnerabili che furono poi incoraggiate dai medici americani a trasmettere la malattia infettiva. La commissione d’inchiesta voluta da Obama fornisce le prime conclusioni.

Di Andrea G. Cammarata

Uno studio di ricerca della Sanità americana in Guatemala provocò la morte di almeno 83 persone, lo confermano le prime conclusioni della commissione d’inchiesta voluta circa un anno fa da Barack Obama. Una vicenda che risale agli anni ’40, quando almeno 5500 guatemaltechi furono sottoposti a una macabra sperimentazione che avrebbe voluto dimostrare gli effetti della penicillina sulle malattie sessualmente trasmissibili.

Ne sono morti parecchi. “Pensiamo che 83 persone” sono morte, ‘Le Monde’ riporta oggi le laconiche dichiarazioni di Stephen Hauser, membro della commissione Obama. Ieri invece sul sito della Sanità Usa, sezione bioetica, è stata diffusa l’anticipazione del rapporto integrale che sarà rimesso nelle mani del Presidente Usa fra pochi giorni. “Lo studio di ricerca della Sanità U.S. – si legge nell’articolo –  coinvolse intenzionalmente persone vulnerabili senza il loro consenso infettandole con malattie sessualmente trasmissibili”. Amy Guttmann, capo della Commissione, ha detto che l’intento ricercato attraverso l’inchiesta è stato, fra l’altro, quello di onorare “le vittime”. Meglio tardi che mai.

Cavie umane – spiega la commissione bioetica – di cui almeno 1300 sottoposte alla sperimentazione a loro insaputa, e di cui solo “700 hanno beneficiato di una cura”. Il batterio della sifilide e della gonorrea veniva inoculato dai medici in alcune parti del volto, delle braccia, o sulle parti intime. Le vittime erano per lo più persone indigenti, malati mentali, bambini, carcerati, militari, che si offrivano volontari in cambio di cure generiche e soldi, per poi essere spinti dagli untori a “contagiare altre persone”. Ma lo dice la storia medica: non è mai stato provato che la penicillina potesse guarirli dalla sifilide, né prevenire il contagio. 

Eppure le sperimentazioni continuarono per anni con i finanziamenti per la ricerca elargiti dall‘Istituto nazionale della Sanità americano. Susan Reverby, una ricercatrice degli States, è stata la prima a scoprire il coperchio di una pentola chiusa da troppo tempo e a denunciare i fatti avvenuti in Centro-america alle autorità di Washinghton. Non fu l’unico caso segnalato. Il dottor Francis Collin, direttore dell’Istituto nazionale di Sanità Usa, riferiva un anno fa al ‘New York Times’ di una quarantina di simili sperimentazioni durante gli anni ’40, avvenute però tutte in territorio americano. Uno caso, fra gli altri, fu la sperimentazione di Tuskegee [Wiki.], in Alabama, che si protrasse per 40 anni dagli anni ’30 al settantadue. Gli scienziati non curarono appositamente 600 afro-americani affetti dalla sifilide, lo scopo era di verificare gli esiti della naturale progressione della malattia negli individui ammalati. Anche in questo caso le ‘cavie’ non erano messe al corrente di essere affette dalla sifilide.

Il rapporto della Commissione bioetica indica anche gli episodi del 1943 nel carcere di Terre Haute, nell’Indiana, dove i prigionieri furono infettati con il batterio della gonorrea. Di lì gli studi continuarono in Guatemala. Paradosso su paradosso: inizialmente i medici cercarono un effetto ‘a cascata’ infettando le prostitute con la sifilide e la gonorrea e aspettando gli effetti di una “esposizione naturale” della popolazione alla malattia, ma le contaminazioni non furono sufficienti, quindi i medici furono spinti al metodo d’infezione diretto.  Un “crimine contro l’umanità”, inveì – non a torto – quando lo venne a sapere un anno fa, il presidente del Guatemala, Alvaro Colom. E Obama, poi, lo chiamò al telefono trasmettendogli – non scherzate – il suo “profondo compianto”. Anche Hillary Clinton insieme al ministro della Sanità, Sebelius, per l’occasione si scusò pubblicamente.

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