To Serbia. Pola e Croazia

Balcani, Poesia e storie

Mercato di Pola

I Balcani terra dimenticata

Di Andrea G. Cammarata

Lo hai trovato nella tua via, quella che percorri tutti i giorni rinvenendo ogni minimo particolare del cemento che la compone. “Vado in Serbia alle quattro di oggi pomeriggio”, ti ha detto. La berlina bianca è parcheggiata in divieto, la scorgi un attimo, è targata Serbia. Ma lo saluti: “a presto”. Continui per la tua di strada, poi ti volti: “Sarebbe molto beat andarci insieme”, “super beat” risponde lui. “OK ti chiamo alle tre, poi ti dico”. “Sì OK partiamo, ma non farà freddo?”, hai confermato.

Lasci Rimini Nord per l’ennesima volta, e una sigaretta consumata in fretta rimbalza incendiaria lungo la strada prima del casello. La berlina è potente. “Vai a Belgrado vagabondo”, ti sei detto. Chilometri e qualche parola, prima della frontiera Slovena è già notte. Gincane e strade buie, non c’è nessuno per strada. Via verso il confine croato, sarà la volta di Pola. E’ Est. Rifornimento di carburante, pompe di benzina: assolutamente europee. L’aria sa di smog, ascolti chi ti parla della storia dei Balcani. “Tito è morto nel ’80” , “In Slovenia c’è Schengen”. In Croazia invece alla frontiera è uno stop obbligato. Il doganiere alto, imponente, ti parla italiano, severo. Prende i documenti dalle mani come fossero suoi, e li passa allo scanner, li vedi al monitor, mentre digita su Google il nome della ONG per cui lavora Emile. E’ tutto vero: “go”.  Poi c’è n’è un altro: “controllore dei confini”, ti piace chiamarlo così. “Cosa dichiari?”, chiede. “Niente”.

Pola è buia, gli incroci sono facili. Automobili pulite riluccicano veloci. “I trenta: anni indifferenti, come Moravia, come Zeno”, lo hai scritto sul Moleskine, ma è solo un graffio insignificante su una pietra. A Pola c’è un anfiteatro enorme, “è enorme cazzo”, hai ripetuto.  Mac Donald. Parcheggio. Attenzione con la targa serba non è prudente, “i croati li odiano”. Tito è scritto a spray in rosso su alcuni muri. Cammini: c’è un centro antifa’. Suona il rock croato vibrante nell’aria, alcune salite, alcune discese. “Scatto foto, cerco immagini post-sovietiche”, ti sei detto, cercando un perché su questo viaggio.

Hai trovato una ragazza, rossa amica di Emile, che sa il fatto suo. La salutate nel mezzo di un incrocio, quattro piccole vie, poco più in là c’è lo Scandal café. Dove aspetta Borat, uomo della rossa. Si dormirà in casa della nonna, anziana senza un braccio, grande tagliatrice di legna, la più abile nell’arte d’intrecciare capelli.

Sacco a pelo, dorato sacco a pelo. Notte che passa in attesa della luce non filtrata dalle finestre slave. Rocky nero gigante molosso, è tenero non abbaia, si avvicina leccandoti i genitali. La rossa comanda, con la paura negli occhi della guerra.

Allo Scandal la notte è passata nel punto più stretto fra il bancone e l’entrata dei bagni. Persone visibilmente ubriache ti circondano, con ospitalità tratteggiata dalla diffidenza, e orgoglio di essere sopravvissuti a una guerra, e altrettanto per essere in una “polveriera” che può scoppiare di nuovo da un momento l’altro. Origini italiane in ognuno di loro. “Borat”, urla, ma il tono è basso. “E’ stata un’orgia, bambini morti”, e colpisce più forte il bancone con il boccale di birra. Chino sulla schiena esile, porta alle labbra una sigaretta brandendola in punta con le dita sottili, è un pittore, i capelli schiacciano la fronte rabbuiandogli il ghigno traverso e oscuro. La guerra. C’è un suo amico, vuole un contatto fisico con te, insiste, “è la mia puttana, devi scusarlo”, ha detto Borat. Slovenia, Macedonia, Montenegro, Croazia, Serbia, Kosovo, Bosnia: il pittore cerca una nazionalità, “sono apolide, he said”, ciò che hai ripetuto tu a qualcuno, mentre lo chiedevi a te stesso. Borat conosce la vita: “meglio morire senza lavoro, che morire lavorando”, un proverbio della Dalmazia in bocca sua, che la riempie.

Grappa croata, alcol puro, hai i brividi lungo la schiena, arrotoli qualche sigaretta. “I bambini morti. Sono stato nei cimiteri, ho visto le date sulle lapidi 1975, come può morire così giovane”. Borat non ha pace, solo lui parla della guerra. Figlio di un militare ne racconta il controspionaggio, quando non è chiaro il confine fra vero e falso. Le bottiglie ambrate da cinquanta, continuano a susseguirsi in una danza frenetica. Non hanno proprietà, incuranti i bevitori le scelgono riempiendo lucidi bicchieri a metà: in una eterna sbornia post-socialista. La rossa si è addormentata, Borat accompagna il suo sonno rabbioso ascoltandone le ultime parole: “oggi ho guardato il sole per la prima volta, si può vivere di sola luce”.

>>To serbia. La strada per Nis. 

3 pensieri su “To Serbia. Pola e Croazia

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