To Serbia. I giorni di Nis

Balcani, Poesia e storie

Edifici a Nis

Di Andrea G. Cammarata

Guardali questi commensali serbi, le mani unite impugnano coltelli di fragile plastica, mangiano a bocconi. Come corvi neri si fronteggiano, con voce bassa sussurrano qualcosa. Non capirai certamente il loro linguaggio ma i loro occhi, puoi guardarli, ricordano ancora la vicina guerra. Una colpa non del tutto espiata, recente, come i peccati che si sono compiuti il giorno prima; che si riproporranno, quasi di certo, a Sud.

“Il Kosovo è nostro”. Te lo ha detto una serba, bibliotecaria che parla americano e per gli americani ci lavora. Con i capelli ramati, lisci, pettinati in un caschetto corto sugli zigomi taglienti che le circondano gli occhi vispi, è comunque seria. Non chiedi lei il nome, sarebbe indiscreto quanto porgerle la mano per una stretta. Ma parlate a lungo, per una volta soltanto. “In Kosovo c’è la storia della Serbia, tu italiano rinunceresti a Roma?”, insiste schiettamente. “La battaglia contro gli invasori turchi è stata in Kosovo. Le nostre chiese, i nostri monumenti sono in Kosovo”. Non le rispondi, stavolta non sembra un tuo diritto. Cerchi però parole in un inglese neutro, che non basta per parlare della guerra passata e della necessaria rinuncia serba alla sovranità di una nazione già riconosciuta come il Kosovo per avere in cambio il biglietto d’ingresso in Europa.

Via dalla biblioteca americana di Nis, velocemente, quasi chiedendo scusa per il disturbo. Passeggi, controlli il telefono. Nis ti scorre accanto come un ruscello: persone, pietre bagnate dall’aspetto mutabile cui si appiglia la vitalità, come muschio infestante uguale e indiferrente.

Il volto è chino verso terra, seduto su una panchina pensi che hai fatto bene a disattivare il roaming: costa troppo, ma non hai più alcuna connessione internet. Mentre “Bocca di rosa” di De André ti carezza per un attimo le orecchie prima che il collo rigido, chino sulla spalla, lasci rotolare sul fianco un auricolare Nokia: la vittoria del profano. Dormi.

Qualche immagine del viaggio verso Nis si fa viva, caleidoscopio dei pensieri. La berlina bianca che correva in autostrada silenziosa spostando un non luogo immobile come lo è l’abitacolo. Le cover song croate alla radio, i motivi pop. Il diesel. Belgrado che gratta la prateria con i suoi palazzoni. Banlieue serbe, orrore urbanistico. Piazzole di sosta, pattume e cani randagi appollaiati che se ne fanno una culla. L’aria sporca, che li coccola impalpabile. Hanno il pelo grigio impolverato, dormono pacifici. Sono soli, come i Serbi e le loro famiglie.

Ancora. Aiuole e mucchi di alberi simili a mazzi di fiori secchi sui tavoli delle mense serbe che si fanno rispettosa muta compagnia. Non cambia in nessun luogo questo mondo diviso. Ma i confini esistono.

Sbarramenti dei Balcani ai caselli dell’autostrada con i loro tetti rossi spioventi, come matrioske svelano forme uguali a se stesse. E la frontiera serba quando arrivi si staglia enorme, timidamente ti indica l’immenso spazio che la circonda.

Fila tutto liscio, i doganieri non si curano di te, dei tuoi affari, del sonno profondo che ti accompagna e che ha privato loro la vista del tuo sguardo. Andrai a Nis, la città conosciuta per la sua torre di teschi serbi, eretta dai turchi durante le battaglie per la dominazione.

Serbia è essere serbo, è credere nell’Europa. Teste rasate: nazionalismo, vigore, pochi sorrisi. Uomini forti e nuovi, in cerca di conferma della rinascente patria. “We’ve the most beautiful girl in the world, we’ve the most good water in the world”, ti ha ripetuto il barista di Nis, con il suo volto fermo scavato nella roccia, gli occhi piccoli azzurri, padre di tre figli, una vita da easy rider per l’europa degli anni ’70, poi la sua “second life” dopo la guerra che ti racconta con strana saggezza.

La connessione internet è ancora assente e stai perdendo del tutto la tua tossicità della vita online. Ospite, dormirai nella casa di “Mac Donald”, dormitorio fast food, inaspettato surreale luogo, dove l’infanzia la fa da padrone. Fontane, elefanti e tigri di plastica a grandezza naturale disseminati nel cortile per la sola gioia dei bambini, diventano invece terribili allucinazioni per gli sbronzi condomini della notte. “Il gioco custodisce i bambini, il gioco uccide gli adulti”, ti sei detto.

E li guardi entrambi affacciato dal settimo piano di questi palazzoni rosati scuro, pensi che fa molto Google Earth, e che potresti zoomare schiacciandoti al suolo.

Ti rivolgi però all’interno dell’appartamento scansando gli strani pensieri. Ora fumerai dentro: è più sicuro. Calzi le scarpe prima di uscire, al ritorno le poserai all’ingresso: “la polvere serba non entra in queste stanze”, lo pensi spesso, ingenuamente. Sono non-luoghi pagati da ONG, le mediatrici e prostitute dell’assistenza sociale.

Incontri solo cristiani ortodossi, giovani e seri che cercano famiglia. Ma la Serbia è donna, e qui non si parla d’altro. Cammini lungo la riva del Nišava, lungo dritto fiume privo di vita,  che nella sua desolante e terribile ovvietà nasconde qualche pescatore agli occhi dei poveri cittadini serbi, chiusi indolenti nei palazzoni che si affacciano sui suoi argini.

Non c’è altro a Nis, i marciapiedi dei boulevard impongono vie programmate sui tragitti segnati per ciechi il cui attrito frena il cammino. Quartieri tratteggiati in maniera netta, scuri come una graticola ardente poggiata su un immenso barbecue. Nissa, come la chiamavano gli italiani: tiepida e avvolta in una conca dai suoi monti.

Ferma il passo, sei stranito, perché alcuni botteghini vendono “Grazia”, scritto in slavo, e anche altri giornali. E’ il modo serbo di venderli: un mercato di giornali, come se fosse merce commestibile. Attorno l’aria si è fatta insopportabile: il fumo della legna arsa nelle case si unisce allo smog delle vecchie automobili. I ceppi spezzati rotolano lungo le strade di periferia. Ed è duro il rumore dell’accetta serba che intercede sul legno ancora vivo.

Lasci intorno quartieri silenziosi. Gli alberi da frutto nei cortili, i cui rami penzolano lungo le strade come arti di corpi senza vita appesi ai cancelli delle case. Sono scuri, colorati del verde militare della Serbia. I frutti, gemme preziose, ti viene voglia di coglierli: mele, prugne, pere, cachi quasi ancora in fiore.

“Scrivi, scrivi, perché lo fai?”, hai risposto a chi te lo chiedeva: “it’s a long story”, liquidando un dubbio legittimo. E Nis resta pavidamente nascosta alla luce tenue riflessa dal suo fiume. Nis o il centro commerciale Mercator, dove si spegne la sera sui grandi pannelli di plastica rossa, confondendosi il sole in un tramonto commerciale.

<<To Serbia. Pola e Croazia (Prima parte)

<< To Serbia. La strada per Nis (Seconda parte)

<<To Serbia. I giorni di Nis (Terza Parte)

<<To Serbia. La festa dei rom (Quarta parte)

Un pensiero su “To Serbia. I giorni di Nis

  1. Mi dispiace ma il mio italiano non è così buono … Tutti i complimenti per il testo. Io e mio marito (che è italiano, si è trasferito qui a pochi mesi) vive a Nis. sarebbe stato un grande piacere di presentarvi, per lo scambio di esperienze su questo cittadina po ‘diverso!

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