To Serbia. Un giorno a Belgrado

Balcani, Poesia e storie

Ponte a Belgrado

Di Andrea G. Cammarata

Un rom di mezza età vende Armani Code e Acqua di Giò, altre scatole di profumo di marca gli rotolano fra le mani. Certamente dei falsi. Armani può significare molto, per altri motivi, se di lì a un giorno riuscirai a connetterti e scaricare e-mail sulla strada verso Sarajevo. Fermo a una pompa di benzina per il rifornimento del minibus che ti accompagnerà in Bosnia.

Oggi è Serbia, Belgrado, anti vigilia di Natale, freddissima, ore sette. Ospite in un appartamento sembra Parigi. Stessi legni negli infissi, stessi corrimani lungo le scale e stesse serrature che glissano insicure a fermare porte sottili. E buchette delle lettere che nell’androne aspettano buie le sacre pensioni di Tito. Ciò per cui in Serbia ancora i figli vivono.

E’ un arrivo brusco: inglese, toscano, italiano, serbo, fra lingue straniere che s’incrociano prive di logica. Se tutto è dovuto al caso. E oscillazioni strane come i vecchi ammortizzatori della berlina bianca che vibrano ancora nelle gambe. Non sei stanco.

Stanza calda e stufa di ceramica che si allunga verso il soffitto parlaci del socialismo con il tuo scarno arredamento jugoslavo, e di quella foto sbiadita di un vecchio padre appesa sopra due letti che si guardano.

Tu dormirai a terra nella lato più stretto lungo il corridoio. Sonno di piombo, finalmente, dopo settimane.

Ora è tempo di capire, cosa è successo.

Carabiniere veneto, posto di blocco prima della frontiera slovena, chi fermerai dei tre? Un’utilitaria targata Germania, la berlina bianca serba con il distintivo Corpo Diplomatico nel paraurti, o l’articolato che per poco non si mangia tutto. Così è la strada. Emile ha chiesto: “mi devo fermare?”. Vai, vai.

“Quella Germania che ha supportato l’indipendenza slovena” pensi superando il confine europeo, libero grazie a Schengen. Neve sulle alpi di Carinzia. Croazia cattolica, rettilinei infiniti e sicuri. Non c’è pausa è un incessante andare. Qualche dattero riempirà gli intestini dei viaggiatori fino alla Serbia. Serbia non più turca da cento anni e più.

Difficile perdersi a Belgrado: è un orientamento fatto di macerie, subdolo, lo senti sotto pelle. Due palazzi bombardati durante la guerra del Kosovo ricordano orribili che non è finita. Non puoi distrarti. E’ un memoriale inverso dei governi serbi per non dimenticare che tutto può ricominciare. Belgrado era la Jugoslavia: l’ex-Jugoslavia è una polveriera ti ripeti.

E’ Natale ma non per il calendario gregoriano. Città viva brulicante. Nelle librerie i volumi del bosniaco Ivo Andric abbondano negli scaffali quindi tutto non è così diviso. Rom che frugano nei cassonetti. Belgrado dove i parcheggi si pagano con un Sms. Belgrado dove c’è chi non si prende il dolore di privarsi di una birra anche il giorno dopo. Tutto qua. E serbi che indossano giacche di tute mimetiche di colori non militari. Le sanzioni della Nato, l’embargo degli anni ’90. “Mortadella e Nutella, gnam, gnam, gnam” cantano i S.A.R.S. a ritmi Ska ai giovani slavi. Uno di loro ti chiede di intrecciare le mani per lui e offrigli uno scalino umano, scavalcherà così una sbarra per raggiungere gli amici.

Tornano in mente le barricate al Gate 31 in Kosovo settentrionale. Ci andrai. E cantano i Dubiosa “I’m Bosnian but I belong to myself”, e i bosniaci alzano le braccia. E cantano i Dubiosa “I’m Serbian but i belong to myself”, e i serbi alzano le braccia. Lattine di Jelen sono disseminate ovunque.

E Rakija: insegnanti francesi dirette verso Parigi: ci vedremo a gare Saint-Lazare, un giorno. E Bojana, giovane serba studentessa a Rotterdam inviterà due sloveni al tavolo, uno è un giornalista sportivo. “I serbi sono inferiori, noi siamo entrati in Europa”, le dirà.

Pacchetto di Gauloises blu, il secondo di una notte a Belgrado. Tassista anziano che hai conosciuto il socialismo: “take the street on the left beetween the two destroyed building”, e insisti per indicargli tu la strada verso l’appartamento delle due serbe di Valjevo.

E’ un risveglio aggressivo. La colazione è una caramella donata da un Babbo Natale croato promoter in una pompa di benzina. Niente caffè, niente brioche. Andrai a Sarajevo. Un ragazzo gay indica la stazione dei bus al fianco di un edificio giallo: “In Serbia is better to travel by bus”, dice. E Felicità quando Nina Simone cantava forte nelle orecchie mentre la berlina bianca correva lungo il corridoio 10.

Ain’t got no, ain’t got no class. Ain’t got no skirts, ain’t got no. Ain’t got no, ain’t got no. Ain’t got no . Ain’t got no, ain’t got no culture. Ain’t got no, ain’t got no schooling. Ain’t got no love, ain’t got no. Ain’t got no, ain’t got no token. Ain’t got no God. And what have I got? Why am I alive anyway? Yeah, what have I got. Nobody can take away? Got my hair, Got my…Got my brains, Got my…Got my eyes, Got my…Got my, I got my smile. I got my, Got my chin. Got my neck, Got my…Got my heart, Got my soul Got my back, I got my sex. I got my, Got my hands. Got my fingers, Got my…Got my feet, Got my….Got my liver, Got my blood. I’ve got life , I’ve got my freedom . I’ve got the life. I’ve got the life. And I’m gonna keep it. I’ve got the life. And nobody’s gonna take it away. I’ve got the life.

Di lì a poco Nina Simone chiese ai fan di comprare il suo album. Quarantaquattro anni dopo Andrea consumava caffé turco nel bar della stazione dei bus di Belgrado. Utilizzava la toilette per 30 dinari. E scriveva questo. Poco prima alcuni serbi restavano muti per alcuni momenti in fila in un panificio, pacati, con la stessa attitudine che era in una mensa socialista.

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