To Serbia. Natale a Sarajevo.

Balcani, Poesia e storie
Moschea a Sarajevo

Moschea a Sarajevo

Di Andrea G. Cammarata

Bus vuoto verso Sarajevo, riscaldamento rotto. Freddo terribile la Bosnia Erzegovina è bianca di neve. Un sonno fastidioso attanaglia la testa. Piccoli villaggi si susseguono lungo le strade. Pause brevi nelle kafane. Non hai Marchi bosniaci. C’è un ragazzo che punta la testa contro il sedile difronte. Studia teologia a Belgrado, diverrà pope, è nato a Sarajevo in quella parte della città che ancora non era la Repubblica srpska. Domanda una sigaretta, è alto impaurito avvolto nel suo cappotto di panno nero. Ombra lunga e scura sulla neve tutta intorno. Fuma, pone qualche domanda, conosce Ravenna e l’arte bizantina.

Alla frontiera in Bosnia il doganiere butta solo uno sguardo sulla carta di identità che gli hai appoggiato timidamente nelle mani. Il poliziotto serbo in uscita ti aveva invece detto: “italiano”. Le strade di Bosnia si avvolgono in un nulla mistico e silenzioso.

Arrivo a Sarajevo tutto è spento. Il ragazzo ortodosso viene accolto dal padre ancora più alto di lui. Chiedi loro di cambiarti valuta, mille Dinari perché “tu tornerai a Belgrado”. Non vuole. Dice Sarajevo è divisa in due, ma bosniaci, croati e serbi: “are not bad people”. Non credi a quello che ti raccontano i media. Lui cercherà di accordarsi con il tassista serbo per farti lasciare nella parte vecchia della città, 15 marchi. Pagherai in euro, “thank you man” hai detto al tassista. L’ortodosso è andato via con una pacca sulla spalla, indifferente. Scendi dal taxi hai una moschea enorme che ti sovrasta, il fiume sotto. E’ vigilia di Natale a casa. E qui donne con il velo e uomini camminano per la strada, lenti e calmi non incrociano sguardi.

Gli intonaci dei palazzi mostrano i fori dei proiettili della guerra. Ce n’è ovunque. Le moschee si ripetono nuove e insulse.

Dormirai da Divan, ostello i cui proprietari sono musulmani. 30 Marchi il costo della stanza, 14 gradi la temperatura interna. Il fratello del locandiere beve vino bianco, “do you drink alcohl?” mi chiede. Dici: “yes, yes. Are you Serbian?”. Risponde che no: “I’am muslim”. Gli piace la techno music e la vita notturna di Belgrado. E conosce a mala pena la composizione della Bosnia Erzegovina, a stento ti parla dell’esistenza della Repubblica Srpska. “Ci sono problemi come ovunque” . Aggiungerà che “stasera è Natale e di fronte alla cattedrale cattolica offrono il vino”. Triste bosniaco affermerà che “We’ve no country” spiegando che: c’è di “tutto”, “cattolici, musulmani, ortodossi, ebrei, cinesi, giapponesi”. Il locandiere compare più tardi con una stufetta elettrica: “attento a non bruciare”, dice offrendo anche una stanza più calda. Sul comodino c’è un libro in inglese “La causa bosniaca”, non lo aprirai nemmeno.

Per le strade di Sarajevo leggi nomi musulmani che si ripetono nelle insegne, “Omar” oppure “Samir”. L’indomani, giorno di Natale, riesci a cambiare moneta alle poste. L’impiegata negherà i Dinari serbi, esigendo invece il passaporto per gli Euro. E l’impiegata dell’ufficio turistico , odiosa, rilascia con fastidio e sacrificio qualche informazione  parlando in uno slang americano difficile.

Sarajevo è bella, scivola dalle montagne con le sue casette verso un fiume che la costeggia. La piantina dell’ufficio turistico è costellata di crocette cattoliche e mezze lune islamiche, non si capisce esattamente cosa vogliano indicare. Ci sono stampate anche le miniature di ogni moschea e della cattedrale cattolica. Per la cattedrale ortodossa non c’è nessuna miniatura, solo un numero che rimanda alla legenda.

Nevica forte, i piedi ghiacciati, cammini unicamente per perderti e vedere. C’è un bus per Monstar, sei incerto sul da farsi, da lì potresti non tornare a Nis, in Serbia.

Nella piccola kafana “Zmaj”, poco distante dalla stazione dei bus, si consuma solo birra analcolica. Mangerai salsicce di non sai quale carne e cipolla cruda. La cameriera ti ha servito con sospetto, profumava di Dior “Miss cherie”, è sembrato. E’ rimasta interdetta nel sentirsi domandare una birra: “Pivo”. Nel bagno hai cambiato i calzini fradici con quelli asciutti.

La Bosnia è essenzialmente triste, le persone sono schive con una gentilezza non esposta. Ci sono addobbi di Natale e qualche luminaria. Molti ambienti sono riscaldati in maniera approssimativa. Anche i rom sono più tristi. Qui la guerra c’è stata, in Serbia fu nulla al confronto. Prima di partire leggevi il rapporto dell’Onu sulla strage di Srebrenica. Sarà quello. La domanda si ripete: “cosa si sono fatti in Bosnia”.

Torna in mente Rumiz che raccontava dei cecchini che sparavano sui passanti di Sarajevo dalle montagne con i fucili di precisione.

Resta una felicità di turbamento. Aspetti con ansia il prossimo libro di Michel Houellebeq. Hai con te il Meridiano di Keruac, perché è spesso e fa da sostegno ideale per il lap-top impedendo che si surriscaldi. Però, dopo 15 anni, li rileggi “I vagabondi del Dharma”.

E’ l’ultima pagina del taccuino rosso dei Balcani, ne hai un altro nero e ancora la penna gialla non è finita. Il pacchetto di Gauloises Blondes è ormai vuoto, sopra ci leggi “Liberté toujours”. Un gatto bosniaco fra le gambe ricorda i film di Emir Kusturica e i rom.

I rom non hanno fatto nessuna guerra. Sono i territori le cause della guerra. E’ successo poco in questo Natale, ma qualcosa è successo. Stringi la mano a Felice, povero tassista cattolico dell’Erzegovina che ha studiato alla Bocconi grazie alle borse di studio di Tito, e che ti ha accompagnato in Repubblica srpska nell’altra stazione dei bus di Sarajevo. Infine una teatrante croata dell’Erzegovina ti presterà due marchi, da aggiungere al biglietto per Nis.

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