Cavie umane in Guatemala negli anni ’40, commissione Obama: “almeno 83 morti”.

Diritti umani, Salute
Casi d'infezione forzata

Casi d'infezione forzata

Migliaia di guatemaltechi furono infettati con il batterio della sifilide durante diversi studi di ricerca sugli effetti della penicillina 

Fra il ’46 e il ’48 la Sanità Usa in Guatemala inoculò intenzionalmente, e senza consenso dei soggetti trattati, la sifilide. Le cavie erano malati mentali e persone vulnerabili che furono poi incoraggiate dai medici americani a trasmettere la malattia infettiva. La commissione d’inchiesta voluta da Obama fornisce le prime conclusioni.

Di Andrea G. Cammarata

Uno studio di ricerca della Sanità americana in Guatemala provocò la morte di almeno 83 persone, lo confermano le prime conclusioni della commissione d’inchiesta voluta circa un anno fa da Barack Obama. Una vicenda che risale agli anni ’40, quando almeno 5500 guatemaltechi furono sottoposti a una macabra sperimentazione che avrebbe voluto dimostrare gli effetti della penicillina sulle malattie sessualmente trasmissibili.

Ne sono morti parecchi. “Pensiamo che 83 persone” sono morte, ‘Le Monde’ riporta oggi le laconiche dichiarazioni di Stephen Hauser, membro della commissione Obama. Ieri invece sul sito della Sanità Usa, sezione bioetica, è stata diffusa l’anticipazione del rapporto integrale che sarà rimesso nelle mani del Presidente Usa fra pochi giorni. “Lo studio di ricerca della Sanità U.S. – si legge nell’articolo –  coinvolse intenzionalmente persone vulnerabili senza il loro consenso infettandole con malattie sessualmente trasmissibili”. Amy Guttmann, capo della Commissione, ha detto che l’intento ricercato attraverso l’inchiesta è stato, fra l’altro, quello di onorare “le vittime”. Meglio tardi che mai.

Cavie umane – spiega la commissione bioetica – di cui almeno 1300 sottoposte alla sperimentazione a loro insaputa, e di cui solo “700 hanno beneficiato di una cura”. Il batterio della sifilide e della gonorrea veniva inoculato dai medici in alcune parti del volto, delle braccia, o sulle parti intime. Le vittime erano per lo più persone indigenti, malati mentali, bambini, carcerati, militari, che si offrivano volontari in cambio di cure generiche e soldi, per poi essere spinti dagli untori a “contagiare altre persone”. Ma lo dice la storia medica: non è mai stato provato che la penicillina potesse guarirli dalla sifilide, né prevenire il contagio. 

Eppure le sperimentazioni continuarono per anni con i finanziamenti per la ricerca elargiti dall‘Istituto nazionale della Sanità americano. Susan Reverby, una ricercatrice degli States, è stata la prima a scoprire il coperchio di una pentola chiusa da troppo tempo e a denunciare i fatti avvenuti in Centro-america alle autorità di Washinghton. Non fu l’unico caso segnalato. Il dottor Francis Collin, direttore dell’Istituto nazionale di Sanità Usa, riferiva un anno fa al ‘New York Times’ di una quarantina di simili sperimentazioni durante gli anni ’40, avvenute però tutte in territorio americano. Uno caso, fra gli altri, fu la sperimentazione di Tuskegee [Wiki.], in Alabama, che si protrasse per 40 anni dagli anni ’30 al settantadue. Gli scienziati non curarono appositamente 600 afro-americani affetti dalla sifilide, lo scopo era di verificare gli esiti della naturale progressione della malattia negli individui ammalati. Anche in questo caso le ‘cavie’ non erano messe al corrente di essere affette dalla sifilide.

Il rapporto della Commissione bioetica indica anche gli episodi del 1943 nel carcere di Terre Haute, nell’Indiana, dove i prigionieri furono infettati con il batterio della gonorrea. Di lì gli studi continuarono in Guatemala. Paradosso su paradosso: inizialmente i medici cercarono un effetto ‘a cascata’ infettando le prostitute con la sifilide e la gonorrea e aspettando gli effetti di una “esposizione naturale” della popolazione alla malattia, ma le contaminazioni non furono sufficienti, quindi i medici furono spinti al metodo d’infezione diretto.  Un “crimine contro l’umanità”, inveì – non a torto – quando lo venne a sapere un anno fa, il presidente del Guatemala, Alvaro Colom. E Obama, poi, lo chiamò al telefono trasmettendogli – non scherzate – il suo “profondo compianto”. Anche Hillary Clinton insieme al ministro della Sanità, Sebelius, per l’occasione si scusò pubblicamente.

Slovacchia, proposta di legge sterilizzazione donne Rom.

Diritti umani, Razzismo, Rom

Torna a simil memoria lo sterminio degli ebrei cui nel secolo scorso nessuno si preoccupò, in un raggelante laissez faire che fu, tanto quanto lo si sa, appetibile per la presa di potere dei totalitarismi. Quanto oggi le crescenti destre radicali europee fanno leva per il consenso da parte dell’elettorato, su rom e musulmani.

Di Andrea G. Cammarata

Breve parabola. A Bratislava circa un anno fa un militare pensionato, di Rom a colpi di mitraglietta ne uccise sette. Perché occupavano i suoi appartamenti, sembrava la causa, ma poi di vita tolse anche la sua.

Qualche giorno fa la notizia sul web, proposta agghiacciante del partito ultra-conservatore “Libertà e solidarietà”, in quota al governo di centro-destra della Repubblica slovacca. Il progetto, pensato dal ministero del Lavoro, rievoca, senza troppa distanza, parte di quella “soluzione finale” nazista: sterilizzazione o contraccettivi per i rom. La sostanza è, nuda e cruda, così. Vista la crisi incalzante, che non risparmia nemmeno Bratislava, l’astuta risposta scelta dal governo ai costi assistenziali, pare quindi la soppressione degli utilizzatori finali degli stessi: i nomadi. Tradotto: non facciamo nascere i poveri, così non ci costeranno nulla.

“Ufficialmente la proposta è focalizzata sulle persone svantaggiate, ma se si guarda ai criteri del programma possiamo concludere che queste misure sono rivolte ai rom”, ha detto al ’Piccolo’ la sociologa Kriglerova Gallova. E’ solo un’ idea di un piccolo governo ma offre spunti di riflessione per tutta l’Europa.

Per quelle donne che vorranno accedere ai dispositivi della simpatica manovra torci-utero di Bratislava, peraltro gratuiti – se il progetto passa – ci sarà anche l’incentivo in denaro. Quanto a prevenzione in materia di educazione sessuale nulla è previsto. Il problema è estirpato alla radice.

Attenzione. Lo scrive ’Peacereporter’, “nel 2009 la Corte europea per i diritti umani ha riconosciuto a 8 donne rom il diritto a ricevere indennizzi dal governo slovacco per essere state sterilizzate senza il loro consenso.” Già nel 2003 gli attivisti per i diritti umani slovacchi riferivano nel rapporto “Corpo e anima: sterilizzazione forzata e altri delitti contro la riproduzione dei rom in Slovacchia”, che ci furono più di cento casi di sterilizzazioni forzate. Donne sottoposte alla barbarie a loro insaputa durante interventi cesarei, o, sotto anestesia, costrette a firmare il consenso all’operazione. Di più. Ha detto Robert Kushen, direttore esecutivo dell’European Roma Rights Centre (Errc), che il governo slovacco “non ha ancora riconosciuto la responsabilità statale nello sterilizzare donne rom contro il loro volere”. Ma la proposta c’è.

Nella sotto-popolata Slovacchia ( appena 5,5 milioni di abitanti ) vivono fra 200mila e 400mila di ‘scoccianti’ “esemplari” rom, minoranza che tutta Europa sta mettendo sotto accusa. ’Errc’ ha lanciato dal suo sito nei giorni scorsi ancora una volta l’allarme. Si parte dalla Francia di Sarkozy – a proposito – quando un anno fa pose il suo niet agli zingari. Nicolas nel “discorso di Grenoble” presentava il pacchetto sicurezza e per l’occasione scandì anche il famoso virgolettato: “mettere la parola fine agli insediamenti selvaggi dei campi nomadi”. In risposta di recente l’associazione ’Medecins du monde’ ha fornito un documento che illustra ampiamente il fallimento della politica anti-immigrati di Sarkò, prodotto di un dramma sanitario costellato da Tbc in aumento, e situazioni igieniche disperate dei rom, per di più sfollati dalle baraccopoli verso altre baraccopoli di maggior ‘fortuna’.

Abusi e soprusi di una minoranza che, a sua volta, tutti gli europei fanno finta di non vedere, ma che commentano e giustificano in via generale con dei laconici “rubano”. Inutile negarlo e, lo sappiamo, l’Italia non è esclusa. Politici modello Giancarlo Gentilini, ex sindaco leghista di Treviso, che qualche anno fa, durante un comizio, propose soave di “eliminare tutti i bambini zingari”. Ed è recente il rapporto di Human Rights Watch “L’intolleranza quotidiana”, che documenta fra l’altro la violenza razzista e xenofoba in Italia, anche sotto il profilo governativo, e quanto ai rom in particolare. La Ong americana denuncia una situazione del nostro Paese a dir poco vergognosa: “i Rom sono senza dubbio la minoranza più emarginata e vilipesa in Italia”. Si parla di “terrorismo psicologico per i Rom”, o semplice maltrattamento – da parte nostra – delle donne che chiedono elemosina. L’aggressione, poi, con una mazza da baseball, opera di un giovane milanese contro una donna incinta rom, è solo di un anno fa. Più a Sud nel maggio 2008, il caso dei campi rom di Ponticelli, zona d’interesse economico della camorra, dove oggi a seguito delle violenze della popolazione locale e delle evacuazioni delle forze dell’ordine, non risiede più nessun nomade.

“Pubblicato in esclusiva su L’Indro www.lindro.it e qui ripubblicato per gentile concessione”

Filippine. Militanti della sinistra giustiziati per le strade

Diritti umani

Di Andrea G. Cammarata

Duro appello dell’associazione per i diritti umani Human Rights Watch, nell’occhio del mirino questa volte sono le Filippine. Riporta l’associazione americana che le “esecuzioni extra-giudiziarie continuano in un clima d’impunità. Ma il governo di Manila non sembra affatto interessato ad indagare sul coinvolgimento dell’esercito nelle numerose uccisioni di militanti attivisti della sinistra. “Gravi violazioni dei diritti umani“, si legge nel rapporto di 98 pagine, stillato da Human Rights Watch, che appellano necessariamente a un doveroso intervento da parte del governo. Si chiede innanzitutto verità, e che i militari siano condannati.

L’ingiustizia aumenta solo il dolore“, questo il titolo dell’inchiesta, è una testimonianza documentata dei ripetuti casi di persone uccise, scomparse, rimasti tuttora impuniti nelle Filippine. Intanto sette sono già i morti e tre i dispersi militanti della sinistra, da quando il presidente Benigno Aquino, un anno fa, è entrato in carica.

Per Human Rights Watch, Elaine Pearson, a capo della divisione Asia, ha detto: “alcuni attivisti sono stati colpiti per la strada, mentre i soldati implicati nelle uccisioni continuano a girare per le strade liberamente” e -ha aggiunto- “il governo filippino non porrà mai fine a questi crimini abietti finché non darà chiaro segnale che chiunque compia o ordini questi crimini sarà imprigionato e la sua carriera militare chiusa una volta per tutte“.

La Ong americana ha condotto più di 80 interviste in 11 provincie, e ha intervistato i famigliari delle vittime, i testimoni, e diversi funzionari di polizia. Uno di questi ha riferito che alcuni comandanti gli ordinarono di uccidere dei militanti di sinistra e poi di intimidire i testimoni.

Ma il governo filippino oppone duramente la necessità di combattere l’NPA (New peoplearmy), frangia combattente del partito comunista. Trattasi di un gruppo d’insorti paramilitare costituito alla fine degli anni sessanta, già definito ’terrorista’, nonché ’appendice di Al Quaeda’, dal governo filippino, da quello americano e dall’unione Europea.

Dall’altra parte le testimonianze restano fortissime: racconta un testimone le violenze subiteda un attivista filippino per i diritti umani: “mio marito giaceva per terra con ferite di arma al petto e al collo“. A ciò si aggiungono poi casi di torture, fra cui quelli di unghie strappate ai prigionieri.

Fra l’altro i militari -riporta Hrw- agiscono nella più completa indifferenza e a volto scoperto, e si appoggiano anche a forze paramilitari costituite dal CAFGU, ’contractors’ o addirittura ex militanti del NPA. In tutto ciò il clima è ancora più oscuro, poiché i metodi di uccisione utilizzati dall’esercito ricalcano quelli del NPA. E chiunque militi nella sinistra e tenti di opporsi all’assedio dei militari, è comunque considerato come insorto.

“Pubblicato Giovedì 21  luglio 2011 in esclusiva su L’Indro www.lindro.it e qui ripubblicato per gentile concessione”

Link di riferimento:

http://terresottovento.altervista.org/2011/07/filippine-human-rights-watch-valuta-il-governo-aquino-ad-un-anno-dalla-sua-elezione/

http://www.hrw.org/fr/news/2011/07/19/philippines-les-ex-cutions-extrajudiciaires-se-poursuivent-dans-un-climat-d-impunit

( Il rapporto integrale di HRW)

Birmania. Prigionieri politici nelle celle per cani

Diritti umani

San Suu Kyi lotta per la liberazione di 2mila incarcerati in condizioni disumane. La petizione di Avaaz.org. E l’appello di Amnesty international.

Di Andrea G. Cammarata

 

Ancora pesanti minacce per la paladina dei diritti umani del popolo birmano, premio nobel San Suu Kyi. Le pressioni vengono dalla giunta militare, famigerato regime di Than Shwe, insediatosi al potere dello stato asiatico con un golpe nel 1988.

Ma la Rete e i suoi attivisti porgono una mano a San Suu Kyu, già acclamata nel mondo e costretta da sempre a vivere sotto il controllo del regime. Ciò avviene durante una nuova ondata generale di dissenso orientale, che sembra volere pronunciare ancora la parola ’Primavera’.

Già il caso della Malesia, dove le manifestazioni di sabato scorso hanno visto migliaia di cittadini riversarsi per le strade, già le recentissime elezioni legislative in Thailandia, che non promettevano nulla di buono, ma si sono svolte altrimenti in un clima sereno. San Suu Kyi sta ora capitanando con tenacia straordinaria il suo movimento pro-democrazia, lottando per la liberazione di migliaia di detenuti politici, monaci e attivisti, che sono detenuti all’interno delle prigioni birmane in condizioni terribili. Si parla addirittura di detenzioni all’interno di gabbie per cani.

La Rete entra a supporto della battaglia per i diritti umani del premio Nobel anche con la petizione online di Avaaz.org, che ha già raccolto più di 500 mila firme. Quando San Kyi si è già rivolta a buona parte degli attori internazionali. Non ultima la petizione in video conferenza con il Congresso americano con cui l’attivista ha chiesto a gran voce un’inchiesta da parte dell’Onu sullo stato della violazione dei diritti umani in Birmania.

Scarsi i risultati che altro non confermano se non le mire di non ingerenza degli States nelle logiche repressive della Cina e dei suoi stati confinanti e/o partner in affari. Amnesty International ha chiesto con forza alle autorità birmane di cessare gli abusi sui detenuti. Sette prigionieri, riporta l’associazione, sono stati posti il mese scorso in isolamento dentro due gabbie per cani, alcuni di loro erano monaci buddhisti. Benjamin Zawacki, in forza ad Amnesty per la Birmania, ha riferito indignato che “le autorità devono immediatamente porre fine al terribile trattamento cui sono imposti i prigionieri. E coloro che sono sospettati di essere i responsabili devono essere sospesi e perseguiti.” Amnesty riferisce poi il racconto di un detenuto politico: il pavimento della sua cella per cani era pieno di pidocchi.

Le incarcerazioni nelle celle per cani e gli scioperi della fame, in base ai rapporti, sembrano provenire per buona parte dalla prigione di Insein, dove i prigionieri hanno protestato insoddisfatti della riduzione di un solo anno, che il regime ha concesso loro in merito alle pene da scontare. Avaaz.org auspica, tramite la petizione, di ottenere i medesimi eccezionali risultati della precedente campagna, condotta insieme alla comunità internazionale, per la liberazione San Suu Kyi, imprigionata nelle carceri birmane per 15 anni e liberata il novembre scorso. Si parla di oltre 2mila prigionieri politici, ma San Suu Kyi potrebbe farcela. Diffusissima fra l’altro la popolarità della donna attivista in Birmania, nonché leader di quel movimento pacifista che nel 1992 vinse le prime elezioni libere della storia di questo Paese.

“Pubblicato Giovedì 15  luglio 2011 in esclusiva su L’Indro www.lindro.it e qui ripubblicato per gentile concessione”

Link di riferimento:

http://www.amnesty.ch/fr/pays/asie-…

http://refairelemonde.canalblog.com…

http://www.avaaz.org/it/stand_with_…

http://it.wikipedia.org/wiki/Aung_S…

http://www.romandie.com/news/n/_Mme…

 

 

Sud Africa: ancora una donna uccisa durante uno stupro correttivo

Africa, Diritti umani

Traduzione dal francese di Andrea G. Cammarata, scritto da Haute Haiku, ripreso da Global Voices

(Leggi anche:  Sud Africa: per 7 mesi reclusa e stuprata in una cella per uomini)

La serie senza fine di “stupri correttivi” in Sud Africa, sta proseguendo ad una velocità allarmante. Lo stupro correttivo è una pratica criminale perpetrata da uomini su donne lesbiche, che vengono violentate con l’intento di “guarirle” dalla omosessualità, e quindi di cambiarne il loro orientamento sessuale.

L’ultima vittima è stata una donna di 24 anni, una calciatrice della squadra del Johannesburg: è stata accoltellata pochi minuti dopo aver salutato la sua fidanzata.

Il rapporto di DA newsroom:

L’uccisione di Mille Nogwaza -è stata lapidata, accoltellata e violentata da diversi uomini- è solo l’ultimo caso di una serie di violenze qualificabili come “stupri correttivi”. L’intento è quello di “guarire” una persona omosessuale dal suo orientamento. L’Alleanza democratica (DA) ha condannato fermamente, senza se e senza ma, questi crimini e la loro orrenda motivazione. Sono un affronto ai nostri valori costituzionali di libertà e di uguaglianza. Questi crimini hanno scandalizzato tutto il popolo progressista sudafricano, che riconosce il diritto degli omosessuali come parte integrante dei diritti umani.

Noxolo Nogwaza sosteneva fra l’altro attivamente la campagna LGBT e lavorava anche al Ekurhuleni Pride Organizing Committee. E stiamo parlando di una serie di stupri in Sudafrica, di cui alcuni sono terminati con l’uccisione della vittima. Neanche un mese fa una lesbica di 13 anni è stata violentata a Pretoria:

Una ragazza di 13 anni è stata violentata nella zona di Atteridgeville, Pretoria, lo riporta il Dipartimento di Giustizia e attuazione della Costituzione. La giovane, che non nascondeva il proprio orientamento sessuale,  è stata violentata durante quello che è sembrato essere uno stupro correttivo. La ragazza e la sua famiglia riceveranno assistenza dal Dipartimento di giustizia e di sviluppo sociale.

Tlali Tlali, portaparola del Dipartimento, venerdì scorso ha detto che il Governo condanna questo crimine vile e senza fondamento, e ha precisato che la polizia e il Tribunale per i crimini sessuali e gli affari comunitari vorrebbero indagare sul caso. Il Dipartimento ha dichiarato anche che tutti i sud-africani una volta avevano il dirittto di esprimere liberamente le loro inclinazioni sessuali.

In Sud Africa, insieme agli attivisti, le lesbiche sono spesso vittime di “stupri correttivi” perpetrati da uomini il cui intento è quello di “guarirle” dal loro orientamento sessuale.

Millicent Gaika, un’altra delle vittime degli stupri correttivi in Sud Africa, lezgetreal.com

Millicent Gaika, un’altra delle vittime degli stupri correttivi in Sud Africa, lezgetreal.com

Il mese scorso i sudafricani hanno celebrato il 17° anniversario dell’indipendenza, Sokari ha sottolineato come le lesbiche d’Africa non abbiano avuto granché da celebrare:

Oggi cade il 17° anniversario di indipendenza dell’Africa del Sud, ma per le lesbiche c’è poco da festeggiare. Abbiamo appreso di un altro stupro terminato con la morte di una delle nostre giovani sorelle. La Costituzione, che è stata scritta per proteggere tutti gli africani del Sud, ha fallito per la maggiorparte di noi. La Costituzione ha vergognosamente mancato di proteggere i gruppi più vulnerabili, specialmente le giovani omosessuali. Il corpo senza vita di Noxola Nogwaza è stato scoperto domenica mattina, solo quattro settimane dopo il ritrovamento del cadavere di Nokuthula Radebe, 20 anni. La morte di Nokuthula non è stata nemmeno annunciata ai media.Il dolore che mi causa questo brutale attacco aumenta sempre di più, e i miei pensieri vanno verso le famiglie e gli amici delle vittime. Possano Nogwaza e Nokuthula riposare in pace.

Ben Kumalo Seegelken ha commentato il messaggio di Sokari:

Questi crimini ripugnanti sono delle violazioni dei diritti umani e continueranno a devastare la società solo fino al momento in cui qualcuno non alzerà la voce e si farà sentire per proteggere le minoranze: padri, madri, fratelli e sorelle, amici, professori, conoscenti – ciascuno di noi potrebbe impedire a questi criminali d’intimidire o fare del male ai giovani, ragazzi e ragazze, uomini e donne, che vivono fra di noi. Tutti noi, mostrando chiaramente che li accettiamo e li rispettiamo senza alcuna condizione, come rispettiamo noi stessi e gli altri, possiamo cambiare questa situazione. Ogni famiglia è diversa dall’altra, è composta da individui con identità e orientamenti differenti, come daltronde lo è la nostra comunità. Alcune di queste identità -lesbiche, gay, bisessuali, transgender e tutti le altre- non devono essere messe ai margini o vittime di discriminazione!

Sarinmona era molto provata:

Tutto questo mi turba profondamente. Che vergogna. Bisogna fare attenzione prima di confidarsi con qualcuno. Certi uomini, se sei gay, ti odiano. E ti uccideranno senza esitare.

Certe donne potranno posare lo sguardo sul tuo pensando che le desiderate. Ma essere gay non è contaggioso. Non è una malattia infettiva. Diciamo le cose come stanno, i gay sono persone molto difficili, ma non vi guarderanno mai più di due volte, quindi non abbiate paura. Bisogna assolutamente fermare le violenze. Prego perché le Autorità si mostrino all’altezza per questa povera giovane ragazza. Dovrebbero ritrovare gli assassini e SI’ fare subire loro pubblicamente ciò che hanno fatto alla ragazza. Scusatemi ma devo andare a vomitare. Tutto ciò mi fa stare male.

The new Black women si rattrista nel pensare che in un paese così moderno come il Sud Africa ci siamo ancora donne che rischiano di essere vittima degli “stupri correttivi”:

Lo stupro è un modo di controllare e di esercitare il potere e dominare le donne. Lo stupro è una maniera di instillare la paura nell’animo e nel cuore delle donne. Mi fa pena pensare che in un paese così moderno come il Sud Africa ci sono delle donne che devono ancora fare fronte a queste minacce tutti i giorni semplicemente perché non si conformano alle norme eterosessuali. Questo mi fa stare male, ma non mi sorprende di venire a conoscenza di uomini pronti a usare tanto odio  e violenza, verso donne che non corrispondono al loro ideale di donna.

Ironicamente, il fatto che un uomo sia pronto a violentarmi per rimettermi al mio posto e che la società tolleri queste violenze, dovrebbe ricordare a noi donne che in questo  mondo globale occupiamo ancora solo una posizione di cittadini di seconda classe.

Luleki Sizwe, un organismo non governativo sudafricano che raccoglie, sostiene e si prende cura delle vittime degli strupri correttivi, l’anno scorso ha scritto una petizione su change.org rivolta al ministro della Giustizia sud-africano, Jeffrey Radebe,  reclamando che il Governo dichiari lo stupro correttivo un crimine odioso.

I casi di sutpri correttivi in Sud Africa si stanno moltiplicando nonostante il paese sia stato il primo a legalizzare il matrimonio omosessuale e la prima Repubblica del mondo a garantire i medesimi diritti ai cittadini LGBT.

Human Rights Watch: “L’Italia razzista”

Diritti umani

Di Andrea G. Cammarata

Un documento fondamentale di Human Rights Watch, 81 pagine per raccontare l’Italia razzista di Berlusconi e della Lega Nord. Un anno di lavoro, condotto fra il 2009 e il 2010 dalla ONG americana, che condanna fortemente la gestione della politica razziale da parte del Governo. Un documento duro e difficilmente controvertibile, che pone l’immagine del nostro Paese all’estero sempre più in basso, sotto tutti i fronti.

Oltre le 29 interviste a persone di diverse origini, vittime di soprusi, il documento volge ad una lucida analisi sui risultati inquietanti in tema di lotta al razzismo, ottenuti dalla discesa in campo del Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e dalla nascita della Lega Nord, il partito xenofobo. Grande attenzione anche ai fatti di Rosarno, al “Pacchetto Sicurezza” che ha reso “reato” l’immigrazione clandestina. L’aspetto mediatico: il monopolio di Silvio Berlusconi con Rai e Mediaset, che permette, soprattutto vicino alle elezioni, di calcare la mano sulla “sicurezza” generando una paura -fottuta- del diverso. E c’è una certa delusione da parte della organizzazione non governativa, nel riportare l’ostracismo subito dalle autorità italiane durante questa indagine: “Le nostre ripetute richieste di acquisire le statistiche del Ministero dell’Interno non hanno ricevuto alcuna risposta.  La nostra richiesta di incontro con il Comandante della Polizia Municipale di Roma è stato negata, e la nostra richiesta di incontro alla Polizia Municipale di Milano non ha ricevuto alcuna risposta.”

Alcune fra le raccomandazioni di HRW per il governo italiano:

Condannare fino al più alto livello, e con coerenza, continuità e forza, la violenza razzista e xenofoba.

Riformare il Codice penale con l’integrazione nell’ articolo 61 della circostanza aggravante della motivazione dell’odio discriminatorio

– Rendere obbligatoria la formazione del personale delle forze dell’ordine per individuare, investigare e rispondere ai crimini motivati, in tutto o in parte, da pregiudizi razziali, etnici, o xenofobi.

– Rendere obbligatoria la formazione per i pubblici ministeri, sulla pertinente legislazione nazionale, in particolare sulla circostanza aggravante della motivazione razziale.

– Rafforzare l’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali (UNAR) per assicurarne la capacità di estendere a livello nazionale la propria visibilità e lavoro, in particolare quello sulla violenza razzista e xenofoba.

Alcuni passi del documento:

Razzismo politico, mediatico e giuridico

– “Da uno studio condotto dall’Università della Sapienza di Roma è emerso che in tutta la prima metà del 2008 solo 26 su 5.684 notizie date dalla televisione sugli immigrati non si sono riferite a questioni di criminalità o alla sicurezza – un dato statistico che Navi Pillay, l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, durante la sua visita all’Italia del marzo 2010 ha definito “sbalorditivo.” La televisione è la principale fonte di notizie per l’80 per cento della popolazione italiana.”

– Silvio Berlusconi: “una riduzione degli extracomunitari in Italia significa meno forze che vanno a ingrossare le schiere dei criminali.”

–  “Il Presidente del consiglio di ministri Berlusconi notoriamente ha affermato nel 2009 che l’Italia non deve diventare un paese multietnico.”

– “Berlusconi arriva sullo scenario nel 1994 e trasforma la questione dell’immigrazione in una materia elettorale…E si inizia a enfatizzare i delitti compiuti da immigrati” ( Jean Leonard Touadi, primo deputato nero del parlamento italiano)

–  “La sinistra politica in Italia, che ha subito perdite significative nelle elezioni del 2008, non è stata in grado o non ha voluto contrastare efficacemente questa tendenza, e in alcuni casi esponenti politici di sinistra hanno abbracciato il paradigma della sicurezza, nel tentativo di riconquistare il sostegno popolare.”

– “Il Parlamento ha adottato la legge 94/2009, nota come ‘Pacchetto sicurezza,’ nel luglio 2009. Se prima i migranti sono stati dipinti regolarmente come autori di reati, il Codice penale è stato riformato per rendere un crimine il mero essere un immigrato irregolare; ora l’entrata nel Paese senza documenti e il soggiorno senza permesso sono reati punibili in Italia con una multa fino a € 10.000.”

– “Migranti privi di documenti potevano essere soggetti a pene detentive fino a un terzo più lunghe rispetto ai cittadini e ai residenti legali condannati per lo stesso reato. La Corte Costituzionale ha dichiarato nel luglio 2010 che tale disposizione violava il principio costituzionale di uguaglianza davanti alla legge, portando alla sua immediata cancellazione.”

– “Nel maggio del 2009, il Governo italiano ha iniziato unilateralmente a intercettare barconi in alto mare e a restituirli sommariamente alla Libia, senza alcuna scrematura per identificare i rifugiati, i malati o i feriti, le donne incinte, i bambini non accompagnati, le vittime di tratta, o le altre persone che necessitano di assistenza, in violazione del diritto internazionale dei diritti umani e dei rifugiati.”

– “Il Ministero dell’Interno non pubblica i dati sui crimini motivati dall’odio discriminatorio, anche se ha una politica di mettere a disposizione statistiche su richiesta.”

– “Il Presidente del Consiglio dei Ministri italiano Silvio Berlusconi possiede la più grande azienda televisiva privata, Mediaset, e come primo ministro, esercita una considerevole influenza editoriale sui tre canali della televisione pubblica RAI. L’Italia è stato l’unico paese “occidentale,” oltre alla Turchia, a essere classificata da Freedom House come ‘parzialmente libero’ nell’indice della libertà di stampa del 2010, e nel rapporto sulla libertà di stampa di Reporters sans frontières (Corrispondenti senza frontiere) del 2010, quella dell’Italia è stata classificata tra le peggiori situazioni nell’Unione europea, in gran parte a causa delle preoccupazioni per la concentrazione della proprietà dei media e l’interferenza degli esponenti politici sui media. Osservatori dei media e politologi sostengono che questo monopolio influenza la natura e la quantità di copertura mediatica dedicata alla criminalità e il suo collegamento all’immigrazione, in particolare nei periodi di campagne elettorali.”

Vai al documento integrale: Download the full report (PDF, 594.34 KB)

Pubblicato Micromega on line

Libia, superata la soglia di allerta per i diritti umani. Amnesty International lancia appello

Diritti umani

Berbero

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In un momento di cruciale importanza per la liberazione del popolo libico dal regime di Gheddafi, riporto un appello di Amnesty International in favore di due ragazzi attualmente incarcerati in Libia per motivi apparentemente culturali e d’opinione. I due gemelli sono stati sottoposti al regime d’isolamento oltre che a torture uno dei due. Ciò che viene loro imputato è di essere delle “spie” collaborazioniste con Israele, ma a quanto risulta il loro interesse era unicamente volto allo studio della cultura e della lingua berbera. Allego la lettera di Vermondo Brugnatelli (Professore presso l’Università La Bicocca di Milano, in lingue e letterature del nord-Africa) con la medesima preghiera di diffusione della notizia, nonché di partecipazione attiva alla causa appelandosi alle autorità libiche. Segue anche la traduzione della campagna lanciata da Amnesty international.

“È partita oggi, su iniziativa di Amnesty International, una campagna concreta di sostegno ai fratelli Madghis e Mazigh Buzakhar, imprigionati dal 16 dicembre scorso ad opera dei servizi segreti libici, con l’accusa di spionaggio al soldo di Israele per il solo fatto di parlare berbero e studiare la lingua e la cultura berbere.

Nonostante reiterati appelli, né i politici italiani né la maggioranza dei media hanno dato il rilievo che meriterebbe a questa grave violazione dei diritti umani che è anche una violazione dell’articolo 6 del trattato di amicizia, partenariato e cooperazione in vigore tra Italia e Libia. Per questo è importante l’impegno di ciascuno di noi per dare un segnale forte di attenzione dell’opinione pubblica a questo caso, inviando quanti più messaggi possibile alle autorità libiche competenti.

In pratica, si tratta di mandare un appello (in arabo, francese, inglese o italiano) che presenti i seguenti punti:

• appello per il rilascio immediato e incondizionato di Mazigh e Madghis Buzakhar se essi sono in prigione solo per il loro interesse per la lingua e la cultura berbere;

• richiesta alle autorità perché sia fatta una inchiesta approfondita, indipendente e imparziale riguardo alle torture che sarebbero state inflitte e perché si mettano sotto processo i funzionari che fossero trovati responsabili di abusi;

• appello alle autorità perché i due fratelli non vengano sottoposti a torture o altre sevizie durante la loro detenzione, perché vengano concesse visite regolari di famigliari ed avvocati, e perché possano ricevere tutta l’assistenza medica di cui avessero bisogno.

Il tutto, se possibile, entro il 18 marzo 2011.

Con preghiera di inoltrare e far circolare questo messaggio a quante più persone possibile.

Gli indirizzi cui mandare gli appelli sono:

Secretary of the General People’s Committee for Justice,

Mustafa Abdeljalil,

Secretariat of the General People’s Committee for Justice,

Tripoli,

Great Socialist People’s Libyan Arab Jamahiriya.

Fax: +218 214 805427

Email: secretary@aladel.gov.ly

Salutation: Your Excellency

Gaddafi Development Foundation Executive Director,

Youssef M. Sewani,

El Fatah Tower, 5th Floor B No.57,

PO Box 1101,

Tripoli,

Great Socialist People’s Libyan Arab Jamahiriya.

Email: director@ggdf.org.ly

Salutation: Dear Sir

Copia dei messaggi va trasmessa a:

Secretary of the General People’s Committee for Public Security,

General Abdul Fatah al Younis Ubeidi,

Secretariat of the General People’s Committee for Public Security,

Tripoli,

Great Socialist People’s Libyan Arab Jamahiriya.

Fax: +218 214 442903

Email: minister@almiezan.net

Salutation: Your excellency

Bureau Populaire de la Grande Jamahiriya Arabe Libyenne Populaire Socialiste,

Tavelweg 2,

Case postale 633,

3000 Berne 31.

Fax: 031 351 13 25

La nota di Amnesty International

( traduzione dal francese di Andrea G. Cammarata )

Libia, un incarcerato vittima di torture

Due fratelli sono stati arrestati il 16 dicembre a Tripoli. Potrebbe trattarsi di prigionieri d’opinione, detenuti unicamente a causa del loro interesse verso la cultura berbera. Uno di loro ha dichiarato di essere stato torturato durante la detenzione dalle forze di sicurezza libiche. Entrambi rischiano di subire ulteriori torture nella prigione di Jdaida, dove sono detenuti.

I gemelli Mazigh e Madghis Bouzakhar sono stati arrestati il 16 dicembre nel loro domicilio di Tripoli, in Libia, probabilmente da membri dell’Agenzia di sicurezza esterna,  un servizio d’intelligence del Paese. Sembra che siano sospettati di “spionaggio e di collaborazione con Israele ed i sionisti”. Amnesty International ritiene che il loro arresto sia dovuto alla loro appartenenza al Congresso mondiale berbero e ad altre attività volte alla diffusione della cultura berbera. Sono attualmente detenuti nella prigione di Jdaida, dove sono stati trasferiti il 27 gennaio. Magdis Bouzkhar ha dichiarato al padre di essere stato sottoposto al regime di isolamento e per circa un mese a torture ed altri malvagi trattamenti da quando è stato interrogato dai rappresentanti dell’Agenzia di sicurezza esterna. Ha spiegato di avere subito la tortura del falaqa ( colpi assestati sulla pianta dei piedi con un bastone) e di essere stato malmenato a bastonate e percosso a colpi di calcio di pistola. E’ stato interrogato a proposito di un articolo da lui redatto sulle comunità berbere ed ebree in Libia. Mazigh Bouzakhar avrebbe ricevuto delle minacce durante la sua detenzione. Il padre ha dichiarato di temere per la sicurezza dei suoi figli a causa dei gravi sospetti che pesano su di loro.

L’avvocato eletto d’ufficio a rappresentare i due fratelli si è ufficialmente informato a loro proposito presso le autorità il 19 gennaio. Gli è stato risposto che i due uomini erano sotto la responsabilita della procura generale. Tuttavia, il 23 gennaio, la Procura generale ha comunicato all’avvocato che il caso dei due gemelli era stato deferito presso la Procura della Sicurezza di Stato il 27 dicembre. Questa informazione si contraddice con una dichiarazione pubblicata dall’Agenzia di sicurezza esterna sul proprio sito internet il 12 gennaio. Questa notizia spiegava che i due uomini erano sotto la responsabilità della Procura generale dalla data del loro arresto, ciò a causa dei sospetti di “lavoro e collaborazione con servizi d’intelligence straniera” che gravano su di essi. Il padre ha potuto vederli due volte in un luogo sconosciuto in presenza degli agenti di sicurezza, e una terza volta il 31 gennaio nella prigione di Jdaida, dopo la loro trasferta. Il loro avvocato d’ufficio non sembra essere stato autorizzato né a vederli, né a consultare il loro dossier.

Informazioni generali:

Mazigh e Madghis Bouzakhar sono stati detenuti dall’Agenzia di sicurezza esterna per più di un mese, dal 16 dicembre al 27 gennaio, in contravvenzione al diritto libico. Ai termini dell’articolo 26 del codice di procedura penale, i responsabili di applicazione delle leggi devono comunicare i sospetti alla Procura generale nelle 48 ore seguenti l’arresto, salvo che la persona arrestata sia sospettata d’infrazioni legate alla sicurezza di Stato; in questo caso la persona può essere controllata a vista per 7 giorni prima di essere incolpata o liberata. L’articolo 26 precisa in oltre che la Procura deve interrogare i sospettati al massimo per 24 ore, poi ordinare la detenzione, o la liberazione.

L’organizzazione teme in oltre che l’arresto e la detenzione prolungata di questi due uomini sia il risultato  dell’intolleranza delle autorità libiche alle attività di promozione del patrimonio culturale o linguisitco berbero. Preso atto che lo Stato partecipa al Patto internazionale relativo ai diritti civili e politici, nonché alla Convenzione internazionale sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione razziale e al Patto internazionale relativo ai diritti economici, sociali e culturali, la Libia è tenuta a vegliare affiché le persone siano protette da ogni discriminazione, chiaramente quelle di origine etnica, linguistica o culturale, e possano godere del diritto di partecipare alla vita culturale.

Nel 2003, nel loro rapporto al Comitato per l’eliminazione della discriminazione razziale, le autorità libiche hanno affermato che i libici erano “tutti della medesima origine razziale,  professano l’islam e parlano arabo”. Questo documento indicava in oltre: “il fatto che tutti i cittadino libici abbiano la stessa origine, la medesima religione e la stessa lingua ha senza alcun dubbio contribuito in maniera determinante all’assenza di discriminazione razziale nel paese”. Certe ONG con base all’estero, come la Libyan Working Group, il Fronte toubou per la salute della Libia e il Congresso mondiale berbero, non sono dello stesso parere; secondo quest’ultimi, il codice libico della nazionalità è per sua essenza discriminatorio poiché definisce la cittadinanza come “araba”. Queste organizazioni lamentano anche che la lingua e la cultura berbera non sono riconosciute e che degli ostacoli impediscono alla comunità di preservarle.  Cosicché, la legge 24 de 1369 (?) impedisce l’utilizzo di altre lingue oltre che l’arabo nelle pubblicazioni, nei documenti ufficiali, spazi pubblici o imprese private. In più, l’articolo 3 di questa legge proibisce la utilizzazione di nomi “non arabi e non musulmani” i quali sono dichiarati tali dal Comitato popolare generale (equivalente al consiglio del primo ministro). Questa legge non prevede alcuna possibilità per i genitori di contestare la decisione del Comitato popolare generale. Le autorità libiche sembrano inoltre mostrarsi poco tolleranti verso i militanti dei diritti culturali dei berberi, anche di coloro che vivono all’estero. Nel novembre 2009, hanno rifiutato Khaled Zerari, vice presidente del Congresso mondiale berbero, proveniente dal Marocco per assistere ai funerali  di una personalità berbera molto conosciuta in Libia. Dopo averlo interrogato diverse ore in areoporto, le forze dell’ordine lo hanno obbligato a imbarcarsi  su di un volo a destinazione Roma, da dove è poi rientrato in Marocco. Alcuna motivazione ufficiale è stata fornita per giustificare la sua espulsione, ma sembrerebbe che gli sia stato impedito l’ingresso nel Paesea a causa delle sue attività di difesa dei diritti del popolo berbero in Africa settentrionale.

Leggi anche : Libia. Diplomazia disumana

Guinea Conakry verso le presidenziali. L’Ue vigila

Africa, Diritti umani, Guinea Conakry

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Di Andrea G. Cammarata

“Preferiamo la libertà nella povertà alla ricchezza nella schiavitù” le parole di Sèkou Touré, col senno di poi imbarazzanti, ricalcano i momenti di speranza dei primi giorni d’indipendenza dalla Francia, vissuti in Guinea Conakry.  Imbarazzanti poiché pronunciate da colui che, insieme al suo successore, farà la triste storia del mezzo secolo di vita di questa repubblica presidenziale. Era il 1958. Sekou Touré, primo capo di Stato guineiano, tiranno, socialista e nazionalista, resta al potere per 25 anni filati, gli subentra il generale Lansana Conté, che non è da meno fino al 2008. Rimane perciò un solo anno di danni, per il capitano Dadis Camara, altro criminale. Oggi tuttavia lo stato sub-sahariano ricco di acqua, diamanti, bauxite, ma vittima di potenti senza scrupoli, sfruttamento cinese e russo delle risorse e stupri militari sistematici, si appresta il 27 giugno, per la prima volta, a vivere democraticamente le sue elezioni presidenziali, in un’atmosfera apparentemente tranquilla. L’allontanamento in Burkina Faso di Dadis Camara, capo della giunta criminale insediatasi tramite un putsch dopo la morte di Lansana Conté, ha infatti giovato alla Guinea. Il militare, definito da Jeune Afrique “satrapo, megalomane e schizofrenico”, dopo un attentato è rimasto in coma, ma il destino ha voluto salvarlo, potrà presto assistere al suo processo che lo vede imputato davanti alla Corte penale internazionale.

Le presidenziali erano un momento atteso cui, al suo insediamento un anno fa, Dadis aveva promesso di condurre il Paese senza alcuna ingerenza. Non fu così, anzi Dadis volle addirittura candidarsi alle presidenziali, con la conseguenza inevitabile di dare nuovamente corso a votazioni truccate. Nel settembre scorso il popolo gli si ribella, e, durante una manifestazione allo stadio di Conakry, per ordine suo si uccide, si stupra, con una crudeltà disumana. A condanna del capitano interverrà la Human Rights Watch, l’Onu e l’Unione europea, che comanderà peraltro l’embargo militare e il divieto di espatrio per gli altri insieme a lui imputati. Ancora presente l’Unione europea in questi giorni ha inviato 38 commissari, vigileranno lo svolgersi delle elezioni e analizzeranno in maniera imparziale, neutra ed obiettiva, la conformità del processo elettorale alle regole internazionali in materia, già sottoscritte dalla Guinea (fonte Guineé News). Grazie  anche a ciò i 4,2 milioni di elettori guineiani vivranno le votazioni nella sicurezza di  poter scegliere liberamente il loro presidente.

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accusa la giunta militare di aver premeditato il massacro

Onu, Consiglio dei diritti umani: stop alla guerra segreta della CIA con l’uso dei droni

Diritti umani

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Di Andrea G. Cammarata

Philip Alston, Rapporteur speciale delle Nazioni Unite sulle esecuzioni extra-giudiziarie, è intervenuto ieri a Ginevra durante il Consiglio dei Diritti umani Onu, presentando un rapporto sulle uccisioni telecomandate tramite l’utilizzo di droni, di cui molte di queste imputate alla CIA. Il rischio annunciato è quello che si sviluppi una mentalità da “playstation” nel modo di fare la guerra, poiché di fatto i velivoli vengono comandati da una base militare in Nevada utilizzando joystick sofisticatissimi, che eludono totalmente il senso della realtà delle uccisioni.

Il relatore ONU pone seri dubbi sulle operazioni militari dell’intelligence americana effettuate segretamente tramite gli Uav, aerei senza pilota, (Unnamed aerial vehicle), che sarebbero prive di fondamenti legali, e potrebbero inficiare le regole giuridiche vigenti in materia di esecuzioni extra-giudiziarie e di tutela del diritto alla vita delle persone. Alston spiega che “ci sono effettivamente delle circostanze nelle quali le uccisioni telecomandate possono essere legali nei conflitti armati, quando hanno come obiettivo combattenti o civili che partecipano ai combattimenti, ma i droni sono sempre più utilizzati lontano dalle zone di guerra.”

Il campanello d’allarme sulla legalità dei droni succede di poco la notizia dell’uccisione da parte della CIA di Al Yazed, il numero tre di Al Quaeda, ucciso insieme a tutti i membri della sua famiglia, in un’area tribale del Pakistan, proprio impiegando un drone.

L’aeronautica americana ha in forza 200 di questi aerei senza pilota, gli apparecchi possono volare con un’autonomia di 24 ore e colpire obiettivi sensibili da un altezza di 7mila metri, le operazioni sono segrete e non si sa nulla del numero di civili che rimangano uccisi durante gli attacchi; la conseguenza è che la “pubblicità” della guerra Usa diminuisce, accontentando anche la politica obaniana a riguardo. Anche l’Italia, tramite Finmeccanica, partecipa alla produzione di questi velivoli, di ciò Il Sole 24 Ore ne pone un’attenta analisi.

La pratica delle uccisioni telecomandate si è diffusa, e autonomamente legalizzata, dopo l’11 Settembre, quando uno staff di legali della Casa Bianca ha espresso in Consiglio USA il diritto all’autodifesa in territorio straniero, utilizzando la forza in nome della legittima difesa dagli attacchi terroristici di Al Quaeda, dei Talebani e delle forze associate. Il punto di vista di Alston, ripreso anche da BBC News, è che questa interpretazione del diritto all’autodifesa tramite la “legge 11 settembre” potrebbe divenire “causa di caos” se invocata da altri paesi, che ne potrebbero fare un uso ulteriormente arbitrario; per di più ciò che succede è che si combattono in Stati stranieri, gruppi la cui composizione resta “confusa e variabile”, spiega Alston. Questi attacchi telecomandati sono spesso giustificati da “circostanze troppo vaste” e privi di “meccanismi essenziali di verifica e controllo per assicurarsi che queste operazioni sono legali”, Alston ha aggiunto che “se i terroristi non hanno regole, un governo non è autorizzato a infrangere queste regole o a interpretarle unilateralmente” e, sottolinea, “la credibilità di qualsiasi governo che dice di combattere per difendere lo Stato di diritto dipende dall’interpretazione di queste leggi, dalla loro applicazione e dalle azioni che intraprende quando queste sono violate.”

Ciò che viene rammentato fortemente da Alston, è che le leggi internazionali impongono agli Stati che effettuano le uccisioni telecomandate di provare che queste operazioni avvengano nel rispetto delle differenti regole vigenti nei conflitti armati. Il programma della CIA invece è svolto in maniera segreta, “La comunità internazionale non sa quando la CIA autorizza le uccisioni guidate, non conosce con quale criteri siano decisi gli obiettivi, né il perché, e nemmeno quale seguito è dato quando dei civili sono uccisi illegalmente”, prosegue Alston: “in questa situazione per la quale l’identità di coloro che sono stati uccisi, le ragioni dell’uccisione stessa e la morte di altri eventuali civili coinvolti, non vengono rivelate, il principio giuridico della responsabilità internazionale è, per definizione, completamente violato.” Alston suscita poi una questione di “responsabilità pubblica” dei militari americani, ricordando la morte di 23 civili uccisi per errore durante un’operazione in Afghanistan da un drone USA; concludendo che fintantoché non si rende conto dell’attività dei droni, alcuna uccisione telecomandata dovrebbe essere autorizzata nei paesi stranieri.

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Iran:Panahi libero sotto cauzione

Diritti umani

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Di Andrea G. Cammarata

Il cineasta iraniano Jafar Panahi sarà liberato in serata, lo ha annunciato il procuratore generale di Teheran, Abbas Jafari Dolatabaldi. La moglie, Taherereh Saeedi, ha riferito a un’agenzia iranianana che “Secondo quanto ci è stato detto, Panahi sarà rilasciato  stasera fra le 19 e le 23 ora locale”, la liberazione avverrà sotto pagamento di una cauzione da 200mila dollari, che è già stata depositata.

Il regista era stato arrestato il primo marzo scorso in casa sua, assieme ad altre 16 persone. La giustizia iraniana non ha mai diffuso chiaramente i motivi di questa incarcerazione, tuttavia il procuratore, che oggi ne ha disposto la liberazione sotto cauzione, aveva detto che Panahi non era stato arrestato “perché artista o per delle ragioni politiche” ma per “un delitto commesso dal regista”, per il quale un giudice ne avrebbe chiesto l’incarcerazione. Della natura di questo “delitto” non si è mai saputo altro. Tuttavia alcuni siti web dicono che prima dei fatti, il regista era stato interrogato diverse volte dalla polizia. A motivo di questi interrogatori c’erano i preparativi di un film sulla rivoluzione verde dei giovani iraniani, scaturita dopo la rielezione del giugno scorso di Ahmadinejad.

Panadhi da ormai una decina di giorni era in sciopero della fame, la sua liberazione è avvenuta anche grazie all’indignazione di diverse celebrità, che hanno inviato una petizione agli Stati Uniti firmata da Steven Spielberg, Martin Scorsese, Robert De Niro, e, fra gli altri, Francis Ford Coppola. Moniti anche del ministro degli Esteri francese, Kouchner, e di quello della Cultura, Fredéderic Mitterand, che invitavano le autorità iraniane alla “liberazione immediata”; un gruppo di 85 iraniani da sabato scorso chiedeva incessantemente la scarcerazione del cineasta.

Non è sfuggita agli occhi dei telespettatori la poltrona vuota che avrebbe dovuto occupare Panahi, quale membro della giuria, al Festival di Cannes. Gli organizzatori della kermesse hanno deciso di lasciarla vuota in segno di protesta.

Il video del discorso di A. Kiarostami al Festival di Cannes, per la liberazion di Panahi:

Il regista persiano è stato assistente di A.Kiarostami, di fama mondiale, ha ricevuto il Leone d’oro a Venezia nel 2000 con il film “Il Cerchio”. Al Festival di Cannes, già premiato nel ’95, nel 2000, con “Oro Rosso”, un film proibito in Iran, ha vinto il premio Certain Regard. Nel 2006 al Fesitival di Berlino ha ricevuto l’Orso d’Argento per il film “Fuori-gioco.”

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