International Journalism Festival, quando la tecnologia è democrazia.

Libera Rete


Share 

“Prendete la carta dei giornali, conservatela, sarà utile ad avvolgere qualcosa di ormai vecchio.  La quinta edizione IJF (International Journalism Festival) di Peugia ha illuminato il percorso rivoluzionario on-line dei media, tanto da poter soppiantare anche il suo oggetto: la parola ‘journalism’ sta mutando in ‘citizen’.”

Di Andrea G. Cammarata e redazione Voci Globali

Blogger, giornalisti, o semplicemente “cittadini di Internet” assetati di diritti si confrontano, uno degli obiettivi del laboratorio di Perugia è stato “costruire la strategia”, il futuro della Rete, la cooperazione della popolazione con i media mainstream e gli attori del mondo dell’informazione non riconosciuti professionalmente. Approfittare di Internet dei suoi ingredienti, i tools, nuove piattaforme, cyber-alimenti che giovano alla libertà d’informazione. Il meteo-Web di Perugia è terso: giornalismo partecipativo e “umanitario”, attivismo on-line, e un motto condiviso: “technology helps democracy”.

Tuttavia si lavora sempre sul territorio e sgorga insaguinato il “Restiamo umani” di Vittorio Arrigoni, giornalista, blogger e attivista sul campo, ucciso pochi giorni fa in Palestina. Al Festival “lui poteva esserci”, come ricorda Antonella Sinopoli, fra i fondatori di Voci Globali, non dimenticando il suo blog Guerrilla Radio.

Web come motore delle rivoluzioni africane e mediorientali, ma tutto nasce dal basso, combinando attivismo online e azioni sul territorio. Il circuito volontario di Global Voices lavora in stretto contatto, confrontandosi, decidendo insieme, ma soprattutto operando sul campo: “noi siamo lì con i blogger e sappiamo cosa succede” spiega Lova Rakotomalala, editor di GV per la sezione francofona dell’Africa. “Quello che facciamo – continua – è contestualizzare, tradurre e diffondere le notizie di blogger eminenti nei paesi vessati dai regimi. Questo è il valore aggiunto di Global Voices”. Un Network in grado, tramite il progetto Rising Voices, di fornire supporto tecnico alla popolazione nei Paesi in via di sviluppo, dalle mini-borse di studio alla copertura del costo della connessione Internet per i blogger indigenti. Con un lavoro costante fatto di presenza, scrittura ma anche analisi Global Voices ricava un’ampia comprensione del contesto grazie alla mappatura dei blog. E questo non solo quando scoppiano rivoluzioni.
Ci sono delle “comunicazioni segrete” con gli attivisti per aggirare la censura, dice Sami Ben Gharbia, attivista tunisino e direttore di GV Advocacy, “scriviamo manuali utili a proteggere l’identità del blogger o su come sfruttare al meglio e in tutta sicurezza la piattaforma WordPress, i social media, gli attivisti spesso non sono consapevoli dei rischi che corrono”. “Se qualcuno viene arrestato – aggiunge – diffondiamo la notizia. Per garantire la copertura degli autori cambiamo l’URL dei post che traduciamo.” Sami è stato esule per molti anni, costretto a lasciare il suo Paese, la Tunisia, da un regime autoritario. Quel regime che sarebbe poi caduto grazie alla Rivoluzione del Gelsomino. Sami è co-fondatore di Nawaat, blog collettivo di attivisti tunisini che proprio recentemente ha ricevuto il Netizen Prize 2011 di Reporters Sans Frontières.

“Nei paesi poveri Internet è per lo più telefonia mobile”, oppure call center, la popolazione entra sulla Rete in mobilità e lo fa con uno strumento più accessibile economicamente, spiega Juliana Rotich, co-fondatrice di Ushahidi: un sistema di aggregazione info tramite Internet, piattaforma per sms e micro-blogging che raccoglie testimonianze locali geolocalizzandole e permettendo, ad esempio, un supporto logistico immediato alle popolazioni colpite dai disastri ambientali o la mappatura di un territorio nel caso di violenze post elettorali.
I pionieri del blogging ricordano che “Facebook is a tool” ma è privo di tag, di un sistema di archiviazione e di ricerca informazioni, non basta più. Bernardo Parrella, co-fondatore dell’associazione Voci Globali e coordinatore di Global Voices in Italiano, aggiunge: ci sono “ulteriori metodologie tecnico-dinamiche per consentire ai cittadini di partecipare online. Siamo noi cittadini che impegnandoci prendiamo le notizie dal basso, diventiamo il centro dell’informazione rilanciadola in varie forme. Cambiamo il mondo”.

Annunci

L’insostenibile leggerezza del blogger.

Libera Rete

Di Andrea G. Cammarata

Global Voices con Voci Globali ha aperto un dibattito ieri nella sede dell’Ordine dei giornalisti di Bologna. Un confronto netto ma pacato fra professionisti dell’Informazione e non che merita un approfondimento. Per cominciare. Se la casta dei reporter con il patentino “STAMPA” scende dallo scranno, può aprire anche le porte: il popolo le ruba già il lavoro e lo fa gratis. Come la mettiamo? Una concquista comune c’è stata ed è un fatto certo: maggior informazione libera e indipendente sul web. Per il Bel Paese era un obbligo, già al 49° posto nella classifica di Reporters sans Frontières sulla libertà di stampa, qui le poche mani dell’informazione sono sempre baciate dagli stessi potenti. Ciò che si potrebbe ilarmente chiamare un “De Silvium Benedicta”. Al dunque.

L’organizzazione Global Voices aggrega e traduce in diverse lingue post (articoli Ndb) dai blog  internazionali. Conta 300 volontari in una redazione popolare che tratta informazioni rare provenienti per lo più da Sud America, Cina, Africa. Assiste tramite avvocati  e si attiva per i diritti dei blogger, vedi New York Times. Mezzo milione le visite al mese per il suo sito. Per l’Italia Voci Globali è un progetto parallelo ben avviato, ha appena compiuto un anno di vita approdando insieme a Global Voices –con un box- anche sulla “prima” di LaStampa.it. Ciò che è indubbiamente un riconoscimento importante per il giornalismo cosidetto “dal basso”.

In quella “ruspante” Bologna, a moderare il dibattito troviamo Antonella Beccaria, volto nascosto della redazione on line del Fatto Quotidiano e blogger, Cecilia Averame editrice “digitale” e Antonella Sinopoli della redazione di Voci Globali.

Blogger e giornalisti. Cosa contano gli uni e gli altri nel mondo della comunicazione giornalisitca. Qual è il punto di distacco fra i due, quale il limes fra citizen journalism e giornalismo di scuola. La riflessione è profonda, e spazierà peraltro sull’editoria elettronica degli istant-book o degli e-book. I problemi sono molteplici, ci vogliono ordine e regole per i blog, ci vuole un economia solvibile per l’editoria del web. Di più. Il continuo evolversi tecnico dei quotidiani on-line impedisce una messa a fuoco definitiva su ciò che è e cio che sarà l’Informazione della Rete.

Mettiamo però delle boe a partire dai blogger, non sono solo avventati cittadini che “postano” alla rinfusa sulle innumerevoli piattaforme a loro disponibili. Non sono generalmente pazzi sprezzanti della privacy e dei diritti dei minori, che spacciano il falso per il vero. Spesso sono soli questo sì, senza controllo ma liberi, liberi anche di usare la prima persona nei loro post, di spulciare il web insindacabilmente. Danno vita tuttavia spesso ad articoli che sono solo un rimando più chiaro di fonti acquisite dalla stampa nazionale. Il blogger può succedere sia semplicemente un “pantofolaio” disoccupato che si esercita a fare giornalismo- uno da “copia e incolla” per intendersi-. Accade che diventi un giornalista principiante che usa il blog per dare visibilità alla sua produzione snobbata dai media. Succede anche che i suoi articoli abbiano una “doppia vita”, pubblicati al contempo su testate on line e blog. E’ anche un professionista della comunicazione, come Nicolas Beau, blogger tunisino già nelle file di Le MondeLiberation. Delle migliaia di autori del web, questi sono comunque gli unici che hanno visibilità. Visibilità duramente ottenuta grazie alla posizione che i motori di ricerca gli hanno riservato.

Quanto suscitato dai piani alti dell’Ordine dei Giornalisti è che questi nerds del web, senza redazione come sono, non si confrontano, e viene a mancare loro lo “spirito collettivo” del giornalismo, con chiara asfissia del dialogo. Ma Internet si è dotata anche di questo, basta accedere alle migliaia di commenti nei social- forum.

La figura del blogger è estremamente metamorfica: dipende dalla nazionalità e dall’identità del soggetto. In ciò è chiara la differenza, ad esempio blogger europei e cinesi o arabi a confronto. Al cospetto del pasciuto blogger occidentale si parla del blogger rivoluzionario, costui “povero”, carente fra gli altri del diritto alla libertà di espressione, usa il post come mezzo rapido di denuncia. Internet è per lui l’alternativa alla protesta di piazza, perché spesso repressa duramente dai governi.

Per cui parliamo del blogger rivoluzionario, e del micro-blogging di cittadini che concretizzano il dissenso tramite il web. Questi ultimi non sono giornalisti, non gli interesserebbe esserlo, ma di fatto s’improvvisano tali per necessità vitale, per fame. Il volume d’informazioni che riescono a produrre, grazie alla loro presenza sul campo, è tale da intimidire i grandi media: i media osservano, fino al punto di essere obbligati a fare notizia delle loro notizie. Ciò avviene spesso per l’impossibilità di seguire tutto, spesso con stupore di fronte alla mole di materia che donano gli utenti del web. Con quali limiti? L’affidabilità delle fonti è uno di questi. Ma ponendo ad esempio le rivoluzioni africane o “arabe”, i video di Youtube sono difficilmente controvertibili. Le immagini cruenti dei videotelefonini parlano chiaro. Ce ne sono a migliaia. Diverso è il caso dei “post”, dei “Twits”, degli stati d’animo quelli più propri di Facebook; questi fanno opinione, sono di commento, faziosi e animati da sentimenti di massa, spesso poco ragionevoli e inattendibili, data anche la brevità in termini di caratteri imposta loro dai social-network.

E’ vero poi che i blogger però hanno eretto self-made un’etica apprezabile, e in maniera del tutto spontanea una  deontologia che non dista molto da quella giornalistica. Il lettore ha diversi strumenti per stabilire l’attendibilità di un blog, fra questi “Global Voices” e “Agoravox“, le cui redazioni aggregano e pubblicano le notizie dei blogger con regole giornalistiche, i redattori sono professionisti di comprovata esperienza. Poi c’ è l’alternativa opinabile, gli “organi garanti” dell’informazione popolare, i più noti “Liquida” e “Wikio“. In realtà questi aggregatori, che decidono il bello e il cattivo tempo per un blogger, usano per lo più complessi algoritmi e traggono delle classifiche. Come di rado accade, la matematica rende onore alle lettere:  il numero delle visite, gli aggettivi utilizzati, che disegnano il mood del post, pingback e link al blog, ne aumentano la sua autorevolezza.

L’etica del blogger è quella intrinseca di Internet, rispettosa ma anche sprezzante, si nutre di quella lucidità che si pone d’obbligo a chi interagisce nel marasma d’informazioni della Rete. La “gratuità” del prodotto editoriale, il post, è a suo modo pura, ed esclusi i risibili proventi pubblicitari, ciò che è gratuito per antonomasia esulerebbe dall’interesse meschino, nonché dal bisogno d’ingannare. Si lavora per passione, per rivoluzione, o per affermarsi.

E’ un’etica condivisa con l’utente medio del web, quello cui interessa informarsi. Abbastanza acculturato, ma anche molto incazzato, privo di peli sulla lingua, l’utente medio può “postare” oltre che in modo costruttivo anche in maniera bestiale. Il cittadino perciò interagisce, da passivo diventa attivo, scrive, si autocensura, e vuole conferme al suo posto conquistato nel mondo dell’informazione. Sta a noi riconoscerglielo.

Pubblicato Voci Globali.

Facebook bannato il profilo di Micheal Anti, attivista cinese

Libera Rete

Michael Anti

Mark Zuckerberg: il futuro di Facebook in Cina, il profilo di un attivista bannato e quello di un cane

Di Andrea G. Cammarata

Jed Martin, personaggio nato dalla fervida mente di Michel Houellebecq (premio Goncourt con “La Carta e il territorio”), è autore di un quadro: Bill Gates e Steve Jobs parlano del futuro dell’informatica, un’immagine significativa con un titolo tanto poetico che rende facile l’idea di potere. E a sua volta, nel reale, non è passato molto dalla cena di Barack Obama con Steve Jobs, Eric Schmidt e Mark Zuckerberg, in ordine amministratori delegati di Apple, Google e Facebook. Questi colloqui domestici fra giovani potenti in maniche di camicia…

E se il presidente Obama in California consuma allegri pasti con i giganti di Internet, da Pechino invece i buoni-pasto per la Rete sono sempre più ridotti. Insomma in Oriente sedersi al tavolo con Hu Jintao non è quanto i big di Cupertino o di Mountain Valley possano mai aspettarsi di ottenere, se non venendo a patti con il regime. Ognuno ha già avuto le sue: Apple si è vista censurare alcune applicazioni per i-phone, prima fra tutte quella del Dalai Lama. E Google, per etica aziendale, l’anno scorso è dovuta scapparsene in diretta mondiale ad Hong Kong, con il suo motore di ricerca ampiamente mozzato dalla censura della Repubblica popolare.

Veniamo al terzo e giovanissimo Mark Zuckerberg. Il Ceo di Facebook era di recente in visita in Cina e l’ipotesi più accreditata è che “potrebbe preparare una versione politicamente corretta di Facebook”, una su misura per il bavaglio cinese. E’ quanto si scaglia sulle decisioni del Social network americano, che in questi giorni ha chiuso il profilo di un attivista.

Michael Anti, giornalista cinese con la schiena dritta e voce per le libertà della Cina, è stato “bannato” reo del fatto di non aver rispettato il regolamento Facebook in materia di pseudonimi. Il danno per Jing Zhao, questo il suo vero nome, è la perdita dei 1100 contatti del suo profilo, i quali per divenire suoi “amici” su Facebook avevano aggirato la censura cinese con non pochi sacrifici. Via tutto, profilo sparito.

Esclusi possibili errori del sistema del social network americano, che potrebbe non aver verificato l’identità del titolare del profilo, tutto puzza di censura. I commenti sul Web non lasciano speranze: “Il giornalista infastidisce Pechino e Facebook non è obbligato ad inimicarsi le autorità cinesi, soprattutto in questo periodo di tensioni, seguito della manifestazioni del gelsomino”.

Quasi in contemporanea Mark Zuckerberg mette su Facebook il suo cane “Beast”, e la notizia fa ulteriormente discutere. La società di Palo Alto risponde che il fido di Zuckerberg è titolare di una “fan page” e non “di un profilo”. Le regole della community a banda blu parlano chiaro: c’è massima libertà in tema di pseudonimi per le pagine “fan”. Inutili i commenti. Ma Micheal Anti nel 2005 si è già visto chiudere un blog anche da Microsoft, che senza tanti complimenti ha riferito “preferiamo stare in quel mercato con i nostri servizi, piuttosto che non starci affatto”. A Jing Zhao resta Twitter con oltre 35mila follower, e come Jed Martin discuterà senz’altro anche lui sul futuro dei giganti dell’informatica in rapporto alla censura cinese.

Leggi anche:

Cina: lo Stato di diritto ai tempi di Twitter

Libera rete (categoria)

Cina: lo Stato di diritto ai tempi di Twitter

Libera Rete

Di Andrea G. Cammarata

In continua evoluzione. Sfiorita la rivoluzione dei Gelsomini -quella made in China- sedata duramente dalle autorità di Pechino all’occasione costrette ad arrestare anche i passanti, la strategia degli internauti cinesi per aggirare le censure e dare luogo a mobilitazioni spontanee, compie ora un’ulteriore significativa azione. Si rivolge ad un supporto collettivo che opera in caso di violazione delle leggi da parte delle autorità. Ogni sopruso è controllabile. La parola d’ordine è “weiguan”, e sta a significare grosso modo “allerta in corso”. Alcuni web-user diffondono immediatamente l’allarme su Twitter o sul suo equivalente Weibo, e tutti i loro follower sono messi a conoscenza di un eventuale abuso da parte delle autorità cinesi. Il micro-blogging funziona sempre più in mobilità. Dal telefonino parte il messaggio in codice, poi è una catena di San Antonio che genera assembramenti spontanei, rapidi, immediati. Così le proteste fioriscono silenziose all’ombra del web per poi riversarsi discrete nelle strade della Repubblica popolare, o davanti ai tribunali mentre si svolge un processo a un dissidente.

L’azione è fulminea e Twitter è una garanzia. Teng Biao, avvocato, esempio di “weiguan” puro, viene arrestato “brutalmente” in casa di un attivista ma riesce a “twittare” subito il fatto, e di lì a poche ore diversi sostenitori si ritrovano di fronte alla questura a gridare il suo nome. L’avvocato racconta di aver subito minacce di morte dalla polizia ma che “…molti internauti si sono precipitati sul posto. Questa potrebbe essere davvero la ragione per cui siamo stati liberati  così rapidamente”. In favore di Chen Guancheng, noto attivista dei diritti umani, stava lottando Li Peirong, una giovane insegnante di Nankin. Pochi istanti prima di essere aggredita mette in rete la sua posizione: era a 10 chilometri dal villaggio del militante. Ma la macchina del weiguan scatta, decine di attivisti si rivolgono alla polizia che è costretta ad intervenire. Li Peirong racconterà proprio di questa nuova sensazione, di sentirsi in uno “Stato di diritto” e dirà: “è la prima volta che la polizia interviene per il caso di Chen Guangcheng”. E’ una “vittoria”.

Silenzioso nel sottosuolo tutto speciale del sino- web corre il blogging del dissenso, quello che spaventa le autorità cinesi. Internauti che a migliaia celano la loro identità con sequenze di numeri, combinazioni oscure, lunghissime, cose che farebbero inorridire qualsiasi user dei gioviali nicknames occidentali. Censura e “guardie rosse” del web non bastano più alla fantasia e alla tecnica, troppo semplice aggirarle, per di più con il danno della beffa. Ora annunciano attraverso internet delle passeggiate collettive di protesta silenziosa nei grandi viali delle metropoli, ora battezzano con nuovi nomi le parole criptate in rete. La grande muraglia informatica, il filtro fittissimo imposto da Pechino sul web va erodendosi. Una rivoluzione lenta, distinta  da quelle maghrebine, ruota caotica sulla libertà di espressione, protesa ai diritti occidentali, e non è fame. Una web-revolution di avvocati, studenti, blogger, attivisti. Lanciano duri messaggi in Rete: “Incoraggiamo i disoccupati, gli esiliati a manifestare, urlare slogan e reclamare la libertà, la democrazia e riforme politiche per mettere fine al partito unico”. Incuranti, del cappio incombente che li soffoca. Su Twitter hanno pochissimi caratteri a disposizione, quelli che bastano anche  alla scrittrice He Qinglian per ricordare che “Il paranoico governo cinese farebbe meglio a rendere il potere al popolo”.

Pubblicato su Voci Globali

Leggi anche:

Facebook bannato il profilo di Micheal Anti, attivista cinese

Libera rete (categoria)

Germania: stop al grande fratello di Google. Privacy a rischio

Libera Rete, Notizie

Share

di Andrea G. Cammarata

Google torna al centro del mirino. Trattasi di privacy, che non è mai stato il punto forte dell’azienda di Mountain View.

Di indiscrezioni da parte della società informatica ultimamente se ne ricordano di svariato tipo, come il controllo dei “contenuti” della mail a scopo commerciale, “Condizioni di servizio” alquanto oscure e sempre in lingua inglese; stavolta c’è la notizia che corre sul Web, Google ha raccolto per errore i dati di svariati hot-spot Wi-fi in giro per l’Europa.

Secondo alcuni portali specializzati l’operazione “Grande Fratello” è avvenuta ad opera della Google Car, che scorrazzando per mezza Europa ha raccolto dati per ampliare i contenuti di  Map Street View, quella carineria informatica che ci consente di vedere realisticamente come sono fatte migliaia di strade del mondo. Durante il “globetrotteraggio” Google ne avrebbe approfittato per memorizzare i dati di accesso delle Wi-fi pubbliche e di quelle non protette da password, con il risultato di entrare, fra l’altro, in possesso delle coordinate e dei dati di svariati router Wi-fi privati, non protetti da password.

Qualche giorno fa la società informatica di fronte all’autorità tedesca per la protezione dei dati, ha esposto il proprio mea culpa, spiegando di aver registrato “involontariamente”, tramite le antenne della Google Car, le attività in rete dei naviganti degli hot-spot Wi-fi liberi. Secondo quanto ammesso, la scoperta della violazione della privacy da parte di Google, sarebbe avvenuta solo grazie alle segnalazioni dell’autorità tedesca per la privacy, che peraltro riteneva lesiva della privacy la Google Car, che se ne andava in giro a fotografare automobili e case dei discretissimi cittadini tedeschi.

Ciò che in fine risulta è che dal 2007 il più famoso motore di ricerca al mondo avrebbe registrato dati informatici pari a 600 gigabytes, pur non avendo mai memorizzato dati di reti protette da password. Google intanto ha pubblicato anche una dichiarazione ufficiale in un suo blog, dove illustra di quale tipo di dati sarebbe entrata in possesso durante l’operazione Street View, fra i quali emergono: SSID, nome della rete e indirizzo MAC del router. E il Grande Fratello, con la scusa commerciale, ci guarda.

Leggi anche:

– Google in ritirata “apparente” dalla Cina

– Cina, cyber-spionaggio: intercettati 8 mesi di comunicazioni top secret dell’India e della Nato

Questo articolo è pubblicato anche su Newnotizie.it

Han Han, il blogger cinese più influente di Obama

Libera Rete

Han Han

Share

di Andrea G. Cammarata

Han Han, popolare di fama e di provenienza, è un giovane blogger di 27 anni della Repubblica, per l’appunto, popolare. E’ notizia di oggi: il Time, tramite un sondaggio rivolto ai suoi lettori, lo ha reso uno dei cento personaggi più famosi e influenti al mondo.

Han Han nella classifica annuale votata dai lettori del magazine americano svetta sopra il nobel per la pace Obama, ed è davanti anche a Bill Gates, nonché super-concittadini come: il vice-primoministro Wang  Qishan, e una della promesse del partito comunista cinese, Bo Xilay.

Ma Han Han nella classifica non supera la cantante Lady Gaga. E questo la dice lunga sulla qualità di valutazione dei votanti.

Comunque l’autorevole giornale statunitense non può far altro che riferire. Han Han è un professionista del rally, e fra una corsa avventurosa fuori strada e l’altra ha scritto anche un libro  basato sulla sua esperienza in una scuola superiore cinese che è diventato best-seller in Cina, suscitando un acceso dibattito sulla qualità del rigido sistema educativo del governo di Pechino. Dopodiché Han ha aperto un blog ed è diventato il blogger più famoso del Repubblica, anche grazie alla sue posizioni critiche, ma abbastanza delicate, nei confronti del governo cinese.

Han ha anche preso le parti di Google quando il motore di ricerca americano annunciò di lasciare la Cina a causa della censura del governo popolare. E ha confessato al Time che i blogger sono “solo attori insignificanti messi a fuoco in uno scenario” in mano ai potenti in grado di “calare il sipario, spegnere i riflettori e tagliare l’elettricità in qualsiasi momento.”

Nella sua attività di blogger, Han Han fra l’altro non lesina svariati commenti sulla qualità degli “incompetenti” politicanti della Repubblica, funzionari statali corrotti “inutili” che in comune con i giovani come lui “hanno solo le fidanzate, che in genere sono intorno ai 20 anni”.  Ma Han è fortunato, i nostri politici sono anche peggio, se la fanno con le teenager.

E’ il classico ragazzo orientale. E’ umile, magari parla di sé in terza persona, ha un bassissimo livello di egocentrismo, e pur essendo risultato più influente di Obama, la racconta al Time con una semplicità che farebbe ribrezzo ai nostri giovani superego-autori italiani, dice Han: “Provo vergogna, sono solo uno scrittore e a volte la gente si esalta con i miei articoli, niente di più”. E il blogger, nella classifica, sa di essere sotto a Lady Gaga, che non è di certo una delle colonne portanti del sapere mondiale. Ma Han mantiene discreto la sua consapevolezza e la esprime con un’altra dichiarazione: “Forse non merito tanto, sono poi così influente. I miei sforzi per alzare il livello di libertà nel settore culturale della Cina hanno avuto scarsi risultati, mi sento piuttosto debole”. Una cosa a cuore però ce l’ha: “che le autorità-cinesi- si mostrino benevoli nei confronti della letteratura e dei media, senza censurarli e senza esercitare pressioni“.

In Cina la notizia è arrivata veloce, ovviamente censurata delle dichiarazioni scomode di Han, ma corredata della minima dose di orgoglio  sempre necessaria per avvalorare i Vip cittadini della Repubblica. Han sul China Daily è descritto come un mezzo ragazzo modello, che sembra famoso nel mondo ma la cui fama non è conclamata, e che ha snobbato la classifica del Time, che sarebbe solo un giornale da non prendere sul serio.

Lu Jimbo un collaboratore di Han, al giornale cinese dà di lui un ritratto soave: “Han tiene molto ai giovani e alla verità, che è rara negli scrittori nati dopo gli anni ’80. E “Non è associato con alcuna organizzazione”, sottolinea Lu.

Ma l’altarino dell’amico viene smontato subito “da quando è che Han avrebbe tutta questa influenza mondiale? E’ un complimento troppo grosso per lui”, sono le parole di un concittadino sicuramente di parte; altri critici del Beijing reclutati dal quotidiano cinese ritengono che la fama di Han sia dovuta solo alle sue “osservazioni puntuali sugli eventi sociali” della Cina, senza che venga citato alcun riferimento alla sua dissidenza contro il Governo.

Articolo pubblicato su Newnotizie.it

Cina, cyber-spionaggio: intercettati 8 mesi di comunicazioni top secret dell’India e della Nato

Libera Rete

i ricercatori dell'università di Toronto

Share

di Andrea G. Cammarata

Ladri cinesi di informazioni sensibili internazionali. Cose che scottano: dossier sugli spostamenti della Nato in Afghanistan, documenti privati della diplomazia indiana, informazioni riguardanti i sistemi missilistici indiani, e per finire un anno intero di posta personale del Dalai Lama. Questo è il bottino di dati top secret di cui due hacker cinesi, con ogni probabilità incaricati ufficialmente dal governo di Pechino, sono venuti in possesso.

La notizia è rimbalzata nel Web dal New York Times al Corriere della Sera, ed è il risultato di un rapporto svolto da un gruppo di ricercatori della Munk School of global Affairs dell’Università di Toronto, che per otto mesi hanno svolto il ruolo di spie delle spie. Ossia intercettavano a loro volta i computer indiani per scoprire chi fosse il ladro di informazioni. Così l’operazione dei ricercatori canadesi, denominata “Shadow network”, è culminata nel rapporto “Ombre nella nuvola: un’investigazione nel cyber-spionaggio”, fornendo un’ampia descrizione di quanto l’occhio a mandorla del “big brother” asiatico ci vedesse lungo. Gli hacker cinesi monitoravano sistematicamente soprattutto le informazioni sensibili del Ministero della Difesa indiano, ma non solo. Oggetto dello spionaggio erano anche i documenti top secret provenienti da computer della Nato e di uffici governativi di altri Paesi. Le spie utilizzavano servizi web di  vario genere come social-forum o motori di ricerca: Twitter, Google, Blogspot, blog.com, Baidu, Yahoo-Mail, per controllare i computer infettati mediante virus. Secondo il rapporto, un anno intero di posta elettronica del Dalai Lama sarebbe stato trafugato dalle spie, e a ciò si aggiungono numerosi documenti della diplomazia indiana tenuta con diversi Paesi, quali la Russia, l’ Africa-occidentale e il Medio Oriente. La base operativa da dove partiva l’attacco informatico della gang criminale era nella provincia cinese dello Sichuan, e i ricercatori sono convinti che il governo di Pechino approvasse lo spionaggio.

L’operazione Shadow Network è nata in seguito ad un altro caso clamoroso di hackeraggio denominato Ghostnet, in quell’occasione gli hacker miravano a sottrarre i dossier di governi e società di ben 103 paesi del mondo, oltre che ancora documentazione ufficiale del Dalai Lama, il leader spirituale tibetano.

Reazioni. Il ministro della comunicazioni indiano, Sachin Pilot, aveva comunicato di attacchi informatici dalla Cina già agli inizi di marzo, pur sostenendo che “nessun attentato era stato eseguito con successo”. Ma i ricercatori di Toronto sostengono di aver contattato gli ufficiali dell’intelligence in India a fine marzo, e di aver comunicato loro dell’operazione Shadow Network, e di aver ricevuto una risposta dall’intelligence su come avrebbero dovuto disporre del materiale, classificato riservato, di cui erano entrati in possesso.

Intanto un portavoce del ministro dell’interno indiano ha comunicato che il rapporto dell’operazione Shadow Network verrà osservato “a fondo”. Oggi da Changdu nella capitale dello Sichuan, Ye Lao, un ufficiale della propaganda, ritiene “ridicolo” il fatto che il governo della Repubblica Popolare possa aver avuto un ruolo di mandante dello spionaggio, e asserisce che “Il governo cinese considera l’hackeraggio un cancro dell’intera società”, in baffo a quanto qui si riferisce e a tutte le recenti note denunce di “Google”, di censura e controllo da parte di Pechino.

Articolo pubblicato su Newnotizie.it

Come funziona il bavaglio cinese, e come ci sbava il governo italiano

Libera Rete

di Andrea G. Cammarata

Se in Cina c’è la muraglia cinese, c’è anche la “Great Firewall”, censura del web. Con la chiusura di google.cn il polverone si è alzato e ora ci si domanda come funziona questo filtro che è in grado di oscurare le ricerche e di celare gli scheletri nell’armadio cinese. L’ agenzia Ap, richiamata dal giornale “La Stampa” e “Le monde”, il rinomato quotidiano francese, hanno dato qualche spiegazione. “Panorama” ha invece preferito un’ analisi quasi pro-censura, ma la vedremo.

In Cina, Google.cn oscurava i risultati delle ricerche, e lo faceva con una certa trasparenza, ovvero, per esempio, qualora si fosse cercato “Tiananmen” o “incidente del 4 giugno”(in relazione alle proteste degli studenti cinesi che furono sedate dal governo popolare con il sangue di almeno 3mila di essi) Google.cn rispondeva che alcuni elementi avrebbero potuto essere stati rimossi, vedo non vedo, ma almeno l’utente sapeva che qualcosa era intervenuto, e che il filtro era acceso.

Ora la speranza che ha lasciato l’azienda di Mountainview, è quella di connettersi con il motore di ricerca alternativo Google, base Hong Kong, ma il risultato ottenuto è quello di essere filtrati dalla “Great Firewall”, quindi dal governo. E zitti e mosca. Niente blog, niente notizie scomode come quelle sul “Falun Gong”, il movimento spirituale iper-censurato da Pechino, niente su Liu Xiaobo, il dissidente cinese arrestato, nulla, l’intera ricerca è occultata: “error”, “the page can not be dislplayed”, parla così il bavaglio cinese. Google.cn, a modo suo, almeno era più diplomatica, tipo: ” ci scusiamo ma Pechino non vuole, ritenta e sarai più fortunato” e alcuni link come risultato della ricerca, almeno li lasciava disponibili.

Ma fortuna può esserci, certe notizie scomode in lingua inglese, per esempio, superano la muraglia e, stranamente, notizie riguardanti le sommosse anticinesi contro l’occupazione del Tibet,  o la parola “Taiwan”, non producono ricerche oscurate.Va da sé che i cinesi che parlino la lingua inglese sono davvero pochi, ed è chiaro che il presidente Hu Jintao dia priorità alla censura in lingua cinese, ma non è tutto qui.

“Le Monde” ha riportato i commenti di alcuni francesi cinesizzati, che stanno provando i brividi del bavaglio rosso. Henry scrive: “Risiedo in Cina da più di tre anni. Non è facile serfare liberamente oltre la muraglia cinese -è inteso che parliamo d’internet- I blog sono, salvo rare eccezioni, pressoché inaccessibili, come anche i social forum, Facebook, Twitter ecc. Ma, intendiamoci, anche You-Tube dopo i fatti del Tibet è diventato invisibile. In pratica tutti i siti di libera espressione considerati pericolosi dal partito, sono bloccati”.

Ma ci sono possibilità, scoperta la censura trovato il modo di liberarsi, esistono applicazioni in grado di aggirare la “Great Firewall”, che alcuni cinesi dissidenti sono in grado di fornire anche gratuitamente. Sono soluzioni come le VPN (virtual private network) che permettono una connessione attraverso un “tunnel”, sul quale l’occhio di Pechino non può arrivare.

Poi c’è l’alternativa pagante, una VPN che permette di accedere a una rete criptata, molto efficace, in grado di porre fine ai rallentamenti di navigazione e alla censura, costo 50 dollari l’anno, e così, come dice “Le Monde”, “Si serfa comme à la maison”.

Per ciò che riguarda la corrispondenza della posta elettronica non ci sono grossi problemi “Très bien” scrive un altro francese cinesizzato, anche se tutto dipende dalla partenza di Google che potrebbe rendere inutilizzabili le caselle di posta Gmail.

Secondo Matthieu, la muraglia ha i suoi andamenti, e durante il periodo olimpico, per esempio, il regime aveva abbassato il muro per poi, al termine delle gare, rendere nuovamente inaccessibile Fb e affini. Per non parlare di porno-streaming, a cui si aggiungono forum innocui, bloccati senza motivo.

Nicolas, blogger sovversivo, per aggirare la censura ha un proxy in Europa, e ha installato un server GNU-Linux al quale si connette per andare su internet attraverso la linea Adsl dei suoi genitori in Francia. Geniaccio. Ciò che i cyberdissidenti sanno bene è che per ingannare la censura si utilizzano delle parole in codice, alternative a quelle parole chiave conosciute dal governo. Oppure ricercano in lingua straniera, e così parlare e ricercare in pace nella blogosfera dell’impero cinese, gli diventa molto più facile.

Questo e’ un quadro chiaro della stampa europea che fa il tifo per la libertà di espressione, ma c’è ancora il destrista italiano “Panorama”, quello di proprietà dell’ imbavagliatore per eccellenza, colui che vien da Trani, il Premier Silvio Belrusconi. L’articolo recente pubblicato da “Panorama”, intitolato “Google vs Cina”, pare infatti addirittura legittimista sulla censura cinese, e per farlo usa ovviamente la testimonianza di un cinese doc, e le sue corrispondenze pericolose.

L’articolo introduce la chiusura di Google in Cina, la questione del nuovo tramite da Hong Kong, e poi passa la palla a un cinese della Repubblica popolare, per descriverne il suo punto di vista.

Ecco che la domanda che “Panorama” pone ai suoi affezionati lettori, a proposito della chiusura del motore di ricerca, è: “Cosa ne pensano i cinesi? “, e per ciò una risposta c’è. E’ la lettera, soave, scovata chissà dove dal giornale berlusconiano, di un navigatore con gli occhi a mandorla, il quale introduce così la sua missiva: “Caro Google…Quello che l’occidente non ha ancora capito è che i leader cinesi non sono cattivi. Sono semplicemente insicuri, e per ragioni condivisibili”. L’autore dell’epistola capitalista si dice “dispiaciuto” della perdita dei servizi di Google, ma incalza nella seconda parte “Avete sbagliato tutto. In tanti anni non avete capito come funzionano la cose in Cina…Chi conosce la Cina sa che da queste parti senza compromessi non si va da nessuna parte” e chiede del tempo per un cambiamento del regime, a favore di un “compromesso” con le aziende internazionali. Ovvero quello di sottostare alla censura ancora per un po’, per il bene dell’economia del Paese ed evitare la chiusura di altre società estere in Cina a causa del regime.

Il finale della lettera, in risposta a quella che noi consideriamo una scelta giusta di Google a tutela dei principi di libertà di espressione, è: “La scelta di Google è uno schiaffo che la Cina ha ricevuto davanti agli occhi del mondo intero…Le conseguenze delle vostre scelte avventate potrebbero essere controproducenti soprattutto per noi cinesi”. Ergo, favoriamo i regimi oscurantisti a favore di un tempo ignoto di democratizzazione di questi ultimi, per tutelare quella che è la logica economica perversa del sistema. E pace sia per la morte della libertà di espressione.

Articolo pubblicato su Newnotizie.it

Google in ritirata “apparente” dalla Cina

Libera Rete

di Andrea G. Cammarata

Nell’headquarter di Google nel Beijing, si comincia a respirare un’aria pesante, il maggior motore di ricerca al mondo sembra voler chiudere i battenti del palazzo di Pechino e lasciare la Cina, lo confermano il Financial Times e il Wall Street Journal.

In Gennaio Google aveva annunciato di abbandonare la sua attività esercitata in Cina tramite google.cn e altri motori di ricerca, che allo stato attuale complessivamente controllano il 36% del mercato cinese.

Ragione della rottura sarebbero stati i ripetuti tentativi da parte della Repubblica Popolare di violare segreti commerciali e codici informatici, a cui si sono aggiunti innumerevoli hackeraggi nei confronti delle caselle di posta Gmail in uso a dissidenti cinesi in difesa dei diritti umani.

Altra anomalia alla quale Google dovrebbe sottostare è l’uso di filtri, a dir poco scandalosi, nelle ricerche prodotte dal motore di ricerca. Immagini contro il regime, o informazioni scomode di vario genere, secondo le leggi cinesi, infatti non possono essere rintracciabili sul web.

Google che è un’azienda che della libertà del web ha fatto anche un business, proprio non ci sta, ma resta dubbia la chiusura, che apporterebbe una significativa perdita negli introiti del colosso di Mountain View. Di fatto il mercato generato dalla Cina comprende 400 milioni di utenti, ai quali, ogni giorno, se ne aggiungono almeno 250mila.

Il risultato di una disfatta in nome di principi libertari da parte di Google, lascerebbe al concorrente Baidu, che già copre il 61% del servizio offerto dai motori di ricerca, un bottino non indifferente. Eppure secondo le notizie trapelate sempre dal Financial Times le decisioni di chiusura sono prossime al 100%, il negoziato fra Stato cinese e colosso americano proprio non avrebbe prodotto nessun ripensamento, si sta solo cercando di salvare i lavoratori della sede cinese e di tutte quelle società correlate a Google China.

Lascia un velo di speranza il Chinadaily, pur mantenendo riserbo, e oggi riporta che i dipendenti del Beijing Head-Quarters di Google sembrano molto tranquilli “si lavora come al solito”  e ancora non ci  sono comunicati ufficiali in merito alla chiusura, a dispetto di ciò che raccontano in America. Secondo il giornale cinese, alcuni dipendenti spiegano che se Google decidesse di mollare, ingegneri e ricercatori conserveranno  il loro posto ugualmente, e altri intervistati sono assolutamente convinti che non ci sarà nessun “esodo”. Ma ci sono anche opinioni contrastanti,  e da parte di qualcuno di loro si sente dire che “Il management ha indicato che lo staff non risentirà di nessuna decisione”. Quindi decisione sembrerebbe proprio che ci sia stata. E se fosse così si parlerebbe di rischio lavoro per 400 persone impiegate nel HQ di Pechino, dove Google ha cominciato il suo operato dal 2006 espandendosi poi anche su Shangai e Guangzhou.

Articolo pubblicato su Newnotizie.it

Chavez: “Internet non può essere libero”

Libera Rete

di Andrea G. Cammarata

La notizia è di sabato (fonte Reuters), anche Hugo Chavez, presidente della Repubblica bolivariana venezuelana, ha annunciato che internet non va bene, è meglio mettergli un bel lucchetto perché proprio ai regimi populisti non si addice.

Non è una novità, anzi è un leitmotiv che affiora sempre più facilmente, vedi i casi di Cina dove addirittura Google vuole levare le tende, Iran che non può soffrire la libertà di espressione che offrono Twitter e Facebook, Cuba dove il popolarissimo blog di Yoani Sànchez è stato oscurato e l’Italia con il suo presidente del Senato Schifani che ha recentemente ricordato che il social network più noto al mondo, è peggio dei gruppi di violenza anni ’70. Terrorismo mediatico, parole in voga, a creare paura e insicurezza nell’opinione pubblica, come unico modo dei governi (e non dei giornalisti che ingiustamente si sono meritati questo epiteto) per destare turbolenza nella libertà conclamata del web.

Via quindi alla censura sulla rete per Hugo, amico del socialismo, Chavez che ha detto: “Internet non può essere qualcosa dove si dice e si fa tutto. Ogni nazione deve applicare le sue regole e la sua normativa, come già fa adesso il Venezuela nel controllare i canali del satellite”. Quindi, consigli per imbavagliare il web anche agli altri Stati, a far rima con le dichiarazioni di Angela Merkel, cancelliere tedesco, che in febbraio ha sostenuto che “Internet non è uno spazio senza legge”.

Ciò che ha suscitato l’impeto proibizionista del Presidente rosso è un sito web: noticias24.com, che ha pubblicato una notizia errata sulla scomparsa di un ministro venezuelano Diosdado Cabello (in realtà vivo e vegeto), con la conseguenza di aver gettato discredito sul governo “avvelenando la mente di molta gente” ha detto Chavez di fronte al suo Partito Socialista Unido.

Il Presidente aveva già avuto gli onori della stampa un paio di mesi fa, quando bloccò sei emittenti televisive che non gli aggradavano, fra queste anche la storica “Radio Caracas Television Internacional” perché non trasmise uno dei suoi tanti discorsi a reti unificate, quelli del “nazionalizzatore” Chavez. Una cosa è ormai certa: la rete con i suoi ragni cyber-dissidenti può stritolare davvero Chavez e molti altri.

Articolo pubblicato su Newnotizie.it