Il popolo delle Agende rosse per Paolo Borsellino. Caselli: “Via D’Amelio come l’11Settembre”

Non baciamo le mani

Siamo ancora lontani dalla verità sulle stragi, e anche Gian Carlo CaselliProcuratore capo a Palermo dal ’93 al ’99, “non ha elementi” per affermare definitivamente che dietro la morte di Borsellino ci possa essere la presunta trattativa stato mafia. 

Di Andrea G. Cammarata

Diciannove anni passano dal giorno in cui Paolo Borsellino viene ucciso in via D’Amelio, Palermo. La memoria è vivissima anche per i cinque uomini della scorta che con lui hanno perso la vita. E c’è un tempo quindi che non cancella gli anni delle stragi della mafia, mentre i silenzi, le omissioni e i depistaggi, insieme continuano e concorrono nella pagina forse più buia della Repubblica. Perché oggi chi crede e chi non crede nello Stato si è unito con sguardo fermo nella commemorazione prima di un uomo, poi di un magistrato. Un esempio pubblico di dedizione verso lo Stato, per tutti, senza eccezioni. E tornano in mente le parole e il fiato in gola con quel tono della voce, ancora prima della sua morte: “Non solo essere onesti, ma apparire onesti”. E’ quanto di lui ripetono oggi i giovani per Paolo Borsellino, che fu ucciso nel 1992 quando alcuni di loro non erano ancora nati. Oggi da Palermo gli altri messaggi della società civile: “Non ti dimenticheremo mai Paolo!” e si ripete a viva voce un’atra massima del giudice: “chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola”.

Le commemorazioni del popolo delle Agende rosse vedono la fine di tre giorni di dibattiti, manifestazioni, incontri. Un evento cui hanno partecipato anche coloro che sono i rappresentanti di quelle istituzioni, che più che mai oggi restano nell’occhio delle procure.’Trattative’, e non ’trattativa’, di pezzi deviati dello Stato con la mafia: questa è almeno la versione più accreditata, cui le procure di Palermo, Caltanissetta, Firenze, cercano di dare un seguito.

Via Capaci, con la moglie il giudice Giovanni Falcone se ne va. Poi Paolo Borsellino. E perdono la vita in totale otto uomini della scorta . Firenze, altra autobomba, in via dei Gergofili: era il 1993, muoiono 5 persone, fra cui la neonata Caterina Nencioni. 1994, tangentopoli, poi la volta di Forza Italia, tutto si ferma. Il dubbio è come lo ha posto pubblicamente AntonioIngroia la scorsa estate; e pochi mesi prima il pentito Gaspare Spatuzza faceva i nomi di Dell’Utri e di “quello di Canale 5”: la seconda Repubblica blocca quindi misteriosamente le stragi.

Rivenendo al presente, a Palermo nella mattinata: il presidente della Camera, Gianfranco Fini, marziale, poggia una corona d’alloro sul luogo della Strage, alle sue spalle c’è l’abitazione della madre di Borsellino. Roberto Maroni onora invece gli agenti uccisi con una corona di fiori nella caserma Lungaro di Palermo, saluterà poi, oltre che la moglie del giudice assassinato, il fratello di Borsellino, Salvatore, leader delle movimento Agende Rosse. Ma sarà duro, nei dibattiti a seguire, il fratello di Borsellino: “Non vogliamo corone di Stato per una strage di Stato. Presente a Palermo anche il procuratore nazionale antimafia, Piero Grasso. E don Luigi Ciotti, dell’associazione Libera, che dopo essersi raccolto in preghiera sulle radici dell’ulivo di Via D’amelio piantato in memoria di Borsellino, dirà ai cronisti:“proprio qui un anno fa ho incontrato la mamma dell’agente Antonio Montinaro che piangeva perché non era stato ricordato il nome del figlio”. E ci tiene a sottolinearlo don Ciotti che gli agenti “sono morti tutti per la stessa causa”. Presente nel pomeriggio in Via d’Amelio anche la nipote dell’agente di scorta ucciso, Walter Eddi Cosina, Silvia Stener.

Gian Carlo Caselli, nel 1991 membro della commissionie stragi, oggi procuratore della Repubblica a Torino, ha detto, in una telefonata per ’L’indro’, che “le stragi di Via Capaci e via D’amelio sono state come l’11 settembre per gli Stati uniti d’America”, attentando lo Stato con uomini e donne “maciullati da questa esplosione incredibile di violenza criminale che li ha annientati” . Caselli ha poi spiegato che “la mafia corleonese stragista con questi attentati terroristici voleva sicuramente rivolgersi a qualcuno per ottenere qualcosa” ma ci tiene a sottolinearlo: “a chi, e in vista di che cosa, saranno le procure di Palermo e Caltanissetta che proveranno a stabilirlo”.

Secondo il procuratore di Torino: il risultato cercato dagli stragisti corleonesi non poteva che essere uno: fare del nostro Stato uno Stato-mafia, un narco-Stato. E quando il nostro Paese sembrava “in ginocchio”“è tutto finito si pensava”, -continua Caselli- “per fortuna nel ricordo di Falcone e Borsellino e degli uomini e delle donne che erano con loro, abbiamo saputo insieme riscattarci e invece di precipitare chissà dove, eccoci ancora qui a parlare di mafia, avendo ottenuto nel frattempo risultati, certamente non definitivi, ma importanti”.

“Pubblicato Martedì 19  luglio 2011 in esclusiva su L’Indro www.lindro.it e qui ripubblicato per gentile concessione”

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Mafia. Ingroia: “la mafia non finisce con l’arresto di Messina Denaro”

Non baciamo le mani, Premio Ilaria Alpi

Di Andrea G. Cammarata

Il Premio giornalistico Ilaria Alpi, che sta volgendo in queste ore alla sua conclusione, è stato un’importante occasione di dibattito sulla criminalità organizzata e il suo accrescersi al Nord. Svariati gli interventi di magistrati e giornalisti antimafia che hanno raccontato la legalità offesa e la connivenza politica con le mafie, silenzio e omertà al Nord.

Con somma lusinga per il Governo, negli ultimi dodici mesi, la magistratura torce in più occasioni le mani della criminalità organizzata al Nord. Di braccialetti ai polsi ne sono brillati a centinaia. Diverse le operazioni delle forze dell’ordine, e arresti, sequestri di beni. Tuttavia si ripete un rituale, ma il problema è irrisolto. La malapianta è infestante, dove si poggia mette radici trovando paradossalmente un substrato culturale povero di difesa contro la mafiosità.

La recente operazione “Minotauro” aggredisce la ndrangheta in Piemonte per offrire ancora una volta un quadro disillusorio e netto: la mafia al Nord c’è, ma la mafiosità è peggio. “Minotauro”. Dopo cinque anni d’indagini la magistratura indaga 191 persone, ne arresta 141, fra i reati ci vanno il 416bis e ter: mafia e voto di scambio. Era risaputo: i criminali calabresi avevano il controllo del Piemonte. 28 anni prima, a Torino nel 1983 il giudice Bruno Caccia viene ucciso dalla ndrangheta, 14 colpi più altri tre, quelli di grazia.

Dicono: “Quelli di destra sono un po’ mafiosi”, ma a sinistra non deve essere considerato un errore quando capitano le connivenze, per cui “bisogna decidere da che parte stare” ricorda Giulio Cavalli, attore e registra antimafia da anni sotto scorta. Le intercettazioni dell’ex capitale d’Italia, parlano di un esponente del Pd che si rivolge ad un capo mafia per chiedere voti per Fassino, ottenendo risposta positiva. Per l’occasione viene indagato anche l’on. Porcino, del più giustizialista dei partiti, l’Idv. Spiega Marco Nebbiolo, redattore di Narcomafie intervenuto durante il Premio Ilaria Alpi, che “Minotauro” è certamente l’inizio di tante cose che dovranno accadere in Piemonte, “altri arresti potrebbero arrivare”.

Quanto e in che modo, il sistema criminale ha attecchito al Nord, prima e in questi quasi ultimi tre decenni? Ancora: mafiosità, non mafia, è la parola che induce a pensare all’origine del male. Ilda Bocassini a seguito dell’operazione contro il clan Valle in Lombardia, quasi un anno fa, denunciava l’omertà settentrionale: “il totale assoggettamento del tessuto sociale, degli imprenditori e dei commercianti coinvolti nelle estorsioni”. Poi a marzo dell’anno seguente il ministro Maroni scioglie il comune di Bordighera per mafia, stessa sorte toccava quello di Bardonecchia nel ’95. Anni di tentativi volti a sminuire il problema. Politici, prefetti, che si premurano di cautelare giornalisti ansiosi di parlare dell’infiltrazione della criminalità organizzata al Nord. Letizia Moratti, ex-sindaco di Milano, avvezza alle sottigliezze: “più di infiltrazione di criminalità mafiosa, parlerei di criminalità organizzata”, gennaio 2010. Gian Valerio Lombardi, prefetto di Milano: “A Milano e in Lombardia la mafie non esiste. Sono presenti singole famiglie”. Intanto la notizia: la ndrangheta sposta il 3% delle preferenze politiche in Lombardia.

Inchiesta Vulcano. alcuni mesi fa nel cuore della riviera adriatica romagnola un imprenditore edile viene prelevato da quattro casalesi e portato ad assistere al pestaggio di un altro imprenditore. I camorristi lo minacciano persino di sequestrargli i figli, lui è in crisi, rischia il fallimento, ma è ormai nella spirale dell’intimidazione criminale. In cerca di credito, dopo il circuito bancario, si era rivolto ad un caro amico che gli consiglia proprio i camorristi.

Le intercettazioni dell’operazione “Vulcano”, spiega il giudice Piergiorgio Morosini anche lui presente al premio Ilaria Alpi, raccontano di latitanti che si nascondono negli albreghi del riminese, di omertà riscontrata in larga misura, e altro: “a Rimini si ricicla molto di più che a Palermo”. L’allarme è sempre più forte. Il procuratore Pignatone ricorda che gli imprenditori sono più disposti ormai a denunciare le vessazioni mafiose al Sud più che nel Settentrione, perchè c’è un maggior numero di associazioni che li tutelano.

“Eppure abbiamo la legislazione antimafia più avanzata di Europa”, lo ribadiscono oltre che Morosini, giudice del tribunale di Palermo ed esponente di magistratura democratica, anche Nicola Gratteri, procuratore aggiunto al Tribunale di Reggio Calabria, intervenuto durante il Premio. La normativa è vana però, come avere un software e non l’hardware. Ci vogliono risorse e maggiore formazione delle forze dell’ordine, se nella lotta alla mafia mancano benzina per gli automezzi, magistrati nelle procure, carta per le stampanti. Gratteri pone sul tavolo poi alcune cifre della Giustizia: l’economicità e la valenza dello strumento investigativo delle intercettazioni “10 euro al giorno più iva” e il costo di 460 euro al giorno per ogni detenuto.”Il commerciante è il vero termometro della pervasità delle mafie”, se il commerciante non denuncia l’usura è perché ha il timore che il sistema giudiziario non funziona, aggiunge Gratteri.

Mario Portanuova, giornalista e collaboratore del l’Espresso, ha denunciato anche una mancata presa di posizione forte, da parte di Confindustria in Lombardia, contro la mafia, e l’opposizione del Pdl per una commissione antimafia a Milano. La regione Lombardia, per i processi dell’operazione “Infinito”, si è costituita parte civile solo alle udienze postume, fanalino di coda dopo la regione Calabria e alcuni comuni limitrofi del milanese.

Non bastano quindi gli arresti per sgominare connivenze con le amministrazioni e la pervasità delle mafie, e si va oltre le asserzioni dei “governanti di turno” e della loro “propaganda” di lotta alla mafia, giustificata in parte solo per “dare il giusto riconoscimento agli uomini che operano sul territorio e caricare di significati d’importanza la cattura del latitante”, lo spiega Antonio Ingroia: “Sarebbe illusorio, superficiale, pensare che la mafia si sconfigge solamente catturando i latitanti” , aggiungendo “la mafia non finisce nel momento in cui viene arrestato il latitante numero uno, il boss Matteo Messina Denaro”. La borghesia mafiosa promuove quindi sempre più il suo ruolo di complice all’interno della “holding mafiosa” assumendone adesso le direttive, è il caso dei fratelli Graviano del mandamento Brancaccio, sostituiti dal medico chirurgo Guttadauro, e del boss Salvatore Lo Piccolo, cui è invece succeduto l’architetto Liga.

 

Pubblicato, Malitalia |  Informare per resistere

Le Figaro intervista Pietro Grasso, procuratore nazionale antimafia

Non baciamo le mani

foto Apcom

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Traduzione dal francese di Andrea G. Cammarata, articolo originale: Le Figaro di Richard Heuzé

Proponiamo l’intervista al procuratore nazionale antimafia, Pietro Grasso,  pubblicata oggi da Le Figaro. Tuttavia prima, è necessario sottolineare le tendenziosità liberal-francofone del quotidiano, che sembrano far passare fischi per fiaschi. L’articolo si apre con l’elogio classico della governance berlusconiana nella lotta alla mafia, travisandone i veri cacciatori: magistratura e forze dell’ordine. Umiliare la lotta alla mafia di costoro, in cambio di slogan da propaganda, è a dir poco infame. Tanto più quando costoro operano in assenza di risorse concrete, costantemente denigrati dal Capo del governo e minati da disposizioni assurde. Senza tralasciare di quanta vergogna susciterebbe, essere rappresentati da un senatore condannato in appello per mafia e dal suo amico, sul quale i sospetti si ammucchiano all’ombra dell’impunità di Stato, di cui lui stesso è autore. Sono le briciole di Marcellino, che da qualche parte porteranno…

Quanto ai fardelli cui tocca alle forze dell’ordine sottostare, c’è anche l’onorevole Cosentino, che resta in politica nonostante una richiesta di arresto per camorra. E c’è la Commissione Mantovani, che ha privato del programma di protezione Gaspare Spatuzza, il pentito del momento. Opinabile in questo contesto, titolare un articolo “la mafia non ha più un direttivo strategico” quando la si vede recitare in politica, o quando chi è accusato di farne parte proclama altri mafiosi come eroi, vedi dell’Utri con Mangano. E’ opinabile rammentando Cuffaro, ex-governatore della Sicilia, recentemente proposto a 10 anni di reclusione per mafia dai pm. Ed è opinabile quando i mafiosi li si trova a Marsiglia, a casa dei francesi, come nel caso del boss Falsone. O in Germania, ad Hannover, dove i siciliani ieri hanno ucciso, a quanto pare solo per il calcio, figuriamoci se non per altro.

Amici suggeriscono, che la mafia forse è silente e appare senza “direttivo strategico”, poiché ben radicata in politica. Il sentore, il legittimo sospetto, lo danno decisioni inaudite come quella della Commissione Mantovani. Per cui gentilmente Idv ha chiesto le dimissioni dell’onorevole Mantovani, specificando che, quanto al ritardo fuori termine massimo delle dichiarazioni di Spatuzza, asseriva il falso (Il Fatto). Più palese ancora è il caso del Ddl intercettazioni, che impedisce alla magistratura il sereno svolgimento delle indagini favorendo la mafia in favore della privacy, e imbavagliando la stampa. Non omettiamo un presidente del Senato, ex socio di mafiosi. E un ministro della Giustizia, cui si appongono strane vicende del passato, e che fra l’altro, recentemente tramite il suo ministero, ha elargito milioni di euro alla cooperativa di un monsignor suo compaesano, per la riabilitazione professionale dei detenuti (La Stampa 7 Luglio). Messe queste basi, si può leggere più serenamente l’intervista al nostro procuratore antimafia, Pietro Grasso.

Pietro Grasso: la mafia non ha più un direttivo strategico

Per il procuratore antimafia italiano la riconquista del Paese contro la Piovra va avanti.

Italia

A due anni dal ritorno al potere di Silvio Berlusconi, il bilancio della lotta alla mafia è eloquente: 5500 criminali arrestati, fra cui 24 dei 30 mafiosi latitanti considerati fra i più pericolosi d’Italia, e più di 200 miliardi di euro di beni confiscati messi a disposizione delle forze dell’ordine e delle associazioni antimafia. Intervistato dal quotidiano Le Figaro, Pietro Grasso, magistrato di 65 anni nominato nel 2005 procuratore nazionale antimafia, afferma che la Piovra “non è più in grado di sferrare grandi attentati contro lo Stato come negli anni ’80 e ’90”.

Confisca dei beni

Comincia dall’arresto a Marsiglia di Giuseppe Falsone, per il quale i tribunali francesi venerdì hanno concesso l’estradizione, cui il mafioso può tuttavia ancora fare appello. Falsone diviene il capo supremo della mafia agrigentina su investitura di Bernardo Provenzano, il padrino arrestato nel 2006 dopo 43 anni di latitanza.

“Era uno degli ultimi boss ancora in fuga. Si era recato recentemente a Marsiglia perché si sentiva braccato”, dice il procuratore. Lontano dal loro territorio i padrini non resistono mai a lungo: “il mafioso, è niente se non resta nel suo feudo. Soprattutto se è in latitanza. Necessita di protezione e di contatto quotidiano con il suo ambiente malavitoso. Non esiste un boss che comanda dall’estero”, aggiunge Piero Grasso.

Ci sarebbe il caso di Matteo Messina Denaro (48 anni), l’ultimo “nemico pubblico numero uno”, già condannato all’ergastolo: “Secondo noi potrebbe essere ancora nella sua provincia di Castelvetrano (Trapani), dice il procuratore. Che giudica la mafia siciliana “meno pericolosa” rispetto ad altri tempi. Il suo”direttivo strategico” è stato smantellato dopo la cattura del sanguinario Totò Riina, nel 1993.

“La mafia prima contava 500 membri. Oggi si può ragionevolmente stimare che siano la metà, peraltro il livello di reclutamento di nuovi affiliati si è degradato parecchio. Piccoli trafficanti di droga sono stati promossi al rango di uomini d’onore senza averne né la capacità, né l’intelligenza strategica”, dice Piero Grasso.

Giovanni Falcone, il magistrato assassinato nel maggio del ’92, diceva che “la mafia sarà distrutta quando verrà ridotta ai livelli di una organizzazione criminale qualunque. Fintantoché essa continua a beneficiare d’infiltrazioni nella società civile e nel mondo degli affari, sarà difficile annientarla”. E’ per questo che il procuratore Grasso, personaggio molto rispettato in Italia,  si è felicitato riguardo la diffusione delle iniziative antimafia nella società italiana: comitati anti-racket come “Addio Pizzo”, cooperative di gestione delle terre confiscate alla mafia come “Libera”, iniziative di educazione alla legalità  nelle scuole siciliane, etc. “Questo ci ha permesso di fare dei grandi passi avanti mettendo la società civile dalla parte dello Stato”.

Altro elemento fondamentale: la confisca dei beni mafiosi. “un pentito ci diceva che i mafiosi sono disposti ad accettare la prigione, ma non che lo Stato metta le mani nelle sue tasche. Le leggi votate in Parlamento cominciano a portare i loro frutti.”

A Napoli sono stati inflitti duri colpi al clan dei Casalesi, che ha fondato un impero da trenta miliardi di euro sul modello della mafia siciliana. “I principali capi sono dietro le sbarre. Quando verrà la volta degli ultimi due, Michele Zagaria e Antonio Iovine, si potrà dire che il duro percorso si è compiuto”.

Intercettazioni telefoniche

Resta la terribile ndrangheta calabrese, un’organizzazione complessa che gode del quasi-monopolio del traffico di cocaina in Europa e ha radicato in Germania, Canada, Australia, ma apparentemente non in Francia: “Cerca una riconquista del territorio. Lo stato sta mettendo in atto una strategia globale che permetterà di colpire la sua ala militare e le sue connessioni con il mondo degli affari. Voglio credere che otterremo presto dei buoni risultati” dice Piero Grasso.

Il procuratore, autore di un’opera dal titolo eloquente “Per non morire di mafia”, non nasconde la sua perplessità riguardo le restrizioni alle inchieste contenute nel Ddl intercettazioni. Alla fine della settimana scorsa, in Camera dei deputati, ne ha lungamente denunciato tutti i difetti qualificandolo “d’ostacolo” al lavoro delle forze dell’ordine. Parlando a Le Figaro il procuratore si è detto “fiducioso” che il testo verrà “rivisto e corretto”: “Dopo il mio intervento, il presidente della Camera Gianfranco Fini, ha affermato che bisogna modificarlo”, sottolinea Piero Grasso.

 

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Nord, una Valle di ‘ndrangheta

Non baciamo le mani

Il capo clan Francesco Valle

Di Andrea G. Cammarata

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“…ieri per tua informazione sono stato dai calabresi famosi… e niente sono cominciati a volare calci e schiaffi… ho un occhio nero a riprova di questo, no…”, “Ho lasciato 250 mila euro di debiti, pensa un po’ te! 250 mila euro di debiti!! Domani ho un appuntamento con i peggiori che me li hanno prestati, dei CALABRESI  e verrà fuori l’ira di Dio! Perchè  avevano detto: “La lasciamo in pace, ma prima di Natale è qua, se no…” E quindi sono nelle pesti! MA IO NON SO NEANCHE SE MI FANNO FARE NATALE!! Perchè adesso sai quant’è passato? Un anno e tre mesi che io devo i soldi!! E tu lo sai che non si scherza su queste cose con certa gente!! un anno e tre mesi che io dico: “Te li restituisco domani, domani, domani, domani, domani, domani”- capito?! Son rimasto col…col fuoco in mano! magari fosse solo il cerino!! Qua è una cosa molto più grossa e io non so neanche come cavarmela domani!”

Intercettazioni, a parlare è un imprenditore, vittima dell’usura della ndrangheta, uno dei tanti che non ha mai denunciato nessuno. Perché con i calabresi, non si scherza, neanche al Nord. Dove ieri lo Stato arriva con un elicottero e 250 uomini delle forze dell’ordine, irrompendo nel bunker-ristorante “La Masseria”, base operativa del clan Valle, a Cisliano (Mi), al numero 2 di Via Cusago. Una maxi-operazione frutto di 15 arresti e sequestri per milioni di euro, in conto-correnti, quote societarie e beni immobili, sgomina la famiglia Valle, insediata nel territorio lombardo da un quarantennio. Ci entra di mezzo “L’Expo”, l’usura, le estorsioni e il gioco d’azzardo, la politica locale e alcuni imprenditori, con cui la ndrangheta dei Valle tesseva rapporti.

Alla “Masseria” il clan usava le maniere forti, tutti dovevano capire come funzionavano le cose, e picchiavano duro. Dice il Pm Boccassini “punirne uno per educarne cento”. Imprenditori, commercianti, a centinaia coinvolti direttamente o indirettamente nella malavita calabrese; ma loro muti con il silenzio.

Sempre, l’omertà ormai in via definitiva è anche settentrionale. E ci tiene a sottolinearlo più volte il Pm Ilda Bocassini: “il totale assoggettamento del tessuto sociale, degli imprenditori e dei commercianti coinvolti nelle estorsioni”.

La Masseria

Nei giardini della “Masseria” a bordo piscina fra statue di gesso raffiguranti ancelle e cavalli, giardini zen, la Milano bene festeggiava i suoi matrimoni e le cresime dei suoi bambini. Una Madonnina, anche questa di gesso, accoglie gli ignari clienti. E’ l’icona sacra, a simbolo continuo del carattere religioso, il blasfemo, che s’inserisce nella criminalità mafiosa. Lì gli imprenditori, secondo gli inquirenti, venivano intimiditi e percossi.

L’ordinanza di arresto, firmata dal Gip Giuseppe Gennari del tribunale di Milano, è un corposo volume di 379 pagine, molte di queste costituite da intercettazioni, ennesima dimostrazione della necessità delle stesse. Perché inquisiti e vittime parlavano con assoluta non curanza del loro malaffare, senza nulla nascondere. Alcuni membri del clan Valle vivevano negli appartamenti sopra la tenuta del ristorante, base operativa militare dotata di telecamere, sensori, cani da guardia, e vedette. Una di queste vedette, raccontano le indagini, seguì persino l’auto di un poliziotto in borghese fino a Milano per poi domandare all’agente cosa avesse fatto tutto quel tempo attorno alla “Masseria”…Tanto vasto è il controllo militare dei Valle.

L’indagine della Dda milanese nasce 2 anni fa, su spunto di un’altra di camorra, cui al tempo il capoclan Valle è in contatto tramite un intermediario di un boss campano. Lui, Francesco Valle classe nel 1937, è il vecchietto calabrese un po’ analfabeta, ma è scaltro. La storia criminale lo vede vicino alla ndrina dei De Stefano, a sua volta partecipe nella lunga faida calabrese con la famiglia Condello. Le indagini descrivono il capofamiglia dei Valle come “il protagonista della faida di Reggio, colui che trapianta il metodo mafioso a Vigevano, Bareggio e dintorni“. Un uomo che trascorre  “tutta la sua vita da capomafia”, ancora: “da Francesco Valle promana una pericolosità assoluta, una capacità di intimidazione incondizionata ed un controllo capillare delle attività di famiglia. -Aggiunge il pm Boccassini- Francesco Valle riceve gli usurati direttamente a domicilio”.

Un padre modello che trasmette tutta la sua conoscenza criminale ai membri del clan, molti di questi familiari fino alla terza generazione. Metodo tipico: quello della ndrangheta che si rafforza esclusivamente con il vincolo di sangue. A riguardo la figura della nipote del capoclan Valle, Maria Valle, giovanissima di 24 anni, spiega ancora una volta il ruolo della donna nella ndrangheta. Scrivono le indagini di lei che “dimostra di avere tutta la tempra del padre. E’ determinata ed ha una completa conoscenza degli affari di famiglia, conosce i “giochetti societari”, “non vuole essere trattata come una segretaria perché donna”, ed è in grado di tessere relazioni di comodo per ottenere vantaggi strumentali. Il padre Fortunato Valle, insieme alla sorella Angela, entrambi sulla quarantina, trattano la parte finanziaria del disegno criminale. Loro compito secondo gli inquirenti è di “erogare prestiti in denaro alle vittime di usura, di concordare i tassi di interesse, di riscuotere gli interessi usurari attraverso attività di intimidazione, estorsive e violente; di effettuare gli investimenti in attività immobiliari, bar, ristoranti e di individuare i prestanome a cui intestare fittiziamente gli esercizi commerciali e le quote societarie”.

(Ultima revisione 19/03/2011)

Articolo pubblicato su Dazebao.org, Malitalia.it, Informare per resistere

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