Il popolo delle Agende rosse per Paolo Borsellino. Caselli: “Via D’Amelio come l’11Settembre”

Non baciamo le mani

Siamo ancora lontani dalla verità sulle stragi, e anche Gian Carlo CaselliProcuratore capo a Palermo dal ’93 al ’99, “non ha elementi” per affermare definitivamente che dietro la morte di Borsellino ci possa essere la presunta trattativa stato mafia. 

Di Andrea G. Cammarata

Diciannove anni passano dal giorno in cui Paolo Borsellino viene ucciso in via D’Amelio, Palermo. La memoria è vivissima anche per i cinque uomini della scorta che con lui hanno perso la vita. E c’è un tempo quindi che non cancella gli anni delle stragi della mafia, mentre i silenzi, le omissioni e i depistaggi, insieme continuano e concorrono nella pagina forse più buia della Repubblica. Perché oggi chi crede e chi non crede nello Stato si è unito con sguardo fermo nella commemorazione prima di un uomo, poi di un magistrato. Un esempio pubblico di dedizione verso lo Stato, per tutti, senza eccezioni. E tornano in mente le parole e il fiato in gola con quel tono della voce, ancora prima della sua morte: “Non solo essere onesti, ma apparire onesti”. E’ quanto di lui ripetono oggi i giovani per Paolo Borsellino, che fu ucciso nel 1992 quando alcuni di loro non erano ancora nati. Oggi da Palermo gli altri messaggi della società civile: “Non ti dimenticheremo mai Paolo!” e si ripete a viva voce un’atra massima del giudice: “chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola”.

Le commemorazioni del popolo delle Agende rosse vedono la fine di tre giorni di dibattiti, manifestazioni, incontri. Un evento cui hanno partecipato anche coloro che sono i rappresentanti di quelle istituzioni, che più che mai oggi restano nell’occhio delle procure.’Trattative’, e non ’trattativa’, di pezzi deviati dello Stato con la mafia: questa è almeno la versione più accreditata, cui le procure di Palermo, Caltanissetta, Firenze, cercano di dare un seguito.

Via Capaci, con la moglie il giudice Giovanni Falcone se ne va. Poi Paolo Borsellino. E perdono la vita in totale otto uomini della scorta . Firenze, altra autobomba, in via dei Gergofili: era il 1993, muoiono 5 persone, fra cui la neonata Caterina Nencioni. 1994, tangentopoli, poi la volta di Forza Italia, tutto si ferma. Il dubbio è come lo ha posto pubblicamente AntonioIngroia la scorsa estate; e pochi mesi prima il pentito Gaspare Spatuzza faceva i nomi di Dell’Utri e di “quello di Canale 5”: la seconda Repubblica blocca quindi misteriosamente le stragi.

Rivenendo al presente, a Palermo nella mattinata: il presidente della Camera, Gianfranco Fini, marziale, poggia una corona d’alloro sul luogo della Strage, alle sue spalle c’è l’abitazione della madre di Borsellino. Roberto Maroni onora invece gli agenti uccisi con una corona di fiori nella caserma Lungaro di Palermo, saluterà poi, oltre che la moglie del giudice assassinato, il fratello di Borsellino, Salvatore, leader delle movimento Agende Rosse. Ma sarà duro, nei dibattiti a seguire, il fratello di Borsellino: “Non vogliamo corone di Stato per una strage di Stato. Presente a Palermo anche il procuratore nazionale antimafia, Piero Grasso. E don Luigi Ciotti, dell’associazione Libera, che dopo essersi raccolto in preghiera sulle radici dell’ulivo di Via D’amelio piantato in memoria di Borsellino, dirà ai cronisti:“proprio qui un anno fa ho incontrato la mamma dell’agente Antonio Montinaro che piangeva perché non era stato ricordato il nome del figlio”. E ci tiene a sottolinearlo don Ciotti che gli agenti “sono morti tutti per la stessa causa”. Presente nel pomeriggio in Via d’Amelio anche la nipote dell’agente di scorta ucciso, Walter Eddi Cosina, Silvia Stener.

Gian Carlo Caselli, nel 1991 membro della commissionie stragi, oggi procuratore della Repubblica a Torino, ha detto, in una telefonata per ’L’indro’, che “le stragi di Via Capaci e via D’amelio sono state come l’11 settembre per gli Stati uniti d’America”, attentando lo Stato con uomini e donne “maciullati da questa esplosione incredibile di violenza criminale che li ha annientati” . Caselli ha poi spiegato che “la mafia corleonese stragista con questi attentati terroristici voleva sicuramente rivolgersi a qualcuno per ottenere qualcosa” ma ci tiene a sottolinearlo: “a chi, e in vista di che cosa, saranno le procure di Palermo e Caltanissetta che proveranno a stabilirlo”.

Secondo il procuratore di Torino: il risultato cercato dagli stragisti corleonesi non poteva che essere uno: fare del nostro Stato uno Stato-mafia, un narco-Stato. E quando il nostro Paese sembrava “in ginocchio”“è tutto finito si pensava”, -continua Caselli- “per fortuna nel ricordo di Falcone e Borsellino e degli uomini e delle donne che erano con loro, abbiamo saputo insieme riscattarci e invece di precipitare chissà dove, eccoci ancora qui a parlare di mafia, avendo ottenuto nel frattempo risultati, certamente non definitivi, ma importanti”.

“Pubblicato Martedì 19  luglio 2011 in esclusiva su L’Indro www.lindro.it e qui ripubblicato per gentile concessione”

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Mafia. Ingroia: “la mafia non finisce con l’arresto di Messina Denaro”

Non baciamo le mani, Premio Ilaria Alpi

Di Andrea G. Cammarata

Il Premio giornalistico Ilaria Alpi, che sta volgendo in queste ore alla sua conclusione, è stato un’importante occasione di dibattito sulla criminalità organizzata e il suo accrescersi al Nord. Svariati gli interventi di magistrati e giornalisti antimafia che hanno raccontato la legalità offesa e la connivenza politica con le mafie, silenzio e omertà al Nord.

Con somma lusinga per il Governo, negli ultimi dodici mesi, la magistratura torce in più occasioni le mani della criminalità organizzata al Nord. Di braccialetti ai polsi ne sono brillati a centinaia. Diverse le operazioni delle forze dell’ordine, e arresti, sequestri di beni. Tuttavia si ripete un rituale, ma il problema è irrisolto. La malapianta è infestante, dove si poggia mette radici trovando paradossalmente un substrato culturale povero di difesa contro la mafiosità.

La recente operazione “Minotauro” aggredisce la ndrangheta in Piemonte per offrire ancora una volta un quadro disillusorio e netto: la mafia al Nord c’è, ma la mafiosità è peggio. “Minotauro”. Dopo cinque anni d’indagini la magistratura indaga 191 persone, ne arresta 141, fra i reati ci vanno il 416bis e ter: mafia e voto di scambio. Era risaputo: i criminali calabresi avevano il controllo del Piemonte. 28 anni prima, a Torino nel 1983 il giudice Bruno Caccia viene ucciso dalla ndrangheta, 14 colpi più altri tre, quelli di grazia.

Dicono: “Quelli di destra sono un po’ mafiosi”, ma a sinistra non deve essere considerato un errore quando capitano le connivenze, per cui “bisogna decidere da che parte stare” ricorda Giulio Cavalli, attore e registra antimafia da anni sotto scorta. Le intercettazioni dell’ex capitale d’Italia, parlano di un esponente del Pd che si rivolge ad un capo mafia per chiedere voti per Fassino, ottenendo risposta positiva. Per l’occasione viene indagato anche l’on. Porcino, del più giustizialista dei partiti, l’Idv. Spiega Marco Nebbiolo, redattore di Narcomafie intervenuto durante il Premio Ilaria Alpi, che “Minotauro” è certamente l’inizio di tante cose che dovranno accadere in Piemonte, “altri arresti potrebbero arrivare”.

Quanto e in che modo, il sistema criminale ha attecchito al Nord, prima e in questi quasi ultimi tre decenni? Ancora: mafiosità, non mafia, è la parola che induce a pensare all’origine del male. Ilda Bocassini a seguito dell’operazione contro il clan Valle in Lombardia, quasi un anno fa, denunciava l’omertà settentrionale: “il totale assoggettamento del tessuto sociale, degli imprenditori e dei commercianti coinvolti nelle estorsioni”. Poi a marzo dell’anno seguente il ministro Maroni scioglie il comune di Bordighera per mafia, stessa sorte toccava quello di Bardonecchia nel ’95. Anni di tentativi volti a sminuire il problema. Politici, prefetti, che si premurano di cautelare giornalisti ansiosi di parlare dell’infiltrazione della criminalità organizzata al Nord. Letizia Moratti, ex-sindaco di Milano, avvezza alle sottigliezze: “più di infiltrazione di criminalità mafiosa, parlerei di criminalità organizzata”, gennaio 2010. Gian Valerio Lombardi, prefetto di Milano: “A Milano e in Lombardia la mafie non esiste. Sono presenti singole famiglie”. Intanto la notizia: la ndrangheta sposta il 3% delle preferenze politiche in Lombardia.

Inchiesta Vulcano. alcuni mesi fa nel cuore della riviera adriatica romagnola un imprenditore edile viene prelevato da quattro casalesi e portato ad assistere al pestaggio di un altro imprenditore. I camorristi lo minacciano persino di sequestrargli i figli, lui è in crisi, rischia il fallimento, ma è ormai nella spirale dell’intimidazione criminale. In cerca di credito, dopo il circuito bancario, si era rivolto ad un caro amico che gli consiglia proprio i camorristi.

Le intercettazioni dell’operazione “Vulcano”, spiega il giudice Piergiorgio Morosini anche lui presente al premio Ilaria Alpi, raccontano di latitanti che si nascondono negli albreghi del riminese, di omertà riscontrata in larga misura, e altro: “a Rimini si ricicla molto di più che a Palermo”. L’allarme è sempre più forte. Il procuratore Pignatone ricorda che gli imprenditori sono più disposti ormai a denunciare le vessazioni mafiose al Sud più che nel Settentrione, perchè c’è un maggior numero di associazioni che li tutelano.

“Eppure abbiamo la legislazione antimafia più avanzata di Europa”, lo ribadiscono oltre che Morosini, giudice del tribunale di Palermo ed esponente di magistratura democratica, anche Nicola Gratteri, procuratore aggiunto al Tribunale di Reggio Calabria, intervenuto durante il Premio. La normativa è vana però, come avere un software e non l’hardware. Ci vogliono risorse e maggiore formazione delle forze dell’ordine, se nella lotta alla mafia mancano benzina per gli automezzi, magistrati nelle procure, carta per le stampanti. Gratteri pone sul tavolo poi alcune cifre della Giustizia: l’economicità e la valenza dello strumento investigativo delle intercettazioni “10 euro al giorno più iva” e il costo di 460 euro al giorno per ogni detenuto.”Il commerciante è il vero termometro della pervasità delle mafie”, se il commerciante non denuncia l’usura è perché ha il timore che il sistema giudiziario non funziona, aggiunge Gratteri.

Mario Portanuova, giornalista e collaboratore del l’Espresso, ha denunciato anche una mancata presa di posizione forte, da parte di Confindustria in Lombardia, contro la mafia, e l’opposizione del Pdl per una commissione antimafia a Milano. La regione Lombardia, per i processi dell’operazione “Infinito”, si è costituita parte civile solo alle udienze postume, fanalino di coda dopo la regione Calabria e alcuni comuni limitrofi del milanese.

Non bastano quindi gli arresti per sgominare connivenze con le amministrazioni e la pervasità delle mafie, e si va oltre le asserzioni dei “governanti di turno” e della loro “propaganda” di lotta alla mafia, giustificata in parte solo per “dare il giusto riconoscimento agli uomini che operano sul territorio e caricare di significati d’importanza la cattura del latitante”, lo spiega Antonio Ingroia: “Sarebbe illusorio, superficiale, pensare che la mafia si sconfigge solamente catturando i latitanti” , aggiungendo “la mafia non finisce nel momento in cui viene arrestato il latitante numero uno, il boss Matteo Messina Denaro”. La borghesia mafiosa promuove quindi sempre più il suo ruolo di complice all’interno della “holding mafiosa” assumendone adesso le direttive, è il caso dei fratelli Graviano del mandamento Brancaccio, sostituiti dal medico chirurgo Guttadauro, e del boss Salvatore Lo Piccolo, cui è invece succeduto l’architetto Liga.

 

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Le Figaro intervista Pietro Grasso, procuratore nazionale antimafia

Non baciamo le mani

foto Apcom

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Traduzione dal francese di Andrea G. Cammarata, articolo originale: Le Figaro di Richard Heuzé

Proponiamo l’intervista al procuratore nazionale antimafia, Pietro Grasso,  pubblicata oggi da Le Figaro. Tuttavia prima, è necessario sottolineare le tendenziosità liberal-francofone del quotidiano, che sembrano far passare fischi per fiaschi. L’articolo si apre con l’elogio classico della governance berlusconiana nella lotta alla mafia, travisandone i veri cacciatori: magistratura e forze dell’ordine. Umiliare la lotta alla mafia di costoro, in cambio di slogan da propaganda, è a dir poco infame. Tanto più quando costoro operano in assenza di risorse concrete, costantemente denigrati dal Capo del governo e minati da disposizioni assurde. Senza tralasciare di quanta vergogna susciterebbe, essere rappresentati da un senatore condannato in appello per mafia e dal suo amico, sul quale i sospetti si ammucchiano all’ombra dell’impunità di Stato, di cui lui stesso è autore. Sono le briciole di Marcellino, che da qualche parte porteranno…

Quanto ai fardelli cui tocca alle forze dell’ordine sottostare, c’è anche l’onorevole Cosentino, che resta in politica nonostante una richiesta di arresto per camorra. E c’è la Commissione Mantovani, che ha privato del programma di protezione Gaspare Spatuzza, il pentito del momento. Opinabile in questo contesto, titolare un articolo “la mafia non ha più un direttivo strategico” quando la si vede recitare in politica, o quando chi è accusato di farne parte proclama altri mafiosi come eroi, vedi dell’Utri con Mangano. E’ opinabile rammentando Cuffaro, ex-governatore della Sicilia, recentemente proposto a 10 anni di reclusione per mafia dai pm. Ed è opinabile quando i mafiosi li si trova a Marsiglia, a casa dei francesi, come nel caso del boss Falsone. O in Germania, ad Hannover, dove i siciliani ieri hanno ucciso, a quanto pare solo per il calcio, figuriamoci se non per altro.

Amici suggeriscono, che la mafia forse è silente e appare senza “direttivo strategico”, poiché ben radicata in politica. Il sentore, il legittimo sospetto, lo danno decisioni inaudite come quella della Commissione Mantovani. Per cui gentilmente Idv ha chiesto le dimissioni dell’onorevole Mantovani, specificando che, quanto al ritardo fuori termine massimo delle dichiarazioni di Spatuzza, asseriva il falso (Il Fatto). Più palese ancora è il caso del Ddl intercettazioni, che impedisce alla magistratura il sereno svolgimento delle indagini favorendo la mafia in favore della privacy, e imbavagliando la stampa. Non omettiamo un presidente del Senato, ex socio di mafiosi. E un ministro della Giustizia, cui si appongono strane vicende del passato, e che fra l’altro, recentemente tramite il suo ministero, ha elargito milioni di euro alla cooperativa di un monsignor suo compaesano, per la riabilitazione professionale dei detenuti (La Stampa 7 Luglio). Messe queste basi, si può leggere più serenamente l’intervista al nostro procuratore antimafia, Pietro Grasso.

Pietro Grasso: la mafia non ha più un direttivo strategico

Per il procuratore antimafia italiano la riconquista del Paese contro la Piovra va avanti.

Italia

A due anni dal ritorno al potere di Silvio Berlusconi, il bilancio della lotta alla mafia è eloquente: 5500 criminali arrestati, fra cui 24 dei 30 mafiosi latitanti considerati fra i più pericolosi d’Italia, e più di 200 miliardi di euro di beni confiscati messi a disposizione delle forze dell’ordine e delle associazioni antimafia. Intervistato dal quotidiano Le Figaro, Pietro Grasso, magistrato di 65 anni nominato nel 2005 procuratore nazionale antimafia, afferma che la Piovra “non è più in grado di sferrare grandi attentati contro lo Stato come negli anni ’80 e ’90”.

Confisca dei beni

Comincia dall’arresto a Marsiglia di Giuseppe Falsone, per il quale i tribunali francesi venerdì hanno concesso l’estradizione, cui il mafioso può tuttavia ancora fare appello. Falsone diviene il capo supremo della mafia agrigentina su investitura di Bernardo Provenzano, il padrino arrestato nel 2006 dopo 43 anni di latitanza.

“Era uno degli ultimi boss ancora in fuga. Si era recato recentemente a Marsiglia perché si sentiva braccato”, dice il procuratore. Lontano dal loro territorio i padrini non resistono mai a lungo: “il mafioso, è niente se non resta nel suo feudo. Soprattutto se è in latitanza. Necessita di protezione e di contatto quotidiano con il suo ambiente malavitoso. Non esiste un boss che comanda dall’estero”, aggiunge Piero Grasso.

Ci sarebbe il caso di Matteo Messina Denaro (48 anni), l’ultimo “nemico pubblico numero uno”, già condannato all’ergastolo: “Secondo noi potrebbe essere ancora nella sua provincia di Castelvetrano (Trapani), dice il procuratore. Che giudica la mafia siciliana “meno pericolosa” rispetto ad altri tempi. Il suo”direttivo strategico” è stato smantellato dopo la cattura del sanguinario Totò Riina, nel 1993.

“La mafia prima contava 500 membri. Oggi si può ragionevolmente stimare che siano la metà, peraltro il livello di reclutamento di nuovi affiliati si è degradato parecchio. Piccoli trafficanti di droga sono stati promossi al rango di uomini d’onore senza averne né la capacità, né l’intelligenza strategica”, dice Piero Grasso.

Giovanni Falcone, il magistrato assassinato nel maggio del ’92, diceva che “la mafia sarà distrutta quando verrà ridotta ai livelli di una organizzazione criminale qualunque. Fintantoché essa continua a beneficiare d’infiltrazioni nella società civile e nel mondo degli affari, sarà difficile annientarla”. E’ per questo che il procuratore Grasso, personaggio molto rispettato in Italia,  si è felicitato riguardo la diffusione delle iniziative antimafia nella società italiana: comitati anti-racket come “Addio Pizzo”, cooperative di gestione delle terre confiscate alla mafia come “Libera”, iniziative di educazione alla legalità  nelle scuole siciliane, etc. “Questo ci ha permesso di fare dei grandi passi avanti mettendo la società civile dalla parte dello Stato”.

Altro elemento fondamentale: la confisca dei beni mafiosi. “un pentito ci diceva che i mafiosi sono disposti ad accettare la prigione, ma non che lo Stato metta le mani nelle sue tasche. Le leggi votate in Parlamento cominciano a portare i loro frutti.”

A Napoli sono stati inflitti duri colpi al clan dei Casalesi, che ha fondato un impero da trenta miliardi di euro sul modello della mafia siciliana. “I principali capi sono dietro le sbarre. Quando verrà la volta degli ultimi due, Michele Zagaria e Antonio Iovine, si potrà dire che il duro percorso si è compiuto”.

Intercettazioni telefoniche

Resta la terribile ndrangheta calabrese, un’organizzazione complessa che gode del quasi-monopolio del traffico di cocaina in Europa e ha radicato in Germania, Canada, Australia, ma apparentemente non in Francia: “Cerca una riconquista del territorio. Lo stato sta mettendo in atto una strategia globale che permetterà di colpire la sua ala militare e le sue connessioni con il mondo degli affari. Voglio credere che otterremo presto dei buoni risultati” dice Piero Grasso.

Il procuratore, autore di un’opera dal titolo eloquente “Per non morire di mafia”, non nasconde la sua perplessità riguardo le restrizioni alle inchieste contenute nel Ddl intercettazioni. Alla fine della settimana scorsa, in Camera dei deputati, ne ha lungamente denunciato tutti i difetti qualificandolo “d’ostacolo” al lavoro delle forze dell’ordine. Parlando a Le Figaro il procuratore si è detto “fiducioso” che il testo verrà “rivisto e corretto”: “Dopo il mio intervento, il presidente della Camera Gianfranco Fini, ha affermato che bisogna modificarlo”, sottolinea Piero Grasso.

 

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Nord, una Valle di ‘ndrangheta

Non baciamo le mani

Il capo clan Francesco Valle

Di Andrea G. Cammarata

“…ieri per tua informazione sono stato dai calabresi famosi… e niente sono cominciati a volare calci e schiaffi… ho un occhio nero a riprova di questo, no…”, “Ho lasciato 250 mila euro di debiti, pensa un po’ te! 250 mila euro di debiti!! Domani ho un appuntamento con i peggiori che me li hanno prestati, dei CALABRESI  e verrà fuori l’ira di Dio! Perchè  avevano detto: “La lasciamo in pace, ma prima di Natale è qua, se no…” E quindi sono nelle pesti! MA IO NON SO NEANCHE SE MI FANNO FARE NATALE!! Perchè adesso sai quant’è passato? Un anno e tre mesi che io devo i soldi!! E tu lo sai che non si scherza su queste cose con certa gente!! un anno e tre mesi che io dico: “Te li restituisco domani, domani, domani, domani, domani, domani”- capito?! Son rimasto col…col fuoco in mano! magari fosse solo il cerino!! Qua è una cosa molto più grossa e io non so neanche come cavarmela domani!”

Intercettazioni, a parlare è un imprenditore, vittima dell’usura della ndrangheta, uno dei tanti che non ha mai denunciato nessuno. Perché con i calabresi, non si scherza, neanche al Nord. Dove ieri lo Stato arriva con un elicottero e 250 uomini delle forze dell’ordine, irrompendo nel bunker-ristorante “La Masseria”, base operativa del clan Valle, a Cisliano (Mi), al numero 2 di Via Cusago. Una maxi-operazione frutto di 15 arresti e sequestri per milioni di euro, in conto-correnti, quote societarie e beni immobili, sgomina la famiglia Valle, insediata nel territorio lombardo da un quarantennio. Ci entra di mezzo “L’Expo”, l’usura, le estorsioni e il gioco d’azzardo, la politica locale e alcuni imprenditori, con cui la ndrangheta dei Valle tesseva rapporti.

Alla “Masseria” il clan usava le maniere forti, tutti dovevano capire come funzionavano le cose, e picchiavano duro. Dice il Pm Boccassini “punirne uno per educarne cento”. Imprenditori, commercianti, a centinaia coinvolti direttamente o indirettamente nella malavita calabrese; ma loro muti con il silenzio.

Sempre, l’omertà ormai in via definitiva è anche settentrionale. E ci tiene a sottolinearlo più volte il Pm Ilda Bocassini: “il totale assoggettamento del tessuto sociale, degli imprenditori e dei commercianti coinvolti nelle estorsioni”.

La Masseria

Nei giardini della “Masseria” a bordo piscina fra statue di gesso raffiguranti ancelle e cavalli, giardini zen, la Milano bene festeggiava i suoi matrimoni e le cresime dei suoi bambini. Una Madonnina, anche questa di gesso, accoglie gli ignari clienti. E’ l’icona sacra, a simbolo continuo del carattere religioso, il blasfemo, che s’inserisce nella criminalità mafiosa. Lì gli imprenditori, secondo gli inquirenti, venivano intimiditi e percossi.

L’ordinanza di arresto, firmata dal Gip Giuseppe Gennari del tribunale di Milano, è un corposo volume di 379 pagine, molte di queste costituite da intercettazioni, ennesima dimostrazione della necessità delle stesse. Perché inquisiti e vittime parlavano con assoluta non curanza del loro malaffare, senza nulla nascondere. Alcuni membri del clan Valle vivevano negli appartamenti sopra la tenuta del ristorante, base operativa militare dotata di telecamere, sensori, cani da guardia, e vedette. Una di queste vedette, raccontano le indagini, seguì persino l’auto di un poliziotto in borghese fino a Milano per poi domandare all’agente cosa avesse fatto tutto quel tempo attorno alla “Masseria”…Tanto vasto è il controllo militare dei Valle.

L’indagine della Dda milanese nasce 2 anni fa, su spunto di un’altra di camorra, cui al tempo il capoclan Valle è in contatto tramite un intermediario di un boss campano. Lui, Francesco Valle classe nel 1937, è il vecchietto calabrese un po’ analfabeta, ma è scaltro. La storia criminale lo vede vicino alla ndrina dei De Stefano, a sua volta partecipe nella lunga faida calabrese con la famiglia Condello. Le indagini descrivono il capofamiglia dei Valle come “il protagonista della faida di Reggio, colui che trapianta il metodo mafioso a Vigevano, Bareggio e dintorni“. Un uomo che trascorre  “tutta la sua vita da capomafia”, ancora: “da Francesco Valle promana una pericolosità assoluta, una capacità di intimidazione incondizionata ed un controllo capillare delle attività di famiglia. -Aggiunge il pm Boccassini- Francesco Valle riceve gli usurati direttamente a domicilio”.

Un padre modello che trasmette tutta la sua conoscenza criminale ai membri del clan, molti di questi familiari fino alla terza generazione. Metodo tipico: quello della ndrangheta che si rafforza esclusivamente con il vincolo di sangue. A riguardo la figura della nipote del capoclan Valle, Maria Valle, giovanissima di 24 anni, spiega ancora una volta il ruolo della donna nella ndrangheta. Scrivono le indagini di lei che “dimostra di avere tutta la tempra del padre. E’ determinata ed ha una completa conoscenza degli affari di famiglia, conosce i “giochetti societari”, “non vuole essere trattata come una segretaria perché donna”, ed è in grado di tessere relazioni di comodo per ottenere vantaggi strumentali. Il padre Fortunato Valle, insieme alla sorella Angela, entrambi sulla quarantina, trattano la parte finanziaria del disegno criminale. Loro compito secondo gli inquirenti è di “erogare prestiti in denaro alle vittime di usura, di concordare i tassi di interesse, di riscuotere gli interessi usurari attraverso attività di intimidazione, estorsive e violente; di effettuare gli investimenti in attività immobiliari, bar, ristoranti e di individuare i prestanome a cui intestare fittiziamente gli esercizi commerciali e le quote societarie”.

(Ultima revisione 19/03/2011)

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Maxi-operazione Ndrangheta, decapitati i clan Condello-Libri

Non baciamo le mani

Pasquale Condello

Di Andrea G. Cammarata

Ancora arresti di Ndrangheta in Emilia Romagna, Friuli, Lombardia, Calabria, e un’ulteriore prova: il sistema criminale opera indiffferentemente  anche al Nord. Sono 42 le ordinanza di custodia cautelare emesse dalla Procura distrettuale antimafia di Reggio Calabria e una trentina gli imprenditori indagati. Fra i nomi degli arrestati, oltre quello di un sindaco, emergono quelli di diversi presunti esponenti delle cosche calabresi, cui vengono contestati reati di associazione mafiosa, estorsione e turbata libertà degli incanti. Spiccano fra tutti i clan dei Condello De Stefano e quello dei Libri, che operavano in sinergia, su indicazione delle menti criminali del boss Pasquale Condello, arrestato nel 2008 dopo 18 anni di latitanza, e di Giuseppe De Stefano.

L’operazione della Dda, denominata “Meta”, ha decapitato le due cosche rendendo possibile la ricostruzione degli assetti criminali in loco: sono stati sequestrati beni per un valore di oltre 100 milioni di euro, cui si annoverano 18 imprese operanti in svariati settori, dall’edilizia alla ristorazione, centri sportivi, stabilimenti balneari, decine di immobili a uso commerciale e residenziale, 26 automobili, motociclette. Un impero in possesso ai due clan. Evidente anche quanto il potere criminale dell’ndrangheta riesca tuttora a servirsi dell’economia legale controllando le imprese. Secondo il comandante dei Ros Gianpaolo Ganzer, gli imprenditori indagati sarebbero stati alle sudditanze dei due capi cosca, uniti per conto mafioso nella gestione degli appalti pubblici della provincia di Reggio Calabria.

Oltre il controllo degli appalti pubblici, gli inquirenti indicano anche quello delle aste, cui due coniugi calabresi, entrambi avvocati, avrebbero concorso monopolizzandole, cosicché da riassicurare i sequestri giudiziari messi all’incanto nelle stesse, ai due clan di ndrangheta. Spunta infine come elemento immancabile nella gestione criminale, oltre il controllo dell’imprenditoria, le classiche estorsioni, e il paventato metodo di riacquisizione  dei beni mafiosi confiscati tramite la turbativa da asta, la politica. Un filone dell’indagine “Meta” ruota infatti intorno al comune di San Procopio (RC), dove la cosca Alvaro avrebbe impedito il libero esercizio del voto presentando due liste civiche: una fittizia destinata a soccombere e una capeggiata da Rocco Palermo, ritenuto dagli inquirenti membro dello stesso clan Alvaro, nonché poi divenuto attuale sindaco di San Procopio.

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La trattativa e i pentiti, parla Ingroia

Non baciamo le mani, Premio Ilaria Alpi

Ingroia (Foto EsPr3sSioni)

 

Di Andrea G. Cammarata

Riccione. E’ ancora il tramonto, siamo alla presentazione del libro “La trattativa” di M. Torrealta, in occasione del “premio  Ilaria Alpi”. E’ presente Antonio Ingroia, giudice antimafia, ex-collaboratore di Paolo Borsellino, fa cenni storici ai rapporti fra mafia e Stato, databili agli albori della mafia stessa durante l’unità d’Italia, quando “alla mafia vennero di fatto delegati compiti di ordine pubblico dallo Stato centrale”. Un confronto, quello fra Stato e mafia, esistente dalla nascita dell’onorata società, che più volte nella storia si è ripetuto. Anche gli alleati anglo-americani, dice il dott.Ingroia, “ebbero bisogno del sostegno della mafia durante gli sbarchi in Sicilia”. E’ un confronto reiterato in tutto il trentennio successivo, quando “la mafia ebbe un ruolo di contenimento dei movimenti contadini e sindacali”. Poi si arriva alla stagione delle stragi di Falcone e Borsellino e ai momenti terroristici della mafia, quando lei, comincia ad agire fuori dal suo territorio militare.

Ormai una mafia sempre più mutante che la magistratura chiama “il sistema criminale integrato”, poiché a parlare solo di mafia e Cosa nostra, troppo spesso si “evoca ancora il luogo comune di coppola e lupara”, dice il giudice siciliano; concetto troppo lontano da un’evoluzione “fisiologica” con cui la mafia ha poi smesso l’abito del contadino di Riina, per indossare i colletti bianchi della borghesia mafiosa, cooperando con “pezzi di massoneria deviata, pezzi degli ambienti degli apparati di sicurezza, ambienti della destra eversiva”. Ciampi, presidente emerito, in una sua recente intervista a Repubblica -il cui oggetto è stato fra l’altro ritenuto, per così dire, “roba vecchia” dal Capo dello Stato-  ha fatto chiaro riferimento all’aria di “golpe” che si respirò fra il ’92 e ’93, un esempio lampante ne è la strage di via dei Georgofili. Una minaccia, un colpo di Stato o un ricatto, spiega Ingroia, “a un’Italia in ginocchio”.

Di fatto la mafia attraverso gli attentati terroristici vuole alzare il prezzo della trattativa e “dimostra di poter scardinare un intero paese”. E’ una trattativa descritta nel papello, cui Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco mafioso di Palermo, fornisce copia alle procure. La magistratura deve accertarne ancora la veridicità, ma si parla di alcune richieste come l’abolizione del 41bis e la chiusura delle carceri di massima sicurezza nelle isole. In questa partita, “qualcuno vuole vedere le carte” dice Ingroia, “è noto che ci sono alti ufficiali dei carabinieri, il generale Mario Mori che è accusato di essere uno dei terminali di questa trattativa”. Pur con tutte le dovute cautele, c’è tuttavia un fatto inoppugnabile.

Nel gennaio del ’94 l’attentato dei fratelli Graviano nel piazzale dello stadio Olimpico al pullman dei carabinieri, fallisce per il malfunzionamento del dispositivo che avrebbe fatto scoppiare una macchina carica di tritolo provocando una strage, l’autobomba viene recuperata in attesa di un nuovo tentativo, ma c’è una tregua. Cosa nostra rinuncia a mettere le bombe. Qualcosa succede. Come dice Totò Riina, “si fa la guerra allo Stato per poi fare la pace”, ma chi firma l’armistizio?

I riferimenti vertono tutti, possibilmente, su quei personaggi che colsero il testimone durante il passaggio dalla prima alla seconda repubblica. Gaspare Spatuzza, oggi pentito, ritenuto affidabile, dice che quello stop ci fu, che la trattativa ci fu, e che per la mafia e i Graviano non c’era più bisogno di proseguire la strategia stragista, perché qualcuno aveva mediato: Dell’Utri, fondatore di Forza Italia, e quello di canale Cinque, Silvio Berlusconi.

Ma in quei giorni gli italiani o la stampa, ironizza Ingroia, si aspettavano che Graviano, mafioso, smentisse le dichiarazioni di Spatuzza, un pentito. Di lì a qualche mese per Graviano finì anche il periodo d’isolamento. E in tutto ciò,  prosegue Ingroia, “colpisce la decisione discutibile della Commissione ministeriale di non applicare il programma di protezione proprio a Spatuzza, il collaboratore più importante degli ultimi mesi”, una situazione paradossale per cui altri collaboratori “da quattro soldi” godono della massima protezione. Adesso rimangono pochi dubbi: “o è sbagliata la decisione o  è sbagliata la legge”, dice Ingroia. La legge del 2001 sui pentiti è “deleteria, punitiva e ispirata da una pregiudiziale diffidenza nei confronti dello strumento, nonché frutto di una campagna di stampa finalizzata al discredito dei collaboratori di giustizia”. In sostanza è una legge del silenzio, non consente ai pentiti di fare dichiarazioni oltre il sesto mese dall’inizio della collaborazione, pena la perdita di privilegi, quali la protezione dei familiari e il cambiamento delle generalità. E’ minaccioso tutto ciò, perché pur avendo Spatuzza, in una sua lettera inviata alle tre procure che lo stanno ascoltando, confermato la sua intenzione di collaborare, altri pentiti potrebbero subire l’effetto intimidatorio della legge, rinunciando a parlare, e ciò lo fanno notare autorevoli commentatori. Tuttavia i difensori dell’ex-capomandamento di Brancaccio potranno appellarsi al Tar, impugnando la decisione di una commissione ministeriale, a cui i magistrati che ne fanno parte, all’unanimità hanno votato contro. Non si può sanzionare un pentito che decide di parlare, con una perdita di protezione che equivale alla morte. E Ingroia chiede di avanzare una proposta di riforma della legge “per dare un segnale che la verità si vuole e non si vuole il silenzio sulla stagione delle stragi”.

Articolo postato su Malitalia.it, pubblicato su Dazebao.org

Alcuni momenti dell’incontro:

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Bomba alla Procura di Reggio Calabria. La relazione del Procuratore Di Landro al Csm

Non baciamo le mani

foto ansa

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Di Andrea G. Cammarata

Il risveglio di fuoco della ‘ndrangheta, che piazzò una bomba alla procura di Reggio Calabria la notte tra il due e il tre gennaio scorso, colpendo al di là di ogni usanza ndranghetista lo Stato, comincia a trovare delle risposte. Il Sole 24 Ore ha reso noti alcuni tratti della Relazione sul fallito attentato alla procura, scritta ed inviata al ministro Alfano e al Csm, dal procuratore di Reggio Calabria, Salvatore Di Landro. Lo sconcerto di quest’ultimo sui fatti avvenuti, è chiaro in un tratto della sua relazione: “….mi occupo di processi penali da 25 anni e, nonostante mi sia interessato delle cosche più agguerrite ed efferate, dai Ruga di Monasterace ai Piromalli di Gioia Tauro, passando per tutte le cosche della città di Reggio, mai in passato ho ricevuto alcuna minaccia, neppure a livello di prospettazione….” Il documento è arrivato al Consiglio e al ministro della Giustizia il 6 marzo. Tre giorni prima la corte d’Assise d’Appello confermava cinque dei sei ergastoli richiesti in primo grado per l’omicidio della guardia giurata Luigi Rende, ucciso in un conflitto a fuoco nel tentativo di sventare una rapina alle poste di Via Hecce Homo, a Reggio Calabria. Difensore parte civile di quel processo era l’avvocatessa Giulia Dieni, mentre a difesa dell’imputato si poneva l’avvocato Gatto, avvocato generale era invece Franco Scuderi, che rimpiazzava Francesco Neri, per ovvie cause. Dietro questo processo ci sarebbero le motivazioni dell’attacco alla Procura del capoluogo calabrese.

Quando Salvatore Di Landro viene infatti designato dal plenum del Csm come procuratore generale e il 26 novembre s’insedia, decide di  mandare proprio Scuderi come avvocato generale per il processo Rende previsto l’11 dicembre, al posto di Neri. A motivo dello scambio c’erano “rapporti strettissimi” del sostituto procuratore generale Francesco Neri con l’avvocato Gatto, che non potevano collimare nel processo Rende. Nella relazione per Alfano e il Csm si legge infatti: “Invero, l’aspetto disdicevole e preoccupante consisteva nel fatto che, per come era emerso anche da giornali a carattere nazionale, spesso l’avvocato Gatto aveva assistito il collega Neri in numerosi procedimenti di carattere amministrativo e di carattere penale; per cui era largamente presumibile che vi fosse un rapporto particolarmente intenso tra il dottor Neri e l’avvocato Gatto con l’anomalia nascente dal fatto che quest’ultimo era al tempo stesso difensore del sostituto procuratore generale delegato al processo e dell’imputato”. Il giorno del processo Rende – scrive Roberto Galullo nel suo blog del  Sole 24 ore riportando la relazione del procuratore Di Landro-: “il clima e la contrapposizione tra lui -l’ avvocato generale Scuderi- e la difesa fu molto forte al punto che, andando via dall’udienza, Scuderi fu inusualmente salutato con tono allusivamente minaccioso dalla gabbia degli imputati”. Anche Giulia Dieni, difensore di parte civile nel processo, comunica a Di Landro il suo disagio, fino al punto di chiedere  rinuncia al mandato. Le sue preoccupazioni sono alimentate da un mutato atteggiamento nei suoi confronti del sostituto procuratore Neri e dalle parole dell’avvocato Gatto, il quale -scrive Di Landro nella relazione- “l’aveva aspramente redarguita dicendole che, a seguito della sua segnalazione alla Procura della Repubblica, si era messo in moto il meccanismo che aveva portato alla sostituzione del dottor Neri.”

Di fatto è lei, Giulia Dieni, avvocato incorruttibile, ad avere suscitato incongruenze nel processo Rende a causa dei rapporti fra Neri e Gatto. E’ preoccupata, poiché già vittima di un altro attentato, e dice a Di Landro che “il carcere le avrebbe fatto mettere un’altra bomba.”

Leggi la relazione di Salvatore Di Landro sul blog di Roberto Galullo

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Rimini, mafia e San Marino

Lavanderia San Marino, Non baciamo le mani, San Marino

 

Di Andrea G. Cammarata

Fiduciarie sammarinesi, lo “sconto”.

Da Rimini si vedono chiaramente i tre monti della finanza, sono quelli di San Marino, roccaforte del denaro nero italiano, ovvero la più antica Repubblica, quella della “libertà”, da dove 5 miliardi di euro sono rientrati grazie allo scudo fiscale. A sua volta, da lassù, da dentro le fiduciarie, le finanziarie, le banche, si vede quel mare che abbraccia in ogni angolo le terre confinanti l’antica Repubblica. Sulle spiagge di quel mare, così redditizio, la mafia ai tempi delle stragi terroristiche del ’92 ’93, alle quali convergerebbe anche lo Stato, voleva disseminare siringhe infette, un modo come un altro per farsi ammorbidire il 41bis, il regime del carcere duro. Lo ha sostenuto durante un’intervista con La Stampa, Pier Luigi Vigna procuratore a Firenze, ai tempi dell’attentato di Via dei Georgofili.

E’ orripilante pensare che uno Stato possa essere complice della mafia; da noi lo Stato impedisce sostanzialmente la tracciabilità dei flussi di denaro. Giovanni Falcone e Pio la Torre ci sono morti per questo. E si parla di “settori deviati”. Ma San Marino, con la sua legislazione bancaria la mafia la favorisce in toto. I soldi arrivano superando la dogana nelle mani di evasori di diverse razze, e in diversi modi: contanti, assegni a se stessi, assegni postdatati. Lo “sconto” è una pratica assidua e degna di una sofisticata “edilizia” finanziaria. Depositare i titoli in quel modo, favorisce il riciclaggio anticipando contante pulito. Chi partecipa al gioco, dispone di un “castelletto”, una somma massima di finanziamento, una linea di credito, entro la quale può “scontare” assegni, che quantificano oneri dovuti, spesso fittizi, delle più svariate provenienze, a causale fasulla, per lo più piccoli lavori di edilizia o servizi di vario genere. L’assegno postdatato, illegale in Italia, permette il finanziamento/riciclaggio con tassi altissimi in favore di loschi individui; il denaro ottenuto, nel suo tran-tran, viene prima intestato alla fiduciaria, arricchendo i conti della stessa in qualche banca, e poi viene rigirato o su un conto cifrato, o restituito al richiedente, pulito, sotto forma di assegni circolari, dalla fiduciaria/finanziaria del caso. Il contante, qualora non riscosso, garantisce la linea di credito per altro “sconto”. “Castelletti” del genere si aprono facilmente, invece il conto cifrato costa sui 2.500 euro. Gli interessati forniscono le proprie generalità, la fiduciaria ne controlla il casellario penale e la situazione patrimoniale, ma non sempre. Qualche istituto di credito fornisce finanche carte di credito, che permettono di prelevare contante dal conto cifrato, intestato alla fiduciaria, ma per ovvi motivi è meglio non farlo…Alcune banche favoriscono addirittura macchine con un autista che si occupa di accompagnare gli interessati in territorio sammarinese.

Grazie a questo e ad altro la mafia a San Marino e Rimini fa affari, un bel bidet.

L’intervento di Roberto Galullo, autore di “Economia criminale”.

“Qui prospera la mafia dei colletti bianchi”, esemplificativo titolo di un pezzo, a firma Roberto Bianchi, apparso sul Corriere di Rimini sabato scorso, le parole sono di Roberto Galullo, giornalista anti-mafia del Sole 24 Ore, dedito alla lotta contro la ‘Ndrangheta, per scelta, a discapito di una tediante carriera da caporedattore, e blogger, un vero blogger, umile, senza fronzoli. Avere ascoltato Galullo significa essersi fatta ancora più chiara l’idea di una borghesia mafiosa fertile, presente dai primi anni 70 in riviera. Ha presentato il suo libro “Economia Criminale” dinanzi un pubblico di riminesi e sammarinesi ignari, a tratti allibiti, tuttavia troppo scherzosi sulla mafia*. Due comunque, gli ospiti moderati da Christian Ciavatta che presiede l’associazione civica antimafia locale “Vedo sento parlo” e che ha organizzato l’incontro di Galullo e Ivan Foschi, ex sottosegretario alla giustizia della Repubblica di San Marino. L’esordio di Galullo, che sedeva non distante da diverse copie di “Mafia, Camorra e ‘Ndrangheta in Emilia Romagna”, di Ciconte, è stato chiaro:

“mi sorprende davvero che siete ancora qui a chiedervi se a Rimini c’è la mafia. Dove c’è ricchezza, dove c’è da investire (per non parlare del traffico d’armi dai Balcani), le mafie prosperano. Il centro di tutto il sistema mafioso sono i soldi. Il mafioso mette già in conto la galera, ma non che gli venga sottratto il patrimonio. Quello è il segno del potere. hanno un solo problema come spendere tutti quei soldi che accumulano. Come? Diventando uno tra i tanti, uno che investe denaro in un’economia apparentemente legale. E’ la mafia dei colletti bianchi e finché ci saranno rappresentanti delle istituzioni che negano la presenza mafiosa al Nord, il cittadino non potrà orientarsi, né difendersi.” Continua sulla ‘Ndrangheta: “E’ possibile affiliarsi ad essa solo per vincolo familiare. A Rimini esistono locali di ‘Ndrangheta, cioè cellule della casa madre calabrese, che si riproducono in modo totalmente  simile a quanto avviene in Calabria. Hanno un solo compito: fare soldi e riciclarli e parlano in dialetto riminese perché sono nati qui!” (Fonte: Corriere di Rimini).

L’attenzione si volge poi verso  le bische, di cui una cellula, locale parte del clan ndranghetista Brenna-Pompeo, avrebbe il controllo totale sul territorio riminese. Quanto all’apertura di casinò a San Marino, Galullo non ha mezze parole “io rabbrividisco solo all’idea di un casinò, a San marino come in Italia” , e spiega che in pratica insieme alle società di calcio, sono le attività in cui il riciclaggio di denaro sporco avviene meglio.

Roberto Galullo

Tornando ai tre monti, a San Marino vige il diritto comune, di stampo anglosassone, che applicato a uno Stato nella black list del ministero delle Finanze italiano dal 1999, è un bel dire. Ivan Foschi, ex sottosegretario alla giustizia della Repubblica sammarinese, è autore di una legge penale (che ha commentato durante la presentazione del libro) seriamente discutibile, la n.93 del 17 giugno del 2008, recita che “durante le indagini preliminari l’indagato ha diritto non solo di sapere che si sta indagando su di lui, ma addirittura di esaminare il fascicolo. Il giudice deve fare in modo che partecipi alla fase istruttoria”. “Come andare dal sequestratore e chiedergli: ‘ci aiuti a trovare il bambino che hai sequestrato’?”, spiega il giornalista del Sole. C’è altro di produzione Foschi, un bavaglio ben peggiore di quello italiano previsto sulla libertà di stampa, a riguardo della interdizione di pubblicazione delle intercettazioni. Eppur si preoccupa del suo staterello: “Prima o poi i mafiosi arrivano in carne e ossa…”, facciamo qualcosa.

Conclude bene Galullo, dicendo tuttavia “San Marino è lo specchio dell’Italia, nasce dal suo ventre, e l’Italia non è di certo vergine.” E aggiunge che intanto Rimini, resta ai primi posti per numero di sportelli bancari, 276, al pari di Trapani, ci sarà un motivo?

Articolo pubblicato su Newnotizie.it, prima parte, seconda parte

Articolo postato su Malitalia.it

Aggiornamento di martedi 8 Giugno,

Ricevo e pubblico, la gentile replica di Ivan Foschi, ex sottosegretario alla Giustizia RSM:

Caro Andrea, trovo che la serata sia stata molto interessante e ci abbia consentito di riflettere su una serie di temi come le infiltrazioni malavitose che devono, non preoccupare ma allarmare, ogni persona responsabile. Anche io ritengo che San Marino sia indietro su questo terreno, e che si debba fare di più, e a questo proposito è necessario oltre che dotarsi di leggi efficaci, sensibilizzare adeguatamente l’opinione pubblica.
E’ nata anche una proficua discussione intorno alla legge da me promossa nel 2008 detta anche “del giusto processo”.
Come ho però fatto notare nel corso della serata, per potere avere tutti gli elementi utili per darne un giudizio completo, è necessario avere bene in mente la situazione del processo penale a San Marino, prima e dopo della legge 93/2008. Sul blog di Roberto Galullo ho riportato alcune di queste considerazioni per cercare di argomentare le ragioni delle scelte fatte.
Non dimentichiamo però che il diritto alla conoscibilità degli atti dell’accusa è un principio sancito dalla Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, alla quale si può derogare solo per tempi limitati e per particolari esigenze dell’indagine stessa.
A questi criteri ci siamo ispirati nel testo di legge, così come ad altre esigenze dettate dalle lacune manifestatesi nel corso degli anni. E non sono certo poche se si pensa che il Codice di Procedura Penale risale nientemeno che al 1878!

Ivan Foschi

Gli approfondimenti nel blog di Roberto Galullo (San Marino paradiso penale: indagati superstar, magistrati nell’angolo e giornalisti imbavagliati”), la replica di Ivan Foschi sul Blog di Galullo


 

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Napoli:baby-gang rapina coppia, il più piccolo ha 13 anni

Non baciamo le mani

una baby gang

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Di Andrea G. Cammarata

Napoli, quartiere di Ponticelli, zona del clan camorrista dei Sarno. E’ ormai tarda serata. Quattro Guaglioni, di 13, 17, 18 anni il più grande, in spedizione punitiva affiancano una macchina, dentro c’è un coppietta appartata, lui 25 anni, lei 24. I tre baby-criminali sono del quartiere, di Ponticelli, che è zona loro, lì li conoscono tutti. Pare fossero armati, una pistola revolver carica e una scacciacani, dovevano fare ‘a rapina.

Uno di loro scippa la borsa di lei, marca “Giorgo Armani”, ma è magro il bottino, appena 70 euro. Il fidanzato si oppone, ha coraggio, comincia una colluttazione con uno degli aggressori, intanto il ragazzino tredicenne, fa ‘o furbo, s’impossessa di un telefono cellulare, un Nokia probabilmente della ragazza, e deve essergli anche sembrato proprio figo. Nel parapiglia c’è un attimo di distrazione, il fidanzato ne approfitta, riesce a girare le chiavi del cruscotto della sua auto, il motore si accende, e inizia la fuga, c’è un brivido, un batticuore. Ma la baby-gang non demorde, insegue l’auto, proprio come nei film. La Ford Fiesta dei rapinatori comincia a speronare la macchina della coppietta sottrattasi alla rapina,  poi d’un tratto i rapinatori vedono gente del quartiere, che avrà minacciato di chiamare e ‘guardie,  e i picciotti scappano dando fine al disegno criminoso.

Scatta la denuncia dei fidanzati. Quelli della baby-gang li conoscono tutti a Ponticelli “senza ombra di dubbio”, ci vuole un attimo a trovarli. I poliziotti della sezione “Volanti” dell’ufficio Prevenzione Generale ne bloccano tre, recuperano le due pistole con i proiettili; per il maggiorenne e il giovane di 17 anni, scatta l’arresto, l’accusa è rapina aggravata e lesioni. Per il minore coinvolto di soli 13 anni, il piccerìllo non imputabile, si sono riaperte le ali della famiglia, alla quale è stato affidato. Per il giovane di diciotto anni invece si sono aperte le porte del carcere di Poggioreale. Il suo compagno di 17 dal canto suo troverà spazio al Centro di Prima accoglienza dei Colli Aminei. Ne resta un altro, ricercato dalla polizia, anch’egli complice della rapina da bulli, bulli armati fino ai denti. (Fonte, questura di Napoli)

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Baciatevi pur le mani e che Dio vi perdoni, il 41bis non lo prevede

Non baciamo le mani

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di Andrea G. Cammarata

Baciatevi pur le mani e che Dio vi perdoni, il 41bis non lo prevede. La corte di Assise di Palermo ha deciso che in base al regolamento del regime di carcere duro,  non è previsto che ai detenuti sia vietato di scambiarsi cenni e saluti affettuosi -tipo quello di baciarsi il palmo delle mani- con i familiari che si incontrano, in video conferenza, ai processi per mafia.

Anche queste sono dunque le preoccupazioni che suscita il regime di 41bis, cui chi ne è sottoposto non può lasciare la cella per recarsi ai processi che ne richiedono la sua partecipazione, obbligato com’è dal regolamento a presentarsi in web-cam e da lì partecipare, onde  evitare spostamenti poco sicuri.

Vuole il caso, che da un’altra parte della web-cam ci sia papà boss, o chissà quale altro parente, e l’occasione sia azzeccata per questi teneri scambi.

Come quando i boss Salvatore Lo Piccolo e il figlio Sandro, incontratisi in video conferenza per il processo che li vede imputati per l’omicidio e il sequestro di Giampiero Tocco, si salutavano ripetutamente scambiandosi cenni e affettuosità. Il pm Francesco del Bene, allora ha ritenuto la cosa poco opportuna e ha interrotto il collegamento video. I legali dei mafiosi hanno reagito appellandosi a diritti che la Costituzione garantisce, quali quelli che permetterebbero agli imputati di vedersi fra loro.

Succede che i giudici si ritirino in camera di consiglio e deliberino che in effetti il 41bis non prevede tale proibizione, ovvero quella d’impedire a imputati dello stesso processo di scambiarsi cordialità del genere, tuttavia hanno esortato i due boss a non eccedere in saluti e affettuosi scambi di battute.

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