‘Tette e calzoncini’: il marchio olandese di lingerie sexy per bambine è anche in Italia, paura pedofilia.

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Reggiseni bombati per bambine in vendita nei grandi magazzini, e catalogo con foto ammiccanti in Rete: pose sexy e futuro da veline. Il web in rivolta grida allo scandalo pedofilia. In Italia uno dei rivenditori del marchio olandese “Boobs and bloomers” è il fashion store Coin, che dalla sua pagina fan di Facebook spiega di non essere al corrente della campagna pubblicitaria osé sui reggiseni Push up e micro-slip. Partite le segnalazioni verso l’istituto di autodisciplina pubblicitaria (IAP), e aperta la campagna di protesta di Libera infanzia.

Di Andrea G. Cammarata

Mascara, rossetto, pose ammiccanti, e lingerie sexy per bambine. Sono gli ingredienti del catalogo di “Boobs and Bloomers”, marchio olandese che commercializza anche in Italia biancheria intima per i più piccoli. Fra i prodotti osé c’è anche il reggiseno Push-up, bombato, sopperirebbe alle mancanze delle innocenti creature. Argomento degno del più celebre dei romanzi di Vladimir Nabokov ‘Lolita’, ma non è un caso di letteratura. Piuttosto si potrebbe parlare di apologia di reato?

“E’ uno sfruttamento minorile” grida invece il popolo della Rete, in rivolta già da giorni contro un caso destinato a suscitare non poche polemiche. Sì perché qui la pedofilia c’entra, eccome. Le bambine fotografate nel catalogo “tette e calzoncini”, questa la traduzione dall’inglese del nome della linea di biancheria intima, non paiono in alcun modo intente a giocare a ‘Un due tre stella’, al contrario sono in posa sopra sontuosi letti, indossano baby-doll, e guardano l’obiettivo in modo provocante. Quale sia l’intento ricercato dal gruppo Body Cover per questa campagna pubblicitaria è difficile a dirsi. Di certo c’è che le foto del catalogo disponibile sul Web sembrano richiamare più facilmente quelle di un sito porno. Pubblicità che richiama l’osceno e, come nelle réclame per gli adulti, il corpo è sempre più in risalto del prodotto.

Il nome della linea “Boobs and Bloomers”, che spicca più volte nel catalogo contornato da una grafica tutta rosa, presenta una calligrafia peraltro piuttosto dubbiosa: come è scritto il corsivo si legge “Boabs Bloomers”, ma in realtà è, come detto, “Boobs”: tette.

Il blog ‘Un altro genere di comunicazione’, che si occupa di raccogliere segnalazioni di immagini lesive o gender-friendly, ed è stato fra i primi a lanciare l’allarme “Boobs” in Italia, ha parlato della tendenza a una “cultura che normalizza l’attrazione verso donne sempre più giovani”. E non sono mancati cenni allo scandalo Ruby. La memoria corre indietro ai giorni Pecorella, avvocato del presidente del Consiglio, che, intervistato dal ‘Mattino’, propose un escamotage legale per Berlusconi: l’abbassamento della maggiore età. Facili allusioni, ma meglio non abbassare la guardia. Proprio dove ha sede la linea di lingerie sexy per bambini, in Olanda, nel 2006 si era costituito il partito pro pedofilia che propugnava un programma scabroso fra cui spiccavano la liberalizzazione della pornografia infantile e dei rapporti sessuali fra bambini e adulti.

La pubblicità di Boobs and Bloomers è una “Campagna lesiva” che sta “rendendo gratuito anche lo sfruttamento del corpo infantile”, continua l’autrice del Blog ‘Un altro genere di comunicazione’, che ha lanciato anche una campagna di protesta ( comunicazionedigenere@email.it ).

Qualcuno, poi, dovrebbe aver visto la pseudo pedo-pubblicità anche su grandi cartelloni affissi per le strade italiane. E dovrebbero essere quindi arrivate le prime segnalazioni allo Iap (Istituto di autodisciplina pubblicitaria).

In Italia i prodotti “Boobs” sono commercializzati anche dal noto fashion store Coin. Sara, utente Facebook, si è spinta fino a scrivergli sulla bacheca della pagina fan: “Vergogna! La collezione Bloobs & Bloomers è un’incitazione alla pedofilia”. Ma il facebooker Coin le ha risposto che il magazzino si è limitato “alla scelta di alcuni prodotti del marchio, che visti fuori dal contesto della pubblicità non destano alcun possibile fraintendimento e non hanno componenti pruriginose”. Anche Eleonora non l’ha buttata giù: “…mi chiedevo la Coin dal punto di vista ‘buyer’ che compra un marchio dedicato a bambine non ragazzine bambine, che vende reggiseni imbottiti e mini slip a che target di clientela si riferisca …C’è anche la responsabilità di chi compra”.

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Crisi. Cassa Depositi e Prestiti cosa fai per le aziende?

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Di Andrea G. Cammarata

Giovedì nero per le borse europee, e ansia delle parti sociali per il futuro dell’Italia. Francoforte ha perso l’ 1.07%, Londra a -0.45%, Parigi -0.73%. Mentre Piazza Affari ha brillato come una mina con il Ftse All Share in perdita del 1,28%. Negativi che – scrivono gli analisti – derivano dall’andamento zoppicante delle borse asiatiche, le quali a loro volta indugiano sulla paralisi degli States, la cui crescita riparte con manifesta indecisione e tentennamenti sull’innalzamento del debito. Forte agitazione anche sul deficit dell’Eurozona. Dito puntato sul rating della Grecia, quando ieri Standard’s & lo ha abbassato di nuovo spostando il paese ancora a rischio default. Oltreoceano il Dow Jones ha visto un ribasso dell’1,59%, mentre il Nasdaq è sceso addirittura del 2,65%. A piazza Affari Il colosso Finmeccanica ha pagato invece la scelta del ribasso delle stime per fine anno, con un forte calo dei titoli del 15%.

Bollettino agghiacciante cui si aggiunge l’impennata dello spread Btp-Bund: quello italiano è decollato a 337 punti. 3% in meno quindi rispetto ai titoli di stato tedeschi, e un’altalena che continua a indicare la scarsa affidabilità del Paese Italia. Ma stanno peggio: Spagna, non di molto, a 340 punti di Spread. Portogallo a 828, Irlanda 857 punti, invece distaccano tutti in un baratro senza via d’uscita.

Ieri dalle parti sociali è arrivato un appello congiunto con cui si implora un cambiamento: discontinuità per crescere. “Guardiamo con preoccupazione al recente andamento dei mercati finanziari“. La nota porta in calce la firma dei principali sindacati e associazioni, fra gli altri: Abi, Cgil, Confindustria e Reteimprese italia. Una sveglia, quella delle parti sociali, che suona per chi non ha orecchie. La lirica è sempre la solita: “Don’t let me down“.

Scrivono i firmatari che “Per evitare che la situazione italiana divenga insostenibile occorre ricreare immediatamente nel nostro Paese condizioni per ripristinare la normalità sui mercati finanziari con immediato recupero di credibilità nei confronti degli investitori. Serve una grande assunzione di responsabilità da parte di tutti ed una discontinuità capace di realizzare un progetto di crescita”. Anche Maurizio Arena, segretario di Dircredito, sindacato dei dirigenti di banca, si è unito all’appello, volendo contribuire “in termini di conoscenza e di professionalità, alle iniziative che unitariamente potranno essere prese per dare continuità ad una presa di posizione che rappresenta anche un fatto profondamente innovativo nei rapporti fra le forze sociali“.

Fausto Panunzi ha commentato oltre le reazioni delle parti sociali sul sito ’lavoce.info’ con una nota intitolata ’La discontinuità può attendere’. Panunzi, docente di economia politica alla Bocconi, posa infatti criticamente gli occhi sulla Cassa depositi e prestiti (Cdp), che ha approvato ieri la creazione della Società per le partecipazioni strategiche. Una big Spa, con capitale da un miliardo di euro, che ha come mission quella di investire in quote di minoranza di imprese che siano “di rilevante interesse nazionale“.

L’obiettivo è creare valore attraverso una maggiore efficienza e l’aumento di competitività“, spiega l’economista. Tuttavia non tutte le società saranno benvolute alle grazie del Cdp: “i requisiti delle imprese target sono una situazione di equilibri economico finanziario, adeguate prospettive di redditività e significative prospettive di sviluppo“. Solo big imprese, e solide, quindi.

L’allerta lanciata da Panunzi sostanzialmente indica come di scarso valore l’iniziativa delCdp: così non si opera sul fallimento del mercato. Non è poi il primo tentativo di utilizzare il fondo Cdp a discrezione. Parmalat ne avrebbe potuto beneficiare per essere salvata nei mesi scorsi, e “c’è da pensare che questo -il fondo- sia l’ennesimo strumento per buttare soldi pubblici in operazioni dissennate dissennate dal punto di vista economico e selezionate solo in base a criteri politici“, scrive l’economista. Il buon proposito di crescita del Paese allora ci sarebbe, ma unicamente ad indirizzo unico e di conflitto.

Oggi Giulio Tremonti, seppur in aria di dimissioni per il caso Milanese, ne ha parlato in conferenza stampa in Cdp, spiegando che l’utilizzo del fondo Cassa depositi e Prestiti fa “parte di una strategia complessiva“. C’è tuttavia ansia per le “dimensioni strategiche” delle imprese italiane, che -aggiunge il ministro- “devono essere fatte crescere“. Fiducia nell’euro poi, nonostante la speculazione dei mercati. Ma ancora forti dubbi sulla complessità Europa: “c’è una questione di fiducia su una moneta basata certo sul mercato comune, ma -anche- su 17 governi, 17 parlamenti e 17 opinioni pubbliche“, ha detto il Ministro del Tesoro.

“Pubblicato 28  luglio 2011 in esclusiva su L’Indro www.lindro.it e qui ripubblicato per gentile concessione”

Sommergibile cinese a 5mila metri

Notizie

Di Andrea G. Cammarata

Un sommergibile si è inabissato nelle profondità marine del Mar meridionale cinese per 5.000 metri, lo riferisce il SOA, l’ufficio della Repubblica Popolare per gli affari marini.
’Jiaolong’ è il nome del batiscafo record che rievoca quello degli antichi dragoni cinesi. Tetto della struttura rigorosamente rosso, il ’Nautilus’ asiatico si è immerso per la prima volta nella storia cinese alla profondità di 5mila metri. Tre soli i membri dell’equipaggio impegnati in una missione durata alcune ore, mentre l’apice della profondità è stato mantenuto per circa trenta minuti.

L’operazione marina ’Jiaolong’ volge, insieme a quelle spaziali e militari, a lustrare gli onori della Repubblica in quanto potenza mondiale, ma soprattutto a incrementare il patrimonio cinese in fatto di materie prime.

La Cina nel 2003 è stato il terzo Paese al mondo a inviare un uomo in orbita. Il sostanziale possesso del debito pubblico Usa e di altre nazioni -secondo gli analisti- dovrebbe allertare -a scanso di equivoci e conflitti di genere- ogni ambizione di rinforzamento bellico da parte della Repubblica Popolare. Oggi l’obiettivo della Cina è accaparrarsi quante più materie prime possibile, non importa dove. Basta vedere quanto e come Pechino abbia puntato gli occhi (e ne abbia abbondantemente affondato le mani) già da anni su petrolio,risorse e mercati nel Continente nero.

Già l’anno scorso il braccio meccanico di ’Jiaolong’ piantò una bandierina rossa nei fondali del Mar meridionale cinese, ricco di gas e petrolio, i cui fondali erano tuttavia oggetto di una disputa di sovranità territoriale fra diversi Stati.

E’ dello scorso giugno l’annuncio, da parte cinese, che Cina e Vietnam si sarebbero accordati per risolvere “pacificamente e attraverso amichevoli consultazioni” la disputa sui fondali di questo mare, con l’obiettivo di “salvaguardare la pace e la stabilità nel mar della Cina meridionale”. Una ‘risoluzione’ che non appare così definitiva come i dirigenti cinesi vorrebbero far credere.

E restano del tutto aperte, invece, le dispute con Filippine, Taiwan, Brunei, Malaysia. Secondo gli esperti, il Mar Cinese Meridionale conserva nei suoi fondali 50 miliardi di tonnellate di greggio e oltre 20 trilioni di metri cubi di gas naturale. La Cina -secondo più grande importatore di petrolio al mondo dopo gli Stati Uniti-, per sostenere i suoi ritmi di crescita, avrà, almeno fino al prossimo decennio, una necessità di petrolio in continua crescita. Bastino i dati dei primi quattro mesi del 2011: 84,96 milioni di tonnellate di petrolio greggio importato, ovvero +11,5% rispetto l’anno precedente.

Dopo l’incidente di Fukushima, che ha messo in forse i piani nucleari cinesi, e la primavera araba, che ha reso instabili gli equilibri dell’area dalla quale il Paese dipende per la gran parte del petrolio che utilizza, la necessità del dragone di trovare soluzioni ‘interne’ è diventata ancora più drammatica. Il prossimo anno ’Jiaolong’ raggiungerà i 7.000 metri.

“Pubblicato Martedì 26  luglio 2011 in esclusiva su L’Indro www.lindro.it e qui ripubblicato per gentile concessione”

Uruguay in mano straniera. I militari “Rischio sovranità”

Notizie, Sud America

Di Andrea G. Cammarata

In Uruguay c’è forte apprensione per gli investitori esteri, “se lo stanno comprando tutto…”.

Problemi di sovranità. Lo riporta oggi  “El Pais” citando come autorevole fonte lo Stato Maggiore della Difesa uruguayana. Secondo lo studio dell’Interno il 25% delle terre del piccolo stato sudamericano è in mano agli stranieri. Revanche colonialista che fa alzare fortemente il livello di allarme della Difesa, tanto da invitare il Governo a “un maggior controllo nei riguardi dei possedimenti di terra per ragioni strategiche e di sovranità“. Insomma troppa longanimità verso gli invasori spiegano i militari, e  manca poi una legge che regoli la materia. La sveglia suona forte visto che l’Uruguay è parte di quel 5% di Paesi al mondo che non pongono “restrizioni” all’acquisto di terre da parte degli stranieri. Diversa la situazione nei Big confinanti, che staccano L’Uruguay nettamente: l’Argentina perde appena il 3,4% sul totale dei propri possedimenti terrieri, mentre il Brasile solo l’1,2%.

In Uruguay invece si parla amaramente di più di un quarto del Paese in mani occulte. Territori che -è scritto nel rapporto- sono da considerare “interesse vitale” nonché grande “risorsa naturale strategica” per il Paese. I rischi al centro del dibattito sono non solo tecnicamente militari ma anche”culturali”, e peraltro inerenti “insicurezza alimentare”, come probabile effetto della monopolizzazione a indirizzo unico delle culture agricole. Ci sono altre problematiche -continua il rapporto- come la “perdita di radici culturali nelle aree rurali” e il minor controllo nazionale nei processi industriali e commerciali dei prodotti agricoli.

“El Pais” tiene poi a menzionare latifondisti d’eccellenza nei paesi confinanti, quali “vip di Hollywood” come gli attori Richard Gere e Matt Damon. Fra i nomi segnalati dalla Fondazione “Pensar”, che ha partecipato allo svolgimento del rapporto dell’Interno uruguayano, spunta poi Luciano Benetton, che attraverso la finanziaria di famiglia, Edizione Srl, possiede oltre 900mila ettari di tenute in Patagonia, Argentina, dove si allevano 280mila capi di bestiame. Come lui, Douglas Tompkins e Ted Turner, si legge nel rapporto militare: “hanno approfittato dei prezzi bassi”.

Link di riferimento:

http://200.40.120.165/11/07/18/pnacio_580632.asp

http://www.edizione.it/pdf/profilo-esteso.pdf

A Rimini niente bagni e Tassa di soggiorno

Notizie, Rimini

“Il mare qui ha sempre fatto schifo, non per nulla Mussolini veniva a bagnarcisi”

 

Di Andrea G. Cammarata

Turisti: famiglie, anziani, madri e bambini, lamentano già i loro fastidi dello slalom serale fra le orde di prostitute che invadono i marciapiedi della capitale del turismo. Fatto increscioso che commentano -a loro modo- anche numerosi automobilisti: “le lucciole funzionano, sono meglio degli autovelox…”. Però l’acqua in mare più schifosa del solito, quella magari no, è un malcontento diffuso.

Fra le notizie amare ci vanno anche diversi arresti delle forze dell’ordine, fra cui il blitz di questa notte, con tanto di elicottero della polizia. Briganti, detti ’serpenti’, che in missione notturna strisciano sotto le brandine sfilando portafogli e fortune alle coppiette intente a sbaciucchiarsi nei bagni di luna piena del riminese. C’è poi qualche turista che invece tenta un cammino a ritroso nella memoria, e ’proustianamente’, nonostante tutto, cerca la bellezza e i particolari di quei luoghi di villeggiatura che furono gli stessi dei suoi nonni. Ci riuscirà: a Rimini in oltre 50 anni, quanto a strutture, fognarie e in genere, non è cambiato niente.

E ora infatti l’attenzione è tutta su fogne, scarichi a mare, e su quei divieti di balneazioneche in sordina sono stati imposti in questi giorni nel litorale riiminese. Se piove“abbondantemente”, aprono i canali e ’la merda’ va a mare, lo sanno tutti. Il problema in sostanza è di quei circa 32mila allacci “abusivi” o irregolari di alberghi che, privi come sono di “vasche di contenimento”, sono obbligati a scaricare i propri reflui nella rete fognaria, che tuttavia dovrebbe raccogliere solo le acque cosiddette bianche.

La notizia non ha fatto più scalpore di quella della mucillaggine, erano gli anni ’90. Allora l’alga marrone aveva soffocato il mare nostrum, un fenomeno naturale che donò all’Adriatico sembianze simili alle peggiori chiaviche medievali. Giorni in cui i turisti ’capitani’ di mosconi e ’pattìni’, prendevano il largo con quella vana speranza di trovare uno specchio di acqua pulita e quella di non poggiarsi su qualche escremento. Adesso invece tornano utili lemicropiscine che furono costruite durante gli anni ’90 in fretta e furia dagli albergatori.

Ma veniamo al presente. Pochi giorni fa, con l’obbligo dell’apertura delle fogne a causa dalle violente piogge, era spuntato il topo morto a riva, e, lo hanno detto i bagnini: “lo abbiamo seppellito un attimo nella sabbia, era brutto a vedersi”. Di più. L’acqua schiuma ancora in queste ore sulla spiaggia, mentre gli addetti al salvataggio si tappano il naso per il tanfo insopportabile e cercano timidamente di suggerire ai bagnanti che “no”, ” il bagno non si può fare”. Vengono allontanati per primi i bambini inzuppati da acque improvvisamentedivenute velenose, e compaiono i cartelli di pericolo generico, con allegata l’ordinanza del divieto di balneazione.

Poi, oggi, la neo-amministrazione del Pd riminese è partita all’attacco, e c’è l’idea di una patrimoniale indiretta sulle vacanze. Sempre e “solo se sono tutti d’accordo”, spiega EmmaPetitti (Pd). Albergatori su tutte le furie: tassa di soggiorno o di scopo da 50 centesimi a 5 euro. Dalla bettola all’ hotel extra-lusso, il tributo per giorno di pernottamento varierebbe insomma in base alla qualità dell’alloggio scelto. Critica la replica di Fabio Pazzaglia, Consigliere comunale di Sinistra e Libertà che in una telefonata ha detto “la tassa di soggiorno, in base al dispositivo di federalismo municipale, la puoi utilizzare solo su questioni legate al turismo, ed è difficile inquadrare in questa cornice il sistema fognario”, poi calca la mano: “legare le fognature alla tassa di soggiorno è impossibilie, è una proposta superficiale”.

Sì perché servono subito 100 milioni di euro per chiudere 7-8 scarichi a mare su 11. Mentre il costo dell’epocale ripristino e sdoppiamento del sistema fognario di Rimini, si aggirerebbe in totale sul miliardo di euro. Spicci che l’amministrazione tenta di raccogliere gravando da anni nel portafoglio di cittadini e turisti con costi dei parcheggi stellari e strisce blu in ogni dove, salvo poi “devolverli in capodanni Rai e Notti rosa”, come lamenta parte dell’opposizione.

Soldi e ’mi ci tuffo’ arriverebbero invece ad Hera, la discussa holding emiliana con sede in Calabria, nonché attuale gestore della rete fognaria riminese, cui il comune di Rimini ha chiesto di intervenire con un piano operativo “per potenziare il sistema di filtraggio delle acque scaricate e dei corpi solidi”Hera Spa fra l’altro ha in mano un grosso progetto da 40 milioni di euro per lo sdoppiamento di un depuratore del territorio che -spiega FabioPazzaglia- “prevede la dismissione di alcuni depuratori funzionanti nel territorio provinciale, quando dall’altra parte l’amministrazione non ha un euro per investire nella separazione della rete fognaria”, e -per concludere- “le priorità adesso sono altre, il Comune dovrebbe avere meno sudditanza nei confronti di Hera, se ha acceso mutui per tutto, palacongressi e teatro, ne può accendere uno anche per le fogne”.

“Pubblicato Lunedì 11  luglio 2011 in esclusiva su L’Indro www.lindro.it e qui ripubblicato per gentile concessione”

Thailandia, una donna al potere?

Notizie, Thailandia

Yingluck Shinawatra, del partito Peua Thai, data in vantaggio sull’attuale Primo Ministro Abhisit Vejjajiva

Di Andrea G. Cammarata

Una lotta fra ’impuri’ che vede contrapposti i due leader thailandesi in corsa per le elezioni governative di domenica prossima. Da una parte il Premier uscente Abhisit Vejjajiva, democratico insediatosi al potere con un colpo di Stato nel 2006, dall’altra Yingluck, sorella di Thaskin Shinawatra, populista e molto discusso ex Primo Ministro e magnate delle telecomunicazioni thailandesi. Lei 43 anni, bella, giovane e intelligente, è il volto nuovo del mutante partito delle camicie rosse, il Peua Thai.

Dicono che sarà in grado di conquistare il cuore dei thailandesi, mentre gli esperti di marketing elettorale di cui il fratello già si avvaleva, la aiutano non poco. C’è però una memoria difficile da cancellare. Più di un anno fa quasi un centinaio dei suoi sostenitori furono atrocemente freddati dalle milizie governative, migliaia i feriti, in mezzo rimase ucciso anche Fabio Polenghi, fotoreporter freelance. Erano i giorni delle ’proteste del sangue’ di Bangkok, i manifestanti volevano le dimissioni di Abhisit. Lui non demordeva, nonostante il sangue donato per l’occasione e sversato dalle camicie rosse sul ciglio di casa sua e di alcuni edifici governativi.

Tornando al presente la propaganda avversaria fa spuntare le foto di una Yingluck che ad un party pare cedere alle lusinghe ballerine di Arisman, terrorista ricercato per i giorni del “sangue”. Lei ovviamente smentisce. Prima le viene anche contestata una falsa testimonianza resa per difendere il fratello implicato in un processo da un miliardo di dollari: Thaskin se li vedrà tutti confiscati.

Ora la tensione è di nuovo alta, di mezzo ci va il conflitto a Nord al confine con la Cambogia, la disputa per il tempio Preah Vihear, l’amicizia di Thaskin con i leader cambogiani, e i sospetti che il millantato conflitto potrebbe essere la causa di un rinvio delle elezioni. Le autorità smentiscono e domani la campagna elettorale si chiude, lasciando ancora un po’ di briciole per quel voto di scambio puntualmente segnalato dalla stampa locale. Il piatto della bilancia dei voti, stando ai sondaggi asiatici, pare pendere al 51% per Yingluck, che potrebbe essere la prima donna premier thailandese, pur sempre “delfina” e manipolata dal fratello, ex Primo Ministro che in caso di vittoria concluderebbe così il suo auto-esilio forzato.I Democrat di Abihisit sono posizionati invece a quota 34%, vantano però il consenso della ricca borghesia thailandese, dei militari, e in caso di sconfitta si coalizerebbero facilmente con le minoranze.

Sull’altro versante la probabile vittoria dei “rossi” lascia temere tuttavia ancora un colpo di Stato, e sembra che Thaksin stia infatti tramando segretamente proprio con i militari, che si sarebbero impegnati a non intervenire, sostenendo una vittoria politica naturale in cambio di non ritorsioni vendicative da parte dello stesso Thaksin, già vittima di scioglimenti giudiziari dei suoi due precedenti governi.

Il premier in carica può vantare dei consensi della ricca Bangkok e del sud del Paese. C’è poi il sostengo dell’anziano monarca Bhumibol, molto amato dalla popolazione. Thaskin è invece accusato dall’opposizione di voler spodestare la monarchia, sarà perché in Thailandia la normativa sulla lesa maestà è una delle più severe al mondo, con pene fino ai 15 anni di reclusione. Thaskin è insomma attaccato su tutti i fronti, un ’corrotto’ dicono, ma in sostanza offre un programma elettorale simile a quello dei suoi avversari, pur più attento a politiche sociali volte a favorire le classi più disagiate.

Chi salirà al potere dovrà certo far fronte ad un emergenza dimenticata del sud del Paese,4600 persone uccise in sette anni nell’indifferenza più totale dei governi: torture e barbarie della milizia thailandese contro una minoranza di musulmani di etnia malese, le cui pretese, sembra di origine linguistica, non sono state del tutto chiarite, e Yungluck, in una delle sue tante promesse elettorali, ha detto di volere rendere le tre provincie del sud “zone amministrative speciali”. Stiamo a vedere.

“Pubblicato Venerdi 1 luglio 2011 in esclusiva su L’Indro http://www.lindro.it e qui ripubblicato per gentile concessione”

Speciale elezioni comunali, Rimini.

Notizie, Opposizione?, Rimini

“Tu voti?”

Di Andrea G. Cammarata

Rimini- Con l’estate alle porte, prima di bagni, bagnini e discoteche, 113.971 elettori riminesi dovranno recarsi alle urne per le amministrative comunali del 15 e 16 maggio. L’imbarazzo della scelta consta di svariati più o meno noti personaggi candidati sindaci. Per la “fiammetta” tricolore troviamo Pieralberto Maletti; Nadia Toni in forza ai Democratici europei; Sandro Pizzagalli, Sinistra Critica; fra i civici Alessandro Cingolani, lista Io amo Rimini, e Antonio Poselli, lista Rimini più.

Il Pdl ha sfoggiato, su imposizione della Lega, GioenzoRenzi, che -lo scrive su Facebook– si ritiene “il riminese che combatte per il bene di tutti”. Il Superman della riviera, già nelle file del MSI, poi consigliere comunale per AN dal 2005 al 2010, possiede una laurea in sociologia conseguita negli anni ’70 alla rossa università di Trento. Sposato, bancario per più di 30 anni, è poi approdato definitivamente alla politica di Palazzo Garampi. Nel suo programma, fra l’altro, mira a riqualificare il lungomare riminese e garantire maggiore sicurezza. Rivendica tuttavia, con orgoglio, “di non aver mai preso parte alle celebrazioni del 25 aprile”.

“Chiedi scusa” la replica di Fabio Pazzaglia, che si è candidato sindaco per SEL e la lista civica Fare Comune, in seguito ad un dissidio con Vendola, il quale avrebbe voluto appoggiare unicamente Gnassi, candidato del Pd. “Sii il cambiamento che vuoi vedere avvenire nel mondo” è la citazione preferita di Pazzaglia, soffiata al Mahatma Ghandi. Nel suo programma, oltre che nuovi parchi per Rimini, piste ciclabili, strutture per lo sport, blocco della viabilità sul ponte di Tiberio, auspica anche una tenace lotta alla mafia, per una Rimini vessata da diversi episodi di infiltrazione malavitose.

In campagna elettorale anche Andrea Gnassi (Pd) ha sfidato con buffet di piadina & saraghina i timidi prosecchi della destra. Profilo chiuso su Facebook, il suo proselitismo è però arrivato perfino dentro una delle più note discoteche riminesi. Classe ’69, laurea in scienze politiche, nel 2000 è stato presidente della Comissione turismo alla Regione Emilia Romagna, poi per due anni dal 2005, assessore al turismo nella provincia di Rimini. Artefice della “Notte Rosa”, ennesimo evento per le masse in riviera, collabora anche nella ristorazione con il fratello. Lo sguardo beffardo sugli slogan per le strade felliniane, è accompagnato dalla scritta “Andrea Gnassi, candidato sindaco di Rimini per il centro-sinistra”. 36 gli avvincenti punti del suo programma, fra cui Green economy, buona società, prevenzione del crimine organizzato e cultura.

A roccogliere le briciole della pagnotta elettorale, troviamo anche il Vigile Pasquale Barone, 39 anni, nato in Calabria, candidato per FLI. Su Facebook sfodera una massima di Ezra Pound, molto apprezzata anche nel fascismo, “Se un uomo non è disposto a lottare per le sue idee, o le sue idee non valgono nulla o non vale niente lui”. Cattolico, laureato in giurisprudenza, nel suo blog si legge della vicenda avvenuta dentro il Consiglio comunale di Riccione, che ha visto un suo compagno di partito preso a sediate da uno del Pdl. Antiberlusconiano e fervido amante di Rimini, Barone voleva tuttavia smantellare un campo nomadi adducendo a problemi di legalità. Fra le prerogative del suo programma liberale si segnalano: lotta alla criminalità organizzata, meritocrazia, valorizzazione dell’ambiente, sicurezza.

Oltre i vaffanculo di Beppe Grillo, ci sono i suoi candidati, a Rimini troviamo Alessandro Cingolani. Una biografia che sembra quella di un patriarca della Bibbia, ha fatto di tutto. Ingegnere meccanico, appassionato di moto-cross, è entrato in politica per “rabbia e consapevolezza”.

Veniamo infine al consigliere comunale Claudio Dau, classe ’55, diploma Liceo scientifico, è candidato sindaco per La Destra. Niente sito web e profilo Facebook chiuso al pubblico, ha presentato in questi giorni un’interrogazione al sindaco Alberto Ravaioli, sulle buche-killer e sullo stato disastroso in cui versano molte delle strade del riminese.

Leggi anche:

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Rimini. Pdl, un’ossessione unica: i comunisti.

Amministrative: Bologna teme la Lega.

Dentro l’IIT, reportage, prima parte. Un giorno con i ricercatori.

Notizie

La sede IIT di Genova

 «Con il cane-robot e i ricercatori che ringhiano.»


Di Andrea G. Cammarata

Se chiedi ad alcuni ricercatori del CNR (Consiglio nazionale delle ricerche) cosa ne pensano dell’Istituto italiano di Tecnologia, ti rispondono “L’IIT ha un livello di produzione (numero di paper) molto basso, hanno avuto troppi fondi e tutto ciò è sintomo che non sono molto bravi”. Leggi poi Repubblica, l’articolo “diffidente” dal titolo “Ecco i campioni della ricerca…” a firma Elena Dusi, è tutto un buttar fango sull’IIt: “la produttività di ogni ricercatore è di appena 0,34 articoli all’anno”. Tanto basta per  (1) farsi un giro a Genova la città del “mugugno”, (2) andare dentro la sede principale dell’Istituto Italiano di Tecnologia, (3) parlare con i ricercatori e farsi un’idea più chiara.

L’IIT è un mastodonte da 30mila metri quadri che spunta fra le terrazzate genovesi, svariate centinaia di persone dentro al lavoro, un’ottantina di parcheggi in tutto, la mensa è ancora in costruzione. I ricercatori più giovani toccano a malapena 1250 euro al mese, no buoni pasto, no alloggi, e niente parcheggi. Carico di lavoro da 10-12 ore al giorno di media. Poi se gli dici che non producono abbastanza, s’incazzano.

Ho passato una giornata con uno di loro. Michele è orginario di Rimini, 30 anni: un minuto gli dura trenta secondi, vive per la ricerca. Innamorato di una scienziata dell’IIT, ma non riesce a vederla abbastanza. Perché? “Passa troppo tempo in laboratorio con i topi”. Michele corre come Forrest, forse non vedrà tutti i risultati del suo lavoro, “perché la scienza ha tempi lunghi”. Diversi i tempi di cottura del cibo: una grave perdita. Alla sua tavola mangiamo pollo crudo e pane in cassetta: “è il cibo del ricercatore, devi farci l’abitudine”. Altrimenti c’è il catering che serve l’IIT, è  uguale o peggio: cibo in vaschette di plastica riscaldate.

Corriamo al Centro. Entrare dentro l’IIT ? Come in Ritorno al futuro, ci manca poco che fra una porta tagliafuoco e l’altra ti vedi spuntare “Doc” e Martin Mc Fly. Superi i controlli di routine e sei nel dipartimento di Advanced Robotics. Gli occhi umanoidi guardano misteriosamente i tuoi, sulle scrivanie i loro arti sono poggiati senza vita. Ti chiedi dove sia l’Avatar convinto di trovarlo da qualche parte nei laboratori, e sbatti il naso su una stampante 3D per i prototipi degli scienziati. Chiedo come funziona: “facilissimo, la plastica liquida viene depositata per livelli e crea l’oggetto che hai disegnato in 3D al computer”. Amazing. Nell’altra stanza c’è HyQ, cane-robot, il cervello gli penzola per terra “lo stiamo operando”.

I ricercatori, tutti sulla trentina, parlano inglese, scarabocchiano formule matematiche sulle porte a vetri degli uffici, entusiasti guardano al futuro e alla green-economy. Fuori dal centro, a pranzo in una modesta trattoria, alcuni mi assicurano la loro libertà nella ricerca, “in altri posti è diverso”.

Su Facebook Michele ha commentato duramente l’articolo di Elena Dusi: “Sembra uno schiaffo all’impegno e ai sacrifici di tanti giovani che ci lavorano”. Gli chiedi perché? “Per calcolare la produttività media in termini di paper, hanno preso il numero di pubblicazioni del 2009 – quando il centro era mezzo vuoto – e l’hanno diviso per il numero di assunti attuali: 811. -Lo sguardo è irritato- “Molti dipartimenti come quello di neuro-scienze, richiedono anni di sperimentazione per arrivare a risultati pubblicabili, noi siamo partiti praticamente da zero tre anni fa e nel 2009 stavamo ancora comprando le attrezzature per i laboratori e assumendo persone”. “Riguardo ai costi elevati per pubblicazione -insiste- è chiaro che lievitano alle stelle se conteggi anche i costi fissi iniziali necessari a comprare le attrezzature per poter lavorare”.

I ricercatori dell’Iit soffrono insomma del peso di un Governo mal visto in tutto il mondo e ogni momento è buono a certa stampa per attaccare di conseguenza il loro lavoro, tuttavia “la perla di Tremonti”, malgrado alcuni difetti, riattrae i cervelli in fuga e ha comunque un respiro internazionale. Chi ne fa le spese alla fine sono sempre i ricercatori. I passi in avanti nella ricerca del dipartimento di Advanced Robotics, diretto da Darwin Caldwell, sono interessanti: HyQ, Arbot e la Micro-turbina, i progetti che scopriamo.

Pubblicato Agoravox

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Dentro l’IIT, reportage, seconda parte: HyQ cane-robot (pag.2)

HyQ (hydraulic quadruped) è uno dei primi progetti del Dipartimento di Advanced Robotics (IIT), il progettista è lo scienziato svizzero  Claudio Semini, post-doc, 33 anni.

HyQ, un cane robot, una bestia da 75 chili? A cosa serve?

Scopo principale della ricerca è di costruire una macchina out-door environment molto versatile in grado di superare terreni parecchio accidentati. Per esempio,se c’è un terremoto, HyQ potrebbe muoversi tra le macerie, iniziare a cercare le persone, fornire le prime immagini della situazione. HyQ muovendosi su zampe è molto agile e non ha i limiti evidenti dei robot che si muovono su cingolati o su ruota.

Come è nata l’idea?

Dal mio dottorato di ricerca, il progetto è partito nel 2007, all’inizio eravamo solo io e il Direttore di Dipartimento, Darwin Caldwell, e Nikos Tsagarakis, Senior Researcher, poi il gruppo è cresciuto, adesso siamo nove persone. In particolare Jonas Buchli, che ha una approfondita esperienza nel controllo di robot con zampe, ci sta aiutando a migliorare la locomozione di HyQ.(…) Continua a leggere


Dentro l’IIT, reportage, terza parte: i progetti Arbot e Micro-turbina(Pag.3)

Carlo Tacchino, Senior Electronic Engineer, e Emanuele Guglielmino, Team Leader, del Dipartimento di Advanced Robotic (IIT) raccontano il progetto Arbot e Micro-turbina.

Raccontatemi cosa fate al Dipartimento di Advanced Robotics.

Noi ci occupiamo dello sviluppo di robot antropomorfi, umanoidi, quindi bipedi, e bio-ispirati, tra cui quadrupedi. Per quanto riguarda il grande filone di ricerca di “robotica umanoide”, nel mondo ci saranno una decina di istituti più o meno come questo. Si cerca di creare dei robot simili all’uomo per fargli compiere attività che risulterebbero pericolose o a rischio per l’uomo. L’obiettivo generale  è  quello di aver robot che possano stare accanto all’uomo, e quindi interagire con esso in modo sicuro, portando assistenza, sorvegliando anziani, bambini, disabili.

 Sul modello giapponese?

Il Giappone ha una popolazione molto anziana, in questa ricerca è molto avanti, investe parecchi soldi. Qui è diverso, per queste cose è ancora importante un contatto umano. () Continua a leggere.

Dentro l’IIT, reportage, seconda parte. HyQ cane-robot.

Notizie, Recensioni e Interviste

Di Andrea G. Cammarata

HyQ (hydraulic quadruped) è uno dei primi progetti del Dipartimento di Advanced Robotics (IIT), il progettista è lo scienziato svizzero  Claudio Semini, post-doc, 33 anni.

HyQ, un cane robot, una bestia da 75 chili? A cosa serve?

Scopo principale della ricerca è di costruire una macchina out-door environment molto versatile in grado di superare terreni parecchio accidentati. Per esempio,se c’è un terremoto, HyQ potrebbe muoversi tra le macerie, iniziare a cercare le persone, fornire le prime immagini della situazione. HyQ muovendosi su zampe è molto agile e non ha i limiti evidenti dei robot che si muovono su cingolati o su ruota.

Come è nata l’idea?

Dal mio dottorato di ricerca, il progetto è partito nel 2007, all’inizio eravamo solo io e il Direttore di Dipartimento, Darwin Caldwell, e Nikos Tsagarakis, Senior Researcher, poi il gruppo è cresciuto, adesso siamo nove persone. In particolare Jonas Buchli, che ha una approfondita esperienza nel controllo di robot con zampe, ci sta aiutando a migliorare la locomozione di HyQ. In passato, Jonas ha preso parte a progetti in cui si sviluppava il software cervello dei quadrupedi-robot.

Cosa volete sia in grado di fare questo cane?

Da HyQ vorremmo ottenere dei movimenti molto veloci, oltre che farlo correre e saltare. Sperimentare un movimento preciso, veloce e dinamico, donargli diverse andature come nei cavalli: dal trotto al galoppo. Attualmente ci sono pochi robot con le zampe che riescono a fare movimenti molto veloci e precisi allo stesso tempo. Inoltre, cerchiamo di capire come si comporta un robot quadrupede in presenza di disturbi esterni, come per esempio un terreno scivoloso. Se cade non c’è nessuno che lo può rialzare.

Possiamo vedere in movimento HyQ?

No, oggi non si può, lo stiamo operando al cervello. E’ momentaneamente fuori uso. Il cervello lavora con Linux Real Time, poiché dobbiamo essere certi di poter rileggere i valori mandati dai sensori ogni millisecondo, in modo da poter fare reagire velocemente HyQ e farlo muovere senza scatti.

Come comunica HyQ con l’esterno?

All’interno del laboratorio, HyQ comunica attraverso un cavo di rete Internet. Per la comunicazione in esterno stiamo pensando a varie opzioni, come per esempio una trasmissione wireless, sebbene  questo sistema non abbia una portata molto lunga.

HyQ

 Come funzionano le zampe?

Ci sono degli attuatori idraulici molto potenti in acciaio, che vengono controllati nella posizione e nella forza e che permettono, per esempio, di creare una molla virtuale tra l’anca e il piede.

Il torso?

E’ una lamiera piegata, un’idea mutuata dal campo navale.

La coordinazione del movimento?

C’è un cervello, che è un normale processore Pentium, una piccola scheda elettronica collegata ad altre in grado di acquisire dati e di leggere i sensori. Sul Pentium gira un programma scritto in linguaggio C e C++, che rappresenta l’intelligenza di HyQ, in grado di comandare la posizione dei giunti nelle zampe. Abbiamo in programma un aggiornamento del software e dell’hardware con cui riusciremo a controllare anche la forza delle zampe. Sarà importante affinché HyQ possa sentire un ostacolo che gli oppone resistenza. In questo modo potrà conoscere il tipo di territorio che deve affrontare e comportarsi di conseguenza. In futuro HyQ avrà un algoritmo che gli permetterà di decidere, in funzione del terreno e della velocità da raggiungere, un’andatura con una frequenza di passo  maggiore o minore.

Chi sono i possibili acquirenti di una macchina del genere?

Altri istituti di ricerca, e, se dimostreremo che HyQ riesce a superare terreni accidentati, anche organizzazioni di primo soccorso e di emergenza, come i Vigili del Fuoco e la Protezione Civile. O i cantieri, dove HyQ potrebbe portare pesi e spostare oggetti.

E’ pronto HyQ ad andare in azione?

No, non è ancora pronto per uscire, ma è pronto per la ricerca. Al momento il robot è lento ma sicuro. Riesce ad alzarsi su due zampe, come un cavallo imbizzarrito. Ciò gli permetterebbe di sorpassare un ostacolo o un fossato. Nella camminata riesce ad avere sotto controllo il suo centro di massa sulle tre zampe, cioè nel momento di equilibrio più precario. Ma ancora gli esperimenti sono su tapis-roulant, quindi su un terreno non accidentato. Gli step di ricerca successivi  riguardano il perfezionamento e il peggioramento delle condizioni del terreno.

Alzandosi su due zampe potrebbe diventare un bipede, un “transformers” quindi?

Non è progettato per ciò, infatti i piedi non permettono che il robot possa avere una posizione di equilibrio statico su solo due zampe. I bipedi hanno infatti, piedi più grandi, che gli aiutano a distribuire il peso del corpo. Io preferisco i quadrupedi perché riescono ad aver un equilibrio stabile più facilmente.

L’alimentazione?

All’interno del laboratorio, HyQ è collegato con un normale cavo alla rete elettrica dell’Istituto. Nel futuro il robot potrebbe essere mosso da un motore a scoppio, invece che da batterie. L’obiettivo è di mantenere HyQ leggero e di renderlo autonomo per un tempo abbastanza lungo. Con un litro di benzina si produce energia 35 volte di più che con un chilo di batteria al litio.

Pubblicato Agoravox

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Dentro l’IIT, reportage, terza parte: i progetti Arbot e Micro-turbina (Pag. 3)

Dentro l’IIT, reportage, prima parte: Dentro l’IIt con il cane-robot e i ricercatori che ringhiano (Pag.1)

Dentro l’IIT, reportage terza parte. I progetti Arbot e Micro-turbina.

Notizie, Recensioni e Interviste

Di Andrea G. Cammarata

Carlo Tacchino, Senior Electronic Engineer, e Emanuele Guglielmino, Team Leader, del Dipartimento di Advanced Robotic (IIT) raccontano il progetto Arbot e Micro-turbina.

Arbot

Raccontatemi cosa fate al Dipartimento di Advanced Robotics.

Noi ci occupiamo dello sviluppo di robot antropomorfi, umanoidi, quindi bipedi, e bio-ispirati, tra cui quadrupedi. Per quanto riguarda il grande filone di ricerca di “robotica umanoide”, nel mondo ci saranno una decina di istituti più o meno come questo. Si cerca di creare dei robot simili all’uomo per fargli compiere attività che risulterebbero pericolose o a rischio per l’uomo. L’obiettivo generale  è  quello di aver robot che possano stare accanto all’uomo, e quindi interagire con esso in modo sicuro, portando assistenza, sorvegliando anziani, bambini, disabili.

 Sul modello giapponese?

Il Giappone ha una popolazione molto anziana, in questa ricerca è molto avanti, investe parecchi soldi. Qui è diverso, per queste cose è ancora importante un contatto umano. Nella visione occidentale non si vuole sostituire la persona con il robot.

 E i quadrupedi?

Nella ricerca ci ispiriamo alle sembianze e alla camminata di un quadrupede, cerchiamo di replicare il movimento biologico nei nostri robot. Quello che si trova in natura lo riportiamo su una macchina. Concettualmente il nostro quadrupede ha un utilizzo di carico in situazioni di pericolo e può muoversi su terreni sconnessi.

 Che applicazioni hanno i vostri robot?

Questo è un istituto di ricerca e, in generale, dei nostri robot non ci interessa subito l’applicazione finale. Noi ci concentriamo sullo studio di algoritmi e sullo sviluppo di prototipi. Cioè, non riceviamo direttamente una “commessa” da aziende esterne, ma lavoriamo su progetti che possono trovare diverse applicazioni.

 Per la componentistica dei robot dove vi rivolgete?

La componentistica è in parte fatta da noi e in parte comprata fuori. Ci rivolgiamo all’industria italiana quando è possibile, se non è possibile a quella Europea, Stati Uniti, Giappone. Sono comunque per lo più componenti che si trovano sul mercato.

 In questo senso avete una libertà di spesa, di decisione?

Sì, ma all’interno di un budget annuale. Considerando che stiamo parlando di prototipi e non di produzioni, quindi basse quantità di componentistica, piccoli numeri. Si sceglie un componente ad alta tecnologia che è il meglio sul mercato e che può avere un prezzo che può arrivare fino a quattro, cinquemila euro. Certo, alla fine il progetto ha un valore aggiunto  superiore. Siamo liberi di scegliere sui piccoli pezzi, non dobbiamo seguire una gara. Per le grosse forniture invece sì, come tutti gli altri.

 Altro nel paniere?

Accanto a questi due progetti avanzati, che dovrebbero arrivare a conclusione nei prossimi anni, ci sono altri progetti più piccoli. Uno di questi si chiama “Arbot” che è tecnicamente concluso. E’ una piattaforma che si utilizza per riabilitare la caviglia. E’ di ausilio al fisioterapista, ma non lo sostituisce. E’ in sostanza una macchina riabilitatrice della caviglia, che sfrutta parte dell’elettronica e della meccanica sviluppate all’IIT per i progetti di robotica. “Arbot” è vicino ad essere sperimentato nel breve periodo in ambito clinico e ospedaliero.

 Come è nata l’idea di Arbot?

E’ nata tre anni fa da una tesi di dottorato di un ricercatore. Ci lavoriamo in cinque, tutti italiani: due progettisti elettronici, due meccanici, e un ricercatore. L’idea si colloca nel filone della neuro-riabilitazione, quindi non solo riabilitazione dell’arto, ma fare in modo di ricollegare il cervello alla caviglia. E’ la pratica del bio-feedback.Tornando all’idea, si doveva generare un movimento fluido su una piattaforma molto piccola. Arbot ha al suo interno degli attuatori molto innovativi, che hanno la possibilità di essere potenti e precisi, cosa molto difficile da ottenere in simultanea. Con questo strumento si può fare un “allenamento” di tipo muscolare grazie anche alla potenza e alla precisione di cui è dotato. Arbot per questi motivi, ad esempio, è piaciuto molto anche nel mondo del calcio.

 Ma cosa fa?

In sintesi produce dei modelli di miglioramento della riabilitazione, dandone una rappresentazione oggettiva anche al paziente, che può così comprendere i suoi progressi nella riabilitazione guardandoli a video. Il movimento di Arbot è meccanico, la macchina è in grado di “scansionare” il movimento della caviglia producendone un tracciato.

 E adesso è in atto una sperimentazione di Arbot?

Sono previsti altri 4 prototipi della macchina, due di questi a breve saranno oggetto di valutazione e sperimentazione presso degli ospedali locali.

Micro-turbina

 Altri progetti?

Fra gli altri c’è la microturbina che è un generatore di energia, un componente che è utile a rendere i robot sempre più performanti e ad aumentarne l’efficienza energetica. E’ un progetto che ha portato ad un mini generatore di energia ispirato vagamente alle grandi turbine. Prende aria da una sorgente esterna e poi attraverso un meccanismo interno la converte in energia elettrica con cui si possono alimentare dei sensori e altri componenti della macchina su cui è montata la turbina.

 Quanta energia riesce a produrre la micro-turbina?

Siamo intorno ai 10 watt, ciò che per alimentare ad esempio una scheda elettronica è più che sufficiente. L’idea è quella di produrre energia ex-novo tramite un impianto ad aria compressa in un ambiente dove è difficile avere disponibilità di energia elettrica, quindi in zone remote. Il concetto è che riesci a produrre energia elettrica da una sorgente pulita e priva di rischi come l’aria.

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IIT, reportage: HyQ cane-robot (pag.2)

IIT, reportage: Dentro l’IIt con il cane-robot e i ricercatori che ringhiano (Pag.1)