San Marino. Risposte per la crisi, intervista al fondatore di Ecso.

Lavanderia San Marino, Recensioni e Interviste, San Marino

Lorenzo Busignani

Di Andrea G. Cammarata

Per capire dove andrà a finire San Marino, Repubblica vessata dalle infiltrazioni della criminalità organizzata e dal pugno duro di Giulio Tremonti, abbiamo intervistato Lorenzo Busignani, imprenditore e co-fondatore di Ecso (Economia, crescita, sviluppo, opportunità), sorta di piccola Confindustria sammarinese. Sei punti chiave possono riassumere le sue proposte per un futuro migliore a San Marino: apertura delle residenze; apporto capitali dall’estero; abbassamento della Monofase (equivalente dell’Iva in Italia) su alcuni prodotti di nicchia; incremento del Capital Gain grazie alla completa assenza di imposte sui dividendi delle azioni; leva sull’imprenditoria dato il costo del lavoro inferiore; apertura di un Casinò.  Intanto l’operazione di pulizia all’interno del sistema bancario sammarinese continua, grazie al crescente beneplacito da parte delle autorità della Repubblica alle rogatorie italiane. Sulla strada giusta per una maggiore trasparenza in materia finanziaria e lotta alle mafie. 

Ma San Marino può farcela senza segreto bancario?

In Repubblica c’è un potenziale enorme per effetto della pressione fiscale italiana, consideri che qui da noi una società paga il 17% d’imposte nette, contro l’oltre 50% italiano. E’ tutto più a misura d’uomo. 

Non rinuncereste però al rischio che comporta la raccolta di capitali off-shore.

Potremmo sviluppare un mercato di gestione capitali, soprattutto una raccolta interna di capitali ’in-shore’ legati a persone che potrebbero venire a vivere in Repubblica. L’esempio di Dubai, dove sono arrivate 10mila persone negli ultimi sei anni, che hanno fatto investimenti medi di circa 50 milioni di dollari l’uno. Se similmente San Marino, uscendo dalla Black list, diventasse appetibile di nuovo per gli investitori, aumenterebbe anche la raccolta bancaria dei fondi.

E’ la questione delle Residenze…renderle più facili…

Attualmente la legge dice che la residenza è data solo a un soggetto che crea occupazione. Noi diciamo: diamo la residenza a chi crea la ricchezza. Perché chi porta capitali magari non crea occupazione, ma contribuisce al sistema bancario, ciò che fa ’sangue’ per l’organismo economico di San Marino. 

Quindi restiamo su un discorso bancario, ma alternativamente, visto che sappiamo tutti cosa comporta il fatto di far arrivare capitali dall’estero, perché, certo, le persone che si presentano possono avere la faccia pulita ma poi in realtà la criminalità organizzata che si nasconde dietro è tutt’altra cosa, ci sono delle alternative che proponete?

In questo caso bisognerebbe istituire una commissione ad hoc, italo-sammarinese, che riesca a guardare il ‘pelo nell’uovo’ del soggetto che vuole la residenza. Altre proposte sono la liberalizzazione di determinati settori merceologici tramite la ’Smart-card’, uno strumento che consente sconti extra da riutilizzare esclusivamente per gli acquisti a San Marino. In certi prodotti come i profumi si potrebbe portare l’aliquota al 5%. Cioè creare settori ’civetta’ che possano attirare flussi di potenziali acquirenti da tutta Italia. 

Mi lascia un commento in merito alle istituzioni sammarinesi, sappiamo da poco che due vostri ambasciatori, e banchieri, indagati per riciclaggio, si sono dimessi [Espr3]. Non vi è venuto il sospetto che anche altre mele marce nascoste nelle istituzioni possano essere in conflitto con quello che è la criminalità organizzata? 

Conosco poco l’argomento, comunque i procedimenti sono in corso, ed è ancora tutto da capire.

Altre risposte alla crisi non in ambito bancario?

Noi potremmo rinegoziare gli accordi sul Casinò, che darebbero un impulso allo Stato. Consideri che il Casinò di Venezia dà al Comune di Venezia circa 500 milioni all’anno diretti più l’indotto. Poi c’è tutto un discorso industriale, a San Marino il costo del lavoro è diventato più basso che in Italia. E in questo momento con la disoccupazione, che non abbiamo mai avuto a San Marino, ci sono dei contratti speciali per il personale in mobilità, che permettono un costo della retribuzione all’azienda di 8-9mila euro l’anno nei primi nove mesi. Il costo del lavoro è nettamente competitivo, le imposte sono meno di un terzo di quelle italiane, e la burocrazia più snella. Anche il costo degli immobili per effetto della crisi è sceso. Si può portare il settore manifatturiero a grandi livelli. E San Marino può tornare a crescere sull’8-10% di Pil senza problemi.

Come la vede la manovra Tremonti-Berlusconi che vuole aumentare dal 12,5 al 20% l’imposta sulle rendite finanziarie?

Lei consideri che da noi a San Marino l’imposta sul Capital Gain è zero, solo con questo potremmo crescere a livelli spropositati. Con la trasparenza che si sta creando abbiamo acquisito la credibilità per iniziare a operare in modo serio e competere con le altre piazze affari. I trailer potrebbero venire a operare da qui, come privati o perché aprono una società SGR – società gestione risparmio -, con un aliquota sul Capital Gain nulla.

E Giulio Tremonti come lo vede?

Siamo contrari al ministro Tremonti perché ha agito con cattiveria nei confronti del nostro popolo, ma siamo contenti di questa crisi perché ha pulito San Marino dall’immagine che aveva di piazza finanziaria legata ai capitali sporchi. Adesso stiamo pulendo il Paese e, grazie alla trasparenza che si è venuta a creare, potremo ricominciare a crescere.

Indro

Recensioni e Interviste

Questo è il modo in cui ho cercato di ricordare la morte di Indro Montanelli

Di Andrea G. Cammarata

Indro Montanelli. Dieci anni passano oggi dalla sua morte, e sono dieci anni senza il suo giornalismo, senza uno degli esempi più illuminanti del novecento italiano. Ma Indro vive, vive con semplicità decisa in chi lo legge, in chi come giornalista, e non, lo apprezza. Ancora nitida e trasparente la sua immagine, come lo è il racconto della sua vita nei suoi libri. Indro, che ti porta con sé fino alla fine. Indro, l’Italia e la sua ‘Storia d’Italia’, che lui così mirabilmente ha saputo trasmetterci. Indro che incarna sereno la migliore Italia che fatica ad emergerelaicalavoratricedecisa. La sua corposa testimonianza professionale, oltre che letteraria, storica, con cui ha nutrito e nutre il giornalismo; linfa vitale di cui -oramai non più- la stampa si fa spalla imitando quel senso di responsabilità, che -così chiaro- era impresso in lui.

Non dimentico di essere autore, testimone del suo tempo, egli ha abbracciato i Lettori con massima solidarietà e spirito di comprensione. Senza ipocrisie, né tantomeno vana modestia, i suoi articoli sono provenuti tutti esattamente con la stessa giusta forza, prescindendo da dove egli fosse seduto stretto nella sua penna: dalla direzione di un giornale, bettola, campo di battaglia, alla qualsiasi onorevole stanza in cui avesse respirato. L’Io di Montanelli: quel caro senso egocentrico bene accetto ai romantici e poi ai nichilisti tedeschimedesima prima persona vivissima nei suoi articoli, ma educata e corretta come lo è a sua volta il “tu” anglosassone negli ambienti ideali.

Uomo, Indro Montanelli, con la stessa forza nichiana e al tempo stesso perdonismo italiano, di cui non ne ha fatto strumento ma semplice ammissione dei propri errori. Spiega e rispiega e si domanda: l’abbandono del fascismo, che tanto discute in ‘Soltanto un giornalista’. Zampilla poi l’ironia nei suoi pezzi, ti lascia sorridere il giornalista con irriverenza e lo sbeffeggio dei nomi, delle colorate particolarità somatiche, descritte con sana direzione. Finesse e realismo francese, meritocrazia e chiarezza d’esposizione americanarude ed elegantemente volgaredi corpo come un contadino italiano: Montanelli è riuscito ad essere insieme tutto questo, a nutrire di sé i suoi articoli ma a guardarli con distacco, facendo informazione come persona umana e non operaia. Una vita, poi, che egli ha reso un’opera d’arte, e non l’opposto. Le lettere a Rudyard Kipling. Le risposte e la forza che infonde lui il romanziere anglo-indiano. L’incontro con Adolf Hitler, all’ombra di un albero, e le urla a lui rivolte da parte del fuhrer. E’ scappato Indro poi, prima che D’Annunzio, “il Vate“, lo vedesse. La guerra di Spagna, un articolo ’vero’ che gli costò il trasferimento a Tallinn, opera del MinCulPop, quindi la sospensione della tessera. Non poteva più scrivere Montanelli e allora insegnò la letteratura: “sulle orme del padre“, in quel nord europeo così freddo.

C’è poi la scazzottata, con un tedesco, per una ‘bionda’, il ricovero veloce in ospedale, poi la Germania nazista. Prima l’Africa, la sua fanciulla “donna bella e fatta“. Le battaglie. Sono solo alcuni brandelli di una vita mirabile che Montanelli ha vestito con eleganza e sobrietà. Come la poesia ‘If’ di Rudyard Kipling, la cui traduzione il giornalista volle inviare a chi lo fu altrettanto ma solo per necessità: Montanelli invece per scelta è riuscito durante il berlusconismo a ‘tenere la testa a posto’ quando tutti intorno a lui la perdevano; ‘ha avuto fiducia di se stesso’, quando tutti dubitavano di lui, fondando nel 1996 ‘La Voce’ con i quaranta fuoriusciti de ‘Il Giornale’. Veramente: non è sembrato ‘troppo buono’ né ha mai parlato da ‘saggio’. Ha saputo “passeggiare con i Re senza perdere il senso comune” : Winston ChurchillCharles De Gaulle, sono solo alcuni. “Né nemici, né amici affettuosi” sono mai riusciti a ferirlo. Giusto distacco e senso sano della solitudine. E ha vissuto la sua vita veramente “dando valore a ognuno dei sessanta secondi“. Quando noi restiamo figli e lui fra i padri di questa mal ridotta Italia!

“Pubblicato Venerdì 22  luglio 2011 in esclusiva su L’Indro www.lindro.it e qui ripubblicato per gentile concessione”


Premio Ilaria Alpi, intervista a Sandro Ruotolo

Premio Ilaria Alpi, Recensioni e Interviste


Di Andrea G. Cammarata

Per Sandro Ruotolo il Premio Ilaria Alpi è un incontro estremamente importante che ogni anno ci fa capire come sta cambiando il linguaggio televisivo. “E’ un punto di speranza e -ci dice il giornalista di Annozero e membro della giuria del Premio- per fortuna c’è una generazione che si rinnova. Ci sono giornalisti che continuano a stare per strada…Nonostante tutto”.

Si può parlare di una forma di pressione da parte del Governo per voi giornalisti in Rai, è percepita?

Forma di pressione…Se guardavi i dati dell’altra sera…Hai il tg1 che è andato al 22% di share e il tg di Enrico Mentana che è andato al 14%. E’ questo, cioè quando i telegiornali smettono di raccontare i fatti… E’ chiaro no?

Cosa ne sarà di Annozero?

Al momento non c’è nulla di definito. Sicuramente, se dovesse andare in porto la trattativa con La Sette, si tratterà comunque di un programma di approfondimento in prima serata, ma ci saranno delle novità e di certo il titolo del programma non sarà più Annozero. Storicamente, ogni due, tre anni, abbiamo sempre cambiato il nome del programma. Samarcanda è durato tre anni, il Rosso e Nero due, Tempo reale un anno, poi la stagione di Moby Dick, durata tre anni, un anno di Radio Verde e Sciuscia‘. Cambiamo, anche se la squadra è la stessa.

Quindi, stessa linea?

Informazione. L’approfondimento è raccontare i fatti, stare nei fatti. Ma un progetto nuovo ci sarà, sempre se si dovesse chiudere questa trattativa con La Sette.

Intanto, cosa bolle in pentola?

Al momento siamo impegnati in questo evento organizzato per l’anniversario della Fiom, che si potrà vedere sia su Internet in streaming, che sul satellite e tv locali. Ci saranno Serena Dandini, Vauro, Michele Santoro. Sarà lo stesso meccanismo di Raiperunanotte, sempre organizzato in solidarietà con Current Tv. Abbiamo aperto ieri il sito per raccogliere i fondi e chiedere aiuto alla Rete perché è tutto a titolo gratuito, le donazioni sono possibili tramite Paypal e un numero verde. Avremo cantanti come Daniele Silvestri, Teresa De Sio, Subsonica. Sarà una grande serata che avrà come tema la dignità del lavoro, collegata anche alla libertà. Protagonisti saranno i lavoratori che racconteranno la loro dignità.

Quindi c’è una certa propensione anche da parte di voi giornalisti televisivi ad entrare nel web e fare tv in streaming più liberamente.

L’esperienza di Raiperunanotte ci dice che la censura come quella fatta ai tempi dell’editto bulgaro non è più possibile. Perché si è sviluppata la Rete, il satellitte. Quindi non è più possibile chiudersi in una stanza e gettare le chiavi come hanno fatto con noi nel 2002. C’è molta attenzione allo sviluppo delle tecnologie e a come sta passando la comunicazione.

Quindi, una sorta di primavera araba anche per il giornalismo, oltre che per i cittadini.

C’è questo dibattito, se sia stata la Rete che ha fatto vincere i ballottaggi e i referendum…Insomma se il vento che sta cambiando, questo vento del Maghreb che è arrivato in Italia, sia figlio della Rete o meno. Certo. La Rete è un luogo di coordinamento e di riferimento fondamentale, poi c’è il Paese reale, quindi un bellissimo intreccio tra questa forma nuova di comunicazione e i movimenti. E’ ciò che diventa decisivo quando si va a votare, quando si va a manifestare. A Bengasi in febbraio sono andati a manifestare via Facebook, uguale in Egitto: si sono dati appuntamento ma poi sono andati in piazza.

Sempre in prima linea contro la criminalità organizzata, anche con diversi servizi di Annozero. Cosa c’è da aspettarsi sotto questa onda forte dell’infiltrazione della mafia calabrese al Nord?

E’ vero che non ci troviamo più nell’emergenza degli anni ’90, quando avevamo picchi di settecento, ottocento morti ammazzati all’anno, e che  le istituzioni non sono più un bersaglio. L’ultimo delitto eccellente a Palermo fu Don Puglisi, nel 1993. Ma questo non significa che è stata sconfitta né la mafia, né la camorra, né la ‘ndrangheta. Bisogna rompere il rapporto fra pubblico e criminalità organizzata. Guardiamo alle inchieste milanesi sulla mafia calabrese. Quelle mafiose sono organizzazioni che hanno un unico scopo, il business, il denaro, ottenuto attraverso forme violente che possono essere l’omicidio o altre pressioni. Questa è la loro natura. In special modo la ‘ndrangheta, in Lombardia, è una realtà che non ha più soltanto il livello territoriale del pizzo, ma anche grandi appalti pubblici e intrecci con gli amministratori locali.

Pubblicato Agoravox

Thea Crudi, lo Swing jazz non solo italiano e contaminazioni cool

Recensioni e Interviste

Di Andrea G. Cammarata

“Shout of butterfly” è il suo ultimo e-album. E il titolo descrive bene la musica di questa giovanissima jazz-lady, dove l’elemento centrale è la capacità di trasmettere emozioni vere con la sopraffina delicatezza della sua voce. Italiana, ma con profonde radici finlandesi, Thea ha sviluppato uno stile proprio in perfetto equilibrio tra la tradizione vocal dello swing bianco e quella della musica contemporanea italiana, non tralasciando alcune contaminazioni proprie del cool jazz.  A soli 17 anni special guest nell’omaggio a Gershwin di Fabrizio Bosso e Renato Sellani, oggi è un talento emergente nel panorama jazzistico europeo. Dimostra con velata sicurezza una maturità artistica sorprendente che le permette di voltare le spalle al pour-parler dell’enfant prodige. Thea, musicista aperta e cosmopolita, ci racconta con quella chiarezza che si concede solo a un giovane, la sua ricerca musicale e il suo precoce percorso artistico.

Come è nata la tua passione per la musica?

Fin da piccola. Era una cosa che era già dentro di me.

Che rapporto hai con la Finlandia, la terra di tua madre, trai delle ispirazioni da quei luoghi?

Con la Finlandia ho un rapporto viscerale, è una terra che mi affascina molto. Ha una cultura che sento mia, che è motivo di studio e di esplorazione continua. Nel mio ultimo disco “Shout of butterfly” ho ricercato parecchio le sonorità nordiche e ho chiesto ai miei musicisti di suonare in modo più “cool”. Molto bianco, come gli scenari innevati della natura finlandese. Mi viene in mente questo colore, quando ascolto la mia musica.

E per le composizioni?

Coltrane, Wayne Shorter, e la musica popolare. C’è poi un compositore finlandese, Tapio Rautavaara, affine a Luigi Tenco, mi ispiro a lui nella cantabilità delle melodie, mi piace quel suo “finnish way”. Fabrizio De Andrè, che sto rivisitando in chiave jazz. Ma guardo con attenzione anche alle forme classiche del jazz.

La tua idea di musica?

In che senso? –Una poesia?– Prima di tutto la musica è il mio modo in questa vita di evolvermi, di affrontare i problemi, conoscere la mia spiritualità. E’ tutto per la musica, è tutto grazie alla musica. E’ il mio cammino e il mio lavoro.

Hai conosciuto dei grandi jazzisti. Ad esempio ti sei esibita con Fabrizio Bosso e Renato Sellani, hai aperto concerti di Sarah Jane Morris, Tuck and Patti, Gianni Morandi, cosa ti hanno insegnato?

Ognuno di loro ha una profondità notevole e un modo di vivere la musica con grandissima umiltà. Sta in questo la loro grandezza, uno che si sente già grande non si evolve mai. C’è un motivo se sono arrivati lì. E’ gente che ha veramente tanto da donare, ho imparato da ognuno di loro qualcosa. Tuck and Patti, loro parlano tantissimo di amore universale, ci credono, e hanno un modo stupendo di esprimere questo sentimento, da loro ho imparato che certe frasi semplici, certi messaggi, sono più efficaci di altre cose per arrivare al cuore del pubblico. Bosso ti parla con i suoi assoli, non gli serve un messaggio, gli basta la bravura, il suono. Di Gianni Morandi mi ha colpito il suo equilibrio, il modo di preparsi che ha prima del concerto, la sua eleganza d’animo.

Perché hai scelto il jazz?

Ero piccola, c’era un motivo che arrivava dalla camera, una sera affacciata al balcone. Era il giro di basso di “My baby just cares for me” di Nina Simone. E lì ho detto “che figata!”. Ho poi capito che era quello il suono che mi piaceva. A 14 anni ho ascoltato Ella, Ella Fitzgerald e Luois, Louis Armostrong…Poi mi sono attrezzata per andare a lezione.

E in casa che aria si respirava?

La musica è una cosa che è partita da me. Ogni contatto con lei l’ho cercato personalmente. I miei genitori non sono musicisti, ma mi hanno sempre incoraggiata a trovare la mia strada e a perseguirla con amore e disciplina.

Chi è il tuo Maestro?

Sandra Cartolari e  Martina Grossi per la voce, per l’aspetto musicale Bruno Tommaso, ma molti musicisti durante il mio percorso mi hanno dato e mi continuano a dare dei preziosi insegnamenti.

Cos’è Shout of the butterfly?

A livello interiore mi metto molto in gioco. “Shout” è il potenziale che d’un colpo esplode, “Butterfly” è  l’animo in tutta la sua fragilità. In musica ho voluto riportare questo urlo, questa liberazione, le emozioni di noi musicisti. E’ questo il senso del progetto. “It’s very challenging”, è una grande sfida come performer, come arrangiatrice e compositrice.

Dunque, Stefano Bartoloni al piano, Samuele Garofoli alla tromba e flicorno, Ludovico Carmenati al contrabbasso, Marco Di Meo alla chitarra, Lorenzo Ghetti Alessandri alla batteria, che quintetto..

Loro hanno un ruolo fondamentale, perché contribuiscono con le composizioni, gli arrangiamenti e la loro performance sul palco a nutrire ed evolvere il progetto. Siamo una squadra molto unita.

Ci sono state delle delusioni, delle sconfitte?

Hai presente il Tao? Nel male c’è un po’ di bene e nel bene c’è un po’ di male, ovviamente ci sono sempre delle delusioni. Ma il contesto culturale, e non solo, in Italia è molto decadente, delude parecchio.

Sogno nel cassetto?

Attraverso la musica vorrei diventare una persona migliore.

Armando Spataro: “reagiamo”, presentato l’ultimo libro a Rimini.

Berlusconia, Recensioni e Interviste, Rimini

Armando Spataro

Di Andrea G. Cammarata

Armando Spataro, procuratore aggiunto al tribunale di Milano, ha presentato ieri, presso la sede della Cgil di Rimini, il suo libro “Ne valeva la pena. Storie di terrorismi e mafie, di segreti di Stato e di giustizia offesa” (Laterza). 

Il magistrato, protagonista della lotta al terrorismo rosso, già componente della Direzione distrettuale antimafia, membro del Csm fino al 2002, ha optato per un libro voluminoso, 575 pagine che raccontano, fra l’altro, valutazioni giuridiche, ma anche emozioni, esperienze personali e professionali.

Una di queste è stato il sequestro del presunto terrorista egiziano Abu Omar, di cui Spataro si è occupato. Vicenda che ha scatenato più reazioni contro il normale corso della Giustiza da parte di due governi; prima Prodi e poi Berlusconi posero il segreto di Stato su alcune prove riguardanti la responsabilità nel sequestro di appartenenti ai servizi segreti italiani.

“Un fatto -dice Spataro-  che mi ha sconvolto, ho persino mutato il mio modo di pensare il rapporto tra le istituzioni”. La vicenda di Abu Omar, vittima di atroci torture, è uno di quei casi in cui “si fa la lotta al terrorismo al di fuori della legge”, nonché -continua il magistrato- l’ennesima “dimostrazione di come il potere politico mal sopporta quel controllo di legalità che la Costituzione e le leggi attribuiscono alla magistratura”.

Arriva un momento nella presentazione in cui poi non è difficile alludere di nuovo al capo del Governo: “l’azione di accertamento delle responsabilità dei reati, non sono condizionabili agli interessi, ai programmi e a tutto ciò che costituisce l’oggetto della politica”, Spataro cita quindi indignato le parole di Silvio Berlusconi: “come è mai possibile che un semplice funzionario dello Stato, vincitore di concorso, possa indagare e incriminare chi, eletto dal popolo, è legittimato a governare”.

Si evince per cui dal ragionamento del magistrato la chiusura nei riguardi dell’atteggiamento palesemente anti-costituzionale della coppiata Alfano-Berlusconi, soliti nell’affermare che “nel nostro sistema non esistono tre poteri, ma due poteri e un ordine”, con conseguente delegittimazione dell’indipendenza del potere giuridico.

Altro di repertorio dal signor B. “nessuno può pensare che i governi combattono il terrorismo con il codice in mano”, quanto riporta duramente Spataro alla memoria dell’amico magistrato Guido Galli, trovato morto, proprio con il codice nelle mani, durante la maxi-inchiesta sul terrorismo negli anni ’80.

In “Ne valeva la pena” si leggerà quindi un elenco di 24 magistrati uccisi, di questi 10 dal terrorismo e 14 dalla mafia. Duro il “reagiamo” di Spataro, il lavoro di magistrato va svolto “qualunque siano le condizioni, le aggressioni, gli insulti, i manifesti, e ciò non può intaccare minimamente la determinazione con la quale bisogna andare avanti”.

Il dibattito prosegue poi sul processo breve, apostrofato da un accademico come “la truffa delle etichette”, e riforma costituzionale della Giustizia: l’obbligatorietà dell’azione penale è “garanzia di uguaglianza per i cittadini di fronte alla legge”, -spiega Spataro- la cosiddetta riforma epocale della Giustizia “rischia di alterare i principi fondanti del nostro sistema di giustizia”.

Quanto alla voglia della maggioranza di far tacere la voce dei magistrati, Spataro risponde “vero che il magistrato parla solo con le sentenze, bello ma è ideale. -continua- Noi abbiamo l’impegno per cui è opportuno alimentare il dibattito. Io sento il dovere di parlare.” Spataro cita poi l’esempio del collega Paolo Carfì più volte offeso a uno dei processi Previti da lui presieduto, e che “ebbe a subire proprio due infarti dopo il processo e ci fu un noto avvocato che disse: peccato che non è morto”.

Nel suo libro, Spataro racconta anche l’inaugurazione di un anno giudiziario in pieno fascismo e scherza: “all’epoca la cerimonia si teneva a palazzo Venezia, residenza del Duce, come se oggi si tenesse a Palazzo Grazioli, tanto per intenderci”, in quell’ occasione l’ANM, tanto “vituperata”, decise di auto-sciogliersi “per non trasformarsi in un sindacato fascista, come lo chiedevano le leggi di allora”. Immagine forte che ha posto a confronto una magistratura sottomessa al Duce e un’agognata separazione della carriere giudiziarie dal governo Berlusconi, con il tentativo di sottomissione dei Pm al potere esecutivo.

Spataro poi spazierà sugli slogan governativi dei successi nella “lotta alla mafia” di cui Maroni-Alfano-Berlusconi si prendono paternità e glorie, risultati conseguiti in verità da Polizia giudiziaria e magistratura, quindi -spiega Spataro sottolineandolo- “non grazie al Governo, ma Nonostante il Governo”.

Pubblicato Dazebaonews

Rimini, elezioni comunali, ballottaggio: con Fabio Pazzaglia (Sel) aspettando i risultati.

Opposizione?, Recensioni e Interviste, Rimini

Di Andrea G. Cammarata

Rimini- Ancora non si sa, ballottaggio. I risultati di 143 sezioni su 143 confermano il vantaggio del candidato Andrea Gnassi (Pd, Idv) al 37,94%, lo segue Gioenzo Renzi 34,78% (Pdl e lega Nord), più lontano al 11,32 % Luigi Camporesi, Cinque stelle, e Fabio Pazzaglia con il 4,99%, Sinistra ecologia e libertà.

I dati:

Elettori 113971

Votanti 77286

Schede bianche 472

Schede nulle 1809

Schede contestate 37

Per la città di Fellini è stato un ansioso pomeriggio elettorale baciato dal sole scottante, cielo terso, l’aria tiepida, gli exit-poll in piazza tardivi ed incerti. Mucchietti di riminesi che si accalcano calpestando il porfido attorno al palazzo comunale, diffidenti, le braccia conserte dietro la schiena. Elettori modello, volteggiano con la bici di marca, sorridono diffidenti dei punkabbestia con il cane al guinzaglio, politicanti dei centri sociali che in realtà nutrono un unico folto gruppo di giovani attivisti locali. La domanda per tutti è stata ovvia: “Cosa sarà di Rimini, storico feudo rosso d’Italia?”

I grillini -sempre espliciti- dicono “noi stringiamo le chiappe”, e di fatto hanno ottenuto fin qui un lusinghiero risultato. I commenti di alcuni elettori leghisti: “tutto bene, nel Pd hanno paura“, e quelli dei berlusconiani che non rispondono nemmeno.

Altri passanti più tenaci che guardano in cagnesco Renzi del Pdl, “vuole eleggere consigliere quel fascista”. Il berlusconiano, completo grigio di cotone, rasatissimo, più anziano che in fotografia, si lascia andare anche un “state calmi” a chi gli chiede i risultati dai seggi. Per la diretta Rai, mai andata in onda, lo ha affiancato Andrea Gnassi, giacchetta, scarpa da tennis, pantalone largo che il candidato Pd non ha mancato di aggiustarsi platealmente. I due hanno quindi rinunciato al testa a testa di fronte mamma Rai, dopo un’attesa in tensione di oltre un’ora.

Seduto al bar più figo della piazza incontro Fabio Pazzaglia, candidato sindaco di Sel. Alla richiesta di un commento a caldo, si è avvicinato molto cortesemente con la sua carrozzella dalla mia parte. La voce calma, suono di un volto barbuto, lo sguardo fermo. Si parla della sinistra, e di ciò che ne sarà nel riminese e nazionalmente di questa opposizione.

Come è stato per Sel il clima durante la campagna elettorale a Rimini?

Un clima positivo fra i candidati, una dozzina d’incontri molto educati tutti insieme, a parte qualche battuttina…Qualche polemica feroce in Consiglio comunale…C’è stato qualcuno che contro ogni logica ha cercato di farci passare per quello che non siamo. Sentirci dire che “siamo alla ricerca di poltrone”, dopo che abbiamo rifiutato delle proposte allettanti, dopo le battaglie che abbiamo fatto e che ci sono costate l’espulsione dalla maggioranza…

Un bel dispiacere.

Sì dispiace un po’, perché erano delle accuse strumentali. Io poi ho sempre chiesto soprattutto al candidato del Pd, e a quelli che lo sostengono, di immergersi nelle problematiche legate all’urbanistica e al wellfare, ma per ora si sono tenuti alla larga da cementificazione e politiche sociali. E’ un problema. Non si capisce cosa pensa Gnassi, e per uno che vuole fare il sindaco della città non è un particolare da sottovalutare.

Quindi?

Non basta dire “voltiamo pagina”, bisogna dirlo anche in maniera completa. Noi in questa campagna elettorale siamo andati nei luoghi dove sono in arrivo colate di cemento, e abbiamo chiesto al nostro interlocutore naturale -il Pd ndb- di esprimersi. Altrimenti, su che cosa dovremmo convergere? Noi non abbiamo mai fatto una questione di potere, le poltrone non ci interessano. Ci interessa invece sapere se c’è una volontà politica di cambiare strategia rispetto al piano strutturale e ai piani particolareggiati.

Cosa avete capito dall’elettorato riminese?

Dove siamo andati in campagna elettorale gli abitanti hanno premuto per fare sì che a Rimini ci sia più verde, più parchi, più piste ciclabili e più servizi di base, asili, scuole. 

Qual’è una delle ambizioni per Sel a Rimini?

Per esempio, io quel milione di euro che diamo tutti gli anni per la diretta Rai del capodanno, lo userei per le politiche sociali, quelle educative e culturali.

I grillini ? Sono già all’11%.

C’è il tema dell’etica  e della trasparenza nella gestione della cosa pubblica, che in queste elezioni è emerso con il voto di quei movimenti che si definiscono anti-partito. Molti cittadini sono sfiduciati, qui un elettore su tre non è andato a votare. E’ preoccupante questa sfiducia nei confronti della politica. Se la politica poi non sarà in grado di immergersi di nuovo nella società, questo dato tenderà a crescere ancora.

Fabio, parlavi di un clima elettorale positivo, ma, un commento sull’apparizione di quei volantini elettorali del Pdl “mandiamo a casa i comunisti” ?

Colpi bassi. Ma ormai siamo abituati a vedere qualcuno che purtroppo non ha molto stile e fa delle polemiche che alla fine gli si ritorcono contro. Questa favola dei comunisti forse farà presa su un certo elettorato, però sinceramente mi sembra che ormai il fantasma del comunismo…

Ma ultimamente abbiamo rivisto per le strade di Rimini simboli molto forti, la falce, il martello. Su questa cosa come vi pronunciate? Vi identificate in una sinistra nuova, europea, senza gli estremismi?

Non mi interessano le battaglie nostalgiche di testimonianza. Io non mi sento un estremista, mi sento un moderato. Personalmente mi vedo dentro l’arco di quei partiti di ispirazione socialista Nord-europea. Mi piacerebbe che il nostro wellfare fosse simile a quello della Svezia, -Social-democratico?- Certo, dove certe cose non vengono messe in discussione, come l’assistenzialismo, le politiche rivolte agli anziani, i minori, i disabili.

Quindi scegliete una posizione distaccata da questo tipo di sinistre o  pensate che ci possa essere un dialogo?

Se il centro-sinistra intende cambiare veramente, mostrando quella volontà, che tanto viene sbandierata, di essere più vicini alle problematiche vere, allora io sono per il dialogo. Ma deve passare dai fatti concreti. Per esempio il candidato del centro sinistra su queste tematiche di cementificazione e politiche sociali, cosa vuole fare?

Uhm…Pensi che il calo dei voti a sinistra, soprattuto anche nel Nord, dove sempre più anche gli operai votano a destra, sia dovuto a questa mancanza di scelta, di posizionamento, verso un ideale nuovo della sinistra?

Sì, secondo me la sinistra si deve proprio ripensare dalle radici. -Perché, l’operaio vota a destra?- Perché secondo me la classe dirigente della sinistra è sconnessa dalla vita di tutti i giorni. Una volta, c’era una radicamento, c’era proprio una sintonia e si era sulla stessa lunghezza d’onda, soprattutto fra mondo operaio e chi faceva politica nella sinistra. Oggi invece c’è un distacco, molti di quelli che fanno voto di protesta o votano per la lega, sono persone che pensano che la sinistra non sia in grado di dare risposte ai problemi di tutti i giorni. Questo è frutto di una politica degli ultimi vent’anni che ha fatto perdere di credibilità a tutto il centro sinistra, è questa è responsabilità di chi ha avuto i ruoli dirigenziali.

Continuiamo.

Siamo arrivati a un bivio, o la sinistra riesce a ritornare utile per l’emancipazione, per il miglioramento della vita di tutti, oppure è destinata a diventare un’esperienza del passato perché non ha la capacità di rinnovarsi. 

E’ inquietante aver visto un centro sinistra ammiccare a quei partiti che fanno leva sulla paura del diverso.

Noi sul tema delle politiche migratorie non faremo mai il verso a quei partiti. C’è un prezzo da pagare, ma non svenderò mai i valori della sinistra per un pacco di voti, a costo di restare nella minoranza. Su questi valori di solidarietà, cooperazione, valori della sinistra, non faremo mai un passo indietro. Anzi noi siamo per lavorare sempre di più per una società multi-etnica, con eguali diritti e doveri per tutti, senza quei pregiudizi che ormai sono entrati nella pancia di tutte le comunità. Anche a Rimini ho sentito persone che magari non si sentono razziste, però hanno questa paura del diverso, che è stata alimentata dalla politica. Questo è un problema.

Cosa sarà di Sel e Pd, ci sarà una scissione?

Sinceramente il mio rapporto con il Pd e il rapporto generale che intercorre fra le forze interne al centro-sinistra e il Pd, secondo me va rivisto in profondità. Perché in questi anni c’è stata una deriva del centro sinistra rispetto al bene comune. Ho visto un centro sinistra molto succube di quelle lobbies che hanno tanto potere economico e che condizionano le attività delle amministrazioni. Bisogna rimettere al centro l’interesse per la collettività, il bene comune, ma non so se il centro sinistra ce la farà. 

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Recensioni e Interviste, Sporco mondo

Effetti del nucleare

“E’ una truffa dire che il nucleare è l’energia del futuro”


Di Andrea G. Cammarata

Il Prof Marcello Cini, fra i fondatori dell’ INFN (istituto nazionale di fisica nucleare), laureato in fisica nel ’47, ha un’esperienza sulla relatività di oltre mezzo secolo. Negli anni ’50 è stato uno di quelli che nell’atomo ci credeva, “io stesso ho scritto tanti articoli in favore dell’energia nucleare”. Oggi racconta l’atomo come una tecnologia superata, nata dalla corsa delle grandi potenze verso l’armamento nucleare. Una corsa terminata da tempo con la fine della guerra fredda. 

Per le 457 centrali nucleari esistenti, le riserve stimate di uranio, stando ai dati conosciuti, si esauriranno al massimo in 60 anni, e se il numero di queste dovesse aumentare…Sulla questione “sicurezza” delle centrali transalpine e sul luogo comune “tanto rischiamo anche noi”, Cini spiega: “Alla luce di Fukushima capiamo che un conto è stare in un’area distante 30 chilomteri e un conto è starci a 200 chilomteri, è meglio non averne una nelle immediate vicinanze”. 

Franco Battaglia, nuclearista berlusconiano, ad Annozero ha detto che Chernobyl è una “colossale mistificazione mediatica” e che non c’è stato nessun morto, lei cosa ne pensa?

Conosco Franco Battaglia da più di vent’anni, non c’è da fidarsi, si inventa le cose. Basta andare su Internet per smentire delle affermazioni che non stanno né in cielo, né in terra.

C’è un’alternativa al nucleare?

O s’imbocca la strada verso il solare e l’eolico, oppure la società attuale crolla. E il problema non è solo giudicare se l’energia solare o quella eolica siano sufficienti al fabbisogno nazionale, la terza cosa da pensare è un uso efficente dell’energia, il risparmio energetico. Già questo da solo sarebbe una rivoluzione.

Come voterà al referundum sul nucleare?

Certamente voterò “Sì”. Sono contro il programma nucleare annunciato da Berlusconi, che ci ha aggirato con il trucco della moratoria per annullare il referendum, o per non farci andare a votare. Bisogna evitare quest’altra buffonata che vuole fare il Governo.

Cosa ne pensa della propaganda sul nucleare svolta dalla Fondazione Veronesi?

Hanno speso un sacco di soldi, non mi sembra abbia avuto un grande successo. Ma insomma, diciamolo chiaramente, in Italia il 70% degli elettori non è disposto ad avere una centrale nucleare sotto casa.

Allora, perché gli altri hanno il nucleare e noi no?

Negli anni ’70 sono state costruite nel mondo più di duecento centrali nucleari, mentre negli ultimi anni una quarantina. Il boom è arrivato nel momento in cui sembrava che le centrali fossero sicure, poi si è smesso di costruirle. Per i paesi che hanno investito sull’atomo, le centrali sono state un sotto-prodotto della ricerca militare sulle armi nucleari. Quindi Stati Uniti, Francia, Inghilterra, poi Pakistan, India, e quei paesi che si sono costruiti la bomba.

In pratica?

E’ tutta roba del ‘900. La cosa più truffaldina che si può dire è che il “nucleare è il futuro”, il nucleare è il passato. Durante la corsa all’armamento nucleare, certamente gli stati acquisivano tecnologia e soldi. Le armi nucleari, sono state costruite con i soldi dei cittadini. Insomma gli Stati pagavano tantissimo per la ricerca militare sull’atomo e come sotto-prodotto hanno sviluppato la tecnologia delle centrali. In Francia -ad esempio- è per costituire la force de frappe che poi si sono sviluppate le centrali nucleari. Negli Stati Uniti, dove i capitalisti hanno investito per avere profitto dei loro capitali, dopo gli anni ’70 non si sono più costruite le centrali, perché non conviene investire se lo Stato non paga.

Ma il nucleare vale quello che costa?

No, certamente no, visto che non vogliamo costruire armi atomiche. Sono balle quelle che dicono che il nucleare costa di meno, tutte pretestuosità, se non si mettono in conto i costi dello smaltimento delle scorie, e quello che le future generazioni dovranno pagare quando le centrali nucleari verranno dimesse. Una centrale dura al massimo 90 anni, alla fine bisogna spegnerla, ma non si spegne come un fuocherello, bisogna metterla in sicurezza e “nascondere” la radioattività che conserverà per migliaia di anni. Con quello che costa costruire le centrali, sarebbe allora più conveniente continuare a comprare energia dalla Francia.

Il nucleare è un’opportunità di crescità economica per l’Italia?

No, perché non sappiamo fare le centrali, per cui bisogna comprarle chiavi in mano dalla Francia, che possiede questa tecnologia. Tecnologia che peraltro è riuscita a vendere solo alla Finlandia, per una centrale il cui costo era stato preventivato in 3,5 miliardi di euro, per poi lievitare fino a 7 miliardi, e ancora non si vede la fine. Diciamo che tra Sarkozy e Berlusconi si saranno messi d’accordo per fare affari insieme, ma questo non c’entra. Comunque gli occupati in questo settore non sarebbero nemmeno una migliaia di persone. Non potremmo mai fare un’industria del nucleare. Saremo solo dei consumatori che comprano le centrali.

Ma poi c’è da fidarsi del made in Italy per la costruzione delle centrali?

A chi le facciamo costruire queste centrali? Ai costruttori della “cricca”, che mettono la sabbia al posto del cemento?  E le scorie a chi le facciamo smaltire? Alla camorra?

Pubblicato Dazebaonews,Informare per resistere

Dentro l’IIT, reportage, seconda parte. HyQ cane-robot.

Notizie, Recensioni e Interviste

Di Andrea G. Cammarata

HyQ (hydraulic quadruped) è uno dei primi progetti del Dipartimento di Advanced Robotics (IIT), il progettista è lo scienziato svizzero  Claudio Semini, post-doc, 33 anni.

HyQ, un cane robot, una bestia da 75 chili? A cosa serve?

Scopo principale della ricerca è di costruire una macchina out-door environment molto versatile in grado di superare terreni parecchio accidentati. Per esempio,se c’è un terremoto, HyQ potrebbe muoversi tra le macerie, iniziare a cercare le persone, fornire le prime immagini della situazione. HyQ muovendosi su zampe è molto agile e non ha i limiti evidenti dei robot che si muovono su cingolati o su ruota.

Come è nata l’idea?

Dal mio dottorato di ricerca, il progetto è partito nel 2007, all’inizio eravamo solo io e il Direttore di Dipartimento, Darwin Caldwell, e Nikos Tsagarakis, Senior Researcher, poi il gruppo è cresciuto, adesso siamo nove persone. In particolare Jonas Buchli, che ha una approfondita esperienza nel controllo di robot con zampe, ci sta aiutando a migliorare la locomozione di HyQ. In passato, Jonas ha preso parte a progetti in cui si sviluppava il software cervello dei quadrupedi-robot.

Cosa volete sia in grado di fare questo cane?

Da HyQ vorremmo ottenere dei movimenti molto veloci, oltre che farlo correre e saltare. Sperimentare un movimento preciso, veloce e dinamico, donargli diverse andature come nei cavalli: dal trotto al galoppo. Attualmente ci sono pochi robot con le zampe che riescono a fare movimenti molto veloci e precisi allo stesso tempo. Inoltre, cerchiamo di capire come si comporta un robot quadrupede in presenza di disturbi esterni, come per esempio un terreno scivoloso. Se cade non c’è nessuno che lo può rialzare.

Possiamo vedere in movimento HyQ?

No, oggi non si può, lo stiamo operando al cervello. E’ momentaneamente fuori uso. Il cervello lavora con Linux Real Time, poiché dobbiamo essere certi di poter rileggere i valori mandati dai sensori ogni millisecondo, in modo da poter fare reagire velocemente HyQ e farlo muovere senza scatti.

Come comunica HyQ con l’esterno?

All’interno del laboratorio, HyQ comunica attraverso un cavo di rete Internet. Per la comunicazione in esterno stiamo pensando a varie opzioni, come per esempio una trasmissione wireless, sebbene  questo sistema non abbia una portata molto lunga.

HyQ

 Come funzionano le zampe?

Ci sono degli attuatori idraulici molto potenti in acciaio, che vengono controllati nella posizione e nella forza e che permettono, per esempio, di creare una molla virtuale tra l’anca e il piede.

Il torso?

E’ una lamiera piegata, un’idea mutuata dal campo navale.

La coordinazione del movimento?

C’è un cervello, che è un normale processore Pentium, una piccola scheda elettronica collegata ad altre in grado di acquisire dati e di leggere i sensori. Sul Pentium gira un programma scritto in linguaggio C e C++, che rappresenta l’intelligenza di HyQ, in grado di comandare la posizione dei giunti nelle zampe. Abbiamo in programma un aggiornamento del software e dell’hardware con cui riusciremo a controllare anche la forza delle zampe. Sarà importante affinché HyQ possa sentire un ostacolo che gli oppone resistenza. In questo modo potrà conoscere il tipo di territorio che deve affrontare e comportarsi di conseguenza. In futuro HyQ avrà un algoritmo che gli permetterà di decidere, in funzione del terreno e della velocità da raggiungere, un’andatura con una frequenza di passo  maggiore o minore.

Chi sono i possibili acquirenti di una macchina del genere?

Altri istituti di ricerca, e, se dimostreremo che HyQ riesce a superare terreni accidentati, anche organizzazioni di primo soccorso e di emergenza, come i Vigili del Fuoco e la Protezione Civile. O i cantieri, dove HyQ potrebbe portare pesi e spostare oggetti.

E’ pronto HyQ ad andare in azione?

No, non è ancora pronto per uscire, ma è pronto per la ricerca. Al momento il robot è lento ma sicuro. Riesce ad alzarsi su due zampe, come un cavallo imbizzarrito. Ciò gli permetterebbe di sorpassare un ostacolo o un fossato. Nella camminata riesce ad avere sotto controllo il suo centro di massa sulle tre zampe, cioè nel momento di equilibrio più precario. Ma ancora gli esperimenti sono su tapis-roulant, quindi su un terreno non accidentato. Gli step di ricerca successivi  riguardano il perfezionamento e il peggioramento delle condizioni del terreno.

Alzandosi su due zampe potrebbe diventare un bipede, un “transformers” quindi?

Non è progettato per ciò, infatti i piedi non permettono che il robot possa avere una posizione di equilibrio statico su solo due zampe. I bipedi hanno infatti, piedi più grandi, che gli aiutano a distribuire il peso del corpo. Io preferisco i quadrupedi perché riescono ad aver un equilibrio stabile più facilmente.

L’alimentazione?

All’interno del laboratorio, HyQ è collegato con un normale cavo alla rete elettrica dell’Istituto. Nel futuro il robot potrebbe essere mosso da un motore a scoppio, invece che da batterie. L’obiettivo è di mantenere HyQ leggero e di renderlo autonomo per un tempo abbastanza lungo. Con un litro di benzina si produce energia 35 volte di più che con un chilo di batteria al litio.

Pubblicato Agoravox

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Dentro l’IIT, reportage, terza parte: i progetti Arbot e Micro-turbina (Pag. 3)

Dentro l’IIT, reportage, prima parte: Dentro l’IIt con il cane-robot e i ricercatori che ringhiano (Pag.1)

Dentro l’IIT, reportage terza parte. I progetti Arbot e Micro-turbina.

Notizie, Recensioni e Interviste

Di Andrea G. Cammarata

Carlo Tacchino, Senior Electronic Engineer, e Emanuele Guglielmino, Team Leader, del Dipartimento di Advanced Robotic (IIT) raccontano il progetto Arbot e Micro-turbina.

Arbot

Raccontatemi cosa fate al Dipartimento di Advanced Robotics.

Noi ci occupiamo dello sviluppo di robot antropomorfi, umanoidi, quindi bipedi, e bio-ispirati, tra cui quadrupedi. Per quanto riguarda il grande filone di ricerca di “robotica umanoide”, nel mondo ci saranno una decina di istituti più o meno come questo. Si cerca di creare dei robot simili all’uomo per fargli compiere attività che risulterebbero pericolose o a rischio per l’uomo. L’obiettivo generale  è  quello di aver robot che possano stare accanto all’uomo, e quindi interagire con esso in modo sicuro, portando assistenza, sorvegliando anziani, bambini, disabili.

 Sul modello giapponese?

Il Giappone ha una popolazione molto anziana, in questa ricerca è molto avanti, investe parecchi soldi. Qui è diverso, per queste cose è ancora importante un contatto umano. Nella visione occidentale non si vuole sostituire la persona con il robot.

 E i quadrupedi?

Nella ricerca ci ispiriamo alle sembianze e alla camminata di un quadrupede, cerchiamo di replicare il movimento biologico nei nostri robot. Quello che si trova in natura lo riportiamo su una macchina. Concettualmente il nostro quadrupede ha un utilizzo di carico in situazioni di pericolo e può muoversi su terreni sconnessi.

 Che applicazioni hanno i vostri robot?

Questo è un istituto di ricerca e, in generale, dei nostri robot non ci interessa subito l’applicazione finale. Noi ci concentriamo sullo studio di algoritmi e sullo sviluppo di prototipi. Cioè, non riceviamo direttamente una “commessa” da aziende esterne, ma lavoriamo su progetti che possono trovare diverse applicazioni.

 Per la componentistica dei robot dove vi rivolgete?

La componentistica è in parte fatta da noi e in parte comprata fuori. Ci rivolgiamo all’industria italiana quando è possibile, se non è possibile a quella Europea, Stati Uniti, Giappone. Sono comunque per lo più componenti che si trovano sul mercato.

 In questo senso avete una libertà di spesa, di decisione?

Sì, ma all’interno di un budget annuale. Considerando che stiamo parlando di prototipi e non di produzioni, quindi basse quantità di componentistica, piccoli numeri. Si sceglie un componente ad alta tecnologia che è il meglio sul mercato e che può avere un prezzo che può arrivare fino a quattro, cinquemila euro. Certo, alla fine il progetto ha un valore aggiunto  superiore. Siamo liberi di scegliere sui piccoli pezzi, non dobbiamo seguire una gara. Per le grosse forniture invece sì, come tutti gli altri.

 Altro nel paniere?

Accanto a questi due progetti avanzati, che dovrebbero arrivare a conclusione nei prossimi anni, ci sono altri progetti più piccoli. Uno di questi si chiama “Arbot” che è tecnicamente concluso. E’ una piattaforma che si utilizza per riabilitare la caviglia. E’ di ausilio al fisioterapista, ma non lo sostituisce. E’ in sostanza una macchina riabilitatrice della caviglia, che sfrutta parte dell’elettronica e della meccanica sviluppate all’IIT per i progetti di robotica. “Arbot” è vicino ad essere sperimentato nel breve periodo in ambito clinico e ospedaliero.

 Come è nata l’idea di Arbot?

E’ nata tre anni fa da una tesi di dottorato di un ricercatore. Ci lavoriamo in cinque, tutti italiani: due progettisti elettronici, due meccanici, e un ricercatore. L’idea si colloca nel filone della neuro-riabilitazione, quindi non solo riabilitazione dell’arto, ma fare in modo di ricollegare il cervello alla caviglia. E’ la pratica del bio-feedback.Tornando all’idea, si doveva generare un movimento fluido su una piattaforma molto piccola. Arbot ha al suo interno degli attuatori molto innovativi, che hanno la possibilità di essere potenti e precisi, cosa molto difficile da ottenere in simultanea. Con questo strumento si può fare un “allenamento” di tipo muscolare grazie anche alla potenza e alla precisione di cui è dotato. Arbot per questi motivi, ad esempio, è piaciuto molto anche nel mondo del calcio.

 Ma cosa fa?

In sintesi produce dei modelli di miglioramento della riabilitazione, dandone una rappresentazione oggettiva anche al paziente, che può così comprendere i suoi progressi nella riabilitazione guardandoli a video. Il movimento di Arbot è meccanico, la macchina è in grado di “scansionare” il movimento della caviglia producendone un tracciato.

 E adesso è in atto una sperimentazione di Arbot?

Sono previsti altri 4 prototipi della macchina, due di questi a breve saranno oggetto di valutazione e sperimentazione presso degli ospedali locali.

Micro-turbina

 Altri progetti?

Fra gli altri c’è la microturbina che è un generatore di energia, un componente che è utile a rendere i robot sempre più performanti e ad aumentarne l’efficienza energetica. E’ un progetto che ha portato ad un mini generatore di energia ispirato vagamente alle grandi turbine. Prende aria da una sorgente esterna e poi attraverso un meccanismo interno la converte in energia elettrica con cui si possono alimentare dei sensori e altri componenti della macchina su cui è montata la turbina.

 Quanta energia riesce a produrre la micro-turbina?

Siamo intorno ai 10 watt, ciò che per alimentare ad esempio una scheda elettronica è più che sufficiente. L’idea è quella di produrre energia ex-novo tramite un impianto ad aria compressa in un ambiente dove è difficile avere disponibilità di energia elettrica, quindi in zone remote. Il concetto è che riesci a produrre energia elettrica da una sorgente pulita e priva di rischi come l’aria.

Pubblicato Agoravox

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IIT, reportage: HyQ cane-robot (pag.2)

IIT, reportage: Dentro l’IIt con il cane-robot e i ricercatori che ringhiano (Pag.1)

Goudou goudou, il web-documentario per non dimenticare Haiti.

Recensioni e Interviste

Goudou goudou.


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“Una catastrofe porta ad altre catastrofi”

Di Andrea G. Cammarata

Era il 12 gennaio, più di un anno fa, quando ad  Haiti l’assassino “Goudou Goudou” si è fatto sentire distruggendo tutto, poi si è trasformato da rumore terrificante in una musica di speranza sulle bocche degli haitiani. Suono onomatopeico che riproduce le tremblement de terre, “Goudou Goudou” è il web-documentario sulla ricostruzione di Haiti, ideato da Giordano Cossu e Benoit Cassegrain, fondatori del progetto Solidar’IT in Haiti.

Alla ricerca di finanziamenti per il suo documentario, Cossu ha bussato anche alle porte del ministero dei beni culturali, la risposta? “Bello, ma qui Bondi ha tagliato tutto”; finanziato infine, con il supporto di Reporters sans Frontières, da Fondation de France, RF1 e da Vanity Fair per la versione italiana, “Goudou goudou” ha vinto in questi giorni il premio “Eretici digitali” al Festival Internazionale del giornalismo di Perugia.

Il web-documentario racconta le voci ignorate della ricostruzione, descrive il mondo sommerso di Haiti dimenticato dai media. “Una catastrofe porta ad altre catastrofi” racconta Giordano Cossu, i capelli chiari conserti da una parte, gli occhi blu sinceri che incrociano i tuoi: “Hanno dimenticato Haiti, dopo il terremoto ci sono altri rischi, ad esempio gli uragani hanno devastato le tendopoli, le precarie condizioni igieniche hanno portato il colera”. “Goudou Goudou” è frutto di una lunga permanenza dei due registi nell’isola a contatto con i giornalisti locali, cinque i reportage dei giovani radio-cronisti haitiani che compaiono nel web-documentario, visibile integralmente in versione italiana sul sito di Vanity Fair.

Guardate gli occhi scuri e profondi di questa popolazione sofferente e distrutta dal terremoto, dice il giovane giornalista Mc Haendel Paulémon “è abbandonata da Dio”, ma c’è una resitenza: “dopo aver passato tutto questo abbiamo il diritto di riprenderci il diritto di sognare”. Scriveva Kipling nel racconto “I costruttori di ponti”, che “chi dona la vita se la può riprendere”. Benite lo vedi dal tuo monitor nel Web, 26 anni, è uno dei ragazzi della ricostruzione e sta lottando, una bocca grande spiega come ai microfoni: “dateci il lavoro cosicché regni l’amore, perché il sangue cessi di scorrere in questo Paese”.

“Dio dice che vivrai con il sudore della fronte”, questo è Charles che si guadagna la vita nel commercio del ferro, a colpi di mazzetta lo separa dalle macerie e lo rivende, per 50 Gourdes al giorno sfama i suoi cari, è l’unico modo per vivere che ha trovato ad Haiti. In “Goudou goudou”, fra i miserabili di Porte au Prince, ci sono giovani che hanno “l’arte del recupero” nelle mani: writers, rapper, e i ragazzi di Teleghetto che rappresentano una realtà priva di filtri con mezzi di fortuna, “lo facciamo per il nostro Paese senza niente in cambio”.

La compagnia teatrale di Zhovie, artisti di strada travestiti da Zombie inscenano la morte che ritorna dopo il terremoto, urlano “viva lo Stato, i coloni ci hanno preso lo Stato. Siamo morti assassinati ci sono dei responsabili”. Emerge duro nel documentario l’attacco alle ONG che hanno invaso Haiti. “Se volete aiutarmi io metto la mano sinistra voi la destra, non voglio stare a guardarvi e basta” spiega Sofonie Louis, cittadina haitiana, chiedendo che le Ong non si sostituiscano allo Stato. Commoventi le parole del radiocronista Ralph Joseph, a contatto con la morte e la sofferenza nei campi ogni giorno del suo lavoro: “quando si è giornalisti c’è una certa etica da rispettare, non si può piangere davanti alla gente, ma devo dire che il più delle volte piango dentro di me”.

Pubblicato Agoravox

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