“Gli Stati Uniti avranno un nuovo reattore nel 2020”. Francese

Oltralpe, Sporco mondo

Di Andrea G. Cammarata

Il nucleare è duro a morire. Ieri Le Monde ha pubblicato un’intervista a Jaques Besnainou, direttore della filiale americana di Areva, società francese costruttrice di centrali nucleari, che controlla una fetta di circa il 25% del mercato mondiale nel settore.

Il messaggio di monsieur atomo è chiaro: gli Stati Uniti avranno un EPR nuovo già nel 2020. Fukushima non spaventa, semmai “rallenta il rilancio del nucleare oltre Atlantico” spiega Besnainou, aggiungendo che “il consenso verso questa fonte di energia non è stato rimesso in dubbio”.

Le basse tesi difensive del capoccia di Areva farebbero impallidire qualsiasi nuclearista berlusconiano. Il calcolo della sicurezza nelle centrali, per Besnainou, pare più un effetto di catastrofi, che uno strumento di previsione delle stesse: “dopo quello che è successo in Giappone siamo obbligati a interrogarci sul rischio inondazione delle centrali…Bisogna essere preparati a questa eventualità”.

Nel nuclearista imprenditore allora, con convinzione imperitura, c’è l’american-think: “la maggiorparte delle persone sanno bene che è più inquietante il prezzo della benzina che sale, rispetto alle conseguenze di Fukushima.” Besnainou aggiunge che, a suo parere, un americano “non stringerà mai la cintura” privandosi dell’atomo, che garantisce il 20% dellla produzione di energia elettrica USA, ciò con il concomitante aumento dei costi energetici delle fonti alternative. Il nucleare “continuerà perché i suoi clienti lo vogliono”; i 104 reattori nucleari americani sono “un’incredibile macchina da soldi”. Ancora. “Con un prezzo KwH sotto i 200 dollari e le centrali che non emettono Co2, chi può credere che il nucleare si fermerà?”.

Negli States il budget per il nucleare quest’anno è stato tuttavia ridotto di due terzi, ciò nonostante una Cina sempre più potente sul fronte fotovoltaico e nulceare, “gli americani ci rifletteranno, non crediate”.

Areva, parola di Jacques Besnainou, ne è certa: “otterrà il permesso di costruire un nuovo reattore nel 2012, lo venderà agli Stati Uniti fra il 2012 e il 2015, e sarà pronto nel 2020”. E la retorica: “solo il nucleare  sarà in grado di fornire un’energia pulita a un prezzo ragionevole evitando al tempo stesso le guerre per l’accesso alle riserve energetiche”.

Di fatto Fukushima ha aperto la strada al nucleare francese di Areva, che può profittare degli errori di Toshiba-Westinghouse e Hitachi-General electric, entrambe alleanze industriali nippo-americane che detengono il resto della torta nucleare.

Pubblicato Agoravox

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Nucleare, intervista a Marcello Cini

NUCLEARE: intervista a Marcello Cini.

Recensioni e Interviste, Sporco mondo

Effetti del nucleare

“E’ una truffa dire che il nucleare è l’energia del futuro”


Di Andrea G. Cammarata

Il Prof Marcello Cini, fra i fondatori dell’ INFN (istituto nazionale di fisica nucleare), laureato in fisica nel ’47, ha un’esperienza sulla relatività di oltre mezzo secolo. Negli anni ’50 è stato uno di quelli che nell’atomo ci credeva, “io stesso ho scritto tanti articoli in favore dell’energia nucleare”. Oggi racconta l’atomo come una tecnologia superata, nata dalla corsa delle grandi potenze verso l’armamento nucleare. Una corsa terminata da tempo con la fine della guerra fredda. 

Per le 457 centrali nucleari esistenti, le riserve stimate di uranio, stando ai dati conosciuti, si esauriranno al massimo in 60 anni, e se il numero di queste dovesse aumentare…Sulla questione “sicurezza” delle centrali transalpine e sul luogo comune “tanto rischiamo anche noi”, Cini spiega: “Alla luce di Fukushima capiamo che un conto è stare in un’area distante 30 chilomteri e un conto è starci a 200 chilomteri, è meglio non averne una nelle immediate vicinanze”. 

Franco Battaglia, nuclearista berlusconiano, ad Annozero ha detto che Chernobyl è una “colossale mistificazione mediatica” e che non c’è stato nessun morto, lei cosa ne pensa?

Conosco Franco Battaglia da più di vent’anni, non c’è da fidarsi, si inventa le cose. Basta andare su Internet per smentire delle affermazioni che non stanno né in cielo, né in terra.

C’è un’alternativa al nucleare?

O s’imbocca la strada verso il solare e l’eolico, oppure la società attuale crolla. E il problema non è solo giudicare se l’energia solare o quella eolica siano sufficienti al fabbisogno nazionale, la terza cosa da pensare è un uso efficente dell’energia, il risparmio energetico. Già questo da solo sarebbe una rivoluzione.

Come voterà al referundum sul nucleare?

Certamente voterò “Sì”. Sono contro il programma nucleare annunciato da Berlusconi, che ci ha aggirato con il trucco della moratoria per annullare il referendum, o per non farci andare a votare. Bisogna evitare quest’altra buffonata che vuole fare il Governo.

Cosa ne pensa della propaganda sul nucleare svolta dalla Fondazione Veronesi?

Hanno speso un sacco di soldi, non mi sembra abbia avuto un grande successo. Ma insomma, diciamolo chiaramente, in Italia il 70% degli elettori non è disposto ad avere una centrale nucleare sotto casa.

Allora, perché gli altri hanno il nucleare e noi no?

Negli anni ’70 sono state costruite nel mondo più di duecento centrali nucleari, mentre negli ultimi anni una quarantina. Il boom è arrivato nel momento in cui sembrava che le centrali fossero sicure, poi si è smesso di costruirle. Per i paesi che hanno investito sull’atomo, le centrali sono state un sotto-prodotto della ricerca militare sulle armi nucleari. Quindi Stati Uniti, Francia, Inghilterra, poi Pakistan, India, e quei paesi che si sono costruiti la bomba.

In pratica?

E’ tutta roba del ‘900. La cosa più truffaldina che si può dire è che il “nucleare è il futuro”, il nucleare è il passato. Durante la corsa all’armamento nucleare, certamente gli stati acquisivano tecnologia e soldi. Le armi nucleari, sono state costruite con i soldi dei cittadini. Insomma gli Stati pagavano tantissimo per la ricerca militare sull’atomo e come sotto-prodotto hanno sviluppato la tecnologia delle centrali. In Francia -ad esempio- è per costituire la force de frappe che poi si sono sviluppate le centrali nucleari. Negli Stati Uniti, dove i capitalisti hanno investito per avere profitto dei loro capitali, dopo gli anni ’70 non si sono più costruite le centrali, perché non conviene investire se lo Stato non paga.

Ma il nucleare vale quello che costa?

No, certamente no, visto che non vogliamo costruire armi atomiche. Sono balle quelle che dicono che il nucleare costa di meno, tutte pretestuosità, se non si mettono in conto i costi dello smaltimento delle scorie, e quello che le future generazioni dovranno pagare quando le centrali nucleari verranno dimesse. Una centrale dura al massimo 90 anni, alla fine bisogna spegnerla, ma non si spegne come un fuocherello, bisogna metterla in sicurezza e “nascondere” la radioattività che conserverà per migliaia di anni. Con quello che costa costruire le centrali, sarebbe allora più conveniente continuare a comprare energia dalla Francia.

Il nucleare è un’opportunità di crescità economica per l’Italia?

No, perché non sappiamo fare le centrali, per cui bisogna comprarle chiavi in mano dalla Francia, che possiede questa tecnologia. Tecnologia che peraltro è riuscita a vendere solo alla Finlandia, per una centrale il cui costo era stato preventivato in 3,5 miliardi di euro, per poi lievitare fino a 7 miliardi, e ancora non si vede la fine. Diciamo che tra Sarkozy e Berlusconi si saranno messi d’accordo per fare affari insieme, ma questo non c’entra. Comunque gli occupati in questo settore non sarebbero nemmeno una migliaia di persone. Non potremmo mai fare un’industria del nucleare. Saremo solo dei consumatori che comprano le centrali.

Ma poi c’è da fidarsi del made in Italy per la costruzione delle centrali?

A chi le facciamo costruire queste centrali? Ai costruttori della “cricca”, che mettono la sabbia al posto del cemento?  E le scorie a chi le facciamo smaltire? Alla camorra?

Pubblicato Dazebaonews,Informare per resistere

Premio Ilaria Alpi, le navi dei veleni. Misteri ancora non svelati

Premio Ilaria Alpi, Sporco mondo

Riccardo Bocca (Foto EsPr3sSioni)

 

Di Andrea G. Cammarata

 

“Una settimana di vacanze. In Somalia, dove Ilaria Alpi e Miran Hrovatin si recarono per seguire la partenza del contingente italiano,  passarono una settimana di vacanze conclusasi tragicamente.” (l’Espresso 7 febbraio 2006). Questa la verità di Carlo Taormina ex-presidente della commissione parlamentare Ilaria Alpi, che Riccardo Bocca, giornalista dell’Espresso, ha ricordato con sdegno durante la presentazione del suo libro “Le navi della vergogna”, al premio “Ilaria Alpi” di Riccione. Un caso dopo 16 anni tuttora aperto, discusso approfonditamente in questi giorni. Racconta Bocca, che su tutti spunta il nome dell’ingegnere Giorgio Comerio, ideatore di un progetto costosissimo: capsule zeppe di rifiuti da sparare nei fondali marini; costui, respinto dalla Comunità europea per motivi economici ma soprattutto di sicurezza, si rivolge a numerose autorità per attuare il progetto. Ma il procuratore Francesco Neri, l’unico magistrato che  negli anni ’90 seguiva il caso Ilaria Alpi da Reggio Calabria, lo intercetterà durante un’operazione di smaltimento proprio in Somalia. La perquisizione effettuata dal comandante Natale Di Grazia a Garlasco nella casa dell’ingegnere, restituirà una copia del certificato di morte di Ilaria, cui neanche la famiglia della giornalista del Tg3 aveva mai avuto visione. Quella copia avrebbe dovuto essere negli archivi della procura di Reggio Calabria, ma era stata frugata. Il giorno seguente, un lancio d’agenzia smentirà totalmente le dichiarazioni del procuratore, che sostenevano il ritrovamento del documento rubato. E qui si scagliano gli interrogativi sull’occultamento della notizia. E il capitano De Grazia, che indagava sulle navi dei veleni, di lì a poco viene trovato morto in circostanze mai del tutto chiarite.

Bocca racconta anche di Giancarlo Marocchino, citato in un rapporto di Green Peace di cui è data notizia di questi giorni. E’ il primo uomo che arriva sulla scena del delitto di Ilaria a Mogadiscio, colui che nel ’95 un’informativa della Digos di Roma indica, secondo una fonte attendibile, quale presunto “mandante dell’omicidio di Alpi e dell’operatore Milan Hrovatin”, in realtà il personaggio non è mai stato né indagato, né processato per l’omicidio Alpi. Tuttavia i risvolti inquietanti svelati dal rapporto di Green Peace, narrano di una sua oscura opera, proprio nella zona di Mogadiscio: un porto marittimo le cui banchine sono state costruite con centinaia di container colme di cemento e rifiuti tossici e radioattivi, come dimostrato dalla organizzazione ecologista.

Sui misteri occultati che avvolgono il traffico di rifiuti tossici, si staglia nel 2005 anche uno dei rari pentiti di ‘ndrangheta, Francesco Fonti. Dice di aver affondato delle navi e ne indica il punto preciso. La Regione Calabria tramite delle indagini confermerà l’esistenza del relitto.  Il ministero dell’Ambiente, ministro Prestigiacomo, chiede ulteriori conferme inviando una nave, la “Mareoceano” affinché effettui ulteriori indagini su quanto rinvenuto. Di fatto -racconta Bocca anticipando un suo articolo su L’Espresso in edicola oggi- il ministro se ne esce dicendo che in base a indagini approfondite della “Mareoceano”, il relitto delle ricerche della Regione non corrisponde a quello indicato dal pentito, ma gli stessi tecnici della “Mareoceano” al contempo indicheranno di avere ancora svolto solo preliminari “esplorazioni acustiche”, smentendo nettamente quanto asserito dalla parole del ministro. Alle dichiarazioni contrastanti del ministro precedono nello stesso giorno quelle, ritenute erronee, di Piero Grasso, procuratore nazionale antimafia, che indicherà, un già noto, e peraltro definito innocuo, relitto affondato nel Tirreno, essere la fantomatica nave segnalata da Fonti. Su tutti questi dubbi e smentite, oggi in Calabria, più che altrove, si muore di leucemia e ndrangheta.

Alcuni momenti della presentazione del libro di Bocca: “Le navi della vergogna”

Il pentito di ndrangheta Francesco Fonti e il caso del ministro Prestigiacomo:

Le dichiarazioni della commissione presieduta da Taormina e i casi Giorgio Comerio:

Il rapporto Greenpeace:

Alcuni passi del libro letti dell’attrice Giulia Troiano:

Giulia Troiano (foto EsPr3sSioni)

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Premio Ilaria Alpi: se il giornalismo si fa reading su note jazz

Premio Ilaria Alpi, si apre con “The cove” la strage delfini

Premio Ilaria Alpi, si apre con “The cove” la strage delfini

Premio Ilaria Alpi, Sporco mondo


Di Andrea G. Cammarata

Si è aperto ieri a Riccione il “Premio Ilaria Alpi”, la giornalista del Tg3 uccisa insieme al suo operatore in Somalia durante un’inchiesta sulle eco-mafie. E ancora una volta si chiede “verità e giustizia” sul caso della giornalista che non ha trovato mai una risposta.

Protagonista dell’inizio del festival: il film-documentario “The cove”, un’attenta inchiesta sulle centinaia di uccisioni di delfini a scopo commerciale, compiute ogni anno nella baia di Taiji, in Giappone. Testimone e attore eccellente dell’eco-film è Richard O’ Berry, l’allevatore di Kathy, il delfino di “Flipper”, la serie tv in voga a fine degli anni ’70. O’ Berry  si vede morire fra le braccia il delfino che fu al suo fianco per sette anni, si converte e rinuncia alla sua collaborazione alla caccia dei delfini per scopi commerciali, divenendo l’attivista più conosciuto nella difesa dei cetacei.

L’intervista a Ric ‘O Barry (audio in inglese-proiettata durante il premio Ilaria Alpi):

“The Cove”, oltre i delfini catturati per i parchi acquatici che fruttano 150mila dollari per ognuno di essi, racconta di migliaia di esemplari uccisi ogni anno a scopo alimentare; la carne di delfino è infatti apprezzata in Giappone, ha un costo relativamente basso  e viene spesso spacciata per quella di balena, ma, spiega il documentario, ciò succede all’insaputa dell’inquietante concentrazione di mercurio, che si deposita nella carne dei delfini in valori assolutamente fuori dalla norma. Il rischio di tossicità è altissimo, e il Giappone in tutto ciò, distribuiva gratuitamente ai bambini la carne di delfino nella mensa delle scuole.

Per quanto concerne la caccia alle balene, l’Australia di recente ha denunciato al tribunale dell’Aja il Giappone, i cui bracconieri solo nel primo trimestre di quest’anno hanno mietuto vittime per più di 500 esemplari. E’ una strage  giustificata dal governo nipponico a nome di una tradizione culturale e di una ricerca scientifica cui il Giappone non potrebbe rinunciare, tuttavia la pesca commerciale delle balene è bandita dal 1986. Ma i cittadini giapponesi da quanto risulta da “The Cove” non sanno nulla, né del mercurio presente nella carne di delfino, né delle stragi nella baia di Taiji, né tante volte che la carne di delfino è commestibile. Il film, censurato in questi giorni in Giappone, ha permesso fra l’altro di cessare la distribuzione dei tranci di delfino nelle scuole.

Il trailer di “The cove”

Al termine della proiezione sono intervenuti in dibattito un responsabile di “Lega Ambiente”, -una delle associazioni che ha sponsorizzato il film- e l’amministratore delegato, con un rappresentante, del parco tematico di Riccione “Oltremare”, questi ultimi hanno tenuto a precisare che “il filmato è pieno di un mucchio di falsità” asserendosi fra l’altro favorevoli alla cattività “in determinate  condizioni”, e hanno aggiunto che “se qualcuno vuole bene agli animali dovrebbe vederli negli zoo”; quanto alla carne di delfino spiegano: “a Rimini la si mangiava già negli anni ’70, per le feste di Pasqua”. Oltremare adduce uno scopo educativo per i bambini agli spettacoli dei delfini, tuttavia è dimostrato che i cuccioli e gli esemplari maturi, dotati come sono di un senso dell’udito sopraffino, soffrono terribilmente i rumori degli show, giungendo inevitabilmente alla morte nel giro dei due anni. Vaghe le risposte alla domanda di quanti delfini muoiano nel parco acquatico Oltremare, “Certo che muoiono i delfini, muoiono le persone…ne sono morti due, tre mi sembra”. Attualmente sono 4 i delfini catturati in mare, due di questi pescati nel 1989 in acque cubane, e sei sono i cuccioli nati in cattività, tutti “residenti” a “Oltremare”. Nessuno dei circa 20 esemplari presenti in Italia, assicurano i responsabili, proviene dalla baia di Taiji, e comunque l’Europa non permette più la messa in cattività dei  cetacei nei delfinari, ma solo l’impiego di animali nati in cattività. L’amministratore delegato ha tuttavia assicurato fra gli applausi dei presenti, che questi animali “probabilmente starebbero meglio in mare”, restando fiducioso insieme al suo rappresentante che l’obiettivo è necessariamente eliminare l’estinzione, non gli esemplari in cattività. In tutto ciò pur assicurando che gli animali godono di tutte le cure necessarie e che non prendono più alcun medicinale come il Valium o cose del genere, dicono i rappresentanti, il parco “Oltremare” è praticamente in perdita.

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Caccia alle balene. L’Australia denuncia il Giappone

Giappone le balene reclamano, il loro attivista Peter Bethune rischia l’arresto

Caccia alle balene. L’Australia denuncia il Giappone

Sporco mondo

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Di Andrea G. Cammarata

Sono circa un migliaio all’anno le balene uccise dal Giappone in nome della ricerca scientifica e di una millantata tradizione “culturale”, l’Australia, dopo ripetuti avvisi, ha detto basta, denunciando il governo nipponico alla Corte internazionale di giustizia.

Oggi la notizia è stata ripresa proprio dall’Agenzia giapponese per la pesca che ha commentato la denuncia all’Aia scrivendo in una nota: “Siamo stati informati che l’Australia ha deposto una denuncia alla Corte dell’Aia per la pesca della balena per motivi scientifici. Vedremo come rispondere.”

In realtà da rispondere ci sarebbe ben poco, se non uno stop definitivo ad una caccia che di utile non ha nulla. Di fatto la pesca commerciale delle balene è bandita dal 1986, tuttavia in Giappone non si è mai arrestata, ne da’ notizia oggi anche Peace Reporter. Il trucco dei giapponesi è quello di far passare l’uccisione dei cetacei per “motivi scientifici”, un fine “nobile” che ha consentito finora la pesca di un migliaio di esemplari l’anno, di cui 507 solo tra dicembre e marzo.

L’interdizione della pesca dei cetacei risale appunto ai primi anni ottanta, quando la Commissione internazionale sulle balene, intervenne a regolamentare una pesca brutale che metteva in grave pericolo la continuazione della specie animale.

Le pressanti richieste delle organizzazioni internazionali, fra cui si ricorda l’esempio di Peter Bethune, un attivista della lotta alle baleniere, fra l’altro di recente arrestato in acque giapponesi, hanno permesso un’apparente riduzione degli esemplari pescati. Peace Reporter scrive che le proteste hanno persuaso l’agenzia della pesca di Tokyo a dimezzare il numero di balene da pescare previsto per il trimestre dicembre-marzo, facendolo così scendere da 985 a 507, che è stato poi il numero effettivo di balene uccise.

La denuncia alla Corte internazionale era già nell’aria da tempo, sia Nuova Zelanda che Australia, hanno già contestato duramente la spietata caccia ai cetacei nel Mar Antartico, e minacciavano da tempo un’azione legale contro il Giappone. Quindi la denuncia è arrivata, e Hirufumi Hirano, portavoce del governo nipponico di tutta risposta ha etichettato come “deplorevole” l’iniziativa australiana, in nome di una pesca scientifica “autorizzata”, poiché non commerciale, come indicato dalla Commissione internazionale per la caccia alle balene.

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Alaska: oleodotto Bp, altra falla. Ancora allarme ecologico

Sporco mondo

Trans Alaska Pipeline

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Di Andrea G. Cammarata

Ancora grossi problemi per Bp, ma non nel Golfo del Messico, dove la piattaforma Deep Water Horizon il 20 aprile, era affondata provocando il riversamento in mare di migliaia di barili di petrolio. Questa volta nel centro del mirino c’è un oleodotto in Alaska, il cui flusso è stato bloccato a causa di una perdita di petrolio. I dispositivi di sicurezza sembrano ancora funzionare, ma potrebbero non essere sufficienti. La perdita è dovuta a malfunzionamenti tecnici dell’oleodotto, e finora è stata trattenuta da una vasca di emergenza, che ha raccolto il greggio, tuttavia la sua capacità è di 104.500 barili e non potrà sopperire alla perdita per più di 48 ore.

L’allerta è massima. L’inconveniente tecnico si è verificato nella zona a sud di Faribanks durante un test di controllo anti-incendio. Tutto il personale della stazione di pompaggio ha lasciato la zona.

L’oleodotto in questione, il Trans-Alaska-pipeline, si estende per 1300 Km e ha una capacità di 667mila  barili di petrolio al giorno, e per il 47% è controllato proprio dalla Bp.

Intanto per ciò che concerne la falla del Golfo del Messico, l’amministrazione Obama è infuriata, il presidente degli Stati Uniti, che venerdì tornerà in Louisiana, in via informale avrebbe detto “Tappate quel maledetto buco”.

Si aggiungono altri dettagli dell’incidente a bordo della Deep Water Horizon, rivelati da una delle commissioni d’inchiesta del disastro, presieduta da Henry Waxman e Bart Stupak. A fronte di uno studio di 105mila pagine d’indagini riguardanti la società petrolifera Bp, la Transocean, padrona della piattaforma e la Halliburton, facente parte del gruppo Cameron, è stato chiarito che 3 segnali di pericolo sono arrivati 51 minuti prima dell’esplosione, fra i quali “una pressione abnorme all’interno dei tubi.”

La Transocean, che affittava la piattaforma a Bp, ha fatto sentire la sua tramite un portavoce accusandola: “un pozzo si costruisce nella stessa maniera di una casa: seguendo le istruzioni del proprietario e dell’architetto. In questo caso si tratta di Bp.”

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Marea Nera, c’è un testimone: “Bp accelerò la produzione nonostante i lavori in corso”

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Mike Wiliams

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di Andrea G. Cammarata

Marea nera. C’è un testimone scomodo di cui svela l’esistenza il canale CBS durante la trasmissione “60 minuti”, si tratta di Mike Wiliams, il tecnico elettrico della piattaforma BP, che si trovava a bordo al momento dell’esplosione. La testimonianza è raccapricciante, Bp avrebbe fatto pressioni per accelerare la produzione di petrolio allorché diversi lavori di restauro della piattaforma ne impedivano il normale rendimento.

Il giorno dell’inizio della catastrofe ambientale Mike Williams si salvò grazie a un tuffo di 30 metri, altre 11 persone morirono, ma prima del disastro, ha spiegato Mike Williams alla CBS, alcuni responsabili della Bp si trovavano a bordo della piattaforma. C’era stato uno scontro fra i rappresentanti della società petrolifera e i responsabili del vero proprietario della piattaforma, la Transocean. A motivo della discussione si ponevano dei lavori in corso, che frenavano gravemente la produzione di greggio. Le pressioni di Bp per dar fine ai lavori il più velocemente possibile, si protraevano da diverse settimane, tuttavia imprevisti di vario genere ne avevano impedito il termine nei tempi previsti.

Stando a quanto riportato da CBS, ogni giorno di ritardo costava alla società petrolifera un milione di dollari (820mila euro). Secondo il tecnico elettrico, quando una componente del dispositivo anti-esplosione è andata distrutta a causa di un errore, uno dei dirigenti giudicò il fatto privo d’importanza significante.

La testimonianza di Mike Wiliams è stata prodotta anche al Senato Americano, martedì scorso, presente il ministro dell’Interno Ken Salazar, che ha rifiutato di commentare la notizia. Nello stesso giorno Barack Obama ha annunciato la creazione di una commissione d’inchiesta indipendente che indagherà sul disastro della piattaforma Deep Water Horizon.

La situazione nel Golfo del Messico resta gravissima, delle macchie di petrolio sono apparse vicino alle isole Keys, a sud della Florida, la pesca è vietata nel 20 % delle acque del Golfo. Fra altri animali vittime del disastro, 156 tartarughe marine sono state trovate morte.

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Marea nera:USA ammette colpe, Obama apre commissione d’inchiesta indipendente

Sporco mondo

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di Andrea G. Cammarata

Marea nera. E’ la  volta del decreto presidenziale. Barack Obama utilizzerà proprio questa formula per dare luogo a una commissione d’inchiesta indipendente, che avrà il compito di analizzare il disastro ambientale provocato dall’affondamento della piattaforma Deep Water Horizon, avvenuto nel Golfo del Messico il 20 aprile scorso.

Ancora non è chiaro chi presiederà la commissione, i nomi degli incaricati verranno resi noti la settimana prossima. L’amministrazione Obama alimenta così la sua credibilità, peraltro indebolita,  sulla gestione dell’affaire Bp, istituendo una nuova commissione autonoma, che rimpiazzerà quelle già in essere create dal governo subito dopo il disastro. Il segnale è chiaro: fare luce il più possibile e farlo in maniera indipendente. Difficile, che il governo Usa infatti possa condurre autonomamente un’inchiesta imparziale nella quale è interessato a sua volta.

Già, il ministro del Territorio Ken Salazar ha ammesso in Congresso, al Senato, le responsabilità USA per ciò che riguarda le perdite di petrolio. A ciò ha aggiunto il mancato intervento necessario da parte del governo, nel garantire la sicurezza nelle piattaforme off shore. Salazar poi, di fronte alla Commissione Energia e Risorse, dopo il mea culpa e nonostante le sue siano le prime dichiarazioni dal momento del disastro del 20 aprile, ha garantito un maggior impegno nella battaglia con le società petrolifere, le quali fin a ora hanno impedito ogni eventuale e necessario cambio di rotta nel “loro modo di fare business”, ha spiegato. Ancora, Salazar: “Non abbiamo fatto e non faremo mai marcia indietro nella nostra agenda” e “Daremo all’agenzia –la Minerals Management Service– più risorse, più poteri, più autorità e maggior indipendenza” . L’agenzia in questione è responsabile delle estrazioni nel Golfo del Messico.

Tutta la questione intanto ha assunto delle proporzioni gigantesche, per ciò che concerne danni ambientali ed economici. Uno “spettacolo ridicolo” , diceva Obama commentando i rappresentanti delle società petrolifere, che si erano pronunciati durante il Congresso di Venerdì scorso. Di fatto la presenza scenica da american movie c’è, ed è di entrambi:  governo Usa e società petrolifere, che paiono impegnate in un ping-pong a scagionarsi l’un l’altro.

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Usa: affondata piattaforma BP, enorme macchia di petrolio già visibile dalla Louisiana

Sporco mondo

piattaforma petrolifera

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di Andrea G. Cammarata

Una tragedia ambientale senza precedenti, la piattaforma petrolifera BP sta disperdendo nel mare antistante alla Louisiana, circa mille barili di petrolio al giorno, l’equivalente di 160mila litri di greggio.

Il disastro ambientale nel golfo del Messico si è scaturito martedì scorso quando a seguito di un’esplosione sulla piattaforma Deep Water Horizon, che ha provocato la morte di 11 delle persone presenti, migliaia di litri di petrolio sono cominciati a fuoriuscire dalle tubature e dalle valvole, fino a quando venerdì scorso la struttura è affondata.

La piattaforma all’attivo disponeva di 2,6 milioni di litri di petrolio ed era in grado di estrarre  90mila litri quotidianamente. La BP, società petrolifera brittanica che gestisce la piattaforma (proprietaria ne è la Transocean), dopo l’esplosione si era detta possibilista sulle limitazione del danno dovuto alla fuoriuscita del petrolio allontanando ogni ipotesi sulla malaugurata conseguente catastrofe, ma nulla di fatto ha confermato le rosee previsioni.

Il Corriere della Sera, che sta seguendo il caso, riporta le parole di Richard Metcalf, ingegnere Bp, parole quasi assurde che descrivono sommariamente l’operazione di riduzione delle perdite attuata dalla società petrolifera, come se si trattasse di “mettere un tappo di sughero a una bottiglia di champagne”.

Ciò che si sta tentando di fare è infatti di fermare le fuoriuscite del combustibile dalle tubature della piattaforma che arrivano a profondità sub marine anche di 5mila metri, fondamentale in queste operazioni è il sussidio di robot marini in grado di suturare le falle. Altro metodo per fermare le fuoriuscite è quello di pompare cemento all’interno delle tubature interessate all’esplosione, ma l’iniezione di cemento necessita molto tempo vista anche la profondità a cui si sono verificati i danni. Si aggiungono le condizioni meteorologiche che sono del tutto sfavorevoli ai soccorsi e stanno complicando gli interventi di sicurezza.

Il danno è di dimensioni spaventose, si parla di una macchia di petrolio grande 1.500 chilometri quadrati che si sta ingrandendo del 50% avvicinandosi pericolosamente all’arcipelago delle Chandeleurs, una riserva naturale di uccelli. La macchia è già visibile dalle coste della Louisiana, dalle quali dista appena 60 chilometri.

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“Sono addolorato, devo informarvi che la piattaforma di gas naturale Aban Pearl è affondata alcuni momenti fa” Hugo Chavez annuncia via twitter l’affondamento della piattaforma Aban Pearl…

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