To Serbia. Altri giorni di Nis, prima parte.

Balcani, Poesia e storie

Incrocio a Nis

Di Andrea G. Cammarata

Rientro al buio sollevante da Sarajevo, 7 ore passando per Valijevo, mentre i passeggeri del minibus ti prendono forma intorno trasformandosi in una carovana di viaggiatori silenziosi. Al fianco del sedile reclinabile su cui siedi c’è questo iron-boy che gioca ossessivamente con il telefonino e sembra una donna. E dietro due studentesse si offrono patatine e dolciumi, l’una le rifiuta. In mezzo fra i cinque sedili in fondo un contadino riposa beato e sembra stanco da almeno cento anni, russa forte, mentre l’altra labbra rosse sorride ingenuamente. Pausa, smoke, il gelo che blocca le ossa e mente ormai vuota, e occhi che scrutano una coppia innamorata di vecchietti pensionati che esce mano nella mano dal mini-van, e lei che poggiando le gambe fragili sul suolo ghiacciato e lunare dei balcani stringe il polso del compagno, e copricapi slavi che si uniscono sfiorandosi in baci antichi. La radio suona forte e incessante trasmette canzoni turche, stordenti che impediscono di dormire. Ultima destinazione del bus sarà Skopje, Macedonia. Scendi a Nis in Serbia meridionale. I due autisti si sono scambiati solidali il posto di guida, e durante le pause in kafana bevevano soltanto té, hanno una forza disumana, non temono ghiaccio, montagne declivi, e viaggiano, come per loro come per noi.

“I quattrocento colpi” di Truffaut, proiettato sul portatile, che gelosamente custodisci, e che é essenziale in viaggio, e che ora fa la gioia degli sguardi curiosi degli altri passeggeri. Vecchia pellicola in bianco e nero sei la giusta storia di un ragazzino sconcertato che si libera nella Parigi del dopoguerra.

A Nis sono quasi le quattro del mattino, la stazione dei bus riposa puzzolente ancora avvolta di smog, e pezzi di carne abbandonati  congelati sulle griglie dei corner ti guardano, l’aria è ferma. Costeggi la fortezza turca, bianca immota, volti le spalle e traversi il ponte sulla Nissava. Si apre la città dinanzi mentre scorgi un barbone che bussa alle porte del betting center e il cavallo di bronzo che troneggia nella piazza centrale sotto il grattacielo grand hotel Ambassador. A testimoniare le guerre serbe il ronzino unto e sudicio è ancora lì. Monumenti che fissano il tempo amaro. Uno dei panifici 0-24 sembra invitarti ma scegli che no, meglio non mangiare, se “il digiuno rinvigorisce lo spirito”. C’è uno strano rapporto con il cibo qui, sarà causa della guerra. Punti il bi-locale che ti aspetta, bussi, bussi all’infinito finché non aprono. C’è spazio in terra, letti pieni, “dormo lì nell’angolo fra il mobile e la stufa elettrica colma di pietre di quarzo”. Pavimenti dei balcani, pavimento di legno morbido e scuro, e a terra si sta freschi. Sono le 4 e tutto è calmo, nonostante tutto, “nonostante me”. Nonostante tutto il bilocale profuma. Ritieni che da domani servirà generosità se viaggiare rifocilla l’animo annientando quel nichilismo miserabile cui si sottopone l’intero occidente.

A giorno Nis si proietta come le foto anni ottanta sui teloni per le diapositive: è sporca, annebbiata dai fumi delle vecchie auto, e dalle stufe, e dalle sigarette. Nis che puzza anche nelle giornate più terse come lo sono queste di gennaio. C’è una libertà priva di etichette salutari miserabili ed europeiste, con cui nei bar si fumano anche 4 sigarette, o forse più, per un solo caffè. E aspetti il freelancer che ti parla della strage di Srebrenica in Bosnia. E più tardi di nuovo fuori sulla strada fra musicanti e ottoni argentati, rom bassi che padroneggiano le loro famiglie riverse sui marciapiedi, fra la gente di Nis, e qualche d’uno degli ottocento nuovi arrivati per lo stabilimento di Benetton che aprirà in sordina compensando la perdita di lavoro in Italia per la finta-gioia di altri operai serbi. Serietà, sguardi che significano niente e più, trucchi pesanti, strati di fondotinta che nascondono pelli avvizzite e si colorano fra i viola schocking sulle palpebre e le unghie squadrate e rifatte. E zeppe come carrarmati, e gambe lunghe involte da shorts o minigonne come salamine che si protendono verso il cielo nel vano tentativo di equiparare le altezze inarrivabili degli amanti serbi. E’ sera mentre si scrive e il tramonto affoga fuori nei balcani, e i ragazzi mangiano pasta al ragù e bevono rakija, e scrivi di Sarajevo “quel poco che va fatto”, e “c’è la connessione lasciatemi scrivere”. “Andrea staccati di lì”. Ciò che avviene guardando oscene comiche clip in dialetto toscano su You Tube. In tutto questo tal volta la vita sceglie di orientarsi. E non c’è tempo, vale bene correre snobbando il gelo nelle mani per essere al Tesla café. Dove la musica è forte, il segnale Wi-fi sempre disponibile, e la tappezzeria di banconote da cento dinari fotocopiati ti guarda calorosamente. Uno studente serbo di base a Thessaloniki trascina le tue braccia ancora verso una bevuta improbabile, non prima di un dovuto: “who are you? Are you a spy?”.

La Grecia è per il sud della Serbia un punto di riferimento. E da Nis i cartelli stradali invitano verso Thessaloniki, Atene, o Skopije, o Pristina, o Sofia, e tutto ciò è davvero meraviglioso. Senti di poter essere ovunque, duecento, trecento chilometri massimo e ogni grande città è li ad aspettarti. Oltre c’è la fine amara della Jugoslavia che con la balcanizzazione è diventata una foresta in cui le nazioni sono riapparse prepotentemente come funghi, è un medioevo geopolitico fatto di dipendenze e prevaricazioni reciproche.

Si scappa dallo studente di Thessaloniki adducendo vane scuse, “sono stanco”. Se sottrarsi nei Balcani da qualcuno che ti offre da bere è quanto meno offensivo.

Nella notte alcune chiese ortodosse affiorano timide semi-interrate nelle strade risalenti alla dominazione turca che ne consentiva solo così la costruzione. “Di modo non appariscente” doveva essere l’espressione del sultanato. E la Serbia è ancora turca, per la musica, per il caffè, e stupidamente per quanto si fuma. E’ parlare, lingua serba, serenità dello stare insieme, e di apparire in pubblico in una vanità sana e post socialista.

Fine prima parte.

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Miodrag Miljkovic spiega Kosovo del Nord e Serbia Meridionale

Balcani

A sinistra Miodrag Miljkovic

Intervista a Miodrag Miljkovic, analista politico e giornalista, attualmente di base a Niš. Vanta 14 anni di esperienza professionale in Kosovo e nelle province limitrofe a Preševo, in Serbia meridionale. 

Intervista e traduzione dall’inglese a cura di Andrea G. Cammarata

C’è qualche voce di corridoio che indica l’aeroporto internazionale di Niš come il luogo scelto dai russi per la costruzione di una presunta base militare, quale è la situazione reale ?

Non è la prima volta che ne sento parlare. L’aeroporto di Niš è civile, e non viene utilizzato per scopi militari. Il ministero dell’Interno serbo ha firmato però un accordo con l’esercito russo per costruire un centro emergenze umanitarie, che avrà base a Niš. Il centro sarà operativo a livello regionale anche in Macedonia, Montenegro, Bosnia, Serbia, Croazia, Bulgaria e Grecia, e gestirà situazioni di emergenza come incendi, terremoti e inondazioni. Si è cominciato a parlare di una base militare perché la protezione civile russa durante l’estate invia a Niš due aerei e due elicotteri antincendio. Niš è in una posizione geografica strategica da cui si può intervenire facilmente in situazioni di emergenza anche nelle nazioni confinanti: questo è il punto. Il centro emergenza è solo un progetto sulla carta che potrebbe essere realizzato l’anno prossimo. Per quale motivo, poi, costruire una base militare russa? Andrebbe contro l’interesse della Serbia che si sta affacciando all’Unione Europea. Senza calcolare che i rappresentanti della Kosovo-force e le autorità serbe s’incontrano spesso a Nis.

Qual’è la situazione socio-politica nelle provincie di Bujanovac, Medveđa e Preševo, le zone della Serbia meridionale a maggioranza albanese e confinanti con il Kosovo. E’ plausibile, come paventato da alcuni analisti, uno scenario di scambio territoriale, fra i governi di Serbia e Kosovo, della zona settentrionale kosovara con quella meridionale serba?

La situazione nel sud della Serbia è calma, e non c’è alcun pericolo come d’altronde nel resto del Paese. Gli albanesi hanno ora il loro rappresentante all’interno dell’Assemblea nazionale, e non hanno più particolari attriti con i serbi, ma resta un po’ di tensione. Gli albanesi chiedono maggiori diritti anche se in realtà ne hanno già: il presidente della provincia del Preševo è un albanese, come lo è quello di Bujanovac. Gli albanesi sono assolutamente integrati nella vita politica e sociale della Serbia, hanno le loro scuole e un Consiglio nazionale che garantisce loro i diritti umani. Piuttosto questa zona è vicinissima al Kosovo, che ha dichiarato l’indipendenza lasciando a suo tempo le tre provincie di Preševo, Medveđa e Bujanovac, alla Serbia…Uno scambio di territori fra i due Stati è tuttavia a mio parere impossibile. Il problema principale è che il sud è sottosviluppato rispetto al resto della Serbia. Serbi e albanesi hanno infatti gli stessi problemi: disoccupazione e condizioni di vita precarie. Perciò la maggioranza dei serbi di Preševo e Bujanovac migra verso la Serbia centrale per trovare un lavoro. Gli albanesi invece vanno verso l’Europa centrale, perché spesso vengono invitati, o supportati, dagli stessi albanesi delle migrazioni degli anni ’90 che già risiedono in quei luoghi.

Gli albanesi-serbi del Sud però hanno manifestato recentemente  a Preševo sventolando bandiere albanesi e chiedendo maggiori diritti.

Protestano per ottenere il riconoscimento delle lauree kosovare in Serbia. Belgrado tuttavia non riconoscendo il Kosovo non può nemmeno riconoscerne gli attestati di studio, quindi lo fa esclusivamente nel momento in cui la laurea viene riconosciuta da un altro Stato, come ad esempio la Macedonia o l’Albania. Il problema si presenta quando gli studenti albanesi del Preševo e di Bujanovac, che solitamente frequentano le università di Pristina, cercano lavoro in Serbia.

Stando ai dati del censimento di quest’anno, e rapportandoli a quelli del censimento del 2002, i serbi delle provincie di Preševo, Medveđa e Bujanovac, stanno gradualmente abbandonando la zona. La regione sembra essere destinata a diventare a completa maggioranza albanese. Ciò non porterà la popolazione di cultura albanese a richiedere maggiore autonomia, o eventualmente ad avanzare la pretesa di uno stato autonomo?

Preševo su 34mila abitanti ha già l’89% di popolazione albanese e solo l’8,5% di serbi. Non succederà niente, se fosse dovuto succedere qualcosa sarebbe già successo. A Bujanovac, circa 55% di albanesi e  34% serbi, e a Medveđa 73% di serbi e 26% di albanesi, la situazione con il tempo potrebbe rivelarsi simile. La fuga da queste provincie non è causa di dissidi etnici ma della povertà che c’è in questi posti. E non sappiamo, ad esempio, quanti albanesi sono migrati in Kosovo, visto che hanno boicottato il censimento. A parte ciò, alcuni albanesi di Preševo creano problemi alla Serbia chiedendo asilo politico in certi stati europei. L’asilo automaticamente gli viene negato perché le autorità straniere rispondono che Preševo ha un sindaco albanese, come lo è d’altronde il comandante della polizia. Su che base quindi gli albanesi-serbi richiedono asilo politico?

Quali legami potrebbero nascere fra le rappresentanze politiche albanesi della Serbia meridionale e quelle kosovare. 

 I leader politici del sud della Serbia cercano di supportare l’indipendenza del Kosovo. Sono fortemente connessi sia per la vicinanza geografica con il confine, sia perché gli albanesi serbi frequentano le scuole o cercano lavoro in Kosovo. Cooperare è comunque normale. Spesso il sud della Serbia però diventa oggetto di leva e gioco politico nel dialogo e nelle negoziazioni fra Pristina e Belgrado. Ciò non aiuta i serbi nel Kosovo del nord e nemmeno gli albanesi in Serbia meridionale.

A cosa è destinata la questione serbo-kosovara?

Il problema principale è come risolvere le tensioni fra albanesi e serbi, soprattutto nel Kosovo settentrionale, dove Pristina, dopo aver dichiarato l’indipendenza, sta ottenendo il controllo. La Serbia non riconoscerà mai il Kosovo come un paese indipendente, ma tutti sanno che la Serbia non avrà mai più alcuna sovranità sul Kosovo. Perché dovrebbe allora riconoscergli l’indipendenza? Per l’Unione Europea? La Nato è a Cipro da ormai 40 anni, ma ciò non ha impedito alla Grecia di entrare in Europa. Il Kosovo rappresentava il 34% del territorio serbo e ospita gran parte del patrimonio culturale serbo. La nazione serba è nata in Kosovo. Le autorità dovranno sedersi al tavolo di nuovo, si sta solo perdendo tempo. Il Kosovo ha bisogno di commerciare con la Serbia. Lo scambio commerciale fra i due paesi raggiunge cifre di circa un miliardo di euro l’anno, senza contare i profitti generati dal mercato nero che sono ancora più elevati. La Nato e le forze internazionali dovranno restare ancora a lungo per mantenere la pace in Kosovo e in Bosnia.

Come reagisce Belgrado nei confronti dei serbi che hanno eretto le barricate nel Kosovo settentrionale dalle parti di Bornjak, nella zona di frontiera denominata “Gate 31”.

Nel nord del Kosovo la popolazione è a maggioranza serba, gli albanesi non ci hanno mai vissuto, è questo è un motivo per considerare la zona parte della Serbia. Adesso è una sorta di paradiso fiscale perché i commercianti serbi di quella zona non riconoscono il Kosovo quale Stato sovrano, ma allo stesso tempo non pagano tasse a Belgrado poiché la Serbia non ha più alcuna autorità in quella zona, e comunque, dal punto di vista serbo, il Kosovo tecnicamente non è un territorio estero quindi non sono nemmeno sottoposti ai dazi doganali. Ecco la ragione per cui i serbi del nord del Kosovo importano dalla Serbia senza alcuna imposizione fiscale e rivendono ai kosovari a prezzi più vantaggiosi. Possiamo dire che è una situazione di comodo per entrambe le parti. Da tre mesi ci sono le barricate perché i serbi non vogliono la polizia doganale albanese nei valichi Gate 1 e Gate 31. Queste frontiere prima erano controllate esclusivamente da Eulex e da Unmik solo sotto il profilo della sicurezza. L’autorità albanese priverebbe l’anarchia fiscale dei serbi che si è generata nel nord del Kosovo. Oltre ciò, i serbi di queste zone sono fortemente nazionalisti e non possono comunque accettare il fatto di vivere in Kosovo.

Quanto conta la questione serbo-kosovara per l’entrata nell’ Unione Europea della Serbia?

Guardando a fondo, Pristina cerca di frenare l’entrata della Serbia nella UE perché sa che ciò la potrebbe privare del supporto internazionale di cui sta godendo in questo momento. Lo status di candidata all’Unione Europea sarà deciso in dicembre, e, una volta entrata, la voce della Serbia a Bruxelles diventerebbe più forte che mai. Pristina si troverebbe in una situazione scomoda. Perciò si cerca di fomentare lo scontro nel nord del Kosovo, ma il governo di Belgrado non ha più nessun potere da quelle parti. E’ facile anche pensare che alcune frange deviate di Pristina abbiano supportato le rivolte e le barricate al Gate 1 e 31.

To Serbia. Io è un altro

Balcani, Poesia e storie

Strade di Nis

Io è un altro. (Rimbaud)

Di Andrea G. Cammarata

Candele accese in un angolo onorano San Nicola patrono di Bari, e attorno alcuni bicchieri mezzi vuoti di birra risplendono sulle cicche di sigarette spente. Posaceneri sporchi, briciole e dolci di noce infilzati da stuzzicadenti rotti. Quadro ortodosso non praticante. “Non hai fatto il segno della croce, lo dovevi fare prima di mangiarlo”, è Dragan che ti ha parlato di un’usanza religiosa.

Fine 2011, Serbia meridionale. Le mani si stringono in segno di amicizia mentre sguardi reciproci scambiano pensieri passanti. Sensibilità serba e serbi come innocui cuccioli randagi che riposano per le strade. Pensano con il cuore i serbi, mentre si fronteggiano rispettosi e i boccali si alzano colmi nelle loro mani.

Con serenità anestetizzata pensi, e sembri quello straccio ormai asciutto, stretto e abbandonato sotto il radiatore rovente.

Al Tesla cafè tutto è giustamente elettrico. Espresso: “Lavazza” o “Molinari”, non hai altra scelta se non quel caffè turco che deborda dalle tazze in ceramica, schiumoso e colorato come un sapone industriale. Balkan life, atti dovuti che si susseguono alla solitudine. E scontrini che arrivano sui tavoli dentro bicchieri da short, uno per ogni consumazione, e al saldo sarai tu a doverne fare una incauta somma. Poi la sera le Rakia si susseguono stonanti e superalcoliche durante conversazioni in italiano, francese, inglese, americano, serbo. Serbia tal volta Babele dell’intrattenimento, della cooperazione e dell’insegnamento.

“Da quasi 40 anni l’ONU occupa Cipro e non se ne andrà mai, con il Kosovo sarà uguale”, ti hanno detto. E cosa toglierà l’Europa alla Serbia? Certamente il fumo delle sigarette nei suoi bar e l’odore forte del tabacco nei vestiti. “Locali dove circola ancora il sangue delle sigarette, ecco cosa c’è ancora in Serbia”, te lo ha detto un italiano a un tavolino instabile appoggiato sul porfido rotto della strada. Hai poi voltato lo sguardo mentre tacchi di scarpe nere di cuoio italo-cinese battevano la via. Il destino è troppo lontano.

Ricarica telefonica Telenor, che partecipa a un limitato continuo dare. Incerto e soffocante capitale. Jazzisti, imprenditori, blogger, giornalisti, agenti commerciali: io è un altro. “Sei quello che vuoi”, ti ha detto Micheal dell’Alabama. “Tutto è fiaba”, e lo ricordi ancora che leggevi Novalis.

“Make a focus”, ma sfumato è il ricordo di alcuni pensieri della memoria. Fondi di caffè, superstizione locale, e fondi di portacenere. “Molim” significa per favore, hai imparato una nuova parola. E tutti i bilocali di questo mondo sono tombe di vita collegate a Internet. “Inter-niente”, come scherzano qui i ragazzi. Nella scuola hai insegnato e le ore si ammucchiavano durante lezioni di italiano ai serbi. Io è nessuno, ma il tempo dona lui la sua forma. Negozi e vetrine dove giacche di tuta e maglie americane indossano i loro manichini. Donne che si presentano offrendoti la mano come un trofeo.

Breve Nirvana, e giusta distanza dall’io. Ferlinghetti, Keruac, Ginsberg, l’urlo della scrittura automatica che seppellisce media mainstream e agenzie di stampa corrotte e filogovernative.

“Vedi questo boccale? Lo puoi prendere e scagliare per terra, romperlo in un attimo”. Vetro, vita fragile, o immensa certezza attiva del costruire. “Questo boccale può essere anche il marchio che vedi impresso sopra, la qualità della birra che c’è dentro. La quantità e il consumo che riesci a farne fare”, così raccontava il padre al figlio Mladen. “Jelen”: cervo. “Pivo”: birra.

L’allegra Kafana, osteria dal sapore post socialista con i suoi camerieri rigorosamente uomini, ora è se stessa e la banda suona musica balcanica nella minore uguaglianza che permea sempre la vita serba. “Cena” che significa “costo”, e che dice stranamente qualcosa sulla semplicità culinaria di questi posti e che dirompe l’ingordigia alimentare dell’Occidente. Insalata di pomodoro, formaggio, carne e poco pane. Povertà. “Questo e quanto”, ti spiega Bojan.

La finestra del tiepido pomeriggio è un treno che scorre con i suoi riflessi umani che se ne vanno. Irina macedone martoriata dall’acne ha dormito al fianco di un cane. Pelo ispido che graffia il lenzuolo di cotone grosso e colorato di fantasie zigane. Fiocco rosa sbiadito sui capelli che si schiaccia fra un cuscino sporco. Povera donna, l’unica ricchezza di cui dispone è se stessa.

Vecchio televisore catodico ti sei spento abbandonato sulla tappezzeria impolverata del divano. Attorno l’odore nauseante di patate fritte stanca l’aria come etere per gay. Di stretta osservanza ortodossa il lampadario dondola al centro della stanza simile alla pendola di Edgar Allan Poe. Irina necrofila e vana appariscenza della morte che porta vita. Intanto, come sabbia in una clessidra, la schiuma della birra discende dai bordi del bicchiere. E il calco di feci, brutale, colora perennemente la bianca ceramica dei cessi.

Ricordi della Croazia che scorrono su quel mare morto che voleva ucciderti, ma io è un altro e un altro quel mare voleva uccidere.

Spingi sempre più forte il gomito contro il cuore e dubiti seriamente della normale certa continuità della vita. L’anziana signora sul boulevard di Nis stava per essere uccisa, l’hai guardata durante, ma si è salvata in un balzo giovanile. Penna pugno di sudore nella mano. Noia e spleen di paranoie che imperversano in un dolore pornografico, schizofrenico e ossessivo. Editori che non rispondono cui si attacca malvagia speranza. Già, hai insegnato l’italiano ai serbi. Vladimir, uno di loro, ha scritto una lettera: “Caro Berlusconi gioco a calcio, corro molto rapido, e vado nei centri commerciali a guardare le ragazze”.

To Serbia. Andy va in Kosovo.

Balcani, Poesia e storie

Pompa di benzina in Serbia meridionale

Di Andrea G. Cammarata

HostelNis. C’è Vladimir, sei appena sceso dalla berlina bianca. Accoglienza sorridente, biondo, bianchissimo, ti stringe la mano: “benvenuto, ma avevi prenotato per novembre, non te ne sei accorto?”. Nell’androne, chinato su una bicicletta, Andy invece controlla le ruote del suo mezzo mentre ne carezza piano il telaio giallo appoggiato su una parete. Domani andrà in Kosovo, ci andrà da solo, senza storie, e passerà lontano dal Gate 31. Lontano dal valico doganale di Brnjak dove i serbi vogliono la loro autonomia.

A Vladimir hai poi risposto che “sì, pensavi fosse novembre”, e ti sei detto il tempo corre, anche il tempo è altro. Bancone della reception e sei ancora ancora appeso di borse e giacche come un attaccapanni viaggiatore. Generalità, documento e registrazione per la polizia, obbligatoria entro 24 ore dall’entrata in Serbia. “Andrea it’s forbidden to smoke everywhere in the hostel”, ti ha detto Vladimir guardandoti serio un po’ fisso negli occhi. “Ok, ok”.

Il dormitorio è vuoto. Quattro letti a castelli giacciono composti e perpendicolari nello stanzone freddo. Poggi i bagagli, passerai la notte solo, ormai è tardi. In cucina c’è Andy. E’ attaccato a Google Earth che controlla il confine kosovaro. Ma tu ancora non lo sai. Bevi la tua Jelen in lattina da mezzo litro, mangi pane e carne all’uso dei Balcani. Scruti da vicino Andy, pensi: se non gli parlo non saprò mai chi è. Stai per desistere. “Where are you from?”, Nuova Zelanda. “Vado in Kosovo in bici, parto domani mattina, voglio ripassare da Pristina”. Ecco che nel mondo ci sono persone che vivono  ti sei detto: “cazzo”. Mostri lui il sito della Kosovo Force, la forza militare di etnia albanese a guida Nato. Leggete insieme i press release. “C’è stato un morto alcuni giorni fa, un serbo. Sei sicuro di voler passare la dogana proprio ora?”. Andy non lo sa: “stay away from the border, fuck men”, risponde in un neozelandese incomprensibile. E glielo dici che non lo capisci quando parla. Risponderà “è così per molti”. Andy non si interessa. L’indomani sarà Kosovo, in bici.

To Serbia. La festa dei rom

Balcani, Poesia e storie

Bambini rom

Di Andrea G. Cammarata

Estate interminabile e il tramonto sui Balcani, post-bellico, lunare, privo di umanità alcuna. Colori elettrici che riflettono la terra fra riflessi spaziali e strane forme geometriche. I bambini incrociano i loro bastoni in una guerra medioevale, picchiano il legno, non loro stessi. Così è la guerra per i territori.

La città respira calma anche oggi, le strade si susseguono piatte, e le persone camminano, leggermente inclinate, con il passo incerto e le caviglie che si spezzano. Abiti fine anni ’80, bianco dei cotoni ingialliti nelle maglie lavorate a merletto e strette al collo per le donne, le giacche delle tute in acrilico per gli uomini. Vecchie automobili, un silenzio puzzolente e sociale. “Boring life”, ti ripetono i serbi.

Si frappone però un senso di pace fra l’aria secca di giorno e le serate appena più umide e fredde. Respiri sempre, te ne sei accorto disteso nel letto ascoltando il soffio affannato dell’ansia. Non ti radi più, penseranno all’Islam quelli che ti guardano?

Piccoli pezzi di pollo, o forse altra cacciagione, sono ammassati in un tegame, li scegli, uno poi l’altro, tutti senza sapore ma teneri. E le birre annacquate si susseguono come i giorni del calendario. Le lattine nuove restano integre e vuote sul tavolo, dove attorno la stanza è vuota. Bottiglie di vetro più in là poggiano sul pavimento in attesa di essere riciclate da qualche d’uno.

Il pomeriggio finisce con una gentile famiglia del posto in mezzo ai rom di Bela PalanKa sui rilievi che dominano Nis. Trovi una comunità, ti sembra sana. Ognuno di questi nomadi nasconde un mestiere, un desiderio, il suo strumento. La fisarmonica nera poggiata sola per terra è del bambino che ti guarda timido. Stringe a sé l’amico grande il piccolo musicista. Accetta di farsi fotografare, forse accetterebbe di più. Forse vorrebbe altro: una parola, un sorriso, una carezza. Non concederai lui nulla di tutto ciò. Sei coperto da un timoroso rispetto reverenziale per persone ancora sane.

Volgi poi lo sguardo verso i monti scansando i riflessi delle luci forti e l’ombra proiettata dell’antico monumento che si staglia sulla piazzetta. Alla base alcuni cannoni fanno da giostra per i bambini, in due ci giocano parlando l’italiano e il serbo. Uno di loro si chiama Dobro, buono, significa nel modo neutro della lingua serba. Salite insieme in cima al monumento, vi attende una lunga scala di legno scuro. Andrea, 11 anni, avrà le vertigini, ti dirà “Torno giù, torno giù”, rassicurandoti con intelligenza dopo aver scrutato un attimo oltre il portoncino affacciato sul vuoto. Attorno altro non c’è che i Balcani.

Il recinto di protezione è basso, pensi cadere sospinto dal vento da Ovest. Scatti due foto, venute male. Guardi la festa rom dall’alto, loro quasi non si vedono. L’Europa da lassù, su quella torretta, è lontana e il tempo non è necessariamente legato allo spazio. Bossi ha chiesto un referendum per la secessione, “non sa quel che dice”.

Cammini a piccoli passi lungo il perimetro della torretta del monumento, è uno spazio angusto che si fa largo solo agli angoli. Lì, dove le forze dei segmenti di cemento si uniscono come due esseri umani legati per sempre, hai un maggior respiro. Percorri il quadrato, nei quattro angoli la sensazione si ripete appagante. Lungo i lati stretti invece a mala pena riesci a mettere i piedi in fila l’uno all’altro. Cammini in mezzo al cielo azzurro in questa zattera di cemento. Ritrovi il portoncino per ridiscendere lungo una così familiare scala a chiocciola. Bandiera serba riposta stropicciata in un angolo buio, e altri antichi arnesi che giacciono inutilizzati. Sfiori saggiandolo l’ultimo tratto di corrimano della scala, “ottimo materiale, ben fatto” ti sei sussurrato con piglio da imprenditore. La custode ferma davanti a te ha chiuso la porta d’ingresso in un solo gesto, “hvala” le hai detto ringraziando.

Dobro gioca sui cannoni della guerra, è quasi muto, ma ha accettato di farsi fotografare. Il suo volto appariva chiaro nel display della tua Lumix con obiettivo Leica, e sei stato severamente soddisfatto di quel tuo acquisto affrettato in un centro commerciale di Sao Miguel. Il flash era scattato puntuale illuminando a dovere l’altra estremità della bocca del cannone, dove il viso di Dobro si riusciva a delineare chiaro e tagliente appena coperto dalle due dita composte nel sengo della V. Come indicare il “vinceremo” di Churchill, hai pensato ricordando un articolo di Repubblica.

Ti allontani zoppicando, anche il tuo di passo è diventato incerto. Non vorresti più muoverti, l’immobilità è ormai una religione. E il ventre è sempre più gonfio.

I rom ballano, li guarda un contadino con il pollice annerito, forse ha il cancro. Fuma. Inclina la schiena verso il taglio dello scalino, vi si poggia sopra con l’avambraccio, il polso gli si scopre, è quindi seduto fra la sua gente. I nomadi ora stanno recitando, un altro ha cantato Michael Jackson, ma è un festival tuttavia troppo istituzionale. “Avranno anche loro una vita noiosa”, ti sei chiesto.

Sei ora nel centro commerciale, il Mercator. Un’anziana signora ti ha salutato un po’ impressionata, “parli tedesco” chiede. “No”, le hai risposto con il mento basso mostrando il profilo in quel sorriso ruffiano privato di un dente. Hai quindi riunito le mani dispiaciuto. La signora era contenta nel vederti scrivere. Avrebbe voluto parlare, ma ha rinunciato con sensata oggettività visto il limite della lingua. E’ stato comunque un attimo febbrile, e la comunicazione c’era. Quelle mani che sventagliavano in diversi modi. Le mani che stringevano più forte il manico della borsa in un pugno serrato in cui scintillavano gioielli di bigiotteria. Il rossetto un po’ sbavato, i colori accesi della sua roba. Il caffé Largo.

Dove hai incontrato anche un’altra signora serba, Danijela, ti ha raccontato che il cyber love esiste nella vita reale. Che lei si è innamorata del vecchio italiano per cui era badante, parlandogli nella stessa stanza in chat, perché utilizzava Google Translate, che era l’unico modo che avevano per comunicare. Si sorridevano spuntando i loro sguardi attraverso i monitor che si fronteggiavano un po’ lontani nel salotto, poi continuavano a leggere la traduzione domotica e incerta che Google affidava loro.

Il fondo del caffè ti riporta ai nomadi sulla collina, non parlerai con nessuno di loro. Come i testimoni di un incidente stradale tal volta noi non conosciamo i coinvolti.

Teoria dell’inclusione.”Drink a beer, go to hell precious life”, ti ha detto il barista con la faccia scavata nella pietra. Rientri in appartamento, c’è una brochure sul divano, “Leadership and organizational change, tha many faces of leadership in change management”, si legge in copertina. Tralasci e pensi che hai fatto male, quella volta, a leggere così frettolosamente la Bhaghavad Gita.

To Serbia. I giorni di Nis

Balcani, Poesia e storie

Edifici a Nis

Di Andrea G. Cammarata

Guardali questi commensali serbi, le mani unite impugnano coltelli di fragile plastica, mangiano a bocconi. Come corvi neri si fronteggiano, con voce bassa sussurrano qualcosa. Non capirai certamente il loro linguaggio ma i loro occhi, puoi guardarli, ricordano ancora la vicina guerra. Una colpa non del tutto espiata, recente, come i peccati che si sono compiuti il giorno prima; che si riproporranno, quasi di certo, a Sud.

“Il Kosovo è nostro”. Te lo ha detto una serba, bibliotecaria che parla americano e per gli americani ci lavora. Con i capelli ramati, lisci, pettinati in un caschetto corto sugli zigomi taglienti che le circondano gli occhi vispi, è comunque seria. Non chiedi lei il nome, sarebbe indiscreto quanto porgerle la mano per una stretta. Ma parlate a lungo, per una volta soltanto. “In Kosovo c’è la storia della Serbia, tu italiano rinunceresti a Roma?”, insiste schiettamente. “La battaglia contro gli invasori turchi è stata in Kosovo. Le nostre chiese, i nostri monumenti sono in Kosovo”. Non le rispondi, stavolta non sembra un tuo diritto. Cerchi però parole in un inglese neutro, che non basta per parlare della guerra passata e della necessaria rinuncia serba alla sovranità di una nazione già riconosciuta come il Kosovo per avere in cambio il biglietto d’ingresso in Europa.

Via dalla biblioteca americana di Nis, velocemente, quasi chiedendo scusa per il disturbo. Passeggi, controlli il telefono. Nis ti scorre accanto come un ruscello: persone, pietre bagnate dall’aspetto mutabile cui si appiglia la vitalità, come muschio infestante uguale e indiferrente.

Il volto è chino verso terra, seduto su una panchina pensi che hai fatto bene a disattivare il roaming: costa troppo, ma non hai più alcuna connessione internet. Mentre “Bocca di rosa” di De André ti carezza per un attimo le orecchie prima che il collo rigido, chino sulla spalla, lasci rotolare sul fianco un auricolare Nokia: la vittoria del profano. Dormi.

Qualche immagine del viaggio verso Nis si fa viva, caleidoscopio dei pensieri. La berlina bianca che correva in autostrada silenziosa spostando un non luogo immobile come lo è l’abitacolo. Le cover song croate alla radio, i motivi pop. Il diesel. Belgrado che gratta la prateria con i suoi palazzoni. Banlieue serbe, orrore urbanistico. Piazzole di sosta, pattume e cani randagi appollaiati che se ne fanno una culla. L’aria sporca, che li coccola impalpabile. Hanno il pelo grigio impolverato, dormono pacifici. Sono soli, come i Serbi e le loro famiglie.

Ancora. Aiuole e mucchi di alberi simili a mazzi di fiori secchi sui tavoli delle mense serbe che si fanno rispettosa muta compagnia. Non cambia in nessun luogo questo mondo diviso. Ma i confini esistono.

Sbarramenti dei Balcani ai caselli dell’autostrada con i loro tetti rossi spioventi, come matrioske svelano forme uguali a se stesse. E la frontiera serba quando arrivi si staglia enorme, timidamente ti indica l’immenso spazio che la circonda.

Fila tutto liscio, i doganieri non si curano di te, dei tuoi affari, del sonno profondo che ti accompagna e che ha privato loro la vista del tuo sguardo. Andrai a Nis, la città conosciuta per la sua torre di teschi serbi, eretta dai turchi durante le battaglie per la dominazione.

Serbia è essere serbo, è credere nell’Europa. Teste rasate: nazionalismo, vigore, pochi sorrisi. Uomini forti e nuovi, in cerca di conferma della rinascente patria. “We’ve the most beautiful girl in the world, we’ve the most good water in the world”, ti ha ripetuto il barista di Nis, con il suo volto fermo scavato nella roccia, gli occhi piccoli azzurri, padre di tre figli, una vita da easy rider per l’europa degli anni ’70, poi la sua “second life” dopo la guerra che ti racconta con strana saggezza.

La connessione internet è ancora assente e stai perdendo del tutto la tua tossicità della vita online. Ospite, dormirai nella casa di “Mac Donald”, dormitorio fast food, inaspettato surreale luogo, dove l’infanzia la fa da padrone. Fontane, elefanti e tigri di plastica a grandezza naturale disseminati nel cortile per la sola gioia dei bambini, diventano invece terribili allucinazioni per gli sbronzi condomini della notte. “Il gioco custodisce i bambini, il gioco uccide gli adulti”, ti sei detto.

E li guardi entrambi affacciato dal settimo piano di questi palazzoni rosati scuro, pensi che fa molto Google Earth, e che potresti zoomare schiacciandoti al suolo.

Ti rivolgi però all’interno dell’appartamento scansando gli strani pensieri. Ora fumerai dentro: è più sicuro. Calzi le scarpe prima di uscire, al ritorno le poserai all’ingresso: “la polvere serba non entra in queste stanze”, lo pensi spesso, ingenuamente. Sono non-luoghi pagati da ONG, le mediatrici e prostitute dell’assistenza sociale.

Incontri solo cristiani ortodossi, giovani e seri che cercano famiglia. Ma la Serbia è donna, e qui non si parla d’altro. Cammini lungo la riva del Nišava, lungo dritto fiume privo di vita,  che nella sua desolante e terribile ovvietà nasconde qualche pescatore agli occhi dei poveri cittadini serbi, chiusi indolenti nei palazzoni che si affacciano sui suoi argini.

Non c’è altro a Nis, i marciapiedi dei boulevard impongono vie programmate sui tragitti segnati per ciechi il cui attrito frena il cammino. Quartieri tratteggiati in maniera netta, scuri come una graticola ardente poggiata su un immenso barbecue. Nissa, come la chiamavano gli italiani: tiepida e avvolta in una conca dai suoi monti.

Ferma il passo, sei stranito, perché alcuni botteghini vendono “Grazia”, scritto in slavo, e anche altri giornali. E’ il modo serbo di venderli: un mercato di giornali, come se fosse merce commestibile. Attorno l’aria si è fatta insopportabile: il fumo della legna arsa nelle case si unisce allo smog delle vecchie automobili. I ceppi spezzati rotolano lungo le strade di periferia. Ed è duro il rumore dell’accetta serba che intercede sul legno ancora vivo.

Lasci intorno quartieri silenziosi. Gli alberi da frutto nei cortili, i cui rami penzolano lungo le strade come arti di corpi senza vita appesi ai cancelli delle case. Sono scuri, colorati del verde militare della Serbia. I frutti, gemme preziose, ti viene voglia di coglierli: mele, prugne, pere, cachi quasi ancora in fiore.

“Scrivi, scrivi, perché lo fai?”, hai risposto a chi te lo chiedeva: “it’s a long story”, liquidando un dubbio legittimo. E Nis resta pavidamente nascosta alla luce tenue riflessa dal suo fiume. Nis o il centro commerciale Mercator, dove si spegne la sera sui grandi pannelli di plastica rossa, confondendosi il sole in un tramonto commerciale.

<<To Serbia. Pola e Croazia (Prima parte)

<< To Serbia. La strada per Nis (Seconda parte)

<<To Serbia. I giorni di Nis (Terza Parte)

<<To Serbia. La festa dei rom (Quarta parte)

To Serbia. La strada per Niš

Balcani, Poesia e storie

Autostrada per Nis

Un anno passerà di lutto prima del nostro matrimonio. 

(Modo serbo)

Di Andrea G. Cammarata

Un sonno allucinatorio mal consola il risveglio presto, forzato. La mattina ora avvolge Pola in un cromo scintillante, l’aria è fresca. E sei già lontano, dentro la berlina bianca che oscilla sulle gomme sgonfie costeggiando le strade a ridosso del confine bosniaco. Oltre c’è una digestione affannata, che offusca la mente dal giorno prima. Chili di sardoncini, marinati non sai dove, e duri a dimenticarsi.

Cominci, è un nuovo “On the road”, tutto quasi europeo, insipido e nichilista. Conti le aquile appollaiate in sequenza sui pali dell’autostrada. Non sono, come credevi, avvoltoi.  Ma oscuri blasoni che impongono follemente, e ancor di più, l’alterigia dell’Est.

Un viaggio verso Belgrado e poi Nis, non termina mai. Oltre il migliaio di chilometri che separano dalla meta, il territorio è identico a se stesso in ogni suo centimetro, un loop continuo ossessionante. Rari campi coltivati, prateria, gruppi di alberi che crescono giovani appena lontano gli uni dagli altri. Simboli identici, simboli naturali, in dono alle nazioni della Penisola, le cui popolazioni, pur parlando la stessa lingua, sono così divise.

Foresta slava soffusa che permea il territorio nei vasti orizzonti, mentre il verde militare delle chiome degli alberi contrasta fra un cielo eterno il giallo della pianura secca di erbacce. Incontrerai solo un animale morto, la cui carcassa giace lungo la strada. E giacerà orribile nella mente. Sterzante e incubata mente. Quindi: sei solo e i pensieri ti lasceranno, i pensieri ti abbandonano normalmente, e tu infine lasci te stesso: solo. Perché i pensieri finiscono in un autogrill Marché, francese. E assaggi un pain au chocolat  per qualche dinaro, mentre il fumo delle sigarette serbe, bianche e affusolate, come quelle dei bambini che si mangiano, ti soffoca. Fumo e aria, ovunque.

<< To Serbia, racconti dai Balcani. Prima parte.