Emergenza immigrati, Maroni e Berlusconi a Mineo

padania leghista

UE, SI’ A FONDI AIUTO ITALIA

Di Andrea G. Cammarata

Inquadrato dalle telecamere: il volto solcato, pallido, le mani riposte nelle tasche e chino, a sopportare un’enorme infamia come quella della prostituzione minorile. Oggi Silvio Berlusconi si è recato insieme al ministro “razzista” Maroni -così lo ha definito Tunisi all’indomani delle rivolte-  a Mineo, provincia di Catania. Oggetto della visita, il residence “degli aranci”, non quello dell’Olgettina. La struttura, attualmente in uso ai militari americani della base di Sigonella, è adeguata ad ospitare l’ondata in arrivo da Lampedusa e potrebbe essere “il villaggio della solidarietà”, ha scandito Silvio Berlusconi. Intanto dalla commissione europea affari interni giungono voci rassicuranti, ci sarà “una missione” di supporto per fronteggiare l’arrivo degli immigrati tunisini. E’ emergenza migranti, già ben descritta da “L’inchiesta” su Raiuno domenica scorsa; il servizio speciale del tg1 che non ha perso l’occasione per dare voce alle sfumature razziste della Lega nord. I riflettori minzoliniani hanno schiarito l’emergenza esodo contrastandola con ombre di razzismo mediatico. Grande spazio al governo e al ministro Frattini, per la prima volta è sembrato impegnato in qualcosa di diverso dalla casa di Fini. Oggi ai microfoni di Sky ha detto di non farsi illusioni: “crediamo che un enorme flusso di migrazione potenziale possa riversarsi sulle coste europee”.

L’emergenza Maghreb, con diversi limiti, ha tutti i presupposti per essere di aiuto alla politica della maggioranza. Anche l’imputato fannullone Berlusconi a suo modo potrebbe approfittarne e trarne vantaggio. Sarà forse l’occasione per un nuovo intervento sui generis della Protezione Civile? Già i media di Governo e di Mediaset, in via del tutto eccezionale, da giorni  sono concentratissimi sugli esteri; liquidato in pochi frame “l’altro fatto”, quello della prostituzione minorile. E’ pur sempre il governo delle leggi razziali sulla clandestinità (Bossi- Fini): la necessità di maggior sicurezza, quella di alimentare la paura del diverso, proprie della politica, rievocare l’immigrazione albanese degli anni ’90, i gommoni, le traversate di quel Mediterraneo, che tanta ricchezza invece ci ha donato.

Sì perché di immigrazione, intesa in senso tale, non parla nessuno, è diverso l’extracomunitario, il clandestino, dall’immigrato.

Silvio a Mineo, è una comparsa che rievoca i momenti del crollo del suo primo governo nel ’95, quando fu raggiunto da un avviso di garanzia e Bossi lo tradì. Oggi gli sono stati notificati due reati che potrà aggiungere al suo papiro ed elogiarsi di altri primati da guinness, come ama fare: è il primo presidente al mondo ad essere sotto giudizio per prostituzione minorile. Ma in Sicilia non ha partecipato alla conferenza  stampa sull’immigrazione nella prefettura di Catania, – non scherzate -. C’è stato solo Maroni, che in quanto primo al Viminale è anche parte lesa della presunta concussione di B. Una coppia perfetta, per l’ Italia che deve fronteggiare un’emergenza. Ed entrambi, notoriamente, sono campioni di diritti umani.

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Pdl in piazza contro la magistratura rossa

Berlusconia

Nuove ingiustizie del Pdl: i Pm

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Di Andrea G. Cammarata

Sono alcune decine gli strani personaggi, fra militanti e “onorevoli” (nessun ministro) del Pdl, radunati oggi davanti al palazzo di Giustizia di Milano.  E’ un presidio a favore di Silvio Berlusconi e contro la magistratura. Usano toni rabbiosi, mostrano una certa inciviltà, linguaggio scurrile, versi di propaganda. A qualche passante di opinioni avverse urlano “provocatore, deficiente, vaffanculo”.

Guardatelo il popolo dell’amore in rivolta contro i pm, capitanato dall’onorevole Santanché. Lei, miss dito medio, dice ai giornalisti siamo di fronte “al palazzzo d’ingiustizia, che cosi abbiamo battezzato” e aggiunge che oggi “viene sbattutto tutto sulla prima pagina anche ciò che non è reato” – ma guarda un po’-, quanto alle donne: fanno male a manifestare contro Silvio, dopo un passato di lotte per l’emancipazione.

Un delirio politico e di quattro pappagalli ammaestrati, urla forte in coro: “Toga rossa non lo dimenticare non si tocca il voto popolare”, “Boccassini dicci come mai contro i delinquenti non intervieni mai”, “magistratura rossa che vuole sovvertire il voto popolare”. Un cartello strisciante, rivolto al presidente della Camera Fini, recita invece: “Dichiaro che SE la casa è di mio cognato mi dimetto”. Altri chiedono “giudici giusti e saggi”. Ma ragionandoci, più che altro, sembramo voler dire: io avvezzo al reato esigo una giustizia su misura. Un manifestante, intervistato, con chiaro riferimento ai pm di Milano spiega “non bisogna confondere la magistratura con quattro deficienti”. Un altro, un condannato negli anni sessanta, vaneggia ai microfoni “io non posso più votare”.

Garantismo. Giudice naturale.  Privacy. Siamo tutto intercettati. Ciò che è problema di Silvio per volontà di propaganda e passante per i suoi media, diventa anche problema del popolo. E’ una fabbrica propagandistica diretta verso vittime, anziani e giovani appassionati della Destra che non c’è. Non pensando che tutto potrebbe essere stato organizzato ad hoc, anche i manifestanti. Di questi, dicono alcuni, che non vogliono lasciare ai loro figli un’Italia fatta di “spie”. Si da’ campo a nuove paure: quella di essere intercettati, del sovvertimento del voto popolare, della magistratura rossa.

Questo è il mondo surreale, trash, che oggi il popolo della libertà ci ha donato, impugnando bastoni che sorrregono il tricolore, pur alleato ai secessionisti della lega, e infamando un pm che ha lottato contro la mafia.

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ProCetto Breve, l’Italia di Berlusconi

Bondi: abbiamo un problema. Chi lo dimette?

Berlusconia

Di Andrea G. Cammarata

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Oggi grazie al quotidiano La Stampa, che dedica una pagina intera al ministro Bondi, sappiamo che le disparu “non si vede al lavoro da un periodo approsimativamente compreso fra i quaranta giorni e i due mesi”. Dicono che non risponde al telefono, che il ministero è bloccato.

Il manager della cultura italiana starebbe affrontando una crisi, si parla addirittura di “agonia”. E’ il periodo di Novi Ligure, località dove il ministro dimorerebbe. Lì c’è infatti l’abitazione della sua compagna Manuela Repetti, ed è li che i dipendenti ministeriali cercano di contattarlo con scarso successso, se non si rivolgono alla sede romana del Pdl, partitone di cui il ministro è anche coordinatore nazionale.

Udite, udite: la sua domanda di dimissioni dorme sulle scrivanie del presidente Berlusconi da un mese. Il premier probabimente prende tempo, nel marasma attuale ci mancano solo le agonie di Bondi.

Intanto i suoi collaboratori “sgomenti”, dal Ministero imprecano ed implorano che qualcosa venga fatto,  -scrive sempre La Stampa- “il premier ascolti la sua voce, lo sciolga da questo vincolo insopportabile, non sottovaluti l’urlo di dolore. Se fosse il caso si prenda anche l’interim. Ma ricominciamo a far funzionare il dicastero”.

Dunque la cultura è in paralisi a causa di Sandro, già salvato dai suoi in occasione della richiesta di dimissioni avanzata da parte delle opposizioni e risalente al 26 gennaio. I crolli di Pompei, “perché piove”, diceva Bondi in televisione, sono quindi minori al cospetto della crisi psicologica di cui il Ministro è vittima. Tanto vale rendergli giustizia acconsentendo alla sua personale richiesta. Il favore alle opposizoni è impareggiabile, d’altronde ormai è chiaro: un regime si sgretola da sé e le prerogative democratiche in certi casi non valgono nulla.

Aspettiamo Berlusconi all’interim della cultura dopo quello del ministero dello sviluppo economico, che gli è durato ad oltranza; questa volta il conflitto d’interessi sarà ancor più plateale: Medusa e Mondadori, l’una nel cinema l’altra nei libri, entrambe facenti capo al gruppo Berlusconi, potrebbero trarre indubbi benefici dalle nuovo mansioni del presidente.

Il ministro Sandro: un “sensibilone”, noto poeta, nonché all’ultimo recensore per Panorama, al termine della sua crisi si potrà invece dedicare interamente al partito dell’amore, di cui ha sempre gestito la propaganda in maniera esemplare.

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-Le Monde: “Bondi come il figlio del Duce”

Se Pannella va con B.

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Di Andrea G. Cammarata

“Tra il puttaniere Berlusconi e il casto Formigoni non c’ è nemmeno da discutere dove stia io…” incede così il leader dei radicali Marco Pannella a colloquio con La Stampa, raccontando la riapertura delle trattative con Berlusconi. Dialogo civile, viste la premesse. In ballo ci sono i sei deputati radicali che potrebbero ridonare ampio respiro alla maggioranza, ormai affossata dalle perdite di Fli. Cosa bolle in pentola non è chiaro, ma Pannella è pronto a recarsi in settimana da B. per la terza volta. Le aspettative dei radicali vertono su “temi etici, o sulla grande questione sociale, amnistia, o indulto…” con grande pertinenza alla riforma della Giustizia ordinata da B. Altri maliziosi pensano alla legalizzazione delle droghe leggere…Ci starebbe a Pannello…

Libero dal pugno duro contro la droga dei Finiani, Berlusconi potrebbe nuovamente sorprendere tutti. Una rivoluzione, anche semantica, ridonerebbe valore alla parola tanto odiata da Silvio: legalità. D’altronde la legalizzazione potrebbe alleggerire carceri e giustizia significativamente. Pannella, di ciò, alla Stampa non ha detto nulla, piuttosto ha detto: “sorreggere le istituzioni – anche istituzioni disastrose- è un dovere repubblicano”, e la generosità di Silvio per sei deputati può essere davvero grande.

 

Pannella intervistato dal Tg1, aggiornamento del 9 febbraio 2011

ProCetto Breve, l’Italia di Berlusconi

Berlusconia

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Di  Andrea G. Cammarata

Qualunquemente torna il processo breve, lo ha annunciato Alfano in questi giorni da Bruxelles, e sì ci vuole proprio il pelo – sullo stomaco, non ad Arcore- per simili proposte. La legge era già passata in Senato, dice il ministro della giustizia, sarà rimessa in calendario alla Camera. Berlusconi è ormai lo zimbello, il Re Sole, per cui, c’è da aspettarselo, nascerà l’ennesima rivoluzione del Mediterraneo, quella “du pilo” appunto, e non quella popolare. Come ha scritto la Jena sulla Stampa: “Gli egiziani pensano a Mubarak e si ribellano, i tunisini pensano a Ben Ali e si ribellano, gli albanesi pensano a Berisha e si ribellano, gli italiani pensano a Berlusconi e si masturbano”.

Un onorevole del Pdl alla Camera -da letto- era a riguardo intento sul suo iPad nella ricerca di qualche escort, lo ha immortalato in una foto d’autore il settimanale Oggi, l’immagine sarà certamente nei libri di storia dei nostri figli.

E’ l’Italia di Cetto La Qualunque, candido e rozzo personaggio partorito della fulgida mente di Antonio Albanese: ndranghetista, politico, machista e puttaniere, delle sue donne sottomesse e dei suoi figli sfruttati. Attorno restano le briciole di un regime, di manipolati, di traditori e di servi. Personaggi come la Santanché, ospite al Tg di Mentana, che con la scusa dell’anello mostra l’ennesimo dito medio – alla Litizzetto -. Il premio riservatole è stato di votarla a coordinare il Pdl per la manifestazione contro i giudici. Sono le proteste dell’Italia di Cetto contro i giudici, non per il lavoro l’uguaglianza e tutte queste belle cazzate qua. Poi c’è chi prega. Iva Zanicchi, dopo la zuffa di Berlusconi con Gad Lerner su la Sette, ha detto addirittura di aver pregato per Silvio, amazing: “Berlusconi sicuramente doveva essere più accorto, non è possibile fare entrare chiunque in casa propria. Ma io credo a quello che dice. Io sono una fervente cattolica e vado tutte le domeniche a messa. Domenica scorsa, credetemi, ho pregato per il pool di Milano, per la signora Bocassini, perché lo spirito santo possa aiutarli in questo lavoro difficilissimo”.

Sallusti intanto con il suo Giornale delle paludi è stato più pratico: anziché andare in chiesa sarebbe andato da un membro laico del Csm, e il fango come per Boffo, Mesiano, Fini e Saviano, è arrivato anche in faccia alla Boccassini. Dai calzini azzurri, questa volta il bandolo della matassa è avere avuto, 30 anni fa, un fidanzato e per giunta di Lotta Continua. Il membro del consiglio superiore della magistratura è tal Brigandi, ex avvocato di Bossi, è stato indagato ieri per il passaggio del dossier sulla Boccassini al Giornale.

Fanno proprio pena.  Sul fronte dei cattolici non va dimenticato: Casini Pierferdinando, il cui gerundivo è sempre in essere, non si è ancora dimesso e nessuno glielo ha detto, poiché è ancora vitale per l’antiberlusconismo del nascondino, ovvero quello del terzo polo con il niente dentro. Casini, ricorda Grillo, disse che si sarebbe “assunto la responsabilità politica” della candidatura di Cuffarò “di fronte al paese”. Bibbia alla mano Cuffarò è a Rebibbia per mafia, Casini non ha riconosciuto la sua mafiosità, e “Vasavasa” si è preso anche gli elogi pubblici e privati di stimati giornalisti come Telese del Fatto, e Gangemi della Stampa, o di ministri come Alfano, un caso nazionale a dire il vero. Per l’ex governatore nell’opinione pubblica all’ultimo è valsa la grande “dignità” , non la grande mafiosità, così: accettare una condanna dopo tre gradi di giudizio è diventata davvero un’anomalia di Stato.

Sul versante Fli Barbareschi fa il trasformista, va ad Arcore, torna, dice: ci sono foto di professionisti su quelle feste. Va da Fini, tregua, e poi sul suo blog si scopre che sarà su Raitre, a fare appunto il trasformista.

E il caimano, prime delle sue liasons dangereuses sul Corriere con quel “sovversivo” di Bersani (Cicchitto dixit),  negli ultimi video show ai promotori, pardon procacciatori, della libertà disse che il Pd voleva inserire la patrimoniale, parola astrusa e inquietante: è un prelievo forzato da tutti i conti per risanare il debito pubblico. Sappiamo oggi che invece l’idea è di Tremonti, lo hanno scoperto Enrico Letta  e Causi del Pd. Auguri Italia.

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Calzini turchesi e cravatte verdi: simboli buoni e cattivi

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Le Figaro intervista Pietro Grasso, procuratore nazionale antimafia

Non baciamo le mani

foto Apcom

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Traduzione dal francese di Andrea G. Cammarata, articolo originale: Le Figaro di Richard Heuzé

Proponiamo l’intervista al procuratore nazionale antimafia, Pietro Grasso,  pubblicata oggi da Le Figaro. Tuttavia prima, è necessario sottolineare le tendenziosità liberal-francofone del quotidiano, che sembrano far passare fischi per fiaschi. L’articolo si apre con l’elogio classico della governance berlusconiana nella lotta alla mafia, travisandone i veri cacciatori: magistratura e forze dell’ordine. Umiliare la lotta alla mafia di costoro, in cambio di slogan da propaganda, è a dir poco infame. Tanto più quando costoro operano in assenza di risorse concrete, costantemente denigrati dal Capo del governo e minati da disposizioni assurde. Senza tralasciare di quanta vergogna susciterebbe, essere rappresentati da un senatore condannato in appello per mafia e dal suo amico, sul quale i sospetti si ammucchiano all’ombra dell’impunità di Stato, di cui lui stesso è autore. Sono le briciole di Marcellino, che da qualche parte porteranno…

Quanto ai fardelli cui tocca alle forze dell’ordine sottostare, c’è anche l’onorevole Cosentino, che resta in politica nonostante una richiesta di arresto per camorra. E c’è la Commissione Mantovani, che ha privato del programma di protezione Gaspare Spatuzza, il pentito del momento. Opinabile in questo contesto, titolare un articolo “la mafia non ha più un direttivo strategico” quando la si vede recitare in politica, o quando chi è accusato di farne parte proclama altri mafiosi come eroi, vedi dell’Utri con Mangano. E’ opinabile rammentando Cuffaro, ex-governatore della Sicilia, recentemente proposto a 10 anni di reclusione per mafia dai pm. Ed è opinabile quando i mafiosi li si trova a Marsiglia, a casa dei francesi, come nel caso del boss Falsone. O in Germania, ad Hannover, dove i siciliani ieri hanno ucciso, a quanto pare solo per il calcio, figuriamoci se non per altro.

Amici suggeriscono, che la mafia forse è silente e appare senza “direttivo strategico”, poiché ben radicata in politica. Il sentore, il legittimo sospetto, lo danno decisioni inaudite come quella della Commissione Mantovani. Per cui gentilmente Idv ha chiesto le dimissioni dell’onorevole Mantovani, specificando che, quanto al ritardo fuori termine massimo delle dichiarazioni di Spatuzza, asseriva il falso (Il Fatto). Più palese ancora è il caso del Ddl intercettazioni, che impedisce alla magistratura il sereno svolgimento delle indagini favorendo la mafia in favore della privacy, e imbavagliando la stampa. Non omettiamo un presidente del Senato, ex socio di mafiosi. E un ministro della Giustizia, cui si appongono strane vicende del passato, e che fra l’altro, recentemente tramite il suo ministero, ha elargito milioni di euro alla cooperativa di un monsignor suo compaesano, per la riabilitazione professionale dei detenuti (La Stampa 7 Luglio). Messe queste basi, si può leggere più serenamente l’intervista al nostro procuratore antimafia, Pietro Grasso.

Pietro Grasso: la mafia non ha più un direttivo strategico

Per il procuratore antimafia italiano la riconquista del Paese contro la Piovra va avanti.

Italia

A due anni dal ritorno al potere di Silvio Berlusconi, il bilancio della lotta alla mafia è eloquente: 5500 criminali arrestati, fra cui 24 dei 30 mafiosi latitanti considerati fra i più pericolosi d’Italia, e più di 200 miliardi di euro di beni confiscati messi a disposizione delle forze dell’ordine e delle associazioni antimafia. Intervistato dal quotidiano Le Figaro, Pietro Grasso, magistrato di 65 anni nominato nel 2005 procuratore nazionale antimafia, afferma che la Piovra “non è più in grado di sferrare grandi attentati contro lo Stato come negli anni ’80 e ’90”.

Confisca dei beni

Comincia dall’arresto a Marsiglia di Giuseppe Falsone, per il quale i tribunali francesi venerdì hanno concesso l’estradizione, cui il mafioso può tuttavia ancora fare appello. Falsone diviene il capo supremo della mafia agrigentina su investitura di Bernardo Provenzano, il padrino arrestato nel 2006 dopo 43 anni di latitanza.

“Era uno degli ultimi boss ancora in fuga. Si era recato recentemente a Marsiglia perché si sentiva braccato”, dice il procuratore. Lontano dal loro territorio i padrini non resistono mai a lungo: “il mafioso, è niente se non resta nel suo feudo. Soprattutto se è in latitanza. Necessita di protezione e di contatto quotidiano con il suo ambiente malavitoso. Non esiste un boss che comanda dall’estero”, aggiunge Piero Grasso.

Ci sarebbe il caso di Matteo Messina Denaro (48 anni), l’ultimo “nemico pubblico numero uno”, già condannato all’ergastolo: “Secondo noi potrebbe essere ancora nella sua provincia di Castelvetrano (Trapani), dice il procuratore. Che giudica la mafia siciliana “meno pericolosa” rispetto ad altri tempi. Il suo”direttivo strategico” è stato smantellato dopo la cattura del sanguinario Totò Riina, nel 1993.

“La mafia prima contava 500 membri. Oggi si può ragionevolmente stimare che siano la metà, peraltro il livello di reclutamento di nuovi affiliati si è degradato parecchio. Piccoli trafficanti di droga sono stati promossi al rango di uomini d’onore senza averne né la capacità, né l’intelligenza strategica”, dice Piero Grasso.

Giovanni Falcone, il magistrato assassinato nel maggio del ’92, diceva che “la mafia sarà distrutta quando verrà ridotta ai livelli di una organizzazione criminale qualunque. Fintantoché essa continua a beneficiare d’infiltrazioni nella società civile e nel mondo degli affari, sarà difficile annientarla”. E’ per questo che il procuratore Grasso, personaggio molto rispettato in Italia,  si è felicitato riguardo la diffusione delle iniziative antimafia nella società italiana: comitati anti-racket come “Addio Pizzo”, cooperative di gestione delle terre confiscate alla mafia come “Libera”, iniziative di educazione alla legalità  nelle scuole siciliane, etc. “Questo ci ha permesso di fare dei grandi passi avanti mettendo la società civile dalla parte dello Stato”.

Altro elemento fondamentale: la confisca dei beni mafiosi. “un pentito ci diceva che i mafiosi sono disposti ad accettare la prigione, ma non che lo Stato metta le mani nelle sue tasche. Le leggi votate in Parlamento cominciano a portare i loro frutti.”

A Napoli sono stati inflitti duri colpi al clan dei Casalesi, che ha fondato un impero da trenta miliardi di euro sul modello della mafia siciliana. “I principali capi sono dietro le sbarre. Quando verrà la volta degli ultimi due, Michele Zagaria e Antonio Iovine, si potrà dire che il duro percorso si è compiuto”.

Intercettazioni telefoniche

Resta la terribile ndrangheta calabrese, un’organizzazione complessa che gode del quasi-monopolio del traffico di cocaina in Europa e ha radicato in Germania, Canada, Australia, ma apparentemente non in Francia: “Cerca una riconquista del territorio. Lo stato sta mettendo in atto una strategia globale che permetterà di colpire la sua ala militare e le sue connessioni con il mondo degli affari. Voglio credere che otterremo presto dei buoni risultati” dice Piero Grasso.

Il procuratore, autore di un’opera dal titolo eloquente “Per non morire di mafia”, non nasconde la sua perplessità riguardo le restrizioni alle inchieste contenute nel Ddl intercettazioni. Alla fine della settimana scorsa, in Camera dei deputati, ne ha lungamente denunciato tutti i difetti qualificandolo “d’ostacolo” al lavoro delle forze dell’ordine. Parlando a Le Figaro il procuratore si è detto “fiducioso” che il testo verrà “rivisto e corretto”: “Dopo il mio intervento, il presidente della Camera Gianfranco Fini, ha affermato che bisogna modificarlo”, sottolinea Piero Grasso.

 

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L’Aquila dei terremotati su Roma, sangue e manganellate. Protestanti anche sotto palazzo Grazioli

Berlusconia

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Di Andrea G. Cammarata

E’ arrivata l’ora della verità sulla gestione post-terremoto del governo, e gli aquilani stamattina in cinquemila a bordo di 45 pullman hanno invaso Roma. La pazienza è finita. Basta Tg1 con la sua disinformazione della vergogna che nasconde le verità, basta bugie berlusconiane del tutto va bene, “abbiamo costruito le case”. Perché, spiegano i manifestanti “non si vive di sole C.A. S.E.”. A tutto c’è un limite, poi si scende in piazza come è necessario fare. E oggi gli aquilani hanno cercato di bussare direttamente a casa Berlusconi, il vanesio del terremoto. Ci hanno provato in ogni modo a valicare le barriere delle forze dell’ordine che bloccavano l’accesso a via del Plebiscito, dove risiede il presidente del Consiglio. Alcuni sono riusciti a irrompere correndo a palazzo Grazioli dove era in corso il vertice del Pdl. Quindi c’è un Berlusconi assediato a palazzo. E i manifestanti gli urlano “vergogna a voi le pensioni d’oro,  a noi le macerie”.

Hanno marciato su Via del Corso verso Montecitorio, chiedono sospensione delle tasse, dei mutui, occupazione e sostegno per l’economia. Vengono dal capoluogo abruzzese e dai comuni limitrofi, cittadini di San Demetrio, Fossa, Torre dei Passeri, ma anche della provincia di Pescara, tutti armati della voce del dissenso. Sono quelli del “terremotosto” il cui slogan capeggia le loro t-shirt, o del “forti e gentili”, “ma non fessi”. E’ il popolo abruzzese che armato della sua rivoluzione va contro l’abbandono del governo. Un governo impegnato a difendere la propria impunità a suon di Lodi, al cospetto della tragedia dei terremotati. Diverse le associazioni radunate in piazza Navona nel pomeriggio, ci sono il comitato “3 e 32”, “Rete Aq”, “Cittadini per i cittadini”, e gli universitari superstiti che erano alloggiati alla Casa dello studente. Una marcia viva di rancore cui i manifestanti hanno subito anche le manganellate delle forze dell’ordine. Le botte sono arrivate a piazza Colonna quando la polizia ha bloccato il corteo, due i feriti e ancora sangue dopo quello del terremoto. Coinvolto nei tafferugli anche il sindaco Dell’Aquila, Massimo Cialente, che sottolinea: “Non ci è bastato il terremoto abbiamo anche preso le botte”. Riuscirà tuttavia a incontrare il presidente del Senato Schifani, esponendogli l’incubo dei suoi cittadini, obbligati a pagare le tasse dal primo luglio, e in oltre, da gennaio prossimo, a restituire quelle non pagate. A Schifani, Cialente racconterà anche dei 15mila ancora sfollati negli alberghi.

Perché ora lo sanno tutti come è andata la storia del terremoto. E oggi uno dei castelli di sabbia di Berlusconi crolla distrutto. Gli aquilani non sono affatto contenti su come sono andate le cose. O le case: 15mila quelle costruite dal palazzinaro Silvio a costi proibitivi, contro i 150mila terremotati rimasti senza tetto, e privi anche della possibilità di rientrare nelle proprie abitazioni. L’Aquila a più di anno dal terremoto è ancora soffocata dalle macerie. E non si dimentica il Popolo delle cariole che una domenica urlava alla giornalista del Tg1 Maria Luisa Busi “vergogna, vergogna Scodinzolini”. Sono i giorni dell’inizio della rivolta degli aquilani, che rompono la linea rossa del centro dell’Aquila sgombrando, a mani nude, le proprie case dalle macerie. Poi c’è stato il documentario della Guzzanti “Draquila” a chiarire agli Italiani e all’estero quanto e come il governo  abbia sguazzato nella gestione degli appalti, ridendo, sulla pelle degli aquilani. Governo indifferente che, rappresentato dal ministro Bondi, snobberà la proiezione del documentario al festival di Cannes. E oggi, a Roma, un ragazzo racconta di aver ricevuto due manganellate, dice: “guardate il sangue di un aquilano, la mia unica colpa è quella di essere un terremotato”.

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-Fede intervistato dal Giornale: “Saviano mi ha rotto, Draquila cazzate”:

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Nord, una Valle di ‘ndrangheta

Non baciamo le mani

Il capo clan Francesco Valle

Di Andrea G. Cammarata

“…ieri per tua informazione sono stato dai calabresi famosi… e niente sono cominciati a volare calci e schiaffi… ho un occhio nero a riprova di questo, no…”, “Ho lasciato 250 mila euro di debiti, pensa un po’ te! 250 mila euro di debiti!! Domani ho un appuntamento con i peggiori che me li hanno prestati, dei CALABRESI  e verrà fuori l’ira di Dio! Perchè  avevano detto: “La lasciamo in pace, ma prima di Natale è qua, se no…” E quindi sono nelle pesti! MA IO NON SO NEANCHE SE MI FANNO FARE NATALE!! Perchè adesso sai quant’è passato? Un anno e tre mesi che io devo i soldi!! E tu lo sai che non si scherza su queste cose con certa gente!! un anno e tre mesi che io dico: “Te li restituisco domani, domani, domani, domani, domani, domani”- capito?! Son rimasto col…col fuoco in mano! magari fosse solo il cerino!! Qua è una cosa molto più grossa e io non so neanche come cavarmela domani!”

Intercettazioni, a parlare è un imprenditore, vittima dell’usura della ndrangheta, uno dei tanti che non ha mai denunciato nessuno. Perché con i calabresi, non si scherza, neanche al Nord. Dove ieri lo Stato arriva con un elicottero e 250 uomini delle forze dell’ordine, irrompendo nel bunker-ristorante “La Masseria”, base operativa del clan Valle, a Cisliano (Mi), al numero 2 di Via Cusago. Una maxi-operazione frutto di 15 arresti e sequestri per milioni di euro, in conto-correnti, quote societarie e beni immobili, sgomina la famiglia Valle, insediata nel territorio lombardo da un quarantennio. Ci entra di mezzo “L’Expo”, l’usura, le estorsioni e il gioco d’azzardo, la politica locale e alcuni imprenditori, con cui la ndrangheta dei Valle tesseva rapporti.

Alla “Masseria” il clan usava le maniere forti, tutti dovevano capire come funzionavano le cose, e picchiavano duro. Dice il Pm Boccassini “punirne uno per educarne cento”. Imprenditori, commercianti, a centinaia coinvolti direttamente o indirettamente nella malavita calabrese; ma loro muti con il silenzio.

Sempre, l’omertà ormai in via definitiva è anche settentrionale. E ci tiene a sottolinearlo più volte il Pm Ilda Bocassini: “il totale assoggettamento del tessuto sociale, degli imprenditori e dei commercianti coinvolti nelle estorsioni”.

La Masseria

Nei giardini della “Masseria” a bordo piscina fra statue di gesso raffiguranti ancelle e cavalli, giardini zen, la Milano bene festeggiava i suoi matrimoni e le cresime dei suoi bambini. Una Madonnina, anche questa di gesso, accoglie gli ignari clienti. E’ l’icona sacra, a simbolo continuo del carattere religioso, il blasfemo, che s’inserisce nella criminalità mafiosa. Lì gli imprenditori, secondo gli inquirenti, venivano intimiditi e percossi.

L’ordinanza di arresto, firmata dal Gip Giuseppe Gennari del tribunale di Milano, è un corposo volume di 379 pagine, molte di queste costituite da intercettazioni, ennesima dimostrazione della necessità delle stesse. Perché inquisiti e vittime parlavano con assoluta non curanza del loro malaffare, senza nulla nascondere. Alcuni membri del clan Valle vivevano negli appartamenti sopra la tenuta del ristorante, base operativa militare dotata di telecamere, sensori, cani da guardia, e vedette. Una di queste vedette, raccontano le indagini, seguì persino l’auto di un poliziotto in borghese fino a Milano per poi domandare all’agente cosa avesse fatto tutto quel tempo attorno alla “Masseria”…Tanto vasto è il controllo militare dei Valle.

L’indagine della Dda milanese nasce 2 anni fa, su spunto di un’altra di camorra, cui al tempo il capoclan Valle è in contatto tramite un intermediario di un boss campano. Lui, Francesco Valle classe nel 1937, è il vecchietto calabrese un po’ analfabeta, ma è scaltro. La storia criminale lo vede vicino alla ndrina dei De Stefano, a sua volta partecipe nella lunga faida calabrese con la famiglia Condello. Le indagini descrivono il capofamiglia dei Valle come “il protagonista della faida di Reggio, colui che trapianta il metodo mafioso a Vigevano, Bareggio e dintorni“. Un uomo che trascorre  “tutta la sua vita da capomafia”, ancora: “da Francesco Valle promana una pericolosità assoluta, una capacità di intimidazione incondizionata ed un controllo capillare delle attività di famiglia. -Aggiunge il pm Boccassini- Francesco Valle riceve gli usurati direttamente a domicilio”.

Un padre modello che trasmette tutta la sua conoscenza criminale ai membri del clan, molti di questi familiari fino alla terza generazione. Metodo tipico: quello della ndrangheta che si rafforza esclusivamente con il vincolo di sangue. A riguardo la figura della nipote del capoclan Valle, Maria Valle, giovanissima di 24 anni, spiega ancora una volta il ruolo della donna nella ndrangheta. Scrivono le indagini di lei che “dimostra di avere tutta la tempra del padre. E’ determinata ed ha una completa conoscenza degli affari di famiglia, conosce i “giochetti societari”, “non vuole essere trattata come una segretaria perché donna”, ed è in grado di tessere relazioni di comodo per ottenere vantaggi strumentali. Il padre Fortunato Valle, insieme alla sorella Angela, entrambi sulla quarantina, trattano la parte finanziaria del disegno criminale. Loro compito secondo gli inquirenti è di “erogare prestiti in denaro alle vittime di usura, di concordare i tassi di interesse, di riscuotere gli interessi usurari attraverso attività di intimidazione, estorsive e violente; di effettuare gli investimenti in attività immobiliari, bar, ristoranti e di individuare i prestanome a cui intestare fittiziamente gli esercizi commerciali e le quote societarie”.

(Ultima revisione 19/03/2011)

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I Media pro-Cessi e le condoglianze di Dell’Utri viste dalla Francia

Estero, brutte figure

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Di Andrea G. Cammarata

Dell’Utri s’è preso 7 anni, magra la consolazione per il procuratore Gatto che ne chiedeva 11, anoressica per la difesa degli avvocati dellutreschi, Sammarco e Mornino, che chiedevano naturalmente l’assoluzione. Ma obesa è la consolazione per i media che hanno potuto ingrassare la notizia della sentenza d’appello del giudice Dell’Acqua a proprio piacimento, improvvisandosi tutti esperti di giustizia e rendendola unta fino allo schifo. Comunque mafia c’è stata, e quando e in che modo, al popolo detto francamente, fotteva poco. Soprattutto se si parlava di un senatore, il fondatore di Forza Italia.

A noi italiani per leggere un articolo come si deve non resterà che andare oltralpe, in Francia, e così interessarsi di una verità meno distorta di quella del Tg1, che altro non ha fatto che far sembrare un coniglio, per una lepre. Grave, per inciso, è che Mediaset quantomeno disinforma con un certo stile, ha classe nel nascondere le verità, mentre il Tg1 fatica ancora a camuffarsi, la fa proprio sporca…Comunque da Minzolini , si sa, è successo che la mafia di Dell’Utri, è passata per essere diversamente mafiosa, lui è: un assolto-condannato, nel bel Paese delle meraviglie dove tutto è possibile. Peraltro stupiscono le conclusioni di vari mezzi d’informazione, che vista la mancata presa in considerazione dei giudici d’Apppello di quanto sostenuto dallo Spatuzza, hanno concluso che la Trattativa mafia-Stato non sia esistita. Stupisce che questi mezzi d’informazione, non abbiano ascoltato le udienze del processo Dell’Utri, stupiscono le loro conclusioni affrettate. Conclusioni che tuttavia in realtà dipendono, quelle vere, dalle motivazioni della sentenza. Come il Pg ha ben chiarito a quella racchia del Tg1, quella della “doccia fredda”, lei che con tanta veemenza, quanto a Trattativa, diceva al procuratore: “Allora crolla tutto…”. Crolla tutto un cazzo! Massimo Ciancimino -in questo processo non ascoltato senza motivazioni-  il processo a Cuffaro, l’inchiesta riaperta sull’uccisione di Falcone e Borsellino, quanti ce ne sono, di altri elementi validi e processi aperti e riaperti, per provare la Trattativa.

Il video del servizio del Tg1:

Il problema non è questo. La difesa Sammarco&Mornino, chi ha ascoltato i processi o chi li ha visti lo sa, in appello, tardivamente, chiedeva di revocare l’ammissione del pentito Spatuzza, era il dicembre scorso, dopo il polverone alzatosi durante il Nobday. Quanto alle dichiarazioni di Spatuzza, Sammarco dice alla Corte di appello “oggi si parla di altri fatti ma si giudica ancora sulla sentenza Guarnotta -quella di primo grado-  è un processo di primo grado che si sta innestando in quello di secondo grado” ovvero lamenta la diversità delle ammissioni del pentito, rispetto all’oggetto del processo di primo grado, diversità che andrebbero a detta dell’avvocato trattate in un nuovo processo, come obbligano i dettami del diritto costituzionale, quindi giusto processo, principio di parità delle parti,  e ugual diritto della difesa e dell’accusa, (art.111, 24, 3) che vengono con astuzia citati da Sammarco in aula. Ecco alluso perché per la Corte Spatuzza a quel momento del processo non può contare. Ma le motivazioni della sentenza ce lo diranno.

Sporco il Tg1, quanto Italia1, due canali un padrone. Giovanni Toti, monta un editoriale per Studio Aperto come una cavalla in calore, fa due accostamenti: “sentenza Tartaglia incapace d’intendere e volere” e “sentenza Dell’Utri mafioso”, che ci azzecca in mezzo “Berlusconi vittima” ? . La riflessione finale di Toti, nuovo arciere di Berlusconi, dopo aver sconsigliato l’uso dei pentiti ed etichettato come “discutibile” il reato di concorso in associazione mafiosa, è infatti: “allora ci viene il dubbio, non è che chi è vicino a Berlusconi qualcosa debba pagare?”. Insomma Givannino Totip la butta lì, fa un altro pronostico…  Chiude “non è che chi si accanisce contro Berlusconi alla fine non paga mai?”. Cosa significa questo.

Ecco il video dell’editoriale di Studio Aperto:

E  per chiudere in bellezza, stavolta con un po’ di giornalismo serio, segue ciò che è anticipato nel titolo dell’articolo: “Dell’Utri visto dalla Francia”, scrive Delphine Saubaber giornalista antimafia d’oltralpe, su L’Express.

Condannato a 7 anni di prigione, Marcello Dell’Utri resta “fiducioso”

L’amico intimo di Silvio Berlusconi è stato condannato martedì  per “complicità di associazione mafiosa”. A Palermo i giudici l’hanno tuttavia asolto per il periodo più delicato dal 1992 a giorni nostri. Spiegazioni.

Sette anni di prigione per Marcello dell’Utri, senatore, braccio destro e migliore amico di Silvio Berlusconi, per “complicità di associazione mafiosa”. Colui che ha seguito l’ascensione del Cavaliere dai debutti della sua holding, la Fininvest, alla creazione del suo partito, Forza Italia, era stato condannato a 9 anni in prima istanza. In 1768 pagine i giudici avevano dipinto, nel 2004 “la contribuzione, volontaria, cosciente” di Dell’Utri al “consolidamento e al rinforzo di Cosa Nostra”, la mafia siciliana, la quale Dell’Utri era accusato di aver messo in contatto con la Fininvest di Belrusconi.

L’uno è condannato, l’altro assolto.

Questo martedì, un’altra decisione di Giustizia piomba in Italia. Questa volta concerne Massimo Tartaglia che aveva aggredito Silvio Berlusconi con una riproduzione del Duomo di Milano nel dicembre scorso. E’ stato assolto. Gli esperti hanno sottolineato che l’uomo, sofferente di problemi mentali, non era in grado di essere sottoposto a giudizio.

Tornando al processo Dell’utri, questa volta, in appello, il procuratore aveva richiesto 11 anni. La Corte di Appello di Palermo riduce la pena a sette anni dopo diversi giorni di camera di Consiglio, ammettendo come stabilito i rapporti stretti intrattenuti da Dell’Utri con la mafia siciliana del boss Stefano Bontade, di Totò Riina e di Bernardo Provenzano, rapporti intrattenuti fino alla stagione delle stragi del 1992 (anno dell’assassinio dei giudici anti-mafia Falcone e Borsellino), poiché i giudici hanno assolto il senatore per il periodo posteriore, più delicato, dal 1992 a giorni nostri, quello della presunta trattativa fra Stato e Cosa Nostra, agli albori della nascita del partito berlusconiano, Forza Italia, nel 1994.

Nel dicembre 2009, durante il processo, un pentito, Gaspare Spatuzza, aveva accusato il senatore di essere stato “l’intermediario e l’uomo provvidenziale” per preparare l’arrivo sulla scena politica di forze ben disposte nei confronti di Cosa Nostra, affermando che all’epoca degli attentati mafiosi a Milano, Firenze e Roma nel 1993,  Dell’Utri e Berlusconi sarebbero stati gli interlocutori politici privilegiati dal suo capo Giuseppe Graviano. Berlusconi si difese denunciando una “macchinazione”.

Il suo eroe: Vittorio Mangano

Resta che i giudici della Corte di Appello hanno dunque creduto, in particolare, al pentito Francesco Di Carlo, che racconta di un incontro ai vertici, nel 1974 a Milano, fra Dell’Utri, Belrusconi e i boss Bontade e Mimmo Teresi.  Marcello era allora il segretario particolare di Silvio Berlusconi. E’ il periodo dei sequestri a Milano, e l’imprenditore teme per i suoi figli. Domanda consiglio al siciliano Dell’Utri, che organizza la riunione…” Alla fine Berlusconi ci ha detto che era tutto a nostra disposizione”, racconta Di Carlo. Bontade gli garantisce un’assicurazione sulla vita: “Sia tranquillo. Vi mando qualcuno”. Un buon amico di dell’Utri, di Palermo. Conosciuto come il “fattore di Arcore”, Vittorio Mangano, pregiudicato, si occuperà, sembra ormai ufficialmente,  per due anni dei cavalli di Berlusconi. Ma come nota Di Carlo:  “Cosa Nostra non pulisce le stalle delle persone”. In chiaro: “Mangano fa parte di Cosa Nostra.” In un’intervista, nel 1992, il giudice Borsellino parlava del personaggio come di “una testa di ponte dell’organizzazione mafiosa nel Nord d’Italia”. Nel 2000, Mangano sarà condannato per duplice omicidio, prima di morire. Qualche anno più tardi, Dell’Utri celebrerà in lui il suo eroe: “Ha preferito morire in prigione piuttosto che all’ospedale e ha rifiutato di tradirmi raccontando ciò che volevano fargli dire su di me e Berlusconi!”

Dopo la sentenza d’appello, Dell’Utri, che era assente al momento della lettura, ha ripetuto che Mangano resta il suo “eroe”, commentando così il verdetto: ” hanno dato un premio di consolazione alla procura di Palermo e una grossa soddisfazione all’accusato, perché hanno escluso tutte le ipotesi dal 1992 a oggi”

Dell’Utri attende ormai il terzo stadio, quello della Cassazione, “fiducioso”.

Il procuratore Gatto, che ha richiesto 11 anni di reclusione attende le motivazioni della sentenza, che arriveranno in 90 giorni, per capire “perché la corte ha deciso di eliminare la stagione politica da questo processo. In ogni caso, ulteriori inchieste sono sempre possibili”. Un modo per dire  che l’assoluzione di Dell’Utri per il periodo post-’92 è lontana dal chiudere un’ipotesi sul rapporto mafia-politica di quel periodo…Lo scenario è in effetti più complicato di quel che sembra, poiché ci sono in corso le inchieste riaperte sull’assassinio dei giudici Falcone e Borsellino nel 1992, c’è un’altra inchiesta a Palermo sulla presunta trattativa Stato-Mafia, e un’altra a Firenze sulle bombe del 1993…

Se il procuratore Gatto attende quindi, irremovibile, le motivazioni della sentenza, Dell’Utri da parte sua se ne fa scappare una: “Cercherò il procuratore Gatto e gli farò le mie condoglianze”. Cosa significa questo?

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La trattativa e i pentiti, parla Ingroia

Anche il Papa contro la magistratura “deplorevoli le perquisizioni in Belgio”

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(foto Ansa)

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Di Andrea G. Cammarata

“Deplorevoli e sorprendenti” le perquisizioni effettuate dalla polizia belga su ordine dei giudici, presso l’arcidiocesi di Malines a Mechelen-Bruxelles; così Benedetto XVI esprime la sua solidarietà ai vescovi, attaccando la magistratura belga, lui Capo della Chiesa come l’altro, il Capo del Governo quando si parla dei suoi processi, o di quelli dei berluscones. L’attacco alla magistratura belga da parte del Papa si colloca così in una tensione governativa ormai rituale, volta al discredito dell’operato della giustizia, alimentando dubbi a non finire sulla reale volontà di chiarire oscure vicende. Il caso di Berlusconi, è lampante, insieme a Dell’Utri, indicato nella trattativa mafia-Stato, e quello del Papa, pure, testimone provato del caso di pedofilia avvenuto durante gli anni ’80 nell’arcidiocesi tedesca da lui presieduta. E se si voglia o meno fare luce sull’incessante e comprovata perversione dei preti sui bambini da una parte, e la Trattativa dall’altra, ciò lo si intende da come chi ha potere a riguardo, reagisce.

La Chiesa ovviamente non ha potuto inviare ispettori a Bruxelles, come fece Alfano alla Procura di Trani, tuttavia il ministro della giustizia belga, Stefaan De Clerk, è intervenuto contro il segretario di Stato Vaticano, Tarciso Bertone che parlando addirittura di “vescovi sequestrati” a riguardo delle perquisizioni di Mechelen, aveva peraltro  esordito descrivendo le procedure di controllo con un “peggio che nel regime comunista”. E -ahimè- i Pm comunisti di Berlusconi, riaffiorano stranamente. De Clerk però difende i suoi, “un po’ esagerata” la reazione di Bertone, “non è il caso di farne un incidente diplomatico, durante la perquisizione i vescovi sono stati trattati normalmente”.

Quanto alla lettera di solidarietà del Papa scritta al presidente della conferenza episcopale belga, monsignor Leonard, per i vescovi belgi, spiega meglio cosa è successo in quelle ore di polizia contro Chiesa e la posizione di Ratzinger. “desidero esprimere la mia particolare vicinanza e solidarietà a Lei, caro Fratello nell’Episcopato, e a tutti i Vescovi della Chiesa in Belgio, per le sorprendenti e deplorevoli modalità con cui sono state condotte le perquisizioni nella Cattedrale di Malines e nella Sede dove era riunito l’Episcopato belga”. I vescovi – sottolinea il Papa- a Mechelen erano riuniti “in una sessione plenaria che, fra l’altro, avrebbe dovuto trattare anche aspetti legati all’abuso di minori da parte di membri del clero”, Ratzinger auspica che “la giustizia faccia il suo corso” ma “nel rispetto della reciproca specificità e autonomia” della Chiesa, “più volte ho ribadito che tali gravi fatti vanno trattati dall’ordinamento civile e da quello canonico, nel rispetto della reciproca specificità e autonomia” auspicando, tuttavia, “che la giustizia faccia il suo corso, a garanzia dei diritti fondamentali delle persone e delle istituzioni, nel rispetto delle vittime, nel riconoscimento senza pregiudiziali di quanto si impegnano a collaborare con essa e nel rifiuto di quanto oscura i nobili compiti ad essa assegnati”.

Qui i riferimenti cascano sulla Commissione indipendente Adriaenssens, istituita dalla Chiesa per fare luce sui delitti di pedofilia in Belgio. Durante le perquisizioni di Malines sono stati infatti sequestrati 475 dossier elaborati dalla Commissione, il cui presidente Prof. Adriaenssens, indignato dai sospetti posti nel suo lavoro dalla Procura di Bruxelles, ha deciso di dimettersi con ugual seguito di tutti i suoi collaboratori. A quanto pare la commissione lavorava malamente, pur garantendo la necessaria discrezione e tutela, nei riguardi delle vittime di abusi che la sceglievano. Intanto la stampa belga attacca: “Vaticano apra gli archivi, rompa la legge del silenzio per fare fronte allo scandalo pedofilia”, scrive “Le Soir”, quotidiano belga. E di fatto, aprire gli archivi, fare luce sullo IOR la banca vaticana, il caso Propaganda Fide, cui oggi il Vaticano ammette perlomeno errori nella gestione del suo sconfinato patrimonio immobiliare, non sarebbe poco.

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