….Ma la mafia non esiste

Non baciamo le mani

di Andrea G. Cammarata

Delphine Saubaber, giornalista de l’Express, torna a parlare di mafia. Dopo l’intervista “Perdiamo la guerra contro la mafia” a Laura Aprati e ad Enrico Fierro, autori di “Malitalia, storie di mafiosi, eroi e cacciatori” (Rubettino), racconta di Petra Reski, una giornalista tedesca che alla mafia si è appassionata in seguito ad un viaggio a Corleone e grazie ad un libro di Mario Puzo, “Il Padrino”.

L’Express le dedica un’intervista. Petra Reski ha tanto da raccontare, 20 anni di reportages sulla mafia e un libro pubblicato nel 2008: “Germania- Mafia: padrini, pizzerie e falsi ecclesiastici “. In un capitolo di Malitalia Reski spiegava i dissapori dell’opinione pubblica tedesca in seguito alla sua pubblicazione. Durante una delle sue presentazioni, ad Erfurt, si convinse che il libro non era visto di buon occhio, le venne contestato, dal moderatore e da altri illustri signori, che in Germania di riciclaggio di denaro sporco non se ne parlava proprio, né tanto meno di mafia, e finì col passare lei per mafiosa. Proprio così: “Qui la mafiosa è lei” le dissero. Furono le prime minacce, poi le sentenze sul libro e la censura. La corte di Monaco “mise in evidenza che non era ammissibile imputare una vicinanza all’ ‘ndrangheta calabrese attraverso rapporti di parentela”. La Reski, quel giorno in tribunale sotto scorta, ricevette ancora minacce da uno dei querelanti, uno di quei parenti che con la mafia per il diritto tedesco non può averci niente a che fare. Disse all’avvocato di lei: “Riferisca alla signora Reski, che la prossima volta deve venire non con due, ma con sei poliziotti”. Alla giornalista tedesca è restata la voglia di raccontare qual è la situazione della mafia all’estero, anche se “I tedeschi si credono fuori pericolo”.

L’arresto dell’undici Febbraio ai due presunti assassini della strage di Duisburg ha sedato il livello di attenzione sulle ‘ndrine che operano in Germania. In realtà, lo spiega Petra Reski nell’intervista “…la mafia calabrese fa tranquillamente del territorio tedesco una vera e propria lavanderia di denaro sporco sfruttando le falle del diritto tedesco”. Lei non ha mezze parole sulla Germania: “Non hanno coscienza di ciò che succede. La mafia è in mezzo a noi da anni…”.

(Ultima revisione 19 Marzo 20011)

Segue l’intervista pubblicata oggi da L’Express di Delphine Saubaber

Traduzione di Andrea G. Cammarata

Mafia: ” I tedeschi si credono fuori pericolo”

L’express: Nella prefazione del suo libro, il procuratore anti-mafia Vincenzo Macrì, scrive, a proposito della censura del vostro libro: ” Non si può dunque parlare di loro ( dei mafiosi), la gente deve continuare a ignorare il problema. Il massacro di Duisburg deve passare per un incidente della storia…”

Petra Reski: La Germania sta negando. Gli arresti dell’ undici Febbraio sono una buona notizia certamente, e sono senza dubbio il risultato di una buona cooperazione europea. Ma temo che molti tedeschi deducano da ciò che la mafia in Germania non esista più. Recentemente, per esempio, il governo regionale della Westfalia, ha dovuto rispondere a delle questioni suscitate dall’opposizione che riguardavano la mafia in Germania, il governo ne ha nettamente negato l’esistenza.

Questo mi ricorda l’attitudine dell’Italia negli anni ’70. Allora era stato arrestato un mafioso a Milano. Davanti al giudice disse: ” La mafia, cos’è? Una varietà di formaggio?” I tedeschi, anche loro, si credono fuori pericolo. E’ nell’interesse dei politici tedeschi che l’opinione pubblica non si spaventi oltre misura. Se le persone non considerano la mafia come un pericolo, allora non c’è problema. Il nemico numero uno, è il terrorismo islamico. Il problema del riciclaggio e della pulizia del denaro sporco, quello non si vede….

Perché questo negare?

Un poliziotto tedesco mi disse: “Qui, si cerca di combattere la mafia con le stesse leggi che combattono il crimine ordinario”. Il reato di associazione mafiosa, per esempio, non esiste in Germania. Perché la polizia possa provare un reato mafioso, bisogna che accada qualcosa di molto preciso: un’uccisione, un furto…Ma i mafiosi in Germania fanno di tutto per non cadere in queste trappole. Non fanno cadere neanche una cartina per terra!

Di colpo, si sentono liberi di pulire somme enormi di denaro con i loro ristoranti ( La ‘Ndrangheta ha circa 300 ristoranti in Germania), i loro hotel, i loro immobili. In Italia chi investe deve provare l’origine del suo denaro; in Germania, al contrario, sta alla polizia provare che il denaro – degli investimenti- faccia parte di risorse illecite. I mafiosi conoscono molto bene le leggi dei tedeschi. C’è di più, la legislazione vigente rende praticamente impossibile intercettare le conversazioni telefoniche.

Siete stata pubblicamente minacciata, durante la presentazione del vostro libro a Erfurt, in Germania…

Sì sono stata minacciata pubblicamente. Quando scrivevo il mio libro, i miei amici mi avevano avvertito di non farlo in Italia, poiché i giornalisti che scrivono laggiù sulla mafia corrono dei rischi… Dunque, sono stata minacciata in Germania e il mio libro è stato censurato da dei giudici tedeschi. E i soli che mi hanno creduto sono gli italiani!

Mi hanno fatto tre processi al termine dei quali, l’albergatore Antonio Pelle di Duisburg e il ristoratore Spartaco Pitanti di Erfurt, in Turingia, hanno ottenuto che dei passaggi – sul libro- vengano cancellati. In queste pagine, avevo citato il rapporto del BKA (ufficio criminale federale), della polizia tedesca. Le informazioni erano state confermate da Vincenzo Macrì, magistrato superiore alla direzione antimafia a Roma. Mai avrei pensato che queste cose potessero succedermi nel mio paese. A Corleone sì!

Raccontate nel vostro libro che un mafioso calabrese, Marco Marmo, è stato intercettato quando circolava a Duisburg, l’estate precedente al massacro. Queste conversazioni davano il punto sulla preparazione delle uccisioni…I tedeschi ne erano al corrente?

I poliziotti italiani hanno informato i loro colleghi tedeschi, ma lo hanno fatto troppo tardi. Dopo tutte le mie inchieste, posso dire che la cooperazione fra le polizie funziona quando c’è un buon rapporto personale fra gli agenti. A peggiorare le cose ci sono gli ostacoli legati alla burocrazia e alle questioni di gerarchia che rallentano tutto.

La vostra prima visita a Corleone risale al 1979. Perché vi siete appassionata alla mafia?

Sono arrivata come turista a Corleone, avevo letto il Padrino, ma sono rimasta delusa, sul posto non ho trovato il folklore che mi aspettavo! Sono ritornata in Sicilia nel 1989 come giornalista: era il periodo della “Primavera di Palermo”, con Leoluca Orlando come sindaco, senza scordare i due giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.Un momento di grande speranza. Si credeva che la mafia potesse crollare come il muro di Berlino, ci si è sbagliati…Ma ho incontrato dei veri amici in Sicilia, e non ho più smesso…

Lei ha attraversato in lungo e in largo l’Italia per 20 anni…cosa è cambiato da quando l’ ha vista la prima volta?

Purtroppo, è peggio. La mafia non regna più soltanto nel sud Italia, ma in tutto il paese. E’ presente ai vertici della politica. In parlamento. Nel Nord, ovunque.

Il suo libro è un mosaico di incontri, ricordi, ritratti, , spesso sorprendenti…Come quello, per esempio, di una donna avvocato che difendeva i mafiosi, a Palermo, Rosalba Di Gregorio. Come vede il suo mestiere di avvocato?

Rosalba Di Gregorio è molto cosciente del ruolo cha gioca. Suo marito difende Bernardo Provenzano, lei ha difeso Mangano, il mafioso che ha vissuto nella villa di Berlusconi. Difende un boss importante come Pietro Aglieri…Io credo che nella memoria di Rosalba, ci siano abbastanza misteri della storia d’Italia. Soprattutto per quel che riguarda la politica.

La forza della mafia si situa nel potenziale di ricatto che ha verso i politici…e Rosalba lo sa bene. Fa di tutto per il bene dei suoi clienti.Un avvocato che difende i mafiosi corre solamente un rischio: non essere abbastanza attivo nel svolgere il proprio dovere…Non è il caso di Rosalba.Ha molte idee. E’ simpatica. Anche se purtroppo è terribilmente dall’altra parte….

“I comandamenti della Chiesa sono quelli della mafia” Lo ha scritto nel suo libro, Cosa vuol dire?

Come tutti sono rimasta sorpresa nello scoprire il legame fra la Chiesa e la mafia, ho incontrato dei preti che mi hanno confessato di aver visitato dei mafiosi nei loro nascondigli. Per celebrargli la messa. Così, padre Frittita di Palermo si difendeva dicendo che non aveva fatto altro che applicare la “Giustizia divina”. La mafia non avrebbe potuto sopravvivere se non avesse finto di sostenere i valori della Chiesa cattolica. Per altro, La Chiesa non è un punto di riferimento etico della mafia. La mafia non ha alcuna morale. Fa sembrare di appartenere alla cultura cattolica e di riconoscere la superiorità della Chiesa cattolica, ma non è la realtà. Lo provano le numerose uccisioni di preti antimafia. Il solo valore etico in cui crede la mafia, è la sua sopravvivenza . E non importa quale sia il prezzo.

Esistono dei preti ostili alla mafia. Si ricorda il clamore suscitato dall’uccisione di Don Puglisi…

Oggi, lo si vorrebbe fare santo. Ma quando era in vita, era molto isolato. Il Vaticano, su questa questione, ha dato prova di negligenza. Non ci sono posizioni ufficiali del Papa contro la mafia. Giovanni Paolo II l’ha condannata nel 1993 ad Agrigento. Ma Benedetto XVI non ha ancora detto nulla. E’ un peccato, poiché molti preti sono coraggiosi e avrebbero bisogno di sostegno.

Le donne sono dei pilastri della mafia, lo scrive…E intralciano spesso il pentimento dei boss.

Il loro ruolo è essenziale. Come madri, per iniziare: sono coloro che trasmettono la cultura della mafia di generazione in generazione. C’è di più, sono spesso complici, fra i recenti arresti in Calabria, c’erano anche delle donne. Sono loro, spesso, che trasportano le armi, nascondono i mafiosi nei loro covi, organizzano gli affari quando i boss sono assenti. Esse sono l’altra faccia della mafia.

Ci sono ancora molti pentiti oggi giorno?

Molti meno. Nella ‘Ndrangheta, la mafia calabrese, che è strutturata in famiglie dai forti legami di sangue, non ce ne sono quasi. Le diverse legislature italiane, hanno attenuato le possibilità di usare la testimonianza dei pentiti. E’ sempre più difficile per la giustizia.

L’Italia dispone di mezzi procedurali sufficienti per lottare contro la mafia?

Sì ma stanno diventando flebili. Le prigioni di alta sicurezza sono state chiuse e il carcere duro, il 41 bis, è stato applicato nelle prigioni tradizionali. L’isolamento totale non esiste più. Un mafioso può ricevere la sua famiglia, abbracciare i suoi bambini… E così, di certo, continuare i suoi affari.

E’ già stata minacciata?

Sì, ho conosciuto la paura. Mi sono sentita molto sola in Germania. E’ una esperienza umiliante essere minacciata, vedere che le persone non ti credono. Il senso comune vorrebbe che la mafia non esistesse in Germania, di conseguenza non si crede neanche alle minacce che ricevo. Sono stata contenta di ritornare in Italia. In questo paese, anche il mio edicolante mi capisce. C’è stata un’onda di solidarietà verso di me, quando gli italiani hanno saputo delle minacce che ho ricevuto. E’ stato confortante.

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