Algeria, Al Qaeda rivendica attentato terrorista alla scuola militare

Africa

Attentato accademia Cherchell ( Afp)

Di Andrea G. Cammarata

L’attentato dei due kamikaze che si sono fatti esplodere venerdì scorso nell’Accademia militare di Cherchell in Algeria, è stato rivendicato dal gruppo terroristico ‘Al Qaeda nel Maghreb islamico’ (Aqmi). 18 morti e 26 feriti, che confermano le pericolose derive terroristiche nel Maghreb, e alimentano peraltro dubbi sulla reale identità degli insorti libici, almeno stando a un’approfondita analisi proposta ieri da ‘Le Parisien’ e ‘Afp’.

“Regalo dell’Id al-fitr (giorno di chiusura del ramadan)”, è intitolato macabramente il comunicato di rivendicazione da parte di Aqmi, diffuso domenica scorsa, nel quale il firmatario “Salah Abou Mohammed, responsabile dell’informazione dell’organizzazione Al Qaeda nel Maghreb islamico” indica l’Accademia di Cherchell come il “luogo simbolo del regime algerino”. L’attacco dei due kamikaze è avvenuto alcune decine di minuti dopo la fine del digiuno islamico, esattamente alle 19 e 50 del 26 agosto. L’intento dei terroristi è sembrato quello di volere decimare gli ufficiali che si stavano accingendo, insieme agli altri militari, alla cena nella mensa della scuola militare.

Istituita nel 1942 dai francesi, L’Accademia ‘interarmes’ di Cherchell forma l’élite militare del Paese, ed è situata a poche centinaia di chilometri da Algeri nella ex-Cesare, città dell’antica Roma imperiale. Il commento di un analista, apparso oggi su ‘Le Soir d’ Algerie’, indica Cherchell come un obiettivo sensibile che rappresenta sia il potere Algerino ma anche quello internazionale, perché ha storicamente una posizione geopolitica di rilevante interesse, e ad esempio nella seconda guerra mondiale “servì da base aerea per le forze del’US Army”.

Poi nel dibattito algerino inerente l’attentato, si stagliano anche i dubbi su una possibile collaborazione di Aqmi con il Consiglio nazionale di transizione (Cnt) libico. Perché già da diversi mesi i rapporti fra Algeria e Cnt sono severamente incrinati, e il governo di Algeri è accusato dagli insorti libici di sostenere Gheddafi poiché non ha ancora riconosciuto ufficialmente lo stesso Cnt, né ha mai domandato il ritiro del Colonnello. In più il Cnt accusa l’Algeria di avere messo al servizio di Gheddafi una truppa di mercenari, ciò nonostante Algeri abbia più volte in risposta “smentito” le accuse. Sulla questione dei contractors potrebbe esserci un’ipotesi di movente dell’attentato terroristico all’Accademia di Cherchell da parte di Aqmi, che avrebbe quindi colpito la scuola militare per fornire indirettamente aiuto agli insorti libici, ma è solo una nostra supposizione.

Ieri il porta parola del Cnt, Ahmed Omar Bani, a riguardo della questione algerina ha detto con tono di sfida che il Cnt fa una “distinzione fra il grande popolo algerino e il governo algerino. Gli algerini ci hanno riconosciuto come combattenti per la libertà e liberatori del nostro paese”, e ha aggiunto che “verrà il giorno in cui i dirigenti algerini dovranno prendere atto della loro attitudine nei confronti dei rivoluzionari libici.”

Di fatto la confinante Algeria nel corso del conflitto in Libia ha sempre mantenuto una posizione neutrale; come l’Italia ha fatto inizialmente con la politica estera Berlusconi/Frattini: del primo i  “non voglio disturbare Gheddafi” e dell’altro i noi “non esportiamo democrazia” [Espr3]. Lungi così da qualsiasi ingerenza nel regime libico entrambi i governi sono stati accusati dall’opinione internazionale di “pochezza” o “eccessiva prudenza”  – è più diplomatico – ma lo sappiamo, comunque, l’Italia quanto a incoerenza in belligeranza ha un record storico.

Tornando all’ex colonia francese, si stanno intanto accumulando sospetti sulla fuga di Gheddafi in Algeria, ciò nonostante le ripetute smentite di Algeri che ha negato il passaggio, venerdì scorso, in territorio algerino di un convoglio di sei Mercedes con a bordo il Colonnello e la sua famiglia.

“Pubblicato in esclusiva su L’Indro www.lindro.it e qui ripubblicato per gentile concessione”

Link consigliati:

Se il governo algerino condanna gli attentati terroristici all’estero ma non quelli sul proprio territorio.

http://www.lematindz.net

Rivoluzione in Algeria e occhi su quella libica, il Cnt verso un partito islamista sul modello turco:

http://www.lequotidienalgerie.org/

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Nigeria, attentato sede Onu. Scontri civili e terrorismo.

Africa, Nigeria e petrolio

Di Andrea G. Cammarata

Un attentato è avvenuto oggi nella sede dell’ONU di Abuja, capoluogo centrale della Repubblica federale nigeriana. 18 morti e diversi feriti causati dall’esplosione di un’autobomba all’ingresso degli uffici del palazzo inter-governativo. Ancora nessuna rivendicazione ma i sospetti sembrano indicare la setta islamica Boko Haram, lo riferisce il sito ’Jeune Afrique’.

In concomitanza con l’attentato di Abuja in un’altra città del Nord del Paese, a Gombi, si sono verificati attacchi a banche e commissariati, scontri che hanno causato una decina di morti. “Hanno rubato le armi dai commissariati e svaligiato una banca, gridavano Allah Akbar e riteniamo che si possa trattare di membri di Boko Haram o semplicemente di insorti”, ha detto un residente di Gombi a ’Jeune Afrique’.

Boko Haram, che letteralmente significa “vietata l’educazione occidentale”, s’identifica con Al Qaeda ma non ha legami effettivi con essa. La setta rievoca un altro gruppo islamista attivo negli anni ’80 in Nigeria, chiamato Maitatsine. “Giovani determinati a morire per dio” che inneggiavano, come Boko Haram, ad un “ordine islamico totalitario”. Questi gruppi islamici sono soliti attaccare la comunità cristiana e lo Stato federale. Attivi nel Nord nigeriano a maggioranza musulmana, sono riusciti ad imporre la legge islamica in 12 dei 36 Stati della Federazione.

L’etnia maggiore Hausa Fulani, più povera, è in costante conflitto con la popolazione cristiana del Sud [Espr3] – dove c’è il petrolio – che “si caratterizza peraltro per una maggior produttività e una maggiore emancipazione culturale”. I musulmani rappresentano il 50 % della popolazione nigeriana, il restante è invece di fede cristiana. Spiegano gli analisti che il Federalismo di Abuja, attuale capitale, è causa delle ineguaglianze “nell’allocazione delle risorse a livello regionale che causano i conflitti civili”. A proposito, la guerra del Biafra nel 1967 espresse uno dei primi tentativi di secessione della Regione sud-orientale abitata dall’etnia Igbo.

La sede colpita dell’Onu di Abuja, ospita, fra l’altro, alcuni uffici dell’Unicef, del Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo, e del Organizzazione mondiale per la sanità (OMS). L’Oms fu messa sotto accusa dai capi religiosi musulmani al seguito di una campagna di vaccinazione contro la poliomielite, che nel 2003 stava decimando la popolazione nigeriana. L’organizzazione venne accusata dagli Imam di sterilizzare le donne nigeriane tramite il vaccino contro la polio.

Potrebbe essere un indizio che spiega l’attacco ad Abuja, in un accesissimo clima pre-elezioni presidenziali, e in parte governative, che nei giorni scorsi ha già causato diverse decine di morti cristiani durante scontri etnici in un villaggio vicino Abuja.

Simone Marzocchi, responsabile dell’Associazione Progetto Nigeria, non ha escluso come possibile causa dell’attentato la tesi ’complottista’ dei vaccini, ma – ha aggiunto – “da come è stato attuato sembra un attentato dovuto al clima pre-elettorale”. L’Associazione Progetto Nigeria si occupa di cooperazione allo sviluppo. Sostiene dei progetti locali autonomi, basati sull’acqua-cultura per la produzione di pesce alimentare in vasche artificiali, e svolge attività parallele che forniscono l’accesso al Web (tramite collegamento satellitare), e ristorazione a prezzi solidali. Opera nella zona del Sud-est del Paese, nella regione confinante con il Cameroun, dove imperversano i guerriglieri del movimento per l’emancipazione del Delta del Niger (Mend), attivi dal 2006. Allontanando ogni sospetto dai guerriglieri del Mend [Espr3], “non si può definire il Mend un’organizzazione terroristica” ha spiegato Simone Marzocchi, che in un decennio di esperienze in Nigeria ha avuto diversi contatti con alcuni esponenti del movimento. Il conflitto fra le parti verte invece sulle big del petrolio, Shell e Agip, accusate dal Mend di sfruttare economicamente le risorse petrolifere in disprezzo totale dell’ecologia della zona, “una rivendicazione totalmente legittima” afferma Marzocchi.

Di più. L’Aqmi, altra associazione terroristica dedita ai sequestri di persona [Espr3] nel Nord nigeriano, tiene in ostaggio dal 12 maggio scorso l’italiano Franco Molinara.

“Pubblicato in esclusiva su L’Indro www.lindro.it e qui ripubblicato per gentile concessione”

Link consigliati:

Immagini dell’attentato

Corruzione in Nigeria, il rapporto di Human Rights Watch:

Download the report (PDF, 742.38 KB)

Press release: http://www.hrw.org/news/2011/08/25/nigeria-war-corruption-hangs-balance

Siccità in Somalia, Cosv “situazione disperata”

Africa

Di Andrea G. Cammarata

Nell’ultimo mese si sono spostati in 40mila, donne bambini, dal Sud della Somalia verso Mogadiscio, i pesi nelle braccia, esili come fuscelli al vento, cercano acqua e di che vivere. Per il Corno d’Africa è la siccità peggiore degli ultimi 60 anni, e sta colpendo 12 milioni di persone in Kenia, Etiopia, Sudan e Somalia. Nelle aride regioni a Sud di Mogadiscio la mancanza di materie prime e dell’elemento vitale è maggiore, in più la milizia islamica Al Chabab la fa da padrone, è già da due anni impedisce l’accesso alle associazioni per i diritti umani, complicando notevolmente le operazioni di soccorso. Fra le poche rimaste operative nelle regioni meridionali, il COSV riesce con i suoi 450 operatori somali a svolgere progetti in aiuto alla popolazione sul campo.

Cinzia Giudici, presidente di COSV ci ha riferito che in trent’anni di operatività in Somalia “non si è mai vista una situazione così disperata“. In merito ai limiti imposti dalla milizia islamica -ha aggiunto- “riusciamo a lavorare perché ci conoscono, ma bisogna stare molti attenti”.

E’ una crisi che -scrivono gli analisti- prima di essere umanitaria è politica. La Somalia, Paese senza un governo centrale da più di 20 anni, “vegeta nell’anarchia“, e la comunità internazionale può di conseguenza intervenire solo durante le urgenze.

Le masse migratorie in questi mesi si sono spostate molto verso il nord-est del Kenia, dove si trova il campo profughi più grande al mondo, Dadaab, abitato da 400mila persone. Altri si stanno dirigendo anche verso l’Etiopia. Oggi a Nairobi (Kenia) si sono riuniti i principali finanziatori di fondi, con l’intenzione di sopperire in qualche modo alla grande carestia che sta devastando il Corno d’Africa. Mancano 1.6 miliardi di dollari, ha detto il Jaques Diouf, direttore della FAO, e 300 milioni ne servirebbero per agire nell’immediato.

Lunedì scorso a Roma, la Presidenza francese ha invece convocato il G20, presenti soprattuto i ministri dell’agricoltura, scarsi i risultati e il budget messo a disposizione è stato minimo. Fra i finanziatori maggiori c’è però la Banca mondiale, che ha elargito 500 milioni di dollari. Il presidente, Robert Zoellick, ha riferito ai giornalisti che in Somalia “è importante agire di urgenza per ridurre la sofferenza umanitaria, ma siamo ugualmente attenti alle soluzioni a lungo termine“. L’opinione di Jean Paul Sornay, a capo di ’ActionAid’, mira d’altro canto a “orientare la ricerca al fine di focalizzarla sulle culture più affermate localmente, perché essa prenda in conto il sapere tradizionale dei cittadini del Sud“.

Sornay ritiene inoltre che non siano state prese misure sufficienti per impedire che alimenti come il mais vengano utilizzati come bio-carburante anziché nutrimento. “La situazione nel Corno d’Africa dimostra ancora una volta che bisogna sostenere le piccole imprese agricole, poiché sono loro che nutrono la maggioranza delle popolazioni nel Sud del mondo, e non l’agro-business che produce alimenti fuori budget per i più poveri”, continua Sornay in un articolo apparso oggi su ’Le Monde’. Intanto la Caritas italiana ha raccolto 300mila euro, e mons. Bertin, a capo della sezione somala di Caritas, ha parlato con preoccupazione di una“situazione umanitaria disastrosa“.

Per la Somalia COSV, associazione umanitaria italiana, gestisce programmi alimentari e sanitari nelle regioni meridionali di Gedo e Lower Shabelle. Nel suo recente rapporto ha pronosticato drammaticamente per la popolazione somala “un rapido deterioramento dello stato di nutrizione nell’arco di un mese“. Cinzia Giudici, presidente COSV, ha spiegato che “sono parecchi mesi che c’è questa situazione di carestia, perché due delle stagioni delle piogge sono andate male: una è stata proprio inesistente mentre l’altra è arrivata molto tardi“, cui va aggiunto l’esito pressoché nullo dei raccolti. COSV aveva allertato la FAO e le organizzazioni internazionali, ottenendo dei supplementi di cibo e medicinali. Ma adesso, spiega Cinzia Giudici, “La possibilità di avere il latte per i bambini e altri sostentamenti è veramente ridotta a zero“. E c’è il problema della mancanza di acqua pulita: “l’acqua dei fiumi non è potabile ed è talmente salmastra da non esserlo neanche per gli animali”.

“Pubblicato 27 luglio 2011 in esclusiva su L’Indro www.lindro.it e qui ripubblicato per gentile concessione”

Turismo bloccato per Tunisia e Egitto, calo del 50%

Africa

Di Andrea G. Cammarata

Il Mal d’Africa turistico non basta alle rivoluzioni, e sa da una parte le masse egiziane e tunisine festeggiano la primavera araba e il nuovo vento di libertà, dall’altra tour operator, albergatori, e tutto l’indotto generato dall’economia turistica, piangono una crisi di arrivi mai vista.

Crollo delle prenotazioni già preannunciato proprio alle Idi di marzo, quando si chiedeva la testa dei regimi, e di cui oggi inevitabilmente cominciano ad arrivare le prime conferme. Per il ministro del turismo tunisino, questa resta la peggiore stagione della storia del Paese. Non sono quindi serviti a niente i sessanta milioni di euro investiti in una campagna mediatica del governo guidato da Beji Caid Essebsi. Neo Primo Ministro tunisino che ha avuto dalla folle spesa, ritorni irrisori.

Mentre si segnala un calo, fra l’altro del 90%, anche nel flusso dei turisti algerini verso la Tunisia, come scrive in queste ore la stampa francofona. L’’Express’ ha intervistato il portavoce di uno dei big dei tour operator, Thomas Cook, che riferisce di un abbassamento per il gruppo di oltre il 50% nei tre paesi chiave del Maghreb turistico: Marocco, Tunisia, Egitto.

Marocco che con il suo Re, Mohammed VI, benvoluto e accondiscendente, già in grado di garantire stabilità al Paese, ha tuttavia sofferto come gli altri la crisi globale – considerando che il tragico attentato di Marrakech lo scorso inverno è stato in realtà solo un dei punti di picco che andavano già evidenziandosi da tempo nell’andamento turistico del Paese.

Per quanto concerne la Tunisia e le rivolte ’fiorite’ di Piazza Tahir è l’instabilità dei paesi che seppur agognata dal ’Turista nudo’ di Lawrence Osborne, non è invece mai gradita a famiglie e turisti dal paradigma classico. Quelle del volo low cost, del resort all inclusive, del souvenir, del relax. “Le famiglie che prenotavano normalmente in Primavera, quest’anno non lo hanno fatto, a causa delle rivolte“, spiega ancora il portavoce della Thomas Cook. C’è però speranza per i last minute, che potrebbero migliorare le sorti di questa estate ricca di sorprese, fra clima fresco e attentati.

Per quanto riguarda noi italiani nelle mete classiche del Nordafrica mediterraneo, come l’isola Djerba e Hammamet, anche qui il dato di afflusso di quest’anno è naturalmente in picchiata. All’Ufficio del turismo tunisino di Milano il silenzio attorno alle linee telefoniche è un segnale chiaro. Il portavoce, Frej Fekih, ha risposto per ’L’Indro’ ad alcune domande: “Il turismo è calato in seguito alla rivoluzione, i dati definitivi non sono stati ancora pubblicati, ma li stiamo aspettando dalla sede di Tunisi“. L’anno scorso, per la Tunisia, si parlava di “160mila arrivi dall’Italia“, mentre quest’anno l’abbattimento è fortissimo. “Stiamo riprendendo lentamente, con pubblicità e azioni mirate, speriamo nella ripresa nel 2012“, ha affermato il portavoce concludendo fra l’altro che “non è stata confermata una campagna pubblicitaria fra il Ministero del turismo tunisino e quello italiano“. Si aggiungono poi le notizie di alcune famiglie, vittime di aggressioni compiute addirittura da parte della Polizia tunisina, indicate oggi da ’Le Quotidien d’Oran’. E il risultato ottenuto intanto è la chiusura di almeno 130 strutture ricettive, con il conseguente licenziamento di circa 2mila dipendenti, al 10 giugno scorso.

Diversa la situazione per l’Egitto, che riesce a far fronte alla crisi dei viaggi un po’ meglio, visto le destinazioni alternative al Cairo, dove i fomenti di piazza persistono. Il clima caldo tutto l’anno, Sharm, e le crociere nel Mar Rosso, sono infatti condizioni e mete che continuano ad attirare turisti, se pur in maniera minore. Andrea Giannetti, Presidente di Assotravel, spera in un possibile miglioramento per ciò che riguarda l’outgoing italiano in Egitto: “l’Egitto ha recuperato circa il 40% rispetto ai valori ottimali“, anche se prima dell’estate è stata “una tragedia“, con cifre anche al “30% del globale” mentre per i valori esatti si attende il consuntivo a settembre. Anche in Tunisia l’andamento del turismo italiano, calcolato a inizio mese, dava un calo del 50%. Come Paese Italia -spiega Andrea Giannetti- “Facevamo circa un milione e 400mila persone di visite per l’Egitto” ogni anno, ciò che a 700 euro a persona di media per pacchetto viaggi, e un calo anche solo del 50%, non restituisce cifre da capo giro come mezzo miliardo di euro.

“Pubblicato Lunedì 25  luglio 2011 in esclusiva su L’Indro www.lindro.it e qui ripubblicato per gentile concessione”

Mia cara Africa. Luanda città più cara al mondo.

Africa

 

“Cara vecchia Europa il nuovo mondo è altrove. “

Di Andrea G. Cammarata

Udite, udite, la città con il caro vita più alto al mondo è Luanda, in Angola. La curiosa notizia arriva dalla Francia, dove la prestigiosa società Mercer, che vanta 18mila collaboratori in tutto il globo nel campo risorse umane, nonché affiliata alla nota Marsh & McLennanCompanies Inc., ha stilato questo studio statistico per l’anno 2010.

C’è da non crederci, e complici naturali ne sono la crisi economica e l’avanzare inarrestabile dei big asiatici e sud americani, e a sorpresa di quelli di alcune metropoli africane. L’inchiesta -si legge nel rapporto- è fra le “più complete al mondo”, la vita a Luanda è tre volte più cara che a Karachi, la popolatissima città del Pakistan, posizionata, fanalino di coda, in fondo alla classifica.

Nella capitale dell’Angola, segnala ’Il Sole 24 Ore’ , affittare un bilocale costa la bellezza di 5100 europanino e soda quasi 13. Okay il quotidiano, per non lesinare, segnala anche il chilo di spaghetti: 6 euro.

Insomma fatevene una ragione: parigini, e votati alla Madonnina, c’è chi paga più di voi affitto, mezzi di trasporto, vestiari, elettrodomestici e svago. Che sono poi le categorie su cui il rapporto si basa, avendole Mercer analizzate in rapporto ai valori forniti da 214 città sparse per il continente. Attenzione. Il metodo di calcolo “non valuta il tenore di vita di un cittadino medio, ma quello di un dipendente di una multinazionale che lavora all’estero”, considerato che le società devono garantire un tenore di vita pari a quello sostenuto dal dipendente nel paese di origine.

L’inchiesta ha posto come città dai prezzi chiave New York -27° in classifica, ma anche la più cara degli States- dotandola di un punteggio di 100 punti. Mentre il valore più rilevante nel rapporto è ovviamente il costo della casa, e tutti i parametri di riferimento sono determinati in relazione alla valuta dollaro.

L’analista senior della società parigina, Nathalie Métral, sostiene fortemente i motivi di questa ricerca, che sarebbe utile alle aziende e ai governi per calcolare stipendi e indennità dei propri impiegati all’estero -si legge nel rapporto- “nel corso di questi ultimi anni le destinazioni professionali hanno preso una piega chiaramente internazionale, con il susseguirsi di espatri forzati degli impiegati o di dipendenti posti in mobilità internazionale ovunque nel mondo”. Aggiunge l’analista che tuttavia serve “una perfetta comprensione del costo che implica uno spostamento di un dipendente in un altro paese, è essenziale, in particolare nel contesto economico odierno” per poi concludere che “le città sono state selezionate sulla base delle domande delle nostre clienti multinazionali”.

Grande attenzione per il continente nero, perciò, considerata l’importanza economica sempre crescente di questa regione soprattutto in ambito francofono. Niamey, nel Niger, è posizionata al 23°posto, Dakar, in Senegal, al trentaduesimo, e sono diverse le imprese francofone e non, che hanno fatto domanda d’informazioni in merito. Spiega NathalieMétral:“abbiamo osservato un aumento di richieste concernenti le città africane per diversi settori di attività: industria mineraria, servizi finanziari, compagnie aeree,manufatturiero, servizi pubblici e altre società di produzione di energia”.

Poi c’è l’altro colosso Brasile, cui si aspettano ulteriori mirabolanti imprese di crescita economica: San Paolo è al 21° posto, Rio deJaneiro al 29°. Ma tornando nel vecchio continente, la classifica ha riservato un misero 17° posto alla belle Paris, più cara è invece Milano, situata al 15°, per Roma, magra è la consolazione, che si posiziona invece solo al 26° posto.

“Pubblicato Martedì 12  luglio 2011 in esclusiva su L’Indro www.lindro.it e qui ripubblicato per gentile concessione”

Guinea Conakry. Human Rights watch: suggerimenti per una democrazia africana

Africa, Guinea Conakry

Di Andrea G. Cammarata

Guinea, un altro esempio di rivoluzione africana e di restaurazione democratica in corso.

Human Rights watch, Ong americana in difesa dei diritti umani, ha recentemente pubblicato un corposo rapporto [in francese] sullo stato della democrazia in Guinea. A un anno dalle prime elezioni libere dall’inizio della storia di questa piccola democrazia dell’Africa occidentale, l’associazione, che ha lungamente presidiato e indagato sul territorio con il suo staff, si rivolge al neo-presidente Alpha Condé, che dovrà contribuire nel contrastare “la cultura dell’impunità, la fragilità dello stato di diritto, la corruzione endemica e la povertà sconvolgente” che minacciano quotidianamente la vita dei circa 10 milioni di cittadini guineiani, e garantire nuove elezioni legislative democratiche in un clima sereno.

“E’ in gioco l’avvenire politico della Guinea”. Dal 1958 dopo l’indipendenza dalla Francia lo Stato vede il susseguirsi di regimi sanguinari: quello di Sékou Touré, in carica 26 anni, definito “il regno del terrore”. Poi Lansana Conté, al potere dal 1984 al 2008, edificatore di uno “stato criminale e di impunità”. Un anno prima della sua morte, nel 2007, durante uno sciopero, le forze armate in carica uccidono 137 persone. Poi la quarta Repubblica con il golpe bianco del capitano Dadis Camara, un ultimo “show”, della durata di un anno, che finirà non prima dei terrificanti stupri di massa e del massacro di 150 persone ad opera dei berretti rossi allo stadio di Conakry, luogo del sangue che in quel settembre 2009 vedeva radunati centinaia di manifestanti delle opposizioni. Dadis lascerà il potere con una pallottola nella testa, rimanendo invalido e fuggendo prima in Senegal e poi in Sierra Leone. Gli succederà Sekouba Konaté, che accompagna lo Stato alle presidenziali in un clima di difficili scontri etnici.

Nel circa mezzo secolo di storia di queste dittature, scrive Human Rights Watch, migliaia di guineaiani “sono stati torturati, privati del cibo o uccisi dalle forze dell’ordine, i loro corpi impiccati nelle strade, nei ponti, agli alberi”. Il popolo è poi fuggito lasciando una terra ricca di diamanti, bauxite, petrolio, nella mani di governanti dispotici di turno e faccendieri, anche italiani (qui, in francese, la lunga lista delle imprese debitrici nei confronti dello Stato). “Nonostante le sue risorse naturali, la Guinea è uno dei paesi più poveri al mondo”, e grave è il triste record di analfabetismo e di mortalità di madri e bambini. 

“Un problema di memoria della Guinea”. Racconta una donna, testimone di alcune impiccagioni in strada, che

“…Con il passare del tempo, la paura si trasforma in passività. Come abbiamo visto, vivere senza memoria è pericoloso”.

Serve perciò -si legge sempre nel rapporto “una riforma appropriata del sistema giudiziario”. Migliorare la gestione dei tribunali, attuare una riforma dei codici della Giustizia con l’abrogazione di norme contro i diritti umani: verità e giustizia per ridonare la dignità al popolo aiutandolo nella comprensione dei propri errori, con “un meccanismo in grado di stabilire la verità, spiegare le atrocità meno conosciute. Esplorare la dinamica che ha consentito l’instaurarsi dei regimi repressivi e il loro mantenersi, porre rimedi volti a prevenirne il ritorno.” Capire perchè la storia politica criminale si è ripetuta.

Per i delitti contro l’umanità, come i massacri del 2007 e del 2009, se lo Stato non è in grado di fare giustizia autonomamente deve lasciare spazio alla Corte penale internazionale, con cui la Guinea ha ratificato lo Statuto di Roma nel 2003. Manca infatti in Guinea un programma di protezione per i testimoni, la corruzione della magistratura è altissima e i suoi stipendi da fame, forti le pressioni del governo, pochissimi gli avvocati, ma scarse anche le risorse e i mezzi del sistema giudiziario, e solo l’un per cento del budget annuale è dedicato al comparto della giustizia. Spiega Thiermo Sow, presidente di OGDH, un’organizzazione in difesa dei diritti umani guineiana, che

“bisogna dubitare seriamente della capacità del sistema giudiziario di gestire questi dossier. Nei nostri giudici manca la capacità tecnica di gestire i crimini internazionali nel rispetto della legge e delle procedure. I colpevoli avranno avvocati molto forti e il governo guineiano deve essere preparato, altrimenti perderà i processi, e i nostri sforzi per combattere l’impunità otterranno l’effetto inverso.”

Abolire la pena di morte, poi instaurare una “commissione anti-corruzione indipendente in grado di aprire delle inchieste”. La nuova classe dirigente della Guinea deve quindi “garantire l’indipendenza dell’istituzione per i diritti umani, instauratasi il 17 marzo del 2011”. Tolleranza zero contro la corruzione aprendo anche una linea telefonica per le denunce, e garanzia della piena trasparenza “nella negoziazione dei contratti fra il governo guineiano e le imprese minerarie locali e internazionali”.

Ancora questione giudiziaria, in Guinea sono “completamente assenti delle leggi avverse ai crimini contro l’umanità e la tortura”, i detenuti incarcerati in attesa di giudizio toccano punte del 78%. Le condizioni delle carceri sono scabrose, oltre che ospitare il triplo della popolazione carceraria rispetto alla capacità massima, i detenuti vi scontano la pena in uno stato di promiscuità, bambini, donne, uomini, malati infettivi, sono insieme negli stessi luoghi. Le guardie carcerarie, unicamente volontarie, si mantengono solo estorcendo denaro alle famiglie dei detenuti.

L’invito finale del rapporto è poi sostanzialmente rivolto ancora verso il presidente e il nuovo governo transitorio (CNT, Consiglio nazionale di transizione), perché venga attuato un vero piano di controllo per  il rafforzamento della democrazia, quindi lotta all’impunità, corruzione, e sviluppo di rappresentanze politiche sufficienti, in vista delle elezioni legislative.

Pubblicato Voci Globali

Leggi altro sulla Guinea Conakry su questo blog

Scarica il rapporto integrale di Hrw in Pdf [francese]: Télécharger « Nous avons vécu dans l’obscurité »

Sud Africa: ancora una donna uccisa durante uno stupro correttivo

Africa, Diritti umani

Traduzione dal francese di Andrea G. Cammarata, scritto da Haute Haiku, ripreso da Global Voices

(Leggi anche:  Sud Africa: per 7 mesi reclusa e stuprata in una cella per uomini)

La serie senza fine di “stupri correttivi” in Sud Africa, sta proseguendo ad una velocità allarmante. Lo stupro correttivo è una pratica criminale perpetrata da uomini su donne lesbiche, che vengono violentate con l’intento di “guarirle” dalla omosessualità, e quindi di cambiarne il loro orientamento sessuale.

L’ultima vittima è stata una donna di 24 anni, una calciatrice della squadra del Johannesburg: è stata accoltellata pochi minuti dopo aver salutato la sua fidanzata.

Il rapporto di DA newsroom:

L’uccisione di Mille Nogwaza -è stata lapidata, accoltellata e violentata da diversi uomini- è solo l’ultimo caso di una serie di violenze qualificabili come “stupri correttivi”. L’intento è quello di “guarire” una persona omosessuale dal suo orientamento. L’Alleanza democratica (DA) ha condannato fermamente, senza se e senza ma, questi crimini e la loro orrenda motivazione. Sono un affronto ai nostri valori costituzionali di libertà e di uguaglianza. Questi crimini hanno scandalizzato tutto il popolo progressista sudafricano, che riconosce il diritto degli omosessuali come parte integrante dei diritti umani.

Noxolo Nogwaza sosteneva fra l’altro attivamente la campagna LGBT e lavorava anche al Ekurhuleni Pride Organizing Committee. E stiamo parlando di una serie di stupri in Sudafrica, di cui alcuni sono terminati con l’uccisione della vittima. Neanche un mese fa una lesbica di 13 anni è stata violentata a Pretoria:

Una ragazza di 13 anni è stata violentata nella zona di Atteridgeville, Pretoria, lo riporta il Dipartimento di Giustizia e attuazione della Costituzione. La giovane, che non nascondeva il proprio orientamento sessuale,  è stata violentata durante quello che è sembrato essere uno stupro correttivo. La ragazza e la sua famiglia riceveranno assistenza dal Dipartimento di giustizia e di sviluppo sociale.

Tlali Tlali, portaparola del Dipartimento, venerdì scorso ha detto che il Governo condanna questo crimine vile e senza fondamento, e ha precisato che la polizia e il Tribunale per i crimini sessuali e gli affari comunitari vorrebbero indagare sul caso. Il Dipartimento ha dichiarato anche che tutti i sud-africani una volta avevano il dirittto di esprimere liberamente le loro inclinazioni sessuali.

In Sud Africa, insieme agli attivisti, le lesbiche sono spesso vittime di “stupri correttivi” perpetrati da uomini il cui intento è quello di “guarirle” dal loro orientamento sessuale.

Millicent Gaika, un’altra delle vittime degli stupri correttivi in Sud Africa, lezgetreal.com

Millicent Gaika, un’altra delle vittime degli stupri correttivi in Sud Africa, lezgetreal.com

Il mese scorso i sudafricani hanno celebrato il 17° anniversario dell’indipendenza, Sokari ha sottolineato come le lesbiche d’Africa non abbiano avuto granché da celebrare:

Oggi cade il 17° anniversario di indipendenza dell’Africa del Sud, ma per le lesbiche c’è poco da festeggiare. Abbiamo appreso di un altro stupro terminato con la morte di una delle nostre giovani sorelle. La Costituzione, che è stata scritta per proteggere tutti gli africani del Sud, ha fallito per la maggiorparte di noi. La Costituzione ha vergognosamente mancato di proteggere i gruppi più vulnerabili, specialmente le giovani omosessuali. Il corpo senza vita di Noxola Nogwaza è stato scoperto domenica mattina, solo quattro settimane dopo il ritrovamento del cadavere di Nokuthula Radebe, 20 anni. La morte di Nokuthula non è stata nemmeno annunciata ai media.Il dolore che mi causa questo brutale attacco aumenta sempre di più, e i miei pensieri vanno verso le famiglie e gli amici delle vittime. Possano Nogwaza e Nokuthula riposare in pace.

Ben Kumalo Seegelken ha commentato il messaggio di Sokari:

Questi crimini ripugnanti sono delle violazioni dei diritti umani e continueranno a devastare la società solo fino al momento in cui qualcuno non alzerà la voce e si farà sentire per proteggere le minoranze: padri, madri, fratelli e sorelle, amici, professori, conoscenti – ciascuno di noi potrebbe impedire a questi criminali d’intimidire o fare del male ai giovani, ragazzi e ragazze, uomini e donne, che vivono fra di noi. Tutti noi, mostrando chiaramente che li accettiamo e li rispettiamo senza alcuna condizione, come rispettiamo noi stessi e gli altri, possiamo cambiare questa situazione. Ogni famiglia è diversa dall’altra, è composta da individui con identità e orientamenti differenti, come daltronde lo è la nostra comunità. Alcune di queste identità -lesbiche, gay, bisessuali, transgender e tutti le altre- non devono essere messe ai margini o vittime di discriminazione!

Sarinmona era molto provata:

Tutto questo mi turba profondamente. Che vergogna. Bisogna fare attenzione prima di confidarsi con qualcuno. Certi uomini, se sei gay, ti odiano. E ti uccideranno senza esitare.

Certe donne potranno posare lo sguardo sul tuo pensando che le desiderate. Ma essere gay non è contaggioso. Non è una malattia infettiva. Diciamo le cose come stanno, i gay sono persone molto difficili, ma non vi guarderanno mai più di due volte, quindi non abbiate paura. Bisogna assolutamente fermare le violenze. Prego perché le Autorità si mostrino all’altezza per questa povera giovane ragazza. Dovrebbero ritrovare gli assassini e SI’ fare subire loro pubblicamente ciò che hanno fatto alla ragazza. Scusatemi ma devo andare a vomitare. Tutto ciò mi fa stare male.

The new Black women si rattrista nel pensare che in un paese così moderno come il Sud Africa ci siamo ancora donne che rischiano di essere vittima degli “stupri correttivi”:

Lo stupro è un modo di controllare e di esercitare il potere e dominare le donne. Lo stupro è una maniera di instillare la paura nell’animo e nel cuore delle donne. Mi fa pena pensare che in un paese così moderno come il Sud Africa ci sono delle donne che devono ancora fare fronte a queste minacce tutti i giorni semplicemente perché non si conformano alle norme eterosessuali. Questo mi fa stare male, ma non mi sorprende di venire a conoscenza di uomini pronti a usare tanto odio  e violenza, verso donne che non corrispondono al loro ideale di donna.

Ironicamente, il fatto che un uomo sia pronto a violentarmi per rimettermi al mio posto e che la società tolleri queste violenze, dovrebbe ricordare a noi donne che in questo  mondo globale occupiamo ancora solo una posizione di cittadini di seconda classe.

Luleki Sizwe, un organismo non governativo sudafricano che raccoglie, sostiene e si prende cura delle vittime degli strupri correttivi, l’anno scorso ha scritto una petizione su change.org rivolta al ministro della Giustizia sud-africano, Jeffrey Radebe,  reclamando che il Governo dichiari lo stupro correttivo un crimine odioso.

I casi di sutpri correttivi in Sud Africa si stanno moltiplicando nonostante il paese sia stato il primo a legalizzare il matrimonio omosessuale e la prima Repubblica del mondo a garantire i medesimi diritti ai cittadini LGBT.

Guinea Conakry verso le presidenziali. L’Ue vigila

Africa, Diritti umani, Guinea Conakry

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Di Andrea G. Cammarata

“Preferiamo la libertà nella povertà alla ricchezza nella schiavitù” le parole di Sèkou Touré, col senno di poi imbarazzanti, ricalcano i momenti di speranza dei primi giorni d’indipendenza dalla Francia, vissuti in Guinea Conakry.  Imbarazzanti poiché pronunciate da colui che, insieme al suo successore, farà la triste storia del mezzo secolo di vita di questa repubblica presidenziale. Era il 1958. Sekou Touré, primo capo di Stato guineiano, tiranno, socialista e nazionalista, resta al potere per 25 anni filati, gli subentra il generale Lansana Conté, che non è da meno fino al 2008. Rimane perciò un solo anno di danni, per il capitano Dadis Camara, altro criminale. Oggi tuttavia lo stato sub-sahariano ricco di acqua, diamanti, bauxite, ma vittima di potenti senza scrupoli, sfruttamento cinese e russo delle risorse e stupri militari sistematici, si appresta il 27 giugno, per la prima volta, a vivere democraticamente le sue elezioni presidenziali, in un’atmosfera apparentemente tranquilla. L’allontanamento in Burkina Faso di Dadis Camara, capo della giunta criminale insediatasi tramite un putsch dopo la morte di Lansana Conté, ha infatti giovato alla Guinea. Il militare, definito da Jeune Afrique “satrapo, megalomane e schizofrenico”, dopo un attentato è rimasto in coma, ma il destino ha voluto salvarlo, potrà presto assistere al suo processo che lo vede imputato davanti alla Corte penale internazionale.

Le presidenziali erano un momento atteso cui, al suo insediamento un anno fa, Dadis aveva promesso di condurre il Paese senza alcuna ingerenza. Non fu così, anzi Dadis volle addirittura candidarsi alle presidenziali, con la conseguenza inevitabile di dare nuovamente corso a votazioni truccate. Nel settembre scorso il popolo gli si ribella, e, durante una manifestazione allo stadio di Conakry, per ordine suo si uccide, si stupra, con una crudeltà disumana. A condanna del capitano interverrà la Human Rights Watch, l’Onu e l’Unione europea, che comanderà peraltro l’embargo militare e il divieto di espatrio per gli altri insieme a lui imputati. Ancora presente l’Unione europea in questi giorni ha inviato 38 commissari, vigileranno lo svolgersi delle elezioni e analizzeranno in maniera imparziale, neutra ed obiettiva, la conformità del processo elettorale alle regole internazionali in materia, già sottoscritte dalla Guinea (fonte Guineé News). Grazie  anche a ciò i 4,2 milioni di elettori guineiani vivranno le votazioni nella sicurezza di  poter scegliere liberamente il loro presidente.

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Al-Qaida:Niger sequestrati un francese e un algerino

Africa, Nigeria e petrolio


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di Andrea G. Cammarata

Un turista francese e il suo autista algerino sono stati sequestrati giovedì scorso in Nigeria, il rapimento è avvenuto poco distante dalla località di Inabangaret al confine con l’Algeria e il Mali. Fonti francesi parlano di un gruppo appartenente ad Al-Qaeda.

Secondo una fonte delle forze di sicurezza nigeriane il francese e il suo autista sono stati rapiti “da uomini armati”, altre fonti locali parlano di un “rapimento ben organizzato” ad opera “del gruppo Abdoulkrim”.

Taleb Abdoulkrim è il soprannome di uno dei leader del gruppo in questione, che si dichiara facente parte di Al Qaida. La presenza del gruppo è stata segnalata un po’ in tutta la regione nigeriana di confine, ma finora non sono mai stati indicati sequestri ad opera di Abdoulkrim.

Le fonti  dei media transalpini riportano altre dichiarazioni: “adesso bisogna capire se Abdoulkrim ha sequestrato gli ostaggi per negoziarne autonomamente la loro liberazione, o se passera gli ostaggi a un’altra organizzazione, quella di Abou Yaja Hamane, o quella di Abou Zéid, alla quale è molto vicino”.

Il ministro degli Esteri francese, Bernard Valero, si è impegnato a confermare le fonti nigeriane, che comunque per ora considera solo come delle “indicazioni”.

Il maghreb islamico è spesso oggetto di rapimenti di turisti e la presenza di Al Qaeda, che si costituisce nell’organizzazione denominata AQMI ( Al Quaeda nel Maghreb Islamico), è sempre più possente, ne sono esempio i rapimenti del gennaio 2009, quando 4 turisti europei, due svizzeri, un tedesco e un inglese, sono stati sequestrati nella regione nigeriana di Tillaberi.

L’AQMI, secondo quanto riportato oggi da Le Monde, nel giugno scorso ha rivendicato i rapimenti degli europei, poi ha ucciso il turista inglese, ma liberato gli altri tre.

A ciò si aggiunge anche il sequestro, nel 2008, di un inviato speciale dell’ONU, Robert Flower, che poi venne liberato.

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