Andrea G. Cammarata

To Serbia. Altri giorni di Nis, prima parte.

InBalcani, Poesia e storie su 4 gennaio 2012 a 18:26

Incrocio a Nis

Di Andrea G. Cammarata

Rientro al buio sollevante da Sarajevo, 7 ore passando per Valijevo, mentre i passeggeri del minibus ti prendono forma intorno trasformandosi in una carovana di viaggiatori silenziosi. Al fianco del sedile reclinabile su cui siedi c’è questo iron-boy che gioca ossessivamente con il telefonino e sembra una donna. E dietro due studentesse si offrono patatine e dolciumi, l’una le rifiuta. In mezzo fra i cinque sedili in fondo un contadino riposa beato e sembra stanco da almeno cento anni, russa forte, mentre l’altra labbra rosse sorride ingenuamente. Pausa, smoke, il gelo che blocca le ossa e mente ormai vuota, e occhi che scrutano una coppia innamorata di vecchietti pensionati che esce mano nella mano dal mini-van, e lei che poggiando le gambe fragili sul suolo ghiacciato e lunare dei balcani stringe il polso del compagno, e copricapi slavi che si uniscono sfiorandosi in baci antichi. La radio suona forte e incessante trasmette canzoni turche, stordenti che impediscono di dormire. Ultima destinazione del bus sarà Skopje, Macedonia. Scendi a Nis in Serbia meridionale. I due autisti si sono scambiati solidali il posto di guida, e durante le pause in kafana bevevano soltanto té, hanno una forza disumana, non temono ghiaccio, montagne declivi, e viaggiano, come per loro come per noi.

“I quattrocento colpi” di Truffaut, proiettato sul portatile, che gelosamente custodisci, e che é essenziale in viaggio, e che ora fa la gioia degli sguardi curiosi degli altri passeggeri. Vecchia pellicola in bianco e nero sei la giusta storia di un ragazzino sconcertato che si libera nella Parigi del dopoguerra.

A Nis sono quasi le quattro del mattino, la stazione dei bus riposa puzzolente ancora avvolta di smog, e pezzi di carne abbandonati  congelati sulle griglie dei corner ti guardano, l’aria è ferma. Costeggi la fortezza turca, bianca immota, volti le spalle e traversi il ponte sulla Nissava. Si apre la città dinanzi mentre scorgi un barbone che bussa alle porte del betting center e il cavallo di bronzo che troneggia nella piazza centrale sotto il grattacielo grand hotel Ambassador. A testimoniare le guerre serbe il ronzino unto e sudicio è ancora lì. Monumenti che fissano il tempo amaro. Uno dei panifici 0-24 sembra invitarti ma scegli che no, meglio non mangiare, se “il digiuno rinvigorisce lo spirito”. C’è uno strano rapporto con il cibo qui, sarà causa della guerra. Punti il bi-locale che ti aspetta, bussi, bussi all’infinito finché non aprono. C’è spazio in terra, letti pieni, “dormo lì nell’angolo fra il mobile e la stufa elettrica colma di pietre di quarzo”. Pavimenti dei balcani, pavimento di legno morbido e scuro, e a terra si sta freschi. Sono le 4 e tutto è calmo, nonostante tutto, “nonostante me”. Nonostante tutto il bilocale profuma. Ritieni che da domani servirà generosità se viaggiare rifocilla l’animo annientando quel nichilismo miserabile cui si sottopone l’intero occidente.

A giorno Nis si proietta come le foto anni ottanta sui teloni per le diapositive: è sporca, annebbiata dai fumi delle vecchie auto, e dalle stufe, e dalle sigarette. Nis che puzza anche nelle giornate più terse come lo sono queste di gennaio. C’è una libertà priva di etichette salutari miserabili ed europeiste, con cui nei bar si fumano anche 4 sigarette, o forse più, per un solo caffè. E aspetti il freelancer che ti parla della strage di Srebrenica in Bosnia. E più tardi di nuovo fuori sulla strada fra musicanti e ottoni argentati, rom bassi che padroneggiano le loro famiglie riverse sui marciapiedi, fra la gente di Nis, e qualche d’uno degli ottocento nuovi arrivati per lo stabilimento di Benetton che aprirà in sordina compensando la perdita di lavoro in Italia per la finta-gioia di altri operai serbi. Serietà, sguardi che significano niente e più, trucchi pesanti, strati di fondotinta che nascondono pelli avvizzite e si colorano fra i viola schocking sulle palpebre e le unghie squadrate e rifatte. E zeppe come carrarmati, e gambe lunghe involte da shorts o minigonne come salamine che si protendono verso il cielo nel vano tentativo di equiparare le altezze inarrivabili degli amanti serbi. E’ sera mentre si scrive e il tramonto affoga fuori nei balcani, e i ragazzi mangiano pasta al ragù e bevono rakija, e scrivi di Sarajevo “quel poco che va fatto”, e “c’è la connessione lasciatemi scrivere”. “Andrea staccati di lì”. Ciò che avviene guardando oscene comiche clip in dialetto toscano su You Tube. In tutto questo tal volta la vita sceglie di orientarsi. E non c’è tempo, vale bene correre snobbando il gelo nelle mani per essere al Tesla café. Dove la musica è forte, il segnale Wi-fi sempre disponibile, e la tappezzeria di banconote da cento dinari fotocopiati ti guarda calorosamente. Uno studente serbo di base a Thessaloniki trascina le tue braccia ancora verso una bevuta improbabile, non prima di un dovuto: “who are you? Are you a spy?”.

La Grecia è per il sud della Serbia un punto di riferimento. E da Nis i cartelli stradali invitano verso Thessaloniki, Atene, o Skopije, o Pristina, o Sofia, e tutto ciò è davvero meraviglioso. Senti di poter essere ovunque, duecento, trecento chilometri massimo e ogni grande città è li ad aspettarti. Oltre c’è la fine amara della Jugoslavia che con la balcanizzazione è diventata una foresta in cui le nazioni sono riapparse prepotentemente come funghi, è un medioevo geopolitico fatto di dipendenze e prevaricazioni reciproche.

Si scappa dallo studente di Thessaloniki adducendo vane scuse, “sono stanco”. Se sottrarsi nei Balcani da qualcuno che ti offre da bere è quanto meno offensivo.

Nella notte alcune chiese ortodosse affiorano timide semi-interrate nelle strade risalenti alla dominazione turca che ne consentiva solo così la costruzione. “Di modo non appariscente” doveva essere l’espressione del sultanato. E la Serbia è ancora turca, per la musica, per il caffè, e stupidamente per quanto si fuma. E’ parlare, lingua serba, serenità dello stare insieme, e di apparire in pubblico in una vanità sana e post socialista.

Fine prima parte.

To Serbia. Natale a Sarajevo.

InBalcani, Poesia e storie su 27 dicembre 2011 a 17:29
Moschea a Sarajevo

Moschea a Sarajevo

Di Andrea G. Cammarata

Bus vuoto verso Sarajevo, riscaldamento rotto. Freddo terribile la Bosnia Erzegovina è bianca di neve. Un sonno fastidioso attanaglia la testa. Piccoli villaggi si susseguono lungo le strade. Pause brevi nelle kafane. Non hai Marchi bosniaci. C’è un ragazzo che punta la testa contro il sedile difronte. Studia teologia a Belgrado, diverrà pope, è nato a Sarajevo in quella parte della città che ancora non era la Repubblica srpska. Domanda una sigaretta, è alto impaurito avvolto nel suo cappotto di panno nero. Ombra lunga e scura sulla neve tutta intorno. Fuma, pone qualche domanda, conosce Ravenna e l’arte bizantina.

Alla frontiera in Bosnia il doganiere butta solo uno sguardo sulla carta di identità che gli hai appoggiato timidamente nelle mani. Il poliziotto serbo in uscita ti aveva invece detto: “italiano”. Le strade di Bosnia si avvolgono in un nulla mistico e silenzioso.

Arrivo a Sarajevo tutto è spento. Il ragazzo ortodosso viene accolto dal padre ancora più alto di lui. Chiedo loro di cambiarmi valuta, mille Dinari perché “tu tornerai a Belgrado”. Non vuole. Dice Sarajevo è divisa in due, ma bosniaci, croati e serbi: “are not bad people”. Non credere a quello che ti raccontano i media. Cercherà di accordarsi con il tassista serbo per farmi lasciare nella parte vecchia della città, 15 marchi. Pagherai in euro, “thank you man” hai detto al tassista. L’ortodosso è andato via con una pacca sulla spalla, indifferente. Scendi dal taxi hai una moschea enorme che ti sovrasta, il fiume sotto. E’ vigilia di Natale a casa. E qui donne con il velo e uomini camminano per la strada, lenti e calmi non incrociano sguardi.

Gli intonaci dei palazzi mostrano i fori dei proiettili della guerra. Ce n’è ovunque. Le moschee si ripetono nuove e insulse.

Dormirai da Divan, ostello i cui proprietari sono musulmani. 30 Marchi il costo della stanza, 14 gradi la temperatura interna. Il fratello del locandiere beve vino bianco, “do you drink alcohl?” mi chiede. Dico: “yes, yes. Are you Serbian?”. Risponde che no: “I’am muslim”. Gli piace la techno music e la vita notturna di Belgrado. E conosce a mala pena la composizione della Bosnia Erzegovina, a stento mi parla dell’esistenza della Repubblica Srpska. “Ci sono problemi come ovunque” . Aggiungerà che “stasera è Natale e di fronte alla cattedrale cattolica offrono il vino”. Triste bosniaco affermerà che “We’ve no country” spiegando che: c’è di “tutto”, “cattolici, musulmani, ortodossi, ebrei, cinesi, giapponesi”. Il locandiere compare più tardi con una stufetta elettrica: “attento a non bruciare”, dice offrendomi anche una stanza più calda. Sul comodino c’è un libro in inglese “La causa bosniaca”, non lo aprirai nemmeno.

Per le strade di Sarajevo leggi nomi musulmani che si ripetono nelle insegne, “Omar” oppure “Samir”. L’indomani, giorno di Natale, riesci a cambiare moneta alle poste. L’impiegata negherà i Dinari serbi, esigendo invece il passaporto per gli Euro. E l’impiegata dell’ufficio turistico , odiosa, rilascia con fastidio e sacrificio qualche informazione  parlando in uno slang americano difficile.

Sarajevo è bella, scivola dalle montagne con le sue casette verso un fiume che la costeggia. La piantina dell’ufficio turistico è costellata di crocette cattoliche e mezze lune islamiche, non si capisce esattamente cosa vogliano indicare. Ci sono stampate anche le miniature di ogni moschea e della cattedrale cattolica. Per la cattedrale ortodossa non c’è nessuna miniatura, solo un numero che rimanda alla legenda.

Nevica forte, i piedi ghiacciati, cammini unicamente per perderti e vedere. C’è un bus per Monstar, sei incerto sul da farsi, da lì potresti non tornare a Nis, in Serbia.

Nella piccola kafana “Zmaj”, poco distante dalla stazione dei bus, si consuma solo birra analcolica. Mangerai salsicce di non sai quale carne e cipolla cruda. La cameriera ti ha servito con sospetto, profumava di Dior “Miss cherie”, è sembrato. E’ rimasta interdetta nel sentirsi domandare una birra: “Pivo”. Nel bagno hai cambiato i calzini fradici con quelli asciutti.

La Bosnia è essenzialmente triste, le persone sono schive con una gentilezza non esposta. Ci sono addobbi di Natale e qualche luminaria. Molti ambienti sono riscaldati in maniera approssimativa. Anche i rom sono più tristi. Qui la guerra c’è stata, in Serbia fu nulla al confronto. Prima di partire leggevi il rapporto dell’Onu sulla strage di Srebrenica. Sarà quello. La domanda si ripete: “cosa si sono fatti in Bosnia”.

Torna in mente Rumiz che raccontava dei cecchini che sparavano sui passanti di Sarajevo dalle montagne con i fucili di precisione.

Resta una felicità di turbamento. Aspetti con ansia il prossimo libro di Michel Houellebeq. Hai con te il Meridiano di Keruac, perché è spesso e fa da sostegno ideale per il lap-top impedendo che si surriscaldi. Però, dopo 15 anni, li rileggi “I vagabondi del Dharma”.

E’ l’ultima pagina del taccuino rosso dei Balcani, ne hai un altro nero e ancora la penna gialla non è finita. Il pacchetto di Gauloises Blondes è ormai vuoto, sopra ci leggi “Liberté toujours”. Un gatto bosniaco fra le gambe ricorda i film di Emir Kusturica e i rom.

I rom non hanno fatto nessuna guerra. Sono i territori le cause della guerra. E’ successo poco in questo Natale, ma qualcosa è successo. Stringi la mano a Felice, povero tassista cattolico dell’Erzegovina che ha studiato alla Bocconi grazie alle borse di studio di Tito, e che ti ha accompagnato in Repubblica srpska nell’altra stazione dei bus di Sarajevo. Infine una teatrante croata dell’Erzegovina ti presterà due marchi, da aggiungere al biglietto per Nis.

To Serbia. Un giorno a Belgrado

InBalcani, Poesia e storie su 26 dicembre 2011 a 22:45

Ponte a Belgrado

Di Andrea G. Cammarata

Un rom di mezza età vende Armani Code e Acqua di Giò, altre scatole di profumo di marca gli rotolano fra le mani. Certamente dei falsi. Armani può significare molto, per altri motivi, se di lì a un giorno riuscirai a connetterti e scaricare e-mail sulla strada verso Sarajevo. Fermo a una pompa di benzina per il rifornimento del minibus che ti accompagnerà in Bosnia.

Oggi è Serbia, Belgrado, anti vigilia di Natale, freddissima, ore sette. Ospite in un appartamento sembra Parigi. Stessi legni negli infissi, stessi corrimani lungo le scale e stesse serrature che glissano insicure a fermare porte sottili. E buchette delle lettere che nell’androne aspettano buie le sacre pensioni di Tito. Ciò per cui in Serbia ancora i figli vivono.

E’ un arrivo brusco: inglese, toscano, italiano, serbo, fra lingue straniere che s’incrociano prive di logica. Se tutto è dovuto al caso. E oscillazioni strane come i vecchi ammortizzatori della berlina bianca che vibrano ancora nelle gambe. Non sei stanco.

Stanza calda e stufa di ceramica che si allunga verso il soffitto parlaci del socialismo con il tuo scarno arredamento jugoslavo, e di quella foto sbiadita di un vecchio padre appesa sopra due letti che si guardano.

Tu dormirai a terra nella lato più stretto lungo il corridoio. Sonno di piombo, finalmente, dopo settimane.

Ora è tempo di capire, cosa è successo.

Carabiniere veneto, posto di blocco prima della frontiera slovena, chi fermerai dei tre? Un’utilitaria targata Germania, la berlina bianca serba con il distintivo Corpo Diplomatico nel paraurti, o l’articolato che per poco non si mangia tutto. Così è la strada. Emile ha chiesto: “mi devo fermare?”. Vai, vai.

“Quella Germania che ha supportato l’indipendenza slovena” pensi superando il confine europeo, libero grazie a Schengen. Neve sulle alpi di Carinzia. Croazia cattolica, rettilinei infiniti e sicuri. Non c’è pausa è un incessante andare. Qualche dattero riempirà gli intestini dei viaggiatori fino alla Serbia. Serbia non più turca da cento anni e più.

Difficile perdersi a Belgrado: è un orientamento fatto di macerie, subdolo, lo senti sotto pelle. Due palazzi bombardati durante la guerra del Kosovo ricordano orribili che non è finita. Non puoi distrarti. E’ un memoriale inverso dei governi serbi per non dimenticare che tutto può ricominciare. Belgrado era la Jugoslavia: l’ex-Jugoslavia è una polveriera ti ripeti.

E’ Natale ma non per il calendario gregoriano. Città viva brulicante. Nelle librerie i volumi del bosniaco Ivo Andric abbondano negli scaffali quindi tutto non è così diviso. Rom che frugano nei cassonetti. Belgrado dove i parcheggi si pagano con un Sms. Belgrado dove c’è chi non si prende il dolore di privarsi di una birra anche il giorno dopo. Tutto qua. E serbi che indossano giacche di tute mimetiche di colori non militari. Le sanzioni della Nato, l’embargo degli anni ’90. “Mortadella e Nutella, gnam, gnam, gnam” cantano i S.A.R.S. a ritmi Ska ai giovani slavi. Uno di loro ti chiede di intrecciare le mani per lui e offrigli uno scalino umano, scavalcherà così una sbarra per raggiungere gli amici.

Tornano in mente le barricate al Gate 31 in Kosovo settentrionale. Ci andrai. E cantano i Dubiosa “I’m Bosnian but I belong to myself”, e i bosniaci alzano le braccia. E cantano i Dubiosa “I’m Serbian but i belong to myself”, e i serbi alzano le braccia. Lattine di Jelen sono disseminate ovunque.

E Rakija: insegnanti francesi dirette verso Parigi: ci vedremo a gare Saint-Lazare, un giorno. E Bojana, giovane serba studentessa a Rotterdam inviterà due sloveni al tavolo, uno è un giornalista sportivo. “I serbi sono inferiori, noi siamo entrati in Europa”, le dirà.

Pacchetto di Gauloises blu, il secondo di una notte a Belgrado. Tassista anziano che hai conosciuto il socialismo: “take the street on the left beetween the two destroyed building”, e insisti per indicargli tu la strada verso l’appartamento delle due serbe di Valjevo.

E’ un risveglio aggressivo. La colazione è una caramella donata da un Babbo Natale croato promoter in una pompa di benzina. Niente caffè, niente brioche. Andrai a Sarajevo. Un ragazzo gay indica la stazione dei bus al fianco di un edificio giallo: “In Serbia is better to travel by bus”, dice. E Felicità quando Nina Simone cantava forte nelle orecchie mentre la berlina bianca correva lungo il corridoio 10.

Ain’t got no, ain’t got no class. Ain’t got no skirts, ain’t got no. Ain’t got no, ain’t got no. Ain’t got no . Ain’t got no, ain’t got no culture. Ain’t got no, ain’t got no schooling. Ain’t got no love, ain’t got no. Ain’t got no, ain’t got no token. Ain’t got no God. And what have I got? Why am I alive anyway? Yeah, what have I got. Nobody can take away? Got my hair, Got my…Got my brains, Got my…Got my eyes, Got my…Got my, I got my smile. I got my, Got my chin. Got my neck, Got my…Got my heart, Got my soul Got my back, I got my sex. I got my, Got my hands. Got my fingers, Got my…Got my feet, Got my….Got my liver, Got my blood. I’ve got life , I’ve got my freedom . I’ve got the life. I’ve got the life. And I’m gonna keep it. I’ve got the life. And nobody’s gonna take it away. I’ve got the life.

Di lì a poco Nina Simone chiese ai fan di comprare il suo album. Quarantaquattro anni dopo Andrea consumava caffé turco nel bar della stazione dei bus di Belgrado. Utilizzava la toilette per 30 dinari. E scriveva questo. Poco prima alcuni serbi restavano muti per alcuni momenti in fila in un panificio, pacati, con la stessa attitudine che era in una mensa socialista.

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